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Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

uno psicotico si può innamorare?

 

Se per “psicotico” si intende lo psicotico grave, quello che ha già subito pesanti scompensi, quello che vive un ritiro massiccio dalla realtà, quello che già presenta i cosiddetti “sintomi positivi” della psicosi, cioè il delirio e l’allucinazione (la loro permanenza per un periodo di sei mesi fa scattare la diagnosi di schizofrenia), allora occorre dire che non ci sono le condizioni dell’innamoramento.

Come può un Sé in difesa, tutto arroccato nell’evitamento di ogni incontro e confronto con l’alterità, diffidente di fronte a qualsiasi parola, paranoide davanti a ogni sguardo, come può in-amorarsi, cioè “entrare nell’amore”, “sprofondarsi nell’amore”, “lasciarsi andare all’amore”? La psicosi impedisce ogni lasciarsi andare, lo teme come il peggior nemico, impedisce che possa mai accadere, controlla ossessivamente ogni sua imprevista evenienza, rifugge da tutto ciò che comporti l’affidarsi, il mettersi nelle mani e nella iniziativa dell’altro. Un partner può essere accettato solo se è funzionale al sistema difensivo e paranoide dello psicotico, rafforzandolo ulteriormente. Ma, allora, questo non è amore. Questo – nel suo tragico estremo – sono Olindo Romano e Rosa Bazzi, i due coniugi di Erba che hanno fatto strage dei loro vicini di casa: l’un partner consolida e conferma la paranoia dell’altro; uniti sentono ancora di più gli altri come nemici, li avvertono e vivono come aggressione confusa, minacciosa, incontrollabile; alla fine li uccidono, così da impossessarsi magicamente di loro controllandoli per sempre. Quello di Olindo e Rosa non è amore. È folie à deux, “follia a due”, pazzia condivisa, alleanza necessaria di fronte alla minaccia panica, a ogni minaccia, a tutte le minacce. Non è amore; è rifugio nella fusione. È sistole fusionale che nega ogni diastole alla vita. Nulla più della fusione dà l’illusione dell’amore. Nulla più della fusione nega l’amore. La fusione nega la relazione. L’amore è relazione, è il suo danzare continuo, il suo inesauribile lasciarsi e riprendersi, fidarsi e affidarsi, vivere e lasciarsi vivere, identificare e lasciarsi identificare. Fusione invece è labbra troppo vicine perché possano parlare, occhi troppo appiccicati perché riescano a vedere, respiri troppo esproprianti perché permettano di emozionarsi e di vivere, identità troppo sovrapposte perché possano esistere. Relazione è lasciarsi dire nel gusto della parola giocata e rigiocata, è lasciarsi guardare guardando e riguardando; è anima d’emozione, sintonia con i respiri del mondo; è identità sempre nuova, riproposta, sempre d nuovo interrogata e provocata.

Certo, non sappiamo che cosa esattamente il lettore intendesse per “psicotico”, quando ha cliccato la domanda su Google. A modo suo, “psicotico” è anche ciascuno di noi, quando il suo Sé comincia a chiudersi un po’ troppo, a temere l’altro più che a desiderarne l’incontro, a evitare il confronto con gli altri più che a cercarlo e a viverlo come risorsa. Se tutto questo non riguarda le strutture profonde e arcaiche del Sé, ma è solo un processo di chiusura momentaneo, allora non solo lo “psicotico” può innamorarsi, ma è un bene, una fortuna che gli accada. Se tutto questo riguarda il Sé di un individuo che esca da un sistema familiare plastico e vivo, disposto ad accogliere, confermare e festeggiare l’innamorarsi, allora anche il più timido degli innamoramenti è evento non solo possibile, ma positivamente probabile.

Come si è già detto in questo sito, la psicosi è non uno stato, ma un processo di progressivo e difensivo ritiro dalla realtà e dal confronto con la alterità, processo che, prima di essere problema o patologia dell’individuo, è problema o patologia dell’intero sistema familiare o, per dirla con Mara Selvini Palazzoli, dei suoi “paradossi” e dei suoi “giochi psicotici”. La domanda del lettore, allora, ne presuppone altre ben più impegnative a monte: che sistema familiare c’è alle spalle dell’individuo che si innamora?, i sistemi familiari patogeni permettono l’amore?

Nel post di ieri ho parlato di neandertalizzazione della famiglia. Indicavo con ciò il tentativo ormai epidemico di bloccare la famiglia su se stessa, quasi fosse un uovo che, invece di aprirsi e lasciare uscire le nuove generazioni, si trincera nel proprio durissimo infrangibile guscio, come una matrioska familiare invalicabile, che non partorisce mai i figli. L’amore in queste famiglie e per queste famiglie diventa sempre più raro, difficile, spesso ha tragico o combattuto destino. Aumentano invece a dismisura le dinamiche incestuose, le violenze e gli abusi intrafamiliari. La sessualità si viene fissando o sulla polarita del progressivo disinnesco da ogni significativo vissuto emozionale e affettivo o sulla polarità dell’espressione “sporca”, “bestiale”, incapace di bastare a sé stessa: da un lato una sessualità asettica, di routine, “santa”, “pura”, apollinea, svuotata di passione; dall’altro una sessualità febbrile, ossessiva, da sballo, bacchica, orgiastica, caricata di frenesie mai capaci di vera intimità e continuità. La procreazione e la genitorialità tendenzialmente si riducono, diminuiscono; se ci sono, vengono comunque agite all’interno di dinamiche troppo spesso reattive o strumentali: come bisogno e autoaffermazione del genitore, come pretesto per esistere o per negare di esistere (identificandosi nel bimbo abortito, sotto sotto si abortisce sé stessi), come alternativa alla noia, come alibi della irresponsabilità, come lasciapassare “per scappare di casa” (o per illudersi di farlo), come omologazione (“perché lei sì e io no?”), come paura di non poterlo poi più fare (“se non lo faccio adesso, dopo i quaranta non lo posso più fare”). Meno ancora che all’amore, ben raramente ci si lascia andare alla genitorialità. La si teme, controlla, programma, decide, abortisce, procura, esige, adotta. Tutto pur di non viverla davvero.

Olindo e Rosa hanno come loro unici tragici figli da un lato la loro paura della realtà e della vita, dall’altro il bambino da loro ucciso che, nell’omicidio, hanno fatto proprio per sempre insieme alla maternità della sua mamma (per questo penso che il coinvolgimento di Rosa sia stato ancora più follemente condizionante e determinante di quello di Olindo). Chi uccide, tragicamente possiede per sempre, non importa se nella rozza rituale magia di un delirio.

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2 Comments

  1. molto interessante, grazie!

    • Grazie a te, Silvia.


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