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Monthly Archives: novembre 2009

Chi ha subito un danno senza poterlo adeguatamente elaborare, alla fine sarà lui a danneggiare gli altri, più di quanto egli abbia subito e sofferto. Vale per gli individui, per i gruppi sociali, per intere culture, in una tragica inversione di ruoli che fa della storia e delle vicende umane un rifluire ostinato di dolori senza fine, a parti invertite. Le antiche vittime sono ora i nuovi persecutori, ancora più crudeli degli antichi: scaricano sulle nuove vittime il rimbombo devastante delle proprie ferite mai guarite e mai riscattate, soltanto in apparenza dimenticate, in realtà solo rimosse o negate (cioè lasciate vivere negli anfratti patologici dell’anima).

Pensavo a questo riflettendo sulle crudeltà che per esempio gli ebrei d’Israele di frequente infliggono al popolo palestinese, sfrattato dalla propria terra, da ormai tre generazioni sul”orlo della estinzione.

Pensavo a questo guardando l’assurdità di molta gente delle della mia terra bergamasca, per secoli e secoli crocefissa da miserie, da emigrazioni, che hanno lacerato il tessuto sociale con frequenza e intensità inaudite, segnando l’anima di dolore spaesante. Nel mio lavoro di psicoterapeuta vedo i segni ancora sanguinanti di queste crocifissioni tanto presenti, quanto taciute o misconosciute, come di solito succede alle ferite più antiche e profonde dell’anima. Ora in questa mia gente ci sono molti tra i più intolleranti e cattivi razzisti e xenofobi, forse i più rigidi e sordi nelle discriminazioni e nella emarginazioni, loro che hanno ancora nella carne delle loro piaghe sofferenze simili a quelle che oggi producono.

Senza elaborazione delle proprie ferite, si ferisce. Senza abbraccio del proprio dolore, si toglie dall’abbraccio affogando gli altri nel dolore.

Tragicamente ci si proietta a ruoli invertiti nell’altro. Nell’altro si continua a colpire sé stessi. Nella morte dell’altro si ripete la propria morte. Forse vittima e persecutore sono a tale punto l’una dentro l’altro, che solamente l’odio può dare l’illusione della distanza e di una diversificazione che non c’è, dimenticando quanto si è fratelli.

Rita1 non riusciva a rimanere incinta. Per anni si era sottoposta all’inseminazione artificiale, ma regolarmente aveva ogni volta perduto il bambino dopo pochi giorni, con grave frustrazione assommata alla lunga sequela di visite e visite e alla lacerante esperienza della laparotomia. Il marito di Rita, un uomo con un Sé poco confermato2 e una autostima non molto adeguata, intratteneva con la moglie una relazione giocata solo sulla paura di perderla e sul controllo, non tale cioè da avviare un dialogo che potesse aiutarli in funzione strutturante e identificativa e tale da dare profondità a entrambi. La struttura di personalità di Rita presentava, d’altro lato, una certa dose di rabbia isterica aggravata da alcuni nodi di area psicotica dovuti a forti carenze nella relazione con una madre3 non molto adeguata e incapace di contenere emotivamente e affettivamente la figlia.

Rita a livello inconscio profondo presentava una percezione del Sé corporeo come di un’unica vaga e indistinta cavità, percezione tale da darle, sempre a livello profondo e inconscio, la percezione di una altrettanto vaga e indistinta sovrapponibilità dei tre orifizi (bocca, vagina, ano), che fungevano d’accesso o d’uscita nei confronti di quell’unica cavità. Non a caso Rita parlava molto e a getto immediato e continuo, del tutto incapace di tenere un segreto, un’emozione; mangiava in fretta; defecava subito e spesso, vittima di una “colite cronica”; e, come si è detto, abortiva ripetutamente, a pochi giorni dal concepimento. Era come se l’unica vaga e indistinta cavità, che a livello profondo costituiva il suo Sé corporeo, non potesse contenere né segreti e parole, né feci, né frutti di concepimento; era come se da parte di tutti e tre gli orifizi fosse impossibile trattenere i contenuti.

Con questa donna i medici da una decina d’anni imperversavano fino, da ultimo, a giungere a prognosi del tutto negative e sconfortanti circa la possibilità di portare a termine una gravidanza, non vedendo, a mio parere, che la vera radice del problema di Rita era non medica o fisica, ma psicologica e relazionale.

Bastò infatti una psicoterapia di pochi mesi, che abituasse Rita a sapere tacere, unendo il gusto del silenzio a quello della parola (sapere tacere o anche soltanto sapere rinviare nel tempo una comunicazione fu per lei una enorme, decisiva conquista), avviandola a una più equilibrata e più consaputa gestione relazionale della sua bocca e della sua comunicazione verbale. Fondamentale fu per lei la prescrizione di non dire nulla ad alcuno del contenuto delle sedute, in particolare al marito, che, controllante, voleva sapere ogni cosa, e alla sorella, suo vero e proprio alter ego.

Rita scoprì il gusto di “tenersi dentro”4 qualcosa, tenendolo almeno per un po’ tutto per sé, senza buttarlo fuori subito; scoprì il gusto di potere elaborare dentro di sé le cose che “si teneva dentro”, di poterci ragionare su per una settimana intera prima di poterne riparlare con me in seduta. Questo le diede il gusto della propria intelligenza e della propria ragione e soprattutto le diede la percezione e il vissuto in un primo tempo della seduta terapeutica e in un secondo tempo di sé stessa come di una cavità definita, trasformante, piacevolmente elaborante, capace di “tenere dentro” e di “fare proprio”. Corollario non insignificante, il marito dovette, a sua volta, imparare a elaborare nuove tecniche relazionali con la moglie, cominciando a sostituire gli abituali interrogatori controllanti con approcci più rispettosi e più capaci di attenzione e ascolto, più mirati a cogliere le intenzioni di Rita che a carpirne le informazioni (in parallelo la psicoterapia lavorò sull’autostima del marito, così da portarlo a viversi come persona interessante, tale da non essere obbligato a controllare Rita, temendo di perderla). Dopo solo quattro o cinque sedute Rita cominciò, guarda caso, a mangiare con più gusto, sedendosi con calma a tavola e prendendo piacere dai cibi e dalla compagnia del marito; la colite poi quasi magicamente sparì del tutto, alla faccia della sua dichiarata “cronicità”. Cinque mesi dopo Rita era incinta, non più timorosa di perdere la gravidanza, ma piacevolmente presa da questa sua esperienza, curiosa di questo suo “tenere dentro”, come se si trattasse del suo primo vero concepimento e della sua prima vera gravidanza. Dopo nove mesi esatti dal concepimento è nata Giada, una bellissima bambina dagli occhi di cerbiatto.

1 È figlia primogenita, con una sorella di poco più giovane.

2 Si tratta di Vincenzo, un secondogenito concepito non molto volentieri dalla madre, quando il fratello primogenito non aveva ancora compiuto l’anno; pochi mesi dopo la nascita di Vincenzo, venne poi concepito il terzogenito. Come si può notare anche solo da questa rapida sequenza di concepimenti e di nascite, per Vincenzo non ci fu molta possibilità di essere oggetto della attenzione e dell’abbraccio materni: la madre appoggiava il biberon sul cuscino, così che Vincenzo doveva da solo arrangiarsi a succhiare senza che nessuno lo abbracciasse e sostenesse sia lui che il suo biberon.

3 La madre di Rita fu una bambina poco amata e guardata e, come spesso capita alle figlie poco amate e guardate, fu vittima di un abuso in età preadolescenziale, di cui nessuno si preoccupò e che solo la terapia in atto fece emergere dal buio dei ricordi; con entrambe le figlie ebbe scarsa capacità di contenimento e di empatia; non a caso, quando l’unica sorella di Rita da bimba venne a sua volta abusata, non ne parlò con il marito e si limitò a inviare la figlia solo un paio di volte da un sedicente psicologo, senza peraltro dirgli il perché gli inviava la figlia.

4 Giocai molto, nel corso della psicoterapia, sull’uso di questa espressione, rinforzandola spesso con gesti delle braccia e delle mani che contribuissero a dare l’idea visiva del contenere, dell’avvolgere; accompagnavo spesso la parola al disegno, facendo, come se fosse per caso, cerchi sul foglio che stava sul tavolo tra me e Rita, cerchi sempre più grandi e dalla circonferenza sempre bene marcata. Le parole, le espressioni e i gesti, se bene posti e riproposti, hanno un forte valore strutturante, sinesteticamente poi interrogano più livelli coscienziali e percettivi.

Nulla più della gioia è comunicazione.

La gioa è l’editor di sé stessa.

 

nessuna donna con un bel gioiello al dito

tiene le mani in tasca

 

 

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

Una carezza può essere abitata dallo stupore più emozionante e carico di creazione, ma può anche generare fastidio o dolore laceranti. Può portare ed essere gioia raccolta, inebriante piacere, vita totale, panico amore; ma anche morte o solitudine assolute.

La stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante fino alla esaltazione o devastante fino alla pietrificazione: dipende da quanta integra sia o possa essere la pelle di chi la riceve; da quanto questa persona abbia o non abbia attivato, costituito e strutturato il proprio Sé durante la relazione di gravidanza e di accudimento. È in questo periodo evolutivo che prende corpo il Sé, cioè il nucleo di fondo della personalità di un individuo. La pelle è prima la possibilità e poi la capacità del Sé di essere corpo nel mondo, comunicante con il mondo, aperto al mondo e all’alterità di tutti quegli incontri, che fanno e sono il mondo. Un Sé non bene attivato o non adeguatamente costituito e strutturato si presenterà come un corpo senza pelle o con la pelle ferita, squarciata, ustionata, che lascia il Sé in un urlo senza protezione. Allora anche la carezza più delicata e rispettosa, più tenera e stupita, più generosa e innamorata aggiungerà ferita a ferita, squarcio a squarcio, ustione a ustione, in una sofferenza drammatica e insopportabile.

Ma anche per un’altra ragione la stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante o devastante fino alla morte: dipende da quanto transitivo oppure intransitivo sia o possa essere il gesto di chi esprime e dà la carezza; da quanto questa persona sappia o possa arrivare alla alterità della persona amata. Se prima e più che intuire, sfiorare, toccare l’alterità dell’altro, la mano di chi carezza sente – soltanto o primariamente o prevalentemente – sé stessa, il proprio timore e tremore, la propria timidezza o inadeguatezza, oppure il proprio bisogno di possesso, la propria volontà di invadere ed espropriare, la propria necessità di esibire l’affetto o l’amore, di recitarli, mostrarli, senza mai poterli o saperli davvero vivere ed essere. Allora anche la carezza più espressiva e tecnicamente più ineccepibile rischia di non giungere e destinazione, di essere e restare gesto impotente, alibi d’amore, inganno di affetto e tenerezza, mero pretesto, comunicazione mai davvero attivata, che – sotto l’apparenza o l’illusione dell’incontro e del contatto – lascia nella solitudine la profondità del Sé sia di chi dà la carezza sia di chi la riceve.

Ci sono così carezze che danno corpo e carezze che prendono corpo, come se lo rubassero, lo bestemmiassero, lo devastassero, lo annullassero. Ci sono carezze che infondono anima e carezze che la spengono. Ci sono carezze che possono e sanno solleticare nel riso la pelle, incendiarla di piacere, inebriarla di passione, bagnarla di soavissimi orgasmi; e ci sono carezze che desertificano l’animo, assetano la pelle senza mai inumidirla di rugiada, affamano il cuore senza mai toglierlo e riscattarlo dalla nausea, in un gioco sadico e folle di promesse mai mantenute, di attese inesorabilmente mancate, di illusioni ossessivamente ripetute e sempre più alienanti.

Ci sono carezze più proprie dell’uomo e carezze più proprie della donna.

Le carezze di un uomo sanno o possono confermare e decidere quanto sia bella una donna, ma possono anche scavarne l’anima e lacerarne la carne. Ogni carezza di uomo sa o può confermare il Sé della donna , sa vestirlo di fecondità e spogliarlo nella identità e nella tenerezza; sa dargli bellezza, intensità, luce, acqua, vento, respiro, in un gioco, che, qualora sia libero e adulto, è il “tra” che apre il mondo all’essere e l’essere al mondo.

Le carezze di una donna sono un piccolo utero o una gravidanza ripetuta intensa, che può dare nome, corpo, vita al Sé dell’uomo, fino all’accoglienza che concepisce e al contenimento che partorisce. Ogni carezza di donna sa o può essere concepimento, gravidanza, parto, concepimento, accudimento, in un gioco che, qualora si liberi dall’infantilismo, può essere profondità d’amore, ricreante tenerezza dell’eros.

Quando è data con sapienza, la carezza di un uomo è azione di spazio e di utopia. Quella di una donna è evento di tempo e di creazione.

Quando è ricevuta, per l’uomo può essere inizio esplosivo o regressiva implosione, talora un addio o, un aborto subiti. Per la donna può essere prezioso vestito, incandescente identità, entusiasmo di speranza, sistole di fede e prodigio: oppure furto, scippo, rapina, stupro che espropria il corpo e sfratta l’anima, cancro che scava, estingue, uccide.

l’abitudine è un lusso pericoloso:

può rendere scontato il prodigio

noioso il genio

invisibili le primavere

stupido lo stupore

impotente l’amore

 

  bianco d’avorio rosa smeraldo

  anche d’inverno talora fa caldo

  fumo di Londra nero antracite

  salta la volpe sotto la vite

 

 giallo rosso arancio e blu

  per una notte ci diamo del tu

  canta il gallo sibila il serpente

  bolle in tegame tutta la gente

 

  colore nocciola bianco di panna

  bella con te questa capanna

  occhi di sogno cuore di stella

  di tutte le belle tu sei la più bella

 

  giallo di fuoco con giallo topazio

libero volo in mezzo allo spazio

fuggi gazzella scappa felice

Dante da sempre rincorre Beatrice

 

 

chi da single le donne troppo consola

da sposato lascia la moglie sola

 

 

chi da single le donne troppo capisce

da sposato la moglie tradisce

 

 

 

un maschio che consola troppo la moglie altrui

prima o poi tradisce la propria

 

 

maschio troppo consolatore

marito traditore

 

 

 

 

Due sono i tipi di maschi adulteri:

quelli che preferiscono tradire la propria moglie

e quelli che preferiscono consolare troppo le mogli altrui.

In entrambi i casi a perderci

è sempre e inesorabilmente

il vero amore.

 

 

Molte madri si lamentano perché le loro figlie adolescenti non aiutano in casa o sono indolenti o studiano poco. Quasi sempre si tratta di madri che non sanno che cosa sia l’adolescenza. La loro storia le ha, per una ragione o per l’altra, private dell’esperienza di questa età. Non sanno che cosa sia. Come possono capire la figlia, confermarla, starle vicino esserle complici e alleate, testimoniarle vicinanza e gioia?

Queste mamme hanno spesso alle spalle un rapporto con la propria madre difficile e conflittuale oppure formale e freddo. Molte di loro, soprattutto dopo l’arrivo di un fratello o di una sorella si sono viste – più o meno inconsciamente – scaricare addosso il padre, del quale hanno dovuto diventare la coniuge compensatoria, la consolatrice antidepressiva, la badante paziente. Se, invece, sono figlie uniche, di solito hanno dovuto arruolarsi nella carriera di brava bambina del papà e della mamma, di ragazzina “a posto” che mai esce dalle righe, di diligente studentessa che è l’orgoglio del papà e non rompe troppo le scatole alla madre, di ordinata giovinetta che mai o quasi ha messo piedi in una discoteca; mai hanno potuto vivere davvero qualcosa di sanamente trasgressivo, di veramente proprio, di giustamente sbagliato, di gioiosamente incazzato.

Di frequente queste madri hanno ingaggiato relazioni di coppia precoci con coetanei, che poi finiscono quasi sempre con lo sposare, più per stanchezza che per passione, più per inerzia affettiva che per autentico innamoramento. In questo modo, con alta probabilità, incappano in partner deboli, che, a propria volta, devono ingaggiare relazioni di coppia immature per compensare vuoti affettivi o per nascondere timidezze anche psicotiche.

Di rado la vita sessuale di queste madri è adeguata e/o soddisfacente. Anche qui, oltre al primo debole e spesso unico partner, di rado incontrano uomini con cui possano intrattenere un rapporto affettivo e sessuale davvero adulto. Facilmente incappano in abili narcisisti più pirotecnici che consistenti, più disposti a sentire sé stessi che ad amare una donna, meno che meno la donna, ancora meno la propria donna. Oppure finiscono con il praticare una specie di randagismo affettivo, che di avvventuretta in avventuretta e di inconsistenza in inconsistenza, le porta a un vuoto esistenziale e morale sempre più insignificante. Di rado conoscono il coinvolgimento vero e profondo, quell’orgasmo dell’anima che dà senso all’amore. Mai – quasi di certo – trovano nel partner un padre adeguato, in grado di fare con loro un buon gioco di squadra genitoriale, così he di solit si trovano a dovere da sole gestire l’intero o quasi della genitorialità, senza peraltro sapere e potere gestire né la maternità né la paternità.

Come faranno queste donne a capire e amare davvero la propria figlia, la sua adolescenza? Potranno al massimo preoccuparsi di lei o – peggio ancora – per lei, controllandola invece che esserle complici, criticandola invece che confermarla da femmina a femmina, inducendola a reagire incazzata piuttosto che essere il punto di riferimento e orizzonte di sicurezza.

Non aiuta mai in casa!”, “Non ha voglia di fare nulla!”, “Studia troppo poco!”, “Quanto è disordinata!”, “Risponde male, da villana e arrabbiata!”, sbottano con moralismo intransitivo più da suocere acide che da madri.

E perché mai dovrebbero aiutare in casa? Mica è loro quella casa. La loro casa sarà quella che, se riusciranno a uscire dalla palude di quella adolescenza e di quella madre, potranno fare con il loro compagno, mettendo su casa con lui. In una casa, che non sia la propria, è bello aiutare soltanto se ci si sente complici e amiche con la donna di quella casa.

E perché dovrebbero avere voglia di fare qualcosa? La volontà è sempre figlia della speranza (non a caso il termine greco elpìs, che indica la speranza è collegato con il verbo latino velle, che significa “volere”). Come possono sperare con una madre così pesante e, appunto, così es-a-sperante (che letteramente significa “lontano, fuori dalla speranza”)? Lo stesso dicasi per la poca voglia di studiare o di essere ordinata.

Quando i figli crescono e raggiungono età nella quali i genitori, soprattutto quello/a del proprio genere, hanno avuto difficoltà e subito ferite, allora i genitori vivono la ri-emergenza dei propri problemi non risolti e delle proprie ferite solo apparentemente richiuse. Allora i genitori o in coppia o da soli possono – grazie a una buona psicoterapia (loro, non del figlio o della figlia!) – sfruttare la preziosa occasione della pro-vocazione del figlio, per riprendere la propria evoluzione individuale, sciogliendo nodi dimenticati, affrontando la antiche ferite, colmando vuoti di esperienza e ricominciando a crescere. Fanno bene a sé stessi e non continuano a fare, involontariamente, danno al figlio o alla figlia.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

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Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante – questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola,  prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.

abbiamo parlato stasera

ci siamo fidanzati

come sempre ci capita

quando annusiamo il mistero

 

abbiamo fatto casa

ci siamo incontrati

ci siamo sposati

come sempre ci capita

quando siamo il mistero

 

l’amore è venuto da sé

né io né tu l’abbiamo cercato

né tu né io l’abbiamo chiamato

era lui l’amore a cercare noi

stupito a volerci

fanciullo a chiamarci

di sotto in su a guardarci

 

ed era felice

 

povero amore,

senza di noi come potrà mai

vivere e sorridere

e ridere ridere

e gridare la gioia?

 

povero grande bellissimo amore,

con noi riconoscente

ha bevuto il nostro vino

nel nostro bicchiere

 

e s’è gustato il nostro cibo

sulla tavola dei nostri incontri

 

ora l’amore cammina nel mondo

al ritmo dei nostri passi

danzando l’attesa

e cantando i nostri due nomi

 

 

Se gli uomini vivessro e sapessero

il proprio potere maschile,

nessun falso amore nascerebbe.

Se le donne vivessero e sapessero

il proprio potere femminile,

nessun vero amore morirebbe.

Se le coppie vivessero e sapessero

il proprio potere di essere il mondo

e l’aprirsi di infiniti mondi,

nessun amore vivrebbe e saprebbe la tristezza,

il riso abiterebbe le terre e i cieli,

la libertà e la verità tornerebbero

a fare tra loro felici l’amore.

giallo viola verde e nero
mi innamoro di un mistero
l’idea è bella la testa è poca
disse l’aquila guardando un’oca

 

 verde pistacchio con rosa confetto
l’abbinamento è quasi perfetto
se poi aggiungo il giallo dell’oro
voce di scimmia non esce dal coro

 

 la nuvola è bianca il cielo è blu
che bello avere il naso all’insù
dentro lattuga carote e insalata
per il coniglio che bella mangiata

 

rosso il mio cuore pieno d’amore
rosso il fuoco con il suo calore
rosso il semaforo segna lo stop
e più non suona la musica pop

 

 

Dedico qui ad Alda Merini alcuni miei aforismi presi da “Frattaglie. Aforismi alla rinfusa con pensieri, battute, slanci, provocazioni e pure qualche ripetizione più o meno voluta“, che godette della “Devota postfazione” di un grande amico della poetessa.

 

l’arte e la follia sono alberi simili

diverso è solo lo stormire delle fronde

 

 

non c’è nulla di più umano

di una umanità negata

 

 

noi siamo

la coscienza che suscitiamo

 

 

abitare la poesia

è vivere da sfrattati

 

 

solo un poeta

sa amare da mortale

 

 

i poeti sono portatori sani

di castità

 

 

Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.