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La personalità pedofila ha una strutturazione di personalità gravemente carente, a livello molto profondo, riguardante non l’orientamento sessuale, ma la costituzione, attivazione e strutturazione del Sé.

Il Sé della personalità pedofila può illudersi di ritrovare, contenere e amare sé stesso soltanto proiettandosi al di fuori di sé, in altro individuo rispetto a sé (di solito un bambino o una bambina), in una dinamica strutturalmente dissociativa.

La omosessualità o la eterosessualità sono invece orientamenti sessuali, non dinamiche né di per sé patologiche né di per sé dissociative. Ad affermarlo sono le massime autorità scientifiche, le istituzioni accademiche e cliniche ufficiali, riconosciute a livello internazionale. Chi asserisca il contrario, si pone fuori da quanto la comunità scientifica afferma da decenni.

Quanto al Sé sella personalità pedofila, si tratta di un Sé mai davvero amato dalla madre e/o dal padre, più o meno massicciamente rifiutato da lei e/o da lui, mai veramente contenuto, mai evoluto in una adeguata identificazione di sé. In tale condizioni il processo di identificazione del Sé non può fare altro che seguire i sentieri tragici della dissociazione e della proiezione.

Nel bambino o nella bambina amati, allora il Sé della personalità pedofila proietta, identifica e ama la parte dissociata di sé; si fa patologicamente madre e padre di sé stesso. Scambiandole per tensione e/o orgasmo erotici, la personalità pedofila in realtà persegue l’unità e la identificazione di un Sé dissociato, che si proietta e si identifica nel bambino o nella bambina amati; nella loro nudità e intimità proietta e tenta di identificare, raggiungere e integrare la propria irraggiungibile nudità e la propria irraggiungibile intimità.

Il tutto avviene all’interno di una dinamica strutturalmente compulsiva e delirante, dalla quale il Sé della personalità pedofila può essere improvvisamente distolto proprio dalla imprevista reazione della vittima. In questo caso, il Sé può essere così gravemente destabilizzato, da produrre comportamenti di assoluta violenza omicida.

È rarissimo tuttavia che tale estremo venga toccato. Non per questo si può di certo concludere che la pedofilia, anche qualora non sia omicida, non produca danni gravissimi; anzi, proprio l’apparente incolumità della vittima quasi sempre contribuisce a nascondere e coprire l’evento, impedendo in tale modo la constatazione del fatto e la precocità della terapia e producendo così un gravissimo danno ulteriore.

Il comportamento abituale del Sé dissociato è strutturalmente difensivo e paranoide: per questo il Sé della personalità pedofila ben difficilmente seleziona vittime che anche lontanamente possano lasciare prevedere reazioni non controllate o non controllabili, non previste o non prevedibili, non manipolate o non manipolabili; ben difficilmente si fida di vittime che non siano più che “sicure”. Di fatto, dunque, il Sé della personalità pedofila seleziona le proprie vittime soltanto all’interno di situazioni e – soprattutto – di ambienti vissuti come altamente rassicuranti, dove il rischio dell’imprevisto e dell’imprevedibile è tendenzialmente nullo; per questo gli ambiti abituali dell’azione pedofila sono soprattutto la casa familiare o, comunque, gli ambienti che il Sé sa di potere assolutamente controllare, assoggettare e dominare; per questo le vittime abituali sono persone senza alcun vero potere di resistenza, totalmente succubi e/o passive, del tutto sottoposte o assoggettate alla autorità di chi li sta abusando e violentando: per esempio un figlio o una figlia intimoriti; un bambino o una bambina isolati, tanto poco amati da accettare e subire qualsiasi parvenza di attenzione; un bambino o una bambina sottoposti a forti e indiscutibili vincoli di autorità e sottomissione familiare, affettiva, emotiva, morale, sociale, pedagogica, economica, religiosa; un bambino o una bambina incapaci di esprimersi, impossibilitati a farlo (come, per esempio, un bambino gravemente handicappato), comunque non creduti o non credibili qualora dicano o rivelino qualcosa.

Tutte queste considerazioni non possono non portare ad alcune considerazioni molto rilevanti. Se è vero che di per sé non c’è un rapporto diretto tra celibato e pedofilia, è altrettanto vero che – come si è detto – il Sé della personalità pedofila non agisce se non in ambienti che avverte e vive come totalmente sicuri. Per questo la presenza della sua azione è sempre segno che la famiglia, il luogo, l’ambiente, la struttura o l’istituzione, all’interno dei quali la pedofilia è praticata sono di fatto percepiti e percepibili dal Sé della personalità pedofila come sicuri e/o assolutamente non a rischio. Si tratta di ambienti familiari o di contesti ambientali nei quali la pedofilia è praticata in modo più o meno tacitamente accettato o tradizionalmente subito come abituale, di fatto non contestato. Non necessariamente si tratta di famiglie o di contesti ambientalii culturalmente o socialmente degradati; quasi sempre, invece si tratta di famiglie e di contesti ambientali caratterizzati da dinamiche incestuose per lo più coperte e non necessariamente consumate fiscamente. Spesso le dinamiche patologiche e disfunzionali che da generazioni caratterizzano tali famiglie e tali contesti ambientali subiscono, coprono, rimuovono o negano la stessa presenza del fenomeno, per cui la vittima delle attenzioni pedofile non soltanto non è tutelata, ma, qualora trovi la forza o la possibilità di dire quanto sta subendo, non viene neppure creduta e, purtroppo quasi sempre, viene accusata di inventarsi le cose e di essere – lei, la vittima – un folle, che colpevolmente accusa persone del tutto innocenti. Il che contribuisce, oltre che a isolare gravemente la vittima, a destabilizzarla sempre più, in una inaudita spirale di violenza psicologica, dalla quale è molto difficile potere uscire e non subire danni sempre più gravi.

2 Comments

  1. Caro Gigi,

    oggi ho sentito una frase che è caduta come un fulmine in quei cieli che apparentemente sembrano azzurri, e che ti sorprendono quando pensavi di ritrovarti al sole e non in un temporale improvviso.
    Stavo facendo colazione in compagnia di due persone, che conosco. Sul tavolino del bar c’era La Repubblica odierna, e abbiamo visto l’articolo che riportava la vicenda dell’adolescente che ha denunciato gli abusi, subiti da anni da un “amico” di famiglia, filmando gli abusi stessi. Non so se ha letto l’articolo (ma penso di sì). Solo dal titolo ho provato subito una grande tristezza per quella bambina e il calvario che ha attraversato da sola e che attraverserà ancora, e un sentimento che non so descrivere ma credo di empatia per il coraggio, la forza e il dolore che ha avuto. Deve essere stato terribile per lei. Tutto.
    La frase che mi ha colpito, e non in positivo (sebbene capisco he il suo autore la diceva in positivo, tra l’altro dispiaciuto pure lui per la vicenda), frase detta come reazione davanti al titolo dell’articolo e alle prime righe lette velocemente, è stata: “volere è potere”.
    ma come?! Non è un pò troppo semplice? Forse chi l’ha detta voleva sottolineare la forza di questa ragazzina. E sicuramente è stata forte. Ma non è allo stesso tempo semplificare un pò tutto? non è forse come dire: se non denunci è perchè non vuoi? Quindi non puoi? Non è ribadire il fatto che in quella poltiglia dell’abuso sei da solo e da solo devi uscirne? Allora condanniamo tutti quelli che questa forza non ce l’hanno. E allo stesso modo è come dire a questa ragazzina: “brava! ti sei mossa da sola, continua a stare da sola che ce la fai”.
    Ma per quanto tempo ancora deve essere condannata a stare da sola?!
    Alla frase-fulmine è stata aggiunta una cosa che non ho ben colto, ma che considerava il fatto che chi questo “volere-potere” non l’ha, è perchè si trova in una situazione per cui non può averlo.
    Anche questa mi sembra una condanna.Forse non bisognerebbe “creare” queste situazioni? O aiutare le persone a crearle insomma. possibile che tutto “è” o “non è” e non ci si può far niente?
    Questa sera ho letto l’articolo de La Repubblica per intero, e ho ricercato sul suo sito i suoi interventi sulla pedofilia.
    Questa ragazzina non ha parlato inizialmente coi genitori, ma a scuola con amiche ed insegnanti, senza parlare di sè ma di una “sua amica”. Il giornalista scrive, rispetto alla scuola,: “avevano capito che parlava di se stessa”. Ma..?! Nonostante questo, l’azione è partita dalla vittima. Da sola. Ancora da sola. Possibile che tutti avessero le mani a tappare le orecchie? E se è vero che a convincerla è stata un servizio televisivo, non è un’ulteriore testimonianza di quanto questa ragazzina sia stata lasciata sola? Se è la tv che ti parla e in qualche modo sembra essere la sola ad ascoltare quello che tu dici, in più quello che tu hai già detto a persone in carne ed ossa, ma evidentemente più sorde di una tv, non è terribilmente triste? Nell’articolo si parla del filmato come arma che “inchioda” il pedofilo. Ma cosa deve essere costato a quella ragazzina schiacciare il tasto rec ed essere consapevole che in quel filmato veniva immortalata anche lei? Deve essere stata una decisione enormemente coraggiosa e difficilissima e sofferta. Eppure ho l’impressione che non emerga questa cosa, che il lettore dell’articolo non ci pensi.
    Non so se il mio pensiero riesce a farsi chiaro, forse sono troppo arrabbiata perchè ciò avvenga.
    Quello che penso è che non sempre volere è potere, o meglio è una scorciatoia che si prende per trovare un lieto fine. Penso che in questa storia il “volere” urlava già a squarciagola quando la vittima parlava a scuola. Perchè allora il “potere” non è scattato di conseguenza? Forse perchè chi era testimone dell’urlo non ha voluto ascoltare? Il potere per ascoltare c’era però. Ma non è stato usato.
    A questa ragazzina va tutta la mia ammirazione per la sua forza, tutta la tristezza per tutto quello che ha vissuto, e tutta la speranza che possa incontrare chi è capace di tenerla per mano con vero amore, chi è capace di considerarla e ascoltarla come persona degna di vivere la vita. E vivere la vita deve essere un diritto, ancora prima del volere e del potere.
    Non so come chiudere questo sfogo.
    E’ tardi, vorrei che questa sera ogni bambino ricevesse l’abbraccio della BUONA notte, così che il suo giorno possa essere migliore.

    Elena

    • Grazie, Silvana.


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