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Quanto è erotico parlare di prostituzione! E quanto è utile continuare a farlo!

 

Sia prima che dopo l’entrata in vigore della Legge Merlin (1958), che aboliva le “case di tolleranza” gestite dallo Stato, la discussione sulla prostituzione è uno degli argomenti che fanno più audience. E puntualmente il grande polverone produce il topolino di qualche provvedimento confuso, discutibile, mai del tutto definitivo. È come se, più che trovare risposte precise, interessasse la discussione in sé, il polverone appunto. Poi, guarda caso, puntualmente la discussione riemerge in coincidenza con momenti di grossa difficoltà politica e/o economica, quasi che non solo ai politici, ma anche e soprattutto ai cittadini facesse gioco dirottare l’attenzione altrui o propria su questo collaudatissimo binario morto.

A detta di alcuni giornali, il numero dei “clienti” delle prostitute e dei prostituti è di 9 milioni. Come facciano a fare tali censimenti non è chiaro, ma senz’altro il numero di chi si appassiona a discuterci sopra è molto, ma molto maggiore. Da un punto di vista psicologico mi pare essere questo il primo grosso fatto su cui riflettere. La non capacità e, più ancora, la non volontà di dare al problema della prostituzione una soluzione paiono direttamente proporzionali al bisogno di mantenere in vita la discussione sul problema, come se fosse questa il vero obiettivo da perseguire e raggiungere, il vero scopo da garantire. Si vede che per molti parlare di prostitute e prostituti è più interessante ancora di quanto l’andarci lo possa essere per i “clienti”. Sicuramente per molti la discussione è parecchio più erotica della pratica. In certa misura la sostituisce, magari sublimandone il desiderio represso o spostandolo su altri versanti, per esempio quello della “tutela dal degrado delle periferie” o quello “della liberazione dalla schiavitù e dal racket” (l’oggettività di questi “versanti” è indiscutibile, meno lo è la soggettività dell’interesse per questi problemi, interesse suscitato e sollecitato solo o prevalentemente dal legame con la prostituzione).

Come ben sa chi mastica un po’ di psicologia, le sublimazioni e gli spostamenti sono dinamiche difensive nei confronti di ciò che sotto sotto si desidera, ma del quale non si sa e non si può fare esperienza se non, appunto, sublimando e spostando. Per molti discutere su come “salvare” le prostitute è psicologicamente più facile e praticabile del frequentarle, come magari, più o meno inconsciamente, vorrebbero fare senza saperlo o poterlo fare (molte persone non riescono neppure a rivolgersi a una prostituta). Per molti dichiarare con più o meno assoluta certezza che le prostitute (dei prostituti raramente si sente in proposito dire altrettanto) sono “schiave”, stimola l’eccitazione morale molto più e molto meglio che chiedersi come mai per molte persone prostituirsi o andare a prostitute e prostituti è un bisogno. Forse, più o meno inconsciamente, si teme che una analisi meno eccitata possa da un lato togliere l’eros – certo, garantito e protetto – della discussione, dall’altro rischiare di svelare qualcosa di sé che si preferisce lasciare nascosto, rimosso o negato.

Un mio aforisma di Frattaglie diceva: “la definizione e la fruizione della sessualità competono alla stato come le mutande competono agli scarafaggi”. Volevo dire che interrogarsi della sessualità solo in quanto cittadini (noi, in quanto cittadini, siamo lo stato) è assurdo: lo stato non deve né gestire case di tolleranza, né di fatto decidere che un poveraccio, che abbia una sessualità solo abbozzata e che non possa permettersi la prostituzione d’appartamento, sia condannato a regredire alla masturbazione. Non sto parlando di poveracci solo in termini di portafoglio; esistono poveracci di tutti i ceti e di tutte le classi.

Prima che cittadini noi siamo persone, prima di essere stato siamo società, gruppo sociale, coppia, famiglia. È qui che va posto e affrontato davvero il problema. Tutto il resto sta a valle. Nelle nostre famiglie troppo spesso la sessualità è tabù o, al contrario, è abuso o incesto. Nella nostre coppie di frequente la sessualità è mero sfogo, assenza e paura della intimità, a volte stupro legalizzato, a volte indifferenza data o subita, routine senza anima. Nei nostri gruppi sociali la sessualità è sempre più silenzio della comunicazione vera, eclissi dell’anima, paurosa pratica nascosta, doppia morale, moralismo ipocrita, performance da esibire, ossessione da subire, violenza sul bambino e sull’adolescente, azione che espropria. Nelle nostre società non di rado e tacitamente si accetta di usare la sessualità per ottenere (o sfruttare) posti di lavoro, successo, visibilità, potere: Allora, se le cose stanno così, limitarsi a discutere su che cosa devono fare parlamenti, ministri, consigli comunali, sindaci, carabinieri, poliziotti o vigili urbani è davvero una fuga, è davvero la risposta al bisogno di non vedere, di non crescere, di non amare, di non essere umani.

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