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La goccia e il crinale

 

 In fondo, la sua vita era tutta lì. Era l’attimo eternamente presente della goccia indecisa. Capitava una volta su miliardi, ma a lei era davvero successo. Nel cadere dal cielo, si era trovata esattissimamente sulla perpendicolare: di qui sarebbe diventata l’enorme pancia del Brasile, di là le frastagliate e nervose coste che si affacciano sul Pacifico. Erano pochissime le gocce che potevano scegliere dove cadere, chi diventare, che vita eleggersi: quella del grande fiume che di ansa in ansa per migliaia di chilometri si rende grave di saggezza e di visioni, si arricchisce di racconti ascoltati e di incontri da raccontare; oppure quella rapida, torrentizia, vertiginosa che, prima che te ne accorga, si fa subito oceano, l’anonimo oceano fluttuante nelle sue ampie maree, ritmate come l’ andare d’un ubriaco.

Si chiedeva perché proprio lei dovesse essere l’eccezione. Non poteva, da goccia qualsiasi, cadere dove paresse al vento o sciogliersi tranquillamente là dove si era deposta madre neve? Perché, perché essere quella rarissima goccia che cade esattissimamente sulla perpendicolare? Le altre gocce erano solo gocce, né a loro mai sarebbe richiesto d’essere altro che gocce. Lei, no: era una goccia buridanescamente e tragicamente indecisa e responsabile. Eppure, ironia delle cose!, qualunque fosse la sua decisione, poi, una volta deciso, il suo destino sarebbe stato di essere goccia tra le gocce, né le altre gocce mai avrebbero ascoltato o capito la storia di quel suo attimo unico e per loro così incomprensibile.

Per questo erano giorni e millenni che se ne stava lì, appoggiata sul crinale della grande cima, in quello straordinario equilibrio che solo le gocce e le indecisioni e le responsabilità sanno dare e che forse, talora, meglio sarebbe chiamare paralisi. Se ne stava lì, restava nel dramma solitario della libertà e della decisione; se si fosse lasciata cadere a destra o a manca, avrebbe sì avuto due avventure, due esistenze, l’una tanto diversa dall’altra, ma si sarebbe anche condannata ad una convivenza assurda con gocce ignare ed ignave, che come pecore passive scendevano non importa come, non importa a quale mare od oceano, non importa con quale velocità o freschezza, non importa se riflettendo foreste millenarie o schizzando su rocce che nessuna goccia avrebbe mai scalfito.

Poteva anche fermarsi lì per sempre. E forse questa ipotesi più di ogni altra la faceva innamorare. In fondo perché decidersi, perché “cadere”, perché confondersi, perché diventare identica lei che era così statisticamente diversa? Se c’era un punto unicissimo, che potesse garantire l’equilibrio ad una goccia caduta esattissimamente sulla perpendicolare del displuvio, perché non restarvi? Non poteva essere proprio quello il suo futuro: quello di essere per sempre nell’attimo immobile della decisione? Non era eternare la  responsabilità? Non era incarnare la libertà in una carne incorruttibile come sa esserlo la carne di una goccia?

Poi, a pensarci bene, non era sola. Il punto di contatto c’era. Era un punto, proprio un punto, così puntuale, da essere astratto ed immateriale come quello di Euclide: senza spessore, né reale contatto, se non quella castissima vicinanza tra due castissimi immateriali sfiorarsi. Eppure – si sa quanto sanno essere pesanti le rocce! – ciò bastava a rendere insistente quel crinale tagliente, smunto ed essenziale come il filo della più sottile lama di rasoio che fantasia possa mai concepire. Affilato sì, ma sempre roccia. Dapprima, narcisista dell’ultima ora, il crinale si era compiaciuto di potersi finalmente rispecchiare anch’egli come una comune roccia di torrente o un levigato sasso di fiume. Ne era estasiato: la goccia, stando lì, gli permetteva, tanto eternamente quanto eterna fosse la sua indecisione, di evitare la triste ed umanissima sorte dei crinale: diventare polvere erosa dal vento, polvere nata non da stelle cadute e disperse nelle atmosfere dei pianeti, ma misera polvere sbattuta dalla tormenta che l’ha generata. E, poi, fin che la goccia stava lì, il crinale, nella goccia, si vedeva raddoppiato e capovolto, diventava pluralità, base, mondo, lui che era stato solitudine, vertice, esilio. E si era innamorato, davvero, era proprio cotto. Gridava ai venti di non insistere, anche se sapeva – la goccia, rassicurandolo, glielo aveva pure detto – che con l’astrattezza delle perpendicolari e dei punti i venti nulla possono. Diceva alle nubi di non fare cadere altre gocce che potessero, chissà come, premere sulla sua straordinaria amica. Cantava, persino, sperando, lui così anoressico, di alimentare di speranza il proprio cuore.

Ma, dopo un poco, il crinale era diventato indifferente. Anche se in cima, là in cima che più non si può, il crinale non poteva altro che essere quel nulla che ogni confine è, specie se è confine di roccia. Come può un confine innamorarsi davvero? E di chi? Se si innamora o dell’uno o dell’altro non è più confine, ma accoglienza, carezza, patria, terra. Ed un crinale non può essere né terrà né patria, meno che meno accoglienza e carezza. E così il crinale, dopo un timido, meccanico bacio alla sua goccia, se ne dimenticò; e, se qualche volta si ritrovava sdoppiato in essa, accusava l’età o l’ebbrezza, che sempre, diceva, i venti gli procuravano.

E la goccia si sentiva di nuovo meglio. Era già difficile da goccia normale sopportare un narciso innamorato, figuriamoci da goccia così.

 

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