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una anoressia non affrontata

 

Quando aveva quattordici anni, Caterina cadde in anoressia. Calò di peso molto più del quindici per cento del peso iniziale (è questo uno dei due parametri sintomatici diagnostici usuali dell’anoressia restrittiva) e perse per alcuni mesi le mestruazioni (l’amenorrea è l’altro parametro sintomatico diagnostico, il più importante). Avvenne in coincidenza con il primo vero ostacolo sociale che dovette affrontare facendo leva unicamente sulle proprie forze (situazioni di questo tipo costituiscono l’esordio tipico di molti disturbi soprattutto di area psicotica; di frequente l’esordio di molte anoressie, bulimie e psicosi coincide con il primo vero impegno sociale e/o con il primo vero allontanamento da casa, per esempio per un viaggio di studio all’estero). Caterina aveva iniziato a frequentare una scuola di formazione professionale, che metteva le allieve di fronte a situazioni di grosso disagio emotivo, difficile da superare senza un adeguato supporto affettivo ed emotivo in famiglia, cosa che lei non aveva. La difficoltà fu ancora più insostenibile, perché in quella esperienza Caterina aveva investito tutto il proprio desiderio di riuscita: sperava che la madre, tutta presa dal fratello maschio secondogenito, si accorgesse finalmente di lei, ancora la vedesse e la guardasse, ponendola al centro della attenzione, come quando il fratello non c’era.

Non solo la madre non si accorse delle difficoltà di Caterina, ma entrambi i genitori non si accorsero neppure della sua anoressia, né tanto meno provvidero ad aiutarla con una adeguata psicoterapia sua e loro. Anzi trassero motivo dai disagi di Caterina per svalutarla ancora di più, cosa che senz’altro aggravò la dinamica psicotica di Caterina.

Oggi, a più di quarant’anni, con i figli adolescenti, Caterina è ripiombata nel suo problema. I sintomi non sono più strettamente anoressici. Il suo problema oggi si manifesta con una specie di bulimia sessuale: Caterina non può fare a meno di farsi abbuffate sessuali con un uomo scelto proprio per la sua virilità brutale, rozza, ossessiva, fondamentalmente auto-erotica, quindi incapace di una vera relazione d’amore. Quella di Caterina è una tremenda dipendenza compulsiva, inconsciamente tesa a colmare quel buco d’angoscia (vedi ” Bulimia e Anoressia come processi psicotici curabili solo con la psicoterapia sistemica  “) che l’anoressia non affrontata ha lasciato nella sua anima e che con il tempo si è ulteriormente approfondito: quando esplode, il bisogno di colmare l’angoscia agisce come la crisi d’astinenza per un drogato, così che lei non può sottrarsi all’ennesima abbuffata sessuale. In quei momenti le pesa tutto: la casa, i figli, il marito le diventano insopportabili; vorrebbe non averli; la casa resta in disordine; il frigorifero vuoto; i fornelli spenti; se il figlio ha un esame difficile, lei se ne va in vacanza senza neppure pensare a come sta il ragazzino; fa lei la ragazzina vestendosi con improponibili look che lasciano ben poco all’immaginazione e che creano imbarazzo sia al marito che ai figli. Quando poi, improvvisamente (sempre negli psicotici il passaggio dal prevalere di una parte del Sé all’altra è brusco e repentino, apparentemente non comprensibile) riemerge l’altra Caterina, allora di nuovo riaffiora la bambina che teme la solitudine, la donna fragilissima che non vuole rinunciare al marito e che ha – lei – bisogno dei figli. Ma sono attimi sempre più brevi e destrutturati.

Il marito fa molta fatica a comprendere la situazione; gli è più facile leggere il tutto come un comune fatto di corna coniugali; non riesce ad accettare il fatto che nelle attuali condizioni Caterina non è in grado di vivere un’adeguata vita di coppia né coniugale, né genitoriale. Del resto è innamorato di Caterina ed è molto legato ai figli. Solo ora, dopo qualche mese, comincia ad avvertire un poco la gravità del problema: il disagio dei figli del resto comincia ad affiorare inequivocabile, con segni che dicono quanto in quella casa manchino sia una figura materna identificabile, sia una coppia vera anche soltanto sotto l’aspetto genitoriale. Non sapendo del problema della madre, i figli, abbandonati a loro stessi, restano confusi: vivono la propria confusione come dovuta a loro; vivono la propria sofferenza ciecamente, sentendosi loro colpevoli di una madre che non c’è, di una coppia indecifrabile, di una casa senza anima.

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