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Monthly Archives: marzo 2010

Quando al primo posto ci sono il lavoro, il potere, l’affermazione sociale di sé, allora la donna e l’amore perdono sempre più senso e significato; finiscono con l’essere un peso da sopportare, un ostacolo da eliminare o aggirare, un problema da risolvere, un prezzo da pagare, una ossessione da evitare o da subire, un dovere o uno sfogo da soddisfare il più sbrigativamente possibile.

Quando al primo posto c’è l’amore per la propria donna, allora il lavoro diventa il luogo e il tempo della comunicazione di sé, della attesa di ogni alterità, della complessità che arricchisce, della possibilità che libera. Né la altre donne contano, perché nella propria donna trova senso e significato “la” donna. Ogni altra femminilità si rifrange nel cristallo preziosissimo della sua unicità; e soltanto in lei può essere colta e amata.

I disturbi d’ansia (attacchi di panico, agorafobia ecc.) sono di per sé problemi non medici, ma psichici. Dispiace perciò notare l’estrema disinvoltura diagnostica e la sbrigativa scelta terapeutica con cui molti medici affrontano casi, di cui non hanno né possono avere appropriata competenza, spesso liquidando il problema con la prescrizione di qualche ansiolitico, senza neppure ventilare la prospettiva di un approccio psicoterapeutico.

Quanto poi all’approccio psicoterapeutico, è utile ricordare che, quasi sempre, il disturbo d’ansia copre disturbi o nodi problematici più profondi.

Il disturbo d’ansia di per sé riguarda l’area della nevrosi, quindi di solito rappresenta una patologia meno profonda di quelle riguardanti l’area borderline (i Disturbi di Personalità) o l’area psicotica (i disturbi dissociativi, le psicosi, le depressioni gravi, la bulimia, la anoressia, la schizofrenia). Ma in molti casi il disturbo d’ansia è solo la punta dell’iceberg di una ben più complessa strutturazione di personalità, deficitaria a livello molto profondo, che soltanto il terapeuta clinico di grande esperienza sa individuare e curare.

L’esperienza clinica mi dice quanto più spesso siano le donne a presentare i disturbi d’ansia come copertura di problematiche e patologie psicotiche anche gravi, che possono prima o poi manifestarsi con virulenza drammatica, che spesso coinvolgono i figli in azioni o dinamiche di rischio non sottovalutabile. Per questo, di fronte a un disturbo d’ansia è opportuno individuare e intervenire il più precocemente possibile, senza superficialità, non trascurando alcuna ipotesi diagnostica, rivolgendosi subito a un clinico di piena competenza e collaudata esperienza.

Trattare un disturbo d’ansia, senza né intuire né curare ciò che questo disturbo può coprire, significa correre rischi molti gravi: può ulteriormente rafforzare e aggravare le difese psicotiche oppure può farle saltare in modo incontrollato, con esiti difficlmente recuperabili.

 

 

sempre sei tu

la mia sola bambina

piccola e cara e unica e bella

 

 

sempre sei tu

che corri incontro

al ritorno la sera

 

 

e ancora di più

con l’anima rincorri

al mattino

all’uscita da casa

 

 

di sotto in su guardi

rubi il respiro

in te lo tieni fino a sera

 

 

quando

nel bacio

me partorisci

alle nostre notti

in-vidiate dai cieli

 

 

 

Ne ho scritto a lungo nel mio libro La tenerezza dell’eros. Il fasciatoio è luogo e tempo formidabili: lì si giocano imprinting decisivi per la costituzione e la strutturazione della personalità, preparandone e suggerendone i comportamenti. Non solo. La relazione d’amore riprenderà le stesse modalità relazionali che quell’individuo da bambino/a ha vissuto sul fasciatoio nella relazione di accudimento con la propria mamma.

Un esempio. Ancora privi di parola, il bambino o la bambina richiamano l’attenzione della mamma, perché stia presente e attenta sempre più e sempre meglio, continuando a stare con loro e per loro. Come?

L’attenzione di qualsiasi essere umano è sempre attivata prima di tutto e soprattutto da ciò che è diverso e nuovo (è ciò che i pubblicitari chiamano il plus di un prodotto: quella caratteristica che, differenziandolo dagli altri, rende unico e riconoscibile quel prodotto). Ne consegue che la madre – consciamente o inconsciamente – “vede” come prima cosa la differenza più evidente del proprio bambino.

Se questo è un maschio, in particolare il primogenito maschio, lo sguardo materno, consciamente o inconsciamente, “vedrà” prima di tutto il pisello del maschietto, soprattutto del primo maschietto, cioè il suo plus. Per questo i maschietti, come primo richiamo dell’attenzione materna, che induca la mamma a re-stare (cioè a “continuare a stare”) sempre più o meglio presente e attenta, attivano l’erezione del pisellino; in tale modo – per dirla con i pubblicitari – evidenziano il plus . Soltanto se la mamma, per propri problemi, non risponde a questa modalità di richiamo, il bambino non la attiverà, inibendola e/o passando ad altre modalità di richiamo. Anche per la selezione delle modalità di richiamo, dunque, il bambino si adatta al tipo di risposta materna.

Se sul fasciatoio c’è una femmina, che è “come” la propria mamma, la bimba dovrà attivare modalità di richiamo d’attenzione più articolate e complesse, che – all’interno della comune femminilità – la rendano attraente e sempre più sé stessa agli occhi della mamma. Di solito queste modalità sono giocate su una valorizzazione della espressione di suoni e di movimenti del viso e del corpo molto più abile, sfumata e ricca di quella solitamente propria del maschio. Per questo, a mio avviso, le femminucce parlano prima e meglio dei maschietti (è molto raro trovare bambine che balbettano, parlano poco, male o in ritardo), hanno una più articolata ed espressiva mobilità del viso e del corpo e sono molto più attente alla lettura e alla interpretazione dello sguardo e della personalità della madre. Se una donna non ha attivato e bene strutturato queste capacità espressive, significa che il rapporto con la madre sul fasciatoio non è stato adeguato o addirittura è stato carente o problematico.

Quindi non mi pare affatto una forzatura affermare che da un lato la capacità di espressione fonetica prima e verbale poi, dall’altro la capacità di mobilità gestuale del viso e del corpo stiano alla femmina quanto l’erezione del pisello sta al maschio. “Servono” come prima, antica e più collaudata modalità del richiamo di attenzione.

Di qui vengono alcune caratteristiche solitamente femminili:

  • la parola non serve soltanto per comunicare qualcosa. In quanto richiamo di attenzione, richiede soprattutto di essere ascoltata attentamente. Prima del problema o dei contenuti che dice, quella parola è presenza di una persona, è la persona, l’anima di quella persona, la sua unicità, la sua bellezza che chiede di essere vista, riconosciuta, amata più di ogni altra e come nessun’altra può esserlo. Prima di chiederti di fare qualcosa per lei, la parola di una donna ti chiede di essere con lei, di vedere lei, di accogliere lei, la sua unicità femminile, il suo esserci, il suo attenderti, il suo aspettarti, il suo mondo di interiorità, il suo viversi attimo per attimo, il suo sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare come nessuna altra donna sa sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare. Ogni parola di donna è il parto di una gravidanza che ti chiama al riconoscimento della intera gestazione, in tutte le sue mille e mille sfaccettature, in ogni sua irripetibile e unica e inimitabile identità;
  • il muoversi del suo viso, del suo collo, del suo busto, del suo bacino. delle sue gambe, di tutto il suo corpo non serve soltanto – come banalmente e riduttivamente crede la maggior parte degli uomini – per sedurre o per “ottenere” qualcosa. È, prima di tutto, la danza poliedrica e fantasmagorica del suo esserci: come persona unica, come storia straordinaria, come irrinunciabile inizio di cammini e mondi che soltanto lei è e può essere, che nessuna altra donna sarà né potrà mai essere.

Quando due donne amiche parlano tra loro, è come se ripetessero tra loro l’esercizio che una figlia e una madre solitamente fanno e dovrebbero potere fare sul fasciatoio. Celebrano il merletto preziosissimo e soficastissimo della reciproca attenzione delle presenze e delle anime, della reciproca articolatissima lettura del sentimento e dell’emozione. È una celebrazione che, al tempo stesso, è esercizio di linguaggio amoroso, è attesa e speranza di una attenzione complice e complessa, quale sperano possa esserci domani tra loro e la persona che amano.

Purtroppo per la maggior parte dei maschi il gioco stupendo della richiesta d’attenzione si esaurisce e limita al “fare sesso”, come se l’erezione del pisello fosse l’unica cosa che conta, l’unica condizione e garanzia dell’amore: per loro le parole di una donna sono soltanto chiacchiere, il suo femminilissimo muoversi sono inutili, noiose, ritardanti moine. Non sanno il tesoro di comunicazione che hanno di fronte. Non colgono il dono del prodigioso mondo promesso e banalmente lo stuprano nell’ignoranza dell’ascolto e dell’accoglienza. E così perdono l’amore, la bellezza e, soprattutto, la persona che li ama, la sua unicità, la sua anima.

Si cercano miracoli. Si implora per ottenerli. Si usano come “prove” per le santificazioni. E poi ci si dimentica che già li viviamo e che già li siamo. Basta guardare le stupende stalattiti e stalagmiti delle nostre interiorità e delle nostre complessità, i cieli delle nostre giornate, gli occhi dei nostri incontri. Stamattina un bacio di Rosi valeva mille Lourdes.

E poi chi l’ha detto che sia un miracolo guarire da qualche malattia? Prima di lamentarcene e di chiederne la miracolosa guarigione, perché non proviamo a viverla come il sentiero prodigioso che può donare noi a noi stessi, agli altri, al mondo, a Dio? Anche quella che noi chiamiamo malattia, può essere un miracolo da vivere e da donare, magari proprio a Dio. Vivere è essere l’arte del miracolo, la presenza del suo stupore. La morte stessa può essere vissuta come il grande miracolo della presenza e dell’incontro.

Dio non ha bisogno di santuari o di santi più o meno patentati per creare il miracolo. Nè ne abbiamo bisogno noi per essere miracolo.

Solo l’uomo può illudersi di essere sé stesso soltanto nella dimensione dell’identico, cercare di produrre l’identico, credere – con follia omicida – di omologarsi’all’identico e di essere l’identico. L’uomo giunge così a rendere norma e legge l’identico, a dire e pensare che la diversità è reato, colpa, vergogna.

Dio è identità nella diversità, crea creature tutte tra loro diverse, sempre diverse, divinamente diverse, gioiosamente diverse. Nel soffio di Dio non c’è creatura e non c’è uomo se non nella unicità irripetibile della diverstà, che parli di quella creatura e di quell’uomo come in-segnati dal prodigioso gusto divino della diversità.