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Incapacità di cambiamento e stallo di coppia come fattori di prognosi negativa

Per chi, come me, parta da un’ottica terapeutica sistemica, il più importante fattore di prognosi positiva (cioè di previsione di piena guarigione o di significativo miglioramento) è la plasticità del sistema: quanto quella famiglia sia in grado di vivere un vero cambiamento, di mettersi in discussione, di affidarsi al terapeuta modificando sotto la sua guida le relazioni familiari, assumendo nuove e più articolate e piacevoli modalità relazionali e comunicazionali. Quando il quadro iniziale del sistema familiare rivela la mancanza di una sia pure minima capacità di cambiamento delle relazioni interne, è sconsigliabile la presa in carico.

A decidere della reale possibilità e disponibilità di cambiamento, non basta che qualcuno dei membri del sistema familiare si dica o si senta disponibile al cambiamento. Occorre che sia disponibile il sistema come tale. Soprattutto in presenza di disturbi di area psicotica (per esempio l’anoressia e la bulimia), non basta che la persona indicata come problematica dal sistema sia lei disponibile a cambiare, magari l’unica disponibile, magari l’unica a chiedere l’intervento. Quanto più il gioco delle relazioni familiari è rigido, tanto più il sistema impedirà ogni vero e profondo cambiamento, prima di tutto lo svincolo della figlia o del figlio problematici. È come se il sistema non potesse reggersi senza la permanenza del problema; può permettere qualche cambiamento temporaneo o parziale, purché questo non modifichi la struttura di fondo del gioco relazionale. A parole il sistema dirà di volere che il figlio o la figlia stiano bene, ma nei fatti impedirà ogni vero radicale cambiamento, per cui puntualmente, di fronte a ogni mossa di svincolo e di presa di autonomia del figlio o della figlia, troverà il modo di svalutare o di annullare quella mossa, risucchiando il figlio o la figlia nel gioco familiare e nella dipendenza. Il sistema può guarire e, quindi, fare guarire solo affidandosi a una seria terapia sistemica (ricordo ancora una volta che l’unica autentica terapia familiare è quella sistemica; perché ci sia terapia familiare, non basta convocare i genitori con maggiore o minore frequenza; occorre che l’ottica delle convocazioni, non importa di chi, sia sistemica). A dare, più di ogni altro aspetto, rigidità al sistema familiare è lo “stallo” della coppia dei genitori: quando questa coppia non sa né davvero sposarsi né davvero lasciarsi, si bloccano i giochi, ci si trincera dietro la genitorialità, magari mitizzandola o enfatizzandola o dandole significati religiosi che non ha, di fatto affermandola come l’unica reale identità della coppia: è come se la coppia dei genitori non potesse fare a meno dei figli e del loro restare in toto o in parte nella condizioni di figli; è come se dovesse continuare a tenerli in una dipendenza economica, abitativa, affettiva, professionale, ecc., salvo puntualmente vivere e presentare tale dipendenza non come la conseguenza del loro stallo, ma come “il” problema; non come la conseguenza della loro incapacità e della loro patologia di fondo, ma come la causa – “poveretti!” – della loro sofferenza. È un drammatico e patogeno rovesciamento di posizioni: “a soffrire davvero – paiono dire per esempio i genitori di un’anoressica – siamo noi, non nostra figlia, lei basta che mangi, noi con mille sacrifici non le facciamo mancare nulla, è lei che è fissata e che ha buon tempo”. E intanto, in tale modo, continuano a svalutare la figlia, a mantenerla figlia, a volerla per sempre figlia, così che loro, restando per sempre genitori, non debbano tornare a fare ciascuno i conti con la propria incapacità di essere marito e moglie, uomo e donna, maschio e femmina: “che contano poi il sesso o l’amore? Sono solo cose per chi ha buon tempo, non per noi che lavoriamo e soffriamo così tanto”.

 

 

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