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Category Archives: adolescenza

La mail che segue è bellissima. Me la scrive E., una mia ex paziente, che da piccola è stata abusata. Commmenta un articolo di 2 giorni fa de “La Repubblica” (vedi http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/01/11/news/pedofilia_una_14enne_filma_gli_abusi_e_fa_condannare_l_amico_dei_genitori-11101105/index.html?ref=search). Fa considerazioni precise e lucidissime, del tutto condivibili. Ringrazio E. anche a nome dei lettori del blog.

Caro Gigi,
oggi ho sentito una frase che è caduta come un fulmine in quei cieli che apparentemente sembrano azzurri, e che ti sorprendono quando pensavi di ritrovarti al sole e non in un temporale improvviso.
Stavo facendo colazione in compagnia di due persone, che conosco. Sul tavolino del bar c’era La Repubblica odierna, e abbiamo visto l’articolo che riportava la vicenda dell’adolescente che ha denunciato gli abusi, subiti da anni da un “amico” di famiglia, filmando gli abusi stessi. Non so se ha letto l’articolo (ma penso di sì). Solo dal titolo ho provato subito una grande tristezza per quella bambina e il calvario che ha attraversato da sola e che attraverserà ancora, e un sentimento che non so descrivere ma credo di empatia per il coraggio, la forza e il dolore che ha avuto. Deve essere stato terribile per lei. Tutto.
La frase che mi ha colpito, e non in positivo (sebbene capisco he il suo autore la diceva in positivo, tra l’altro dispiaciuto pure lui per la vicenda), frase detta come reazione davanti al titolo dell’articolo e alle prime righe lette velocemente, è stata: “volere è potere”.
ma come?! Non è un pò troppo semplice? Forse chi l’ha detta voleva sottolineare la forza di questa ragazzina. E sicuramente è stata forte. Ma non è allo stesso tempo semplificare un pò tutto? non è forse come dire: se non denunci è perchè non vuoi? Quindi non puoi? Non è ribadire il fatto che in quella poltiglia dell’abuso sei da solo e da solo devi uscirne? Allora condanniamo tutti quelli che questa forza non ce l’hanno. E allo stesso modo è come dire a questa ragazzina: “brava! ti sei mossa da sola, continua a stare da sola che ce la fai”.
Ma per quanto tempo ancora deve essere condannata a stare da sola?!
Alla frase-fulmine è stata aggiunta una cosa che non ho ben colto, ma che considerava il fatto che chi questo “volere-potere” non l’ha, è perchè si trova in una situazione per cui non può averlo.
Anche questa mi sembra una condanna.Forse non bisognerebbe “creare” queste situazioni? O aiutare le persone a crearle insomma. possibile che tutto “è” o “non è” e non ci si può far niente?
Questa sera ho letto l’articolo de La Repubblica per intero, e ho ricercato sul suo sito i suoi interventi sulla pedofilia.
Questa ragazzina non ha parlato inizialmente coi genitori, ma a scuola con amiche ed insegnanti, senza parlare di sè ma di una “sua amica”. Il giornalista scrive, rispetto alla scuola,: “avevano capito che parlava di se stessa”. Ma..?! Nonostante questo, l’azione è partita dalla vittima. Da sola. Ancora da sola. Possibile che tutti avessero le mani a tappare le orecchie? E se è vero che a convincerla è stata un servizio televisivo, non è un’ulteriore testimonianza di quanto questa ragazzina sia stata lasciata sola? Se è la tv che ti parla e in qualche modo sembra essere la sola ad ascoltare quello che tu dici, in più quello che tu hai già detto a persone in carne ed ossa, ma evidentemente più sorde di una tv, non è terribilmente triste? Nell’articolo si parla del filmato come arma che “inchioda” il pedofilo. Ma cosa deve essere costato a quella ragazzina schiacciare il tasto rec ed essere consapevole che in quel filmato veniva immortalata anche lei? Deve essere stata una
decisione enormemente coraggiosa e difficilissima e sofferta. Eppure ho l’impressione che non emerga questa cosa, che il lettore dell’articolo non ci pensi.
Non so se il mio pensiero riesce a farsi chiaro, forse sono troppo arrabbiata perchè ciò avvenga.
Quello che penso è che non sempre volere è potere, o meglio è una scorciatoia che si prende per trovare un lieto fine. Penso che in questa storia il “volere” urlava già a squarciagola quando la vittima parlava a scuola. Perchè allora il “potere” non è scattato di conseguenza? Forse perchè chi era testimone dell’urlo non ha voluto ascoltare? Il potere per ascoltare c’era però. Ma non è stato usato.
A questa ragazzina va tutta la mia ammirazione per la sua forza, tutta la tristezza per tutto quello che ha vissuto, e tutta la speranza che possa incontrare chi è capace di tenerla per mano con vero amore, chi è capace di considerarla e ascoltarla come persona degna di vivere la vita. E vivere la vita deve essere un diritto, ancora prima del volere e del potere.
Non so come chiudere questo sfogo.
E’ tardi, vorrei che questa sera ogni bambino ricevesse l’abbraccio della BUONA notte, così che il suo giorno possa essere migliore.
E.
 
 
 

 

 “Sei la migliore donna che poteva uscire dalla mia pancia”, questa è la frase che Ambra Angiolini trovò scritta su un post-it giallo attaccato dalla madre alla porta del bagno dove Ambra di solito andava a vomitare. Secondo l’attrice questa frase fu decisiva nel suo superamento della bulimia. Lo confessa in una intervista a “La Repubblica” (vedi http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/ambra-confessa-cosi-ho-vinto-la-bulimia/59817?video).

Non so che terapia abbiano seguito la madre di Ambra ed Ambra stessa, né so in seguito a quale cambiamento la madre abbia deciso di pensare e di scrivere quella frase, ma di certo le sue parole sono decisamente agli antipodi del solito atteggiamento delle madri delle ragazze bulimiche, madri che abitualmente sono molto controllanti e colpevolizzanti riguardo al sintomo bulimico (vomito compulsivo e il più delle volte autoprovocato). Al controllo e alla colpevolizzazione di solito si accompagna l’ansia e l’autocompatimento materni. Niente di tutto questo: stando alle parole che scrive, la madre di Ambra si mostra vicina alla figlia, ma in modo del tutto confermante e valorizzante.

Non insignificante poi il termine da lei usato nel riferirsi alla figlia: “sei la migliore donna”. Anche questo va contro l’abituale atteggiamento infantilizzante delle madri delle bulimiche, che, non a caso, di solito chiamano perennemente “bambina” la loro figlia, così svalutandola e mantenendola di fatto infantile. In ciò queste madri non fanno altro che continuare a subire e continuare a confermare il gioco psicotico, che produce la psicosi bulimica: il padre ributta sulla madre la figlia, svalutando la madre e lasciando bambina la figlia; la madre, subendo questa dinamica paterna, ne diventa complice ed esecutrice.

La terapia sistemica interviene subito lì, cercando di confermare prima di tutto la madre, così che questa non si faccia caricare di ansia materna, di dubbi, di sensi di colpa da parte del padre della ragazza. Finché la madre subisce questo gioco, la spirale della bulimia continua a risucchiare in sé la ragazza, aumentando il conflitto tra madre e figlia e facendo della bulimia il campo di battaglia di questo conflitto (è come se con il proprio comportamento la figlia dicesse alla madre: “tanto tu mi controlli e tanto io ti frego continuando a vomitare il cibo e nel cibo a vomitare te fuori di me”; in tale modo, sotto la copertura e l’alibi del conflitto, la figlia mantiene la proria dipendenza infantile dalla madre). L’aggressività paterna nei confronti della madre dunque, oltre ad aumentare il controllo ansioso e svalutante della madre, rompe la relazione tra madre e figlia.

La frase della madre di Ambre ricostituisce la relazione tra lei e la figlia, definisce la figlia ocme la “la migliore donna”. Se tutto ciò si fonda, come parrebbe, su un autentico cambiamento della madre, allora il gioco è fatto e la possibilità di guarigione è del tutto aperta. La madre deve cambiare prima di tutto nei confronti di sé stessa e della propria autostima di donna e di madre: la frase, mi pare, lo rivela benissimo, dicendo della “pancia” come culla della “migliore donna”. Solo una madre riconciliata con la propria fisicità femminile e materna può vivere, pensare e dire una frase del genere e può permettere alla figlia di rimettersi nella relazione con la madre. Ripeto, non so come la madre di Ambra sia arrivata a tanto; so però che 1) molto difficilmente una tale frase viene vissuta, pensata e scritta dalla madre di una ragazza bulimica senza un preventivo cammino terapeutico, 2 è lì che uno psicoterapeuta sistemico intende portare le madri della ragazze bulimiche.

La morte di Sarah, verità e segreti

La confessione dello zio sull’assassinio atroce della 15enne. L’assurdità della notizia in diretta Tv alla madre. Intervista a uno psicoterapeuta esperto nelle relazioni familiari.

Gigi Cortesi: un delitto maturato in famiglia 07/10/2010

Concetta Scazzi (a sinistra), mamma di Sarah, con la sorella Cosima Misseri nella puntata di Porta a Porta del 5 ottobre.

I delitti peggiori, i più inquietanti, sono quelli che avvengono in famiglia. Così è stato per Sarah Scazzi, la ragazzina di Avetrana molestata e uccisa dallo zio Michele Misseri, che lei vedeva da una vita perché frequentava lui, la zia sorella della madre e le cugine come fossero una seconda famiglia. In questi casi ci si chiede se nessuno abbia notato un interessamento morboso dell’uomo verso la ragazzina in fiore, se davvero fatti del genere si possano imputare all’impazzimento di un minuto o se non diano segnali , almeno ai più prossimi.

    Ne parliamo con lo psicologo e psicoterapeuta Gigi Cortesi, che esercita a Bergamo e segue soprattutto la psicoterapia della famiglia e della coppia, con riferimento alla scuola sistemica di Milano fondata da Mara Selvini. «Segnali ce n’erano senz’altro», osserva il dottor Cortesi, «ma in queste famiglie patologiche è fisiologico non vedere il problema dell’incesto: fa parte delle dinamiche della famiglia stessa. L’ultima persona che vede il problema è il padre o la madre, e se lo vedono lo negano. È un dato clinico, accertato da tutta la letteratura scientifica».

Cosa intende per “famiglie patologiche” con dinamiche incestuose”?
«Famiglie che hanno disfunzioni relazionali, che tendono anche a fare un’unica cosa tra lavoro, abitazione, familiarità, affetti. In questo caso lo zio era molto vicino, c’era un rapporto quotidiano con Sarah, e anche di Sara con la zia e la cugina. Una vicinanza anche fisica. Uomini come Misseri sono maschi incapaci di conquistare una femmina fuori dal loro territorio: per questo scattano dinamiche incestuose. Siccome non sanno accostare donne al di fuori, la vittima diventa la femmina più debole, la più controllabile. A monte c’è la chiusura implosiva della famiglia su sè stessa, e questo annulla il tabù dell’incesto, pensato e attuato da tutte le culture proprio a beneficio della famiglia. Il fenomeno della chiusura familiare è in crescita».

    Nella pianura bergamasca e nell’Italia settentrionale, per esempio, sono frequenti le case di 4-5 appartamenti abitate solo da parenti, con abitazione e lavoro tutti insieme. «Viene meno la scansione tra generazioni», prosegue lo psicoterapeuta Cortesi, «la possibilità di incontrare persone esterne: c’è un’implosione della famiglia su sè stessa. Il maschio è sempre più debole e incapace di affrontare donne esterne e la donna, abituata a un uomo debole, perpetua un rapporto da infermiera a paziente, da mamma a bambino. Sopporta il lato debole dell’uomo e non esige che faccia un salto di qualità».

Dossier a cura di Rosanna Biffi

Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

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Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

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Troverai anche altri tre miei libri.

 

Mi scrive Graziella: “Scusi ma, indipendentemente dai problemi personali che una donna/mamma può avere, a lei non sembra che in una famiglia ognuno dovrebbe essere disposto a dare un contributo pratico che consiste anche nell’aiuto per le faccende domestiche da parte dei figli? Lei ritiene che debba sobbarcarsi tutto la mamma in quanto tale? E quanto incide questo sullo stress fisico e psicologico che una mamma è costretta a subire? Avere figlie grandi in casa e dover quasi mendicare per avere qualche saltuario aiuto a Lei non sembra frustrante? Le sembra un bel modo di vivere per una donna che avrebbe anche voglia di stare in un’ambiente pulito senza ammazzarsi di lavoro? Non Le sembra che se fosse meno stanca avrebbe più tempo per pensare un po’ a sè? E magari starebbe meglio anche psicologicamente? Le dico questo perché Lei sembra scaricare la colpa di una figlia ribelle tutta su problemi irrisolti della mamma, ma se a suo tempo questa è cresciuta aiutando in casa, come può pretendere che possa ora accettare il menefreghismo della figlia? Guardi che ci sono periodi difficili anche per le mamme, non solo l’adolescenza è un periodo difficile”.

Cara Graziella, e lei perché mai tiene “figlie grandi” in casa? Come al parto la sua vagina le ha spinte fisicamente nel mondo, perché ora lei non le spinge al mondo anche psicologicamente ed esistenzialmente?

Che aspetta a partorirle? È un problema suo o loro? Sono loro che hanno bisogno di lei oppure è lei ad avere bisogno di loro, continuando a tenerle figlie, a occuparsi di loro al di là di ogni ragionevole termine, magari a mantenerle o a viziale o – purtroppo avviene anche questo! – a pagare loro la dose quotidiana?

Se due “figlie grandi” hanno ancora bisogno della mamma, significa che la mamma non le ha emancipate, rese autonome, fatte comminare con le loro gambe. Che aspetta a farlo?

Se è lei, invece, ad avere bisogno di loro e a continuare a fare la mamma super-impegnata e frustrata, allora il problema è suo, Graziella, solo suo. Significa che lei non sa partorire sé stessa al altri ruoli e ad altri orizzonti che non siano quelli materni. Il fatto che lei sia stanca e frustrata, è non la causa, ma la conseguenza di una vita solo materna. Purtroppo ci sono genitori, soprattutto mamme, che, più o meno inconsciamente, pure di potere fare la vittima e farsi compatire, tengono i figli in una eterna dipendenza di adolescenti o, peggio ancora, di bambini.

Perché nel suo commento non parla del padre delle sue figlie? Fa ancora coppia con lui? Che tipo di coppia siete? Se non fa più coppia con lui, perché non si innamora? Che interessi ha la sua vita, Graziella? Che cosa e chi le dà piacere nella vita? Non è ora di pensare a sé stessa, al suo essere femmina e donna? Che significa per lei essere femmina, essere donna, essere persona, essere creatura? È qualcosa di bello o non lo è? Non è ora di interrogersi un po’ su sé stessa, di crescere, di respirare la vita?

E, quando si deciderà a partorire quelle sue “figlie grandi”, si ricordi di tagliare ogni cordone o cordoncino ombelicale. Altrimenti saranno “grandi” solo di nome o di età, ma non cresceranno mai davvero.

Madre e padre non sono identità, una identità per sempre. Madre e padre sono funzioni a tempo determinato. Solo una “cattiva” madre e un “cattivo” padre restano genitori per sempre. A essere “cattivo” non è mai soltanto il padre o soltanto la madre; sono sempre entrambi i genitori, insieme (magari nel litigio e nel conflitto), a essere “cattivi”, magari l’uno in un modo e l’altra in un altro modo. Troppo facile fare la vittima a vita, addebitando soltanto a lui o a lei la responsabilità di una genitorialità fallimentare. E, se anche fosse soltanto responsabilità di uno solo dei due, a maggiore ragione l’altra o l’altro dovrebbero partorire alla vita e al piacere di vivere prima di tutto sé stesso e, solamente di conseguenza, i figli o le figlie.

Che voglia di vivere e di curare la propria vita possono avere i figli o le figlie, se vedono la madre o il padre sempre incazzati, stanchi, stressati, depressi, demotivati, annoiati? Noi formiamo i nostri figli non per quello che diciamo o facciamo, ma per chi siamo giù nel profondo di noi stessi, là dove spesso, molto spesso, i nostro figli ci vedono e ci conoscono meglio di quanto ci vediamo e ci conosciamo noi stessi. Noi possiamo ingannare molto più facilmente noi stessi che non i nostri figli.

Graziella, che senso ha questa vostra casa per lei, prima che per le sue figlie? È un luogo prezioso, bello, ricco di presenze, oppure è un posto anonimo, senza anima e senza significato? Se gli oggetti e le persone della sua casa sono abitati dalla bellezza e rappresentano momenti belli, continuità, legame fecondo con il mondo e con se stessi, viene normale non soltanto curarli e “tenerli in ordine” (che brutta espressione!), ma addirittura accarezzarli, amarli, guardarli e tenerli in mano con gioia. Allora la cura della casa è piacere per chi la abita davvero. Se finisce con l’essere solo un dovere, allora questa casa non è un luogo di vita, ma un bivacco e due muri privi di senso.

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

Molte madri si lamentano perché le loro figlie adolescenti non aiutano in casa o sono indolenti o studiano poco. Quasi sempre si tratta di madri che non sanno che cosa sia l’adolescenza. La loro storia le ha, per una ragione o per l’altra, private dell’esperienza di questa età. Non sanno che cosa sia. Come possono capire la figlia, confermarla, starle vicino esserle complici e alleate, testimoniarle vicinanza e gioia?

Queste mamme hanno spesso alle spalle un rapporto con la propria madre difficile e conflittuale oppure formale e freddo. Molte di loro, soprattutto dopo l’arrivo di un fratello o di una sorella si sono viste – più o meno inconsciamente – scaricare addosso il padre, del quale hanno dovuto diventare la coniuge compensatoria, la consolatrice antidepressiva, la badante paziente. Se, invece, sono figlie uniche, di solito hanno dovuto arruolarsi nella carriera di brava bambina del papà e della mamma, di ragazzina “a posto” che mai esce dalle righe, di diligente studentessa che è l’orgoglio del papà e non rompe troppo le scatole alla madre, di ordinata giovinetta che mai o quasi ha messo piedi in una discoteca; mai hanno potuto vivere davvero qualcosa di sanamente trasgressivo, di veramente proprio, di giustamente sbagliato, di gioiosamente incazzato.

Di frequente queste madri hanno ingaggiato relazioni di coppia precoci con coetanei, che poi finiscono quasi sempre con lo sposare, più per stanchezza che per passione, più per inerzia affettiva che per autentico innamoramento. In questo modo, con alta probabilità, incappano in partner deboli, che, a propria volta, devono ingaggiare relazioni di coppia immature per compensare vuoti affettivi o per nascondere timidezze anche psicotiche.

Di rado la vita sessuale di queste madri è adeguata e/o soddisfacente. Anche qui, oltre al primo debole e spesso unico partner, di rado incontrano uomini con cui possano intrattenere un rapporto affettivo e sessuale davvero adulto. Facilmente incappano in abili narcisisti più pirotecnici che consistenti, più disposti a sentire sé stessi che ad amare una donna, meno che meno la donna, ancora meno la propria donna. Oppure finiscono con il praticare una specie di randagismo affettivo, che di avvventuretta in avventuretta e di inconsistenza in inconsistenza, le porta a un vuoto esistenziale e morale sempre più insignificante. Di rado conoscono il coinvolgimento vero e profondo, quell’orgasmo dell’anima che dà senso all’amore. Mai – quasi di certo – trovano nel partner un padre adeguato, in grado di fare con loro un buon gioco di squadra genitoriale, così he di solit si trovano a dovere da sole gestire l’intero o quasi della genitorialità, senza peraltro sapere e potere gestire né la maternità né la paternità.

Come faranno queste donne a capire e amare davvero la propria figlia, la sua adolescenza? Potranno al massimo preoccuparsi di lei o – peggio ancora – per lei, controllandola invece che esserle complici, criticandola invece che confermarla da femmina a femmina, inducendola a reagire incazzata piuttosto che essere il punto di riferimento e orizzonte di sicurezza.

Non aiuta mai in casa!”, “Non ha voglia di fare nulla!”, “Studia troppo poco!”, “Quanto è disordinata!”, “Risponde male, da villana e arrabbiata!”, sbottano con moralismo intransitivo più da suocere acide che da madri.

E perché mai dovrebbero aiutare in casa? Mica è loro quella casa. La loro casa sarà quella che, se riusciranno a uscire dalla palude di quella adolescenza e di quella madre, potranno fare con il loro compagno, mettendo su casa con lui. In una casa, che non sia la propria, è bello aiutare soltanto se ci si sente complici e amiche con la donna di quella casa.

E perché dovrebbero avere voglia di fare qualcosa? La volontà è sempre figlia della speranza (non a caso il termine greco elpìs, che indica la speranza è collegato con il verbo latino velle, che significa “volere”). Come possono sperare con una madre così pesante e, appunto, così es-a-sperante (che letteramente significa “lontano, fuori dalla speranza”)? Lo stesso dicasi per la poca voglia di studiare o di essere ordinata.

Quando i figli crescono e raggiungono età nella quali i genitori, soprattutto quello/a del proprio genere, hanno avuto difficoltà e subito ferite, allora i genitori vivono la ri-emergenza dei propri problemi non risolti e delle proprie ferite solo apparentemente richiuse. Allora i genitori o in coppia o da soli possono – grazie a una buona psicoterapia (loro, non del figlio o della figlia!) – sfruttare la preziosa occasione della pro-vocazione del figlio, per riprendere la propria evoluzione individuale, sciogliendo nodi dimenticati, affrontando la antiche ferite, colmando vuoti di esperienza e ricominciando a crescere. Fanno bene a sé stessi e non continuano a fare, involontariamente, danno al figlio o alla figlia.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte)

Molte persone, soprattutto ragazze adolescenti (ma l’età di frequente è anche più bassa), hanno il bisogno di farsi male: per esempio profondi tagli con le lamette, graffi sul corpo, piercing molto dolorosi; o – come vedremo più avanti – in modo più nascosto, per esempio con incidenti più o meno casuali o con comportamenti ad alto potenziale invalidante. Si chiama autolesionismo. È un bisogno compulsivo, cioè irresistibile: è come se fosse il bisogno a comandare, a determinare lui l’azione, prevalendo sulla volontà del soggetto con una esigenza e una urgenza sempre maggiori e sempre più cogenti.

Si tratta di persone che psicologicamente non hanno “pelle”: non hanno potuto elaborare una adeguata strutturazione del loro Sé e del loro sentirsi. Alla base di questa loro carenza sta, a mio avviso, un grave deficit a livello di accudimento e di fasciatoio (su questi temi ho scritto a lungo nel mio penultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore): per problemi di coppia e per proprie carenze la madre non li ha attesi, contenuti, abbracciati, guardati, toccati, accarezzati adeguatamente, con la dovuta attenzione, con un’attenzione vera che “sentisse” non il proprio bisogno di essere una brava madre, ma il bambino, il suo corpo, il suo esprimersi, il suo esserci (il suo Dasein, direbbero i tedeschi), il suo essere proprio così (il suo Sosein, direbbero i tedeschi). Spesso si tratta di figli e figlie poco voluti o capitati in momenti di grossa difficoltà della coppia e della madre (solitudine, depressione, rapporto conflittuale o lontananza dalla propria madre, quella che giustamente molte lingue identificano non tanto con il termine “nonna”, ma con quello altamente significativo di “grande madre”), magari con un fratello o una sorella che occupa ancora il fasciatoio, lo sguardo, l’attenzione, l’affetto, l’emotività materni. Che questo capiti più di frequente alle bambine, secondo me è dovuto a due fattori: 1) si tende a dare meno attenzione a chi ci è identico rispetto a chi è diverso, per cui la figlia – in quanto identica alla madre – è già di per sé candidata a una attenzione materna minore o quantomeno più scontata; 2) con maggiore frequenza e con più intensità si tende a identificarsi con chi ci è identico, per cui madri carenti e a propria volta oggetto da piccole di poca attenzione o di non adeguato contenimento e accudimento, identificandosi troppo con la figlia (sopratutto con la seconda, la più scontata), tenderanno a sottovalutarne i bisogni, proprio come solitamente fanno con loro stesse (“assomiglia proprio a me”, diranno queste madri di questa loro figlia).

Una siffatta situazione produce nella persona due conseguenze concomitanti (due facce di un’unica medaglia).

Da un lato c’è un grave deficit del sentirsi nel piacere, come comporterebbe una adeguata e fisiologica strutturazione del Sé e della percezione di sé (troppo spesso ci si dimentica che il vero cemento che costruisce e struttura il Sé è non il dovere, ma il piacere; sono l’esperienza e la possibilità non del dovere, ma del piacere); scatta perciò una strutturazione carente o comunque patologica del Sé e della percezione di sé, per cui ci si sente soltanto se e quando si sta male, per cui “bisogna” stare male, sentirsi male, farsi male.

D’altro lato la mancanza di quel piacevole rapporto con sé stessi e con il mondo, che consegue al deficit del sentirsi e ostacola ogni transitivo sentire, produce un’angoscia pervasiva, profonda, sorda, cioè non attribuibile a contenuti o ragioni precisi, chiaramente identificati o identificabili. Nulla è più doloroso e insopportabile di un’angoscia siffatta, proprio perché di essa non si vede né l’origine né la fine; di essa non si percepisce l’essere, ma l’esserci sempre più pesante e terribile.

Per questo non resta che farsi male Così, per esempio, prodursi una ferita con una lametta o con un graffio violento mette in gioco due “vantaggi”: 1) in quanto è identificato in una causa ben precisa (la sofferenza è dovuta a “questa” ferita), il dolore ha un contenuto ed è identicabile, quindi in un certo qual modo può essere percepito come controllabile e come contenibile; 2) in quanto è molto acuto e localizzato, il dolore può coprire l’angoscia pervasiva e indeterminata, cioè almeno per un po’ – come dire? – la anestetizza, la rimuove.

Non sfuggirà al lettore quanto sia terribile e disumana una tale situazione. Il fenomeno è diffusissimo nelle nuove generazioni, quasi una epidemia tanto tremenda, quanto sconosciuta al grande pubblico. Pochi ne parlano, pochi ne conoscono l’esistenza, pochi sanno e possono identificarla nella sua vera natura e quindi curarla e guarirla, cosa questa possibile grazie a una appropriata psicoterapia e a un paziente e motivato impegno terapeutico da parte del paziente. La possibilità di uscire dall’autolesionismo e di vincere la terribile angoscia c’è.

Per la 2a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte).

Inizio dell’anno scolastico: “a che scuola sei portato quest’anno?”

Per molti bambini e ragazzi uno dei prossimi è il primo giorno di scuola. La nostra cara lingua italiana è ricca di mille saggezze e di preziosi insegnamenti. Per esempio, quando chiediamo a un ragazzo: “a che scuola vai quest’anno?”, già nell’espressione “andare a scuola” la nostra lingua ci indica il senso stesso della pedagogia e del rapporto tra scuola e allievo: è l’allievo che va a scuola, che la in-tende (cioè che tende ad essa fino a entrarci), che la conquista anche fisicamente andandoci con le proprie gambe. La lingua ci dice perciò della scuola come luogo e tempo di una conquista anche fisica.

I fatti purtroppo, sempre più spesso, smentiscono la ricca saggezza della lingua. Vedendo come avvengono le cose, oggi dovremmo dire: “a che scuola sei portato quest’anno?”, o forse – peggio ancora – dovremmo dire: “attraverso te a che scuola vanno i tuoi genitori quest’anno?”. Sono sempre più rari i casi di allievi che vanno loro a scuola, conquistandosela anche fisicamente passo dopo passo, giorno dopo giorno, camminata dopo camminata, risveglio dopo risveglio. C’è sempre la mamma o – peggio ancora – il papà o i nonni a svegliare l’allievo, a portarlo mezzo assonnato a scuola, ad andarlo poi a prendere.

Dietro questo comportamento, purtroppo, surrettiziamente si afferma e si vive una pedagogia e una visione del rapporto allievo-scuola molto lontane da quelle suggerite sopra. La scuola non è più tempo e luogo di una conquista del bambino o del ragazzo. La scuola è sempre più un dovere del genitore o del nonno, un loro compito, una loro mansione o pratica quotidiana, Sono i genitori o i nonni ad“andare a scuola” portando o trascinando o scaricando il figlio-nipote, spesso proiettando sul figlio-nipote il loro bisogno di affermarsi e/o di ricevere conferma attraverso la sua riuscita scolastica, di dimostrare grazie a lui di essere loro bravi genitori o nonni, di proteggerlo bene dal mondo cattivo e infido. Usando l’alibi della “necessità” di portare il figlio a scuola, affermano e in-segnano una visione difensiva nei confronti del mondo e della vita e invece di dare – come sarebbe loro compito – il figlio-nipote al mondo e alla vita, lo tolgono dal mondo e dalla vita, lo chiudono in una matrioska genitoriale da cui sarà difficile che egli possa uscire. Sotto sotto resteranno al figlio-nipote due possibilità: o – deludendo i genitori-nonni – subire la scuola sognando esplosioni di evasione e di sballo, o – compiacendo i genitori-nonni – rinchiudersi nel “dovere” scolastico come nella nicchia di una ossessione psicotica, che li isola sempre più da sé stessi e dal mondo (non si dimentichi quanto spesso i primi della classe siano ragazze anoressiche o ragazzi psicotici).

In tale modo i genitori-nonni scippano alle nuove generazioni quell’ “andare a scuola”, che è momento fondamentale e inespropriabile dell’essere allievo. Tolgono le radici all’albero e le fondamenta alla casa. Proprio così: li es-propriano, cioè tolgono loro ciò che è loro proprietà, ciò che a loro è proprio.

Come stupirsi poi che le nuovi generazioni siano disperate, cerchino lo sballo, l’ubriacatura, la velocità suicida, l’anestesia della sostanza, l’esplosione fascista o razzista, il sesso come alternativa anche violenta alla noia?

È soprattutto l’ansia materna a produrre questa grave invasione di campo dei genitori nei confronti del rapporto tra la scuola e gli allievi. In particolare l’ansia materna è rivolta verso il figlio maschio, soprattutto il primo figlio maschio. Sono soprattutto le mamme ad accompagnare a scuola il figlio, con premura e con frequenza che molto spesso con la figlia femmina non hanno o non hanno avuto (di solito non si rendono neppure conto delle preferenze messe in atto). Non mi stupirei che una delle ragioni del migliore rendimento scolastico medio delle femmine rispetto ai maschi fosse legata o dovuta alla minore pressione e “castrazione” psicologiche della madre nei loro confronti; se poi si aggiungono la rabbia e la voglia di dimostrare chi è meglio tra il fratello tanto curato e la sorella meno considerata, si intuisce da dove spesso venga la maggiore motivazione delle femmine ad “andare a scuola”,

Se le responsabilità delle madri sono pesanti, quelle dei padri non sono da meno. Prima di tutto non impediscono alle madri di divorare d’ansia materna il figlio, cercando di affermare e valorizzare, magari corteggiandola di più, i diritti di femmina, di donna e di moglie della compagna; in molti casi i padri soffiano ancora di più sull’ansia materna, aumentandone l’insicurezza e buttando ogni giorno di più la madre addosso al figlio. In secondo luogo, così facendo, non testimoniano né confermano il diritto del figlio a essere autonomo, a camminare con le proprie gambe, ad andare al mondo, a esplorarlo, a misurarsi con le difficoltà e anche – necessariamente – con i rischi, così da poterli conoscere e affrontare. Spesso sono i padri i primi a non dare fiducia al figlio, a disconfermarlo, a rinviarne all’infinito l’emancipazione, come se fossero proprio loro – i padri! – a fare ancora di più e ancora peggio la mamma del loro figlio. La conseguenza è la grave disconferma del figlio, la produzione di un disagio sempre maggiore che tiene infantile il figlio, impedendone anche gravemente l’individuazione e ributtandolo continuamente nello status di bambino piccolo che dipende dalla madre e che non può andarsene e crescere. Quanto patogeni siano purtroppo questi comportamenti paterni, lo dice l’esperienza clinica quotidiana: tante psicosi giovanili hanno alla loro radice proprio dinamiche di questo tipo.

Da parte loro i nonni troppo spesso si sostituiscono ai genitori nella quotidianità, così che alla fine non fanno né i genitori né i nonni (essere nonno è dimensione festiva, non quotidiana), privando i nipoti della ricchezza di entrambe queste due grandi dimensioni formative. “Aiutando” poi i genitori nella loro funzione, i nonni di fatto limitano l’esperienza dei genitori, impediscono la loro apertura sociale. I genitori non parlano né si accordano con gli altri genitori, non li incontrano, non si confrontano con loro, non trasformano in domanda sociale e politica il problema della loro presenza e funzione. Tanto ci sono i nonni! Che bisogno c’è di porsi e di risolvere il problema di come potere e dovere fare i genitori? La disfunzione delle relazioni familiari finisce così con l’avere una immediata ricaduta di inerzia sia sociale che politica.

Si può individuare la scuola migliore del mondo o, come si usa dire oggi, la più “seria”, ma se l’allievo non è lui ad “andare a scuola”, da soli!, si toglie il senso stesso e il significato profondo della scuola e del rapporto con essa.

Andare a scuola” è evento e problema dell’allievo, non dei suoi genitori o nonni. È l’allievo a essere in gioco, solo lui. I genitori, la società lo stato debbono garantire questa possibilità, non viverla loro come se fosse un loro problema o un loro compito. Se lo fanno impediscono alle nuove generazioni di crescere, di conoscere sé stessi, di vivere. Si uccidono i figli credendo di aiutarli.

Tutta la scuola oggi è “privata”, sia quella statale che quella non statale, proprio perché, non lasciando “andare a scuola” da soli i bambini e i ragazzi, si finisce con il privarli della scuola e della sua conquista.

 

 

Bacio e Adolescente. Due capitoletti da mio libro La tenerezza dell’eros (dal capitolo sul Bacio)

 

1.1.1.3. – Non è la sensazione del piacere a dare significato al bacio

 

Nella nostra cultura è molto forte la convinzione che i gesti d’amore siano belli perché danno piacere. È vero il contrario: è perché sono belli che danno piacere.

Legare il piacere alla sensazione, identificarlo con essa è una delle illusioni tipiche della nostra cultura, giocata sulla separazione tra sensazione e significato, persuasa che nell’uomo possano esserci sensazioni a sé stanti e assolute, astratte dal mondo relazionale della persona, dalla sua storia, dai suoi significati. Non è così. Se così fosse, non si capirebbe, per esempio, perché spesso un piccolo bacio appena accennato possa dare più piacere di un bacio insistito e prolungato.

La nostra cultura, avendo rinunciato al legame profondo che unisce gesti e significati, è poi costretta a esasperare la logica del fare, a trasformare le azioni in tecnica, e i gesti nella tecnica di loro stessi, nell’illusione che la tecnica alla fin fine coincida con il significato, sia il significato. È un’illusione in fondo necessaria per la nostra cultura: ci si condanna sì a una ricerca ossessiva e mai paga di una tecnica sempre più allenata ed esasperata, ma al tempo stesso ci si dà l’alibi per non pensare, per non guardare al fondo della solitudine e della disperazione che ci abitano.

Così, ormai convinti che la tecnica sia l’essenza delle cose e al tempo stesso l’unica sicura porta all’omologazione e al piacere, spesso, di fronte a un gesto d’amore, ci blocchiamo, nel timore di non possedere abbastanza tecnica per esprimerlo. Come mostra l’episodio che vado a raccontare.

 

 

1.1.1.4. – Un episodio significativo

 

Una ventina di anni fa, in un paese dell’estrema periferia metropolitana di Milano un episodio mi mise di fronte all’inevitabile constatazione di quanto ormai tutto ciò fosse diffuso.

Durante una mia piccola conferenza a giovanissimi preadolescenti, un ragazzino di dieci anni si alzò e in tutta tranquillità sua e dell’uditorio dei suoi coetanei mi chiese: “Quando si può cominciare a baciare con la lingua una ragazza?”. La sua preoccupazione era rivolta ai tempi e alla tecnica del gesto, non certo al suo significato soprattutto relazionale, non certo alla ragazza, meno che meno al desiderio e al piacere di parlare con lei, di conoscerla, di relazionarsi con il suo mondo. Per lui il bacio non era un gesto di comunicazione, ma semplicemente una performance. L’unico significato che poteva essere sotteso a quel gesto era la conferma narcisistica di sé di fronte alla paura della inadeguatezza, della incapacità di essere autore di quella performance. Con quel gesto appiattito a tecnica egli non comunicava né con la ragazza né con il mondo dei significati e, in fondo, neppure ricavava piacere; soltanto e senza certo esserne consapevole, attraverso quel gesto, tentava una impotente risposta alle proprie paure non soltanto di preadolescente, ma già di uomo d’occidente. In tale modo perdeva tutto quel mondo di significati e di relazioni che con timore e tremore un bacio, il primo bacio d’adolescente, ha magicamente in sé. Aveva paura di una incapacità, e stava perdendo la magia del bacio.

Quel ragazzino aveva dieci anni, lo sguardo aperto e vivace, l’espressione intelligente. E già la nostra cultura ne condizionava i gesti, impedendone la fruizione dei significati.

 

 

 

La depressione della mamma e i diritti della figlia

In un suo commento a un mio post Lara mi scrive:

Ho 19 anni e mia madre soffre di depressione ricorrente da quando ne avevo sette.. Non accetta nessun aiuto e colpevolizza chi cerca di farlo. Credo che le cause siano varie (la morte di un parente, la disoccupazione o l’obesità,), ma quando mi ritrovo a pensare al peso di questo disagio mi sento precipitare inevitabilmente nell’egoismo e nell’apatia desiderando il sostegno e il conforto di una madre “normale”.. Anche per me c’è il desiderio di allontanarmi il più possibile sperando che mia madre non si possa frapporre come ostacolo tra me e la mia crescita o nella semplice vita quotidiana. E’ molto dura. Mi sento impotentente e nel mio egoismo talvolta mi ritrovo a temere di cadere nella medesima malattia.. Non sono nemmeno riscita a diplomarmi, tanto che sto pensando di iscrivermi a una scuola convitto per ‘cercare di finire gli studi in pace’.. Sono conscia sul fatto del libero arbitrio, ma sono molto confusa. Gradirei un consiglio … grazie”.

 

Cara Lara,

e se quello che tu chiami “egoismo” fosse il tuo sano e legittimo desiderio di sopravvivere o, meglio ancora, di vivere? Perché non diventi tu la mamma di te stessa? E il primo modo per essere mamma a te stessa sta nel dare te al mondo e alla vita. Pensa ai tuoi studi, al tuo diritto di innamorarti, di avere tutti i 19 anni che hai e che sei. Non è ora che tu pensi un po’ a te stessa, a volerti bene, a imparare l’arte della gioia? La depressione non curata di tua madre ti ha già privato, fin dai tuoi sette anni, della tua fanciullezza e di tutta la tua adolescenza. Non è ora che tu prenda in mano la tua vita? Non è ora che tu ti ribelli a questa cappa di tristezza e di non voglia di vivere che soffoca la tua casa e le vostre vite?

Mi pare che il vero “egoismo” semmai sia quello di tua madre e di quanti stanno al suo gioco, non accedendo – loro e tua madre – a una cura adeguata, che, lo ripeto per l’ennesima volta, consiste in una efficace terapia sistemica. Questo impedisce a te di aprirti al mondo, di scoprire tutto ciò che di bello e vero può esserci nella vita. Impedire al figlio di aprirsi al mondo mi pare proprio l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare una madre o, più in generale, un genitore.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare quelli dei figli. Questo vale per tua madre, ma vale anche per tuo padre che – a quanto si può pensare da quanto non dici – non c’è oppure non sa o non può o non vuole affrontare davvero il problema e soprattutto non libera te da questa situazione, sostenendo il tuo diritto di essere libera, di crescere, studiare, vivere, essere giovane. Non è che, per caso, ti devi sopportare anche lui, come se tu fossi la mamma di due bambini o come se fossi diventata tu la donna di casa? Sarebbe un tragico capovolgimento di ruoli.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare non solo quelli dei figli, ma ancora di più quelli dei nipoti e dei pronipoti. E questo vale soprattutto per te: se ti lasci condizionare dalla depressione non curata di tua madre, non potrai diventare madre con tutta la gioia e con quella pienezza d’amore che hai diritto di potere vivere.

Non rispettando i tuoi diritti di figlia, alla fine senza volerlo non rispettare i diritti dei tuoi figli e dei nipoti e pronipoti che potresti avere; finisci con il ripetere di fatto la logica di tua madre, che impedisce al futuro di sbocciare e vivere. Te lo dico da padre di tre figli e da prossimo (fra meno di due mesi) nonno.

Se io fossi in te, farei due cose: 1) a cominciare da mio padre consiglierei ai miei familiari una buona terapia sistemica (lo ripeto: la depressione, prima di essere problema e malattia di un individuo, è problema e malattia del sistema familiare); 2) me ne andrei, pensando alla mia vita e al futuro mio e dei miei figli, nipoti e pronipoti e lasciando – come dice il Vangelo – che “i morti seppelliscano i loro morti”.

Se ti lasci schiacciare dalla depressione di tua madre e dalla non volontà di superarla (non volontà sua, ma ancora di più di chi le sta intorno e la compatisce stando al suo gioco e subendone il ricatto psicologico), ne diventi complice. Se accetti la logica che un genitore abbia più diritti di un figlio, finirai in un modo o nell’altro con il ripetere tua madre, in una tragica catena che si trascina di generazione in generazione.

Forza, la vita ti aspetta. In bocca al lupo e tanti auguri per i tuoi studi.

 

 

La loro mamma non le ha abbracciate neppure allora

Una cosa in particolare mi stupisce dolorosamente nei racconti di molte mie pazienti: neppure nel giorno delle loro prime mestruazioni sono state abbracciate dalla loro mamma. Ancora più tragicamente, se ne rendono conto soltanto perché io lo faccio loro notare.

Una testimonianza (di Laura) da :

LA DIVERSITA’ E’ UN VALORE

 

LA DISABILITA’ UNA RISORSA”

– convegno 30 marzo 2009 Firenze – 

 

 I ragazzi di Sipario e i loro genitori sono stati protagonisti e organizzatori di un intenso pomeriggio  nell’affollatissimo Auditorium messo a disposizione dal quotidiano fiorentino “La Nazione” .

Era partito bene Giuseppe Mascambruno,  direttore del giornale nonché moderatore dell’incontro , parlando  nell’articolata e appassionata introduzione di “comunicare le emozioni-mettere in moto le emozioni” e riconoscendo a “I Ragazzi di Sipario”questa palpabile capacità. E la si sentiva forte e vibrante arrivare dalle prime file dove i ragazzi attentissimi non perdevano una battuta, fino al fondo della sala. Una sentita partecipazione corale. Fino alle inevitabili stonature di inguaribili solisti (l’intervento-babà, zuppo e grondante di stucchevole  politichese  dell’Assessore al Lavoro della Provincia di Firenze, tanto per dirne uno, ma anche, a mio avviso, e purtroppo più deludente ancora perché inaspettato, l’intervento piatto e monocorde – mais très physique-du-rôle codino brizzolato compreso- di un neuropsichiatria che non ha aggiunto nulla di nuovo a ciò che già non sapessimo dell’associazione e del futuro dei ragazzi dopo il 18esimo anno d’età,se non, almeno questa è un’ottima cosa, che si è divertito tanto a giocare a golf con i ragazzi) che hanno sparigliato il coro, direzione: mondi paralleli. Ma dura poco. Per fortuna la bella faccia solare e ridente di Marco Martelli Calvelli, il presidente dell’Associazione, ci riaggancia alla locomotiva di Sipario e ci riporta alla vita vera.

E che cambio di registro quando a guidare la parola è la passione e l’amore per chi e per quanto si fa! Marco oltre che a noi , si rivolge sempre con uno sguardo,con  un sorriso, con una battuta ai suoi ragazzi in platea. Un amorevole e bravo direttore d’orchestra che  sa  anche farsi dirigere da loro e seguirne dolcemente l’onda. Ancora musica , e che musica con gli interventi dei ragazzi! Gli interventi, ci tiene a precisare Marco, sono spontanei!

 

 Parla per primo Francesco dice dell’importanza dei genitori e che “sono contento di sapermi comportare bene”e stare a contatto con la gente. Alza il tono della voce per dire ”la disabilità è un valore!”. Marco lo sollecita, ma tu canti, si mi piace . Ho scritto “Vita privata”, ce la fai sentire? No! Dovete venire al ristorante se la volete ascoltare!

 

E’ la volta di Carla. Deve partorire ogni parola e lo fa con dedizione  guardandoci negli occhi. E’ magnetica, silenzio assoluto e denso mentre parla. E parla a braccio ma con la precisione di una lettura, senza sbagliare o dimenticare una parola. Racconta con una minuziosità che incanta del suo lavoro al ristorante. Dice dell’importanza di aver potuto conoscere tante persone e ribadisce questo senso di comunità, che ciò è “una risorsa per noi e per gli altri”.

 

Arriva “lo chef” che s’incarna nella figura grande e possente di Lorenzo, simpaticissimo e carismatico che subito parla dei “bisticci di lavoro”e quasi a sé stesso,  a farsene una ragione “devo dire che devo andare d’accordo con tutti”. Mette l’accento sulla pericolosità del mestiere del cuoco, che ci si può far male “una volta col batticarne perché pestavo guardando in aria” e mima la scena in maniera efficacissima. Si capisce che si diverte a divertirci. Marco, che evidentemente conosce il suo guascone, lo provoca: qual è il tuo libro preferito? La Guida Michelin! Ma sono sempre alla A.

 

Annunciano “il filosofo”, ma Fabio con serietà e convinzione, ci tiene moltissimo a ribadire che “io non sono un filosofo, sono solo un ragazzo che pensa molto”. Dice: mi piace Sipario perché mi ha dato un’opportunità unica e magnifica. Sipario è una risorsa per noi, abbiamo trovato la nostra dimensione e un lavoro per il futuro. Noi Down siamo un’identità per tanti altri ragazzi. Perché in questa società che va allo scatafascio, in cui mancano valori, noi dobbiamo darci da fare per prospettare un mondo migliore. Che è il mondo della disabilità. Dopo un forte e commosso applauso Marco gli chiede se a Sipario ha trovato la fidanzata. Non lo dico perché sono cose personali. Voglio ringraziare tutti quelli che lavorano al ristorante e me stesso.

 

Nomita, timidissima nel suo bel golfino rosa che fa risaltare i  capelli corvini e la pelle d’ambra, dice quanto le piace il suo lavoro e siccome è cuoca vuole invitare tutti noi che siamo venuti oggi qui alla Nazione a cena da loro. Saluti da Nomita.

 

Impari il confronto dopo simili interventi che più di tante parole ci hanno  incarnato la realtà di questi nostri compagni di viaggio. Ma ci prova il direttore Mascambruno che sostanzialmente ribadisce concetti che i ragazzi ci hanno fatto vedere: la dignità, la serietà, la caparbietà, l’impegno, il saper e voler seguire un metodo, l’affermazione del merito, le contaminazioni che producono i buoni educatori.

A seguito di alcuni interventi di politici locali, la parola passa  al Prof. Lupoi dell’Università di Genova e presidente dell’Associazione Trust in Italia, e ad altri specialisti del tema che illustrano Il Trust come strumento giuridico per tutelare i più deboli quando i genitori o i parenti non ci saranno più. Anche qui, nonostante l’apparente tecnicismo del tema, l’attenzione è al massimo e l’argomento molto interessante, anche per il coinvolgimento evidente dei molti presenti. E poi il professor Lupoi fa un’affermazione intrigante e da approfondire: “ il Trust rende giuridica la Morale”.

Conclude da ultima, ma non ultima Stefania. Appassionata, battagliera dalla sensibilissima anima e  anima stessa dell’associazione di cui suo marito Marco è presidente. Si percepisce il magma che la fa ribollire e che vorrebbe esplodere, ma che viene tenuto a bada da un intervento apposta scritto per non andare a braccio ed arrabbiarsi. Tante sono le cose che spingerebbero a farlo. Tanto per cominciare la mancanza di visibilità per tutto ciò che riguarda il mondo dell’handicap (mondi paralleli …? ). Si continua parlando dell’esperienza del ristorante “I Ragazzi di Sipario” e di puntare sul fatto che Sipario debba dare emozione. Soprattutto in questo momento cruciale della nostra società. A Sipario i limiti esistono, e ci si rilassa. Serve principalmente a noi normodotati.

E qui Stefania si/ci interroga sul ruolo della famiglia del disabile, su chi l’aiuta dopo i 18 anni del figlio. Dice, noi ci siamo rimboccati le maniche, con entusiasmo e fiducia, ma non si trova la stessa fiducia nelle istituzioni (discorso a parte merita il MCL che ha offerto i locali del circolo per il ristorante). Ora abbiamo in organico 7 lavoratori con handicap. Hanno ritardo mentale, e qui sarebbe giusto fare il punto tra handicap fisico e handicap psichico; e ancora mette l’accento sul fatto che chi fa le leggi quasi mai sa, in quest’ambito, di che cosa sta trattando. I politici non conoscono i problemi specifici, manca assolutamente la comunicazione tra i fruitori di quelle leggi e chi le dovrebbe strutturare. I nostri ragazzi sono persone, mentre queste leggi sembra fatte dai politici con funzione auto-referenziale! Dai politici per i politici. Le leggi vigenti li mettono si al lavoro, c’è l’obbligo di assunzione per le aziende, ma soli, spaesati, li si obbliga all’esclusione.

La legge Biagi almeno prevedeva la possibilità di dare commesse a cooperative di tipo B in cui avrebbero potuto lavorare insieme. Fa un’enorme differenza per loro. Bisogna capire cosa è più adatto a loro. Non si può fare di tutta un’erba un fascio in situazioni così difficili e delicate.

I nostri ragazzi sì, hanno imparato, capito il senso civico, i nostri amministratori meno si direbbe!

Un grande caloroso applauso l’abbraccia nel finale del suo intervento.

I ragazzi cuochi e camerieri si sono già trasferiti da un po’ al piano di sopra : il cocktail è servito!

 

 

Adolescente e bigliardo. La “morte” del figlio e l’uccisione dei “genitori”

Prima di iniziare un’importante partita, gli esperti giocatori di bigliardo gettano le biglie contro i diversi punti delle sponde, valutandone la consistenza e la tenuta in ogni loro parte; così sanno con quale forza bisognerà calibrare il tiro durante la partita. È un po’ quello che fanno gli adolescenti con i comportamenti e, ancora di più, con i “valori” dei genitori, sia quelli consci e dichiarati, sia soprattutto con quelli inconsci e più profondi, quelli che nessun altro intuisce o conosce più di un figlio. In tale modo ne provano, verificano, valutano la verità, la tenuta, la coerenza, l’autenticità. Da parte del figlio provocare e sfidare i genitori non è, dunque, obbligatoriamente o esclusivamente una azione di svalutazione o di “mancanza di rispetto” o una irriverenza fine a sé stessa. È invece una necessità, legata alla fisiologia del confronto e del riferimento: l’adolescente sfida e snida l’anima dei genitori e l’anima del loro legame genitoriale e – se c’è – anche genitoriale , perché quelle anime vuole conoscerle fino in fondo, vuole sondarle e – se possibile – desidera amarle come i modelli da seguire nella propria vita di individuo e di coppia.

Ripeto, nessuno più di un figlio conosce dal di dentro i propri genitori, il loro essere o non essere coppia, relazione, interazione, interlocuzione, identificazione reciproca. Nel “tra” della coppia il figlio viene concepito, accudito, formato, educato. Il “tra” è la sua culla, la sua mangiatoia, il suo primo orizzonte, il suo mondo originario, la sua più antica identità, il primordiale guscio della sua esistenza, il riferimento da cui partire e ripartire, per porsi il problema del senso e della identità.

Ma, troppo spesso, il “tra” della coppia sia genitoriale che coniugale, invece di essere dinamica viva e vivente, è un guscio, duro e sedimentato, dal quale è difficile uscire. In particolare lo è il “tra” della coppia genitoriale, quando i genitori, dopo avere poco alla volta lasciato languire e forse morire il “tra” della loro coniugalità, si sono chiusi nella loro funzione genitoriale come se questa fosse l’alibi del loro essere coppia (“se non ci fossero i figli …”), l’alibi di una identità e di una relazione che non ci sono più, l’alibi per non amarsi più, per non crescere più l’uno identificandosi grazie all’altro, per-sonando l’uno attraverso l’altro.

Se non è vivificata dalla relazione coniugale, la relazione genitoriale rischia davvero di diventare uno scorza dura, qualcosa di poco autentico, che trattiene il figlio, come se fossero i genitori ad avere bisogno di lui e del suo rimanere eternamente figlio. Se il figlio se ne andasse, che ne sarebbe di loro? Come potrebbero di nuovo amarsi, guardarsi negli occhi, sperare l’uno nell’anima dell’altro?

In tale modo si viene spesso a creare un capovolgimento di ruolo tanto terribile quanto coperto e negato: mentre dovrebbe essere il genitore a dare conferma al figlio, è il figlio a confermare i genitori nella persistente necessità della loro presenza e funzione. Il prezzo di questo devastante capovolgimento è dunque la necessità che il figlio rimanga figlio, magari “grazie” alla propria problematicità o al proprio disturbo psichico.

Ecco perché, in tutti questi casi, la questione, prima che essere dell’individuo, è del sistema familiare, che ha bisogno di trattenere i figlio e di usarlo come capro espiatorio della propria disfunzione relazionale.

Come un pulcino che voglia nascere, il figlio adolescente deve allora, più che mai, fare i conti con questo guscio, verificarlo, metterlo alla prova, romperlo, uscirne. Solo così potrà cessare di essere figlio, per essere uomo; potrà cominciare davvero a crescere (non a caso il termine adolescente significa “colui che sta cominciando a crescere”), a essere sé stesso in modo autentico, proprio, originale.

Solo “rompendo”[1] il mondo di valori non vivi e non più vivificati dei genitori, l’adolescente può davvero prenderne distanza da quel loro mondo spesso tanto asfittico e arido, così da poterlo oggettivare, conoscere, ri-conoscere, valutare per quello che è. Solo così potrà pensare a un mondo nuovo e proprio.

Da parte del figlio non è azione facile. Non a caso la psicologia parla di necessaria “uccisione” dei genitori da parte del figlio. Non a caso la stessa Bibbia parla del dovere di “abbandonare” (è il termine forte e tranchant usato dalla traduzione della CEI in Genesi, 2, 24) il padre e la madre.

Neppure da parte dei genitori l’azione è facile. Devono sapere morire poco alla volta alla loro funzione genitoriale, vivificando e confermando sempre di più la loro identità coniugale o, come taluni preferiscono dire, sponsale. Se non lo fanno non vivono più la loro dimensione primaria e – che ne siano o meno consapevoli – trattengono i figli e tolgono loro la speranza, cioè li esasperano (il termine deriva da ex, ab, spero, che letteralmente significa “allontano e sottraggo la speranza”)[2]. In questa azione esasperante dei genitori la psicologia sistemica trova la più rilevante delle cause del disturbo psichico.

Se la separazione o il divorzio non consentono al padre e alla madre il recupero attuale della loro relazione coniugale, questi devono sforzarsi il più possibile di salvare quanto di vivo e autentico c’era nella loro relazione di coppia prima che si separassero e divorziassero. Purtroppo molte coppie di separati e divorziati nel conflitto dell’oggi perdono, rinnegano e annullano anche quanto magari li ha uniti e fatti innamorare ieri, in quel “tra” che ha concepito e fatto nascere il figlio.

Troppo spesso la cronaca ce lo ricorda: se il figlio non “muore” con le virgolette, può rischia di morire senza virgolette; se il genitore non è “ucciso” con le virgolette, può rischiare di essere ucciso senza virgolette.

 


[1] “Rompere” è evento tipico di ogni nascita. Non a caso, per nascere, si rompe il sacco amniotico o, come si suole dire, “si rompono le acque”.

[2] Lo stesso san Paolo ammonisce in tale senso i padri (Col. 3, 21).

ANORESSIA E BULIMIA, PRIMA CAUSA MORTE TRA RAGAZZE

Questa notizia è stata appena battuta dalle agenzie: anoressia e bulimia nervosa costituiscono la prima causa di morte per malattia tra le giovani italiane di eta’ compresa tra i 12 e i 25 anni, rappresentano un vero allarme socio-sanitario, colpendo oggi circa 150/200 mila donne.

Come in questo sito ho più volte affermato, l’unica terapia davvero risolutiva per questa grave e micidiale psicosi è, a mio avviso, la psicoterapia sistemica, dato che questo disturbo mentale, prima di essere un problema dell’individuo, è un problema del sistema familiare. La causa è la disfunzione delle relazioni familiari. Volere considerare e curare l’anoressia e la bulimia come problema medico significa non risolvere nulla. Anche qualora avvenga la remissione dei sintomi, non significa che il deficit strutturale che ha prodotto quei sintomi sia scomparso o risolto; significa soltanto lasciare intatto il problema strutturale, con grave compromissione della vita relazionale, affettiva, sessuale dell’individuo e con grave danno per coniugi e figli, senza che sia eliminato il rischio della implosione mortale e suicidaria. Solo una terapia sistemica può – lo ripeto – affrontare e risolvere il deficit strutturale. Vedi quanto su Anoressia e Bulimia ho scritto su questo blog.

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

In ogni donna ci sono almeno quattro donne

In ogni donna vivono almeno quattro splendide creature che a ogni ciclo mestruale si ripresentano, ogni volta in forma e modalità diversa, ma sempre nella fedeltà alla irrepetibile unicità del Sé. Quasi nessun uomo sa, rispetta e riconosce la straordinaria complessità di questo molteplice affiorare. Neppure le donne del resto sanno profondamente di ciò, né esigono – come e quanto dovrebbero – che ne sia rispettata, accolta e amata la scansione.

All’inizio del ciclo, in particolare nella prima settimana, riemergono l’adolescente, il suo fascino di provocazione fanciulla, il desiderio di essere corteggiata nel gioco, inseguita nel corteggiamento, amata nello scambio di una parola attenta, ingenua, bene articolata. Allora ama la freschezza della autonomia, la spontaneità della libertà, il piacere dell’indipendenza. E ciò che è fresco, spontaneo, piacevole può essere non preso, ma solo sorpreso dalla freschezza, spontaneità, piacevolezza dell’altro da sé. Il racconto, l’immagine, la fantasia, la fiaba, il piccolo insospettato dono, la gioia di camminare insieme dicendosi reciprocamente: sono queste le dimensioni d’adolescente proprie di questa ritornante stuzzicante ragazzina. Dall’amante ama essere scelta tra le altre, quasi a dispetto e invidia delle altre. Di lui desidera la vicinanza, l’attenzione, la furba tenera sorpresa, il ripetuto gentile avvicinarsi, la sapiente intelligente sfumatura d’approccio, l’ardito timido rivolgersi, il prezioso pronto riconoscerla e scoprirla nell’animo e nel sogno.

A cavallo tra la seconda e la terza settimana, in corrispondenza con il pieno esplodere della ovulazione, emergono la femmina potente, l’affermata consaputa sapienza della seduzione trasformante, il piacere solare di un corpo irresistibile e implosivo, l’unicità del proprio Sé femminile (come se le altre neppure esistessero o potessero esistere). Allora la donna ama il potere di sé, per questo le piace essere conquistata, presa, penetrata, abitata, così che lei possa trasformare e possedere d’amore. Lasciarsi pienamente andare a sé stessa, affidarsi fiduciosa al proprio potere di femmina e alla propria adulta sapienza di femmina: sono queste le dimensioni divine tipiche di questa fase. Dall’amante ama essere non più sorpresa, ma presa in tutto il fulgore della propria forza di femmina. Di lui desidera la forza generante e vivificante, la decisione adulta e libera, la bella e ricca sicurezza del gesto, la continuità potente e certa dell’intensità, la immediatezza autentica e vera dell’esclusivo esserci per lei e in lei.

Nella settimana che precede il flusso, emergono la smarrita incerta bambina, il timore dell’inadeguatezza, la paura di non essere bella e capace, l’angoscia di non essere più desiderata e desiderabile, la tristezza della frustrazione (come se tutte le altre fossero più belle e più donne di lei). È come se questa bambina dicesse: “se dovrò mestruare l’ovulo prezioso della mia piena femminilità, significa che sono brutta e incapace, che io sola mai diverrò donna potente e amata”.  Allora teme la propria debolezza e fragilità, per questo ama essere abbracciata, contenuta, coccolata, continuamente confermata, proprio come una bambina smarrita che nessuno ama e vuole. La depressione più o meno fisiologica, la tristezza, l’inadeguatezza di sé, la sfiducia nelle proprie capacità: sono queste le umanissime dimensioni proprie di questa fase. Dall’amante ama essere contenuta con forti rassicuranti dolcissime braccia. Di lui desidera non la penetrazione, ma la carezza, la delicata conferma, la parola vicina e attenta, lo sguardo buono, accogliente e confermante.

Durante i giorni del flusso, come ci insegnano le culture che noi ancora ci ostiniamo a chiamare “primitive”, emergono la femmina notturna del novilunio, la sapienza del ritrarsi in sé, il senso di una solitudine forte e ristrutturante. Allora la donna ama il proprio mistero di luna nascosta e di dea inaccessibile, per questo vuole essere lasciata a sé stessa, in una distanza rispettata e sacra, così che lei possa riattingere l’appartenenza alle profonde potenti radici che tra loro uniscono tutte le femmine della natura. Per questo in molte culture è vietato guardare la donna in questo periodo: sarebbe come guardare a occhio nudo l’accecante luce del sole o immergersi nudi negli abissi più profondi delle acque, là dove gli oceani traggono l’oriente delle loro travolgenti maree. Allora la donna ama essere lasciata in solitudine, pensata da lontano, con sacro stupore, ammirata in assenza e a distanza. Lo stupore rivolto a sé stessa, la silenziosa ragione di sé, il misterioso viversi, l’appartarsi in un al di qua sacrale: queste sono le ctoniche notturne dimensioni di questa fase tanto profonda quanto oggi del tutto ignorata. Dall’amante ama essere attesa nella distanza, ama essere temuta e amata come si teme e ama il sacro. Di lui desidera la muta devota lontananza, la sempre maggiore complessa delicata  sapienza del mistero.

Non sapere di tutto questo è la causa radicale di molti fallimenti di coppia. Un uomo, che non sappia rispettare la scansione di queste fasi, che non sappia stare a tempo con esse, amando in modo appropriato la complessità femminile della propria donna, creerà in lei un disagio profondo e crescente, che potrà portare anche alla rottura della coppia, senza che neppure egli si renda conto del perché. Una donna che, lei stessa, non sappia di questa propria complessità, si smarrirà sempre più nella depossessione di sé, perdendo oltre che il proprio amore anche sé stessa.

Se la donna saprà vivere e rispettare tutta la complessità e ricchezza delle dimensioni del proprio ciclo mestruale e se saprà farsi rispettare e amare in tutta le sfumature che le sono proprie, allora la menopausa giungerà in età molto avanzata e come dolce approdo a una nuova ricca stagione di vita.

 

Due padri incestuosi, due figlie bulimiche e due madri che non vedono

 

Primo caso.

Siamo all’aeroporto. Delia sta per partire per la Germania, con una importante borsa di studio. È la realizzazione del sogno.

Il padre, Piero, a parole è contento; però da più giorni se ne sta stranamente triste. Più si avvicina la partenza di Delia, più lui a parole è felice, ma nei fatti è sempre più abbattuto. Dalla sera prima della partenza, non parla più. Mentre accompagna Delia all’aeroporto, continua a tacere, E così, zitto, se ne sta fino all’ultima chiamata per il volo. Quando la chiamata arriva, Piero prende la mano di Delia: il gesto è quello del saluto, l’atteggiamento è quello del cane abbandonato, gli occhi e lo sguardo – di sotto in su – sono quelli della supplica a restare. Piero con la mano pare incollato a Delia, come se non riuscisse proprio a staccarsi da lei; piange silenziosamente. Intanto la madre leggiadra sta lì accanto, ma è come se fosse il personaggio di un’altra storia, che non c’entra nulla con quanto sta avvenendo  sotto i suoi occhi; non vede, non può vedere. Del resto come potrebbe vedere la tristezza e l’abbandono in un evento per lei tanto bello, che, se fosse capitato a lei, chissà quanto l’avrebbe resa felice. In questo periodo, poi, per lei va tutto più che bene: ha finalmente trovato il lavoro che tanto desiderava e che la gratifica al massimo, che la fa sentire importante, bella, “realizzata” come non mai (lei che nessuno nella sua famiglia d’origine prendeva mai in considerazione). Lei legge il silenzio e il pianto di Piero solo come segni di una semplice, normalissima commozione. Non ne può intuire il dramma. Il loro rapporto di coppia non ha mai raggiunto grandi e profondi livelli di intimità. Pur volendosi bene, non si conoscono veramente, meno che meno si sono mai veramente affidati l’uno all’altra. Solo la terapia li porterà a conoscersi, a frequentarsi veramente, a innamorarsi. Per ora, fino a lì in quell’aeroporto, lei non ha mai veramente preso in sé il bambino solitario, incompreso, ferito che sta dentro Piero, un bambino mai confermato dal padre e mai voluto fino in fondo dalla madre, un bambino che più volte ha subito abusanti attenzioni sessuali da un vicino di casa, senza che mai nessuno si accorgesse, che mai nessuno chiedesse, che mai nessuno permettesse a Piero di elaborare il danno subito. Solo Delia ha inconsciamente avvertito, sentito, percepito quel bambino; nelle lunghe ore in cui la madre restava al lavoro, c’era solo lei in casa con quel padre tanto complesso, con quel suo bambino nascosto dentro. Come non essere affettivamente presa, come non prenderlo emotivamente in sé, come non ingravidarsi psicologicamente di lui, di quel bambino abbandonato che nessuno – meno di tutti la madre – ha mai davvero visto e amato. Per una donna, soprattutto per una figlia, non è certo necessario fare l’amore, per ingravidarsi della debolezza bambina del proprio papà, per prendersi carico di lui. Le dinamiche incestuose sanno possedere molto più di un incesto realmente consumato. Basta un suo sguardo da cane abbandonato e solo, ed ecco il gioco è fatto e la sua debolezza bambina ingravida psicologicamente la figlia,

A Delia si bloccheranno le mestruazioni, il sintomo bulimico la farà da padrone, dopo pochi mesi tornerà a casa, vivendo il tutto come dovuto a una propria colpevole e devastante incapacità.

In realtà, come la terapia mostrerà, la coppia genitoriale, incapace di vera intimità e di vera autonomia, inconsciamente da un lato aveva delegato a Delia la gestione ingravidante della parte bambina di Piero, dall’altro aveva richiamato Delia, così che, tornando, potesse di nuovo gestire il proprio ruolo di incestuosa interlocutrice del padre e di provvidenziale liberatrice della madre.

 

Secondo caso.

Gianni, il papà di Erica, è stato anche lui abusato psicologicamente, da un “prefetto”, quando ragazzino era entrato in seminario, provocando in lui un terribile e insuperato corto circuito tra bene e male, tra moralità e immoralità, tra piacere e disgusto, tra identità maschile e omosessualità, tra fede e trasgressione, tra purezza e bestialità. Anch’egli, come Piero, non ha mai potuto né comunicare né elaborare quella esperienza, così che il danno in lui si è dilatato, fino a diventare paura di sé stesso, debolezza, incapacità a farsi valere effettivamente (non sa gestire la rabbia; sa solo litigare, per dispetti fatti e subiti, proprio come fanno i bambini sfigati). Gianni non sa davvero conquistare una donna, ha paura di prendere l’iniziativa, si sente sporco, brutto, inadatto. Anche della sessualità ha una percezione solo abbozzata, confusa; confonde il piacere con la trasgressione e con l’animalità del gesto. Meno che meno sa instaurare con la donna un rapporto di intimità profonda e vera, così che ogni sua relazione prima o poi si rivela inadeguata, non sa mettere radici, dare ed essere continuità. Incapace a prendere in mano la propria vita, di fatto lascia che siano gli eventi e le situazioni a decidere per lui (è questo un tratto frequente nelle personalità abusate).  Ha sposato Lella, la mamma di Erica, sostanzialmente per tre motivi (naturalmente più inconsci che consci): 1) Lella, nevrotica come era, finiva comunque per prendere lei l’iniziativa in tutto, liberando Gianni dalla incapacità a decidere e ad agire; 2) la famiglia di Lella stava del tutto antipatica alla famiglia di Gianni, così che, sposandola, lui riusciva – in quel modo – a ribellarsi a una madre troppo invadente e a un padre inetto, buttando fuori un po’ di quella rabbia e di quei fantasmi che ribollivano in lui; 3) Lella era molto occupata ed emotivamente ingaggiata nel suo lavoro di intellettuale, cosa questa che finiva con il difendere Gianni, preservandolo da ogni rischio di vera intimità con lei.

Anche in questo secondo caso, la coppia genitoriale finisce senza rendersi conto con il delegare alla figlia la gestione della parte bambina del padre, così da renderla di fatto la vera interlocutrice del padre, quella con la quale il padre fa davvero coppia a livello emotivo e affettivo. Anche qui l’incesto non è fisico, ma anche qui la figlia viene psicologicamente ingravidata da questo padre bambino. Per un po’ cerca di sottrarsi a questa dinamica attraverso la modalità difensiva tipica della anoressia restrittiva: va in amenorrea, ha un corpo che attraverso la magrezza tende a “volere” negare l’accesso alla femminilità piena, sta con un ragazzo che difficilmente può interrogarla e farla evolvere come femmina e come donna. Poi, quando Lella – in occasione di un viaggio all’estero – si deve allontanare da casa per una intera settimana, Erica – uniti alla amenorrea – manifesta anche i sintomi bulimici. Che è avvenuto? L’assenza prolungata di Lella (il “prolungata” è naturalmente relativo alla percezione della durata dell’assenza tipica di sistemi familiari disfunzionali) ha di fatto permesso al bambino Gianni di esibire ancora di più la propria tristezza e la propria solitudine e in questo modo di ingravidare Erica di sé. Il vomito bulimico per un verso è la conferma dell’avvenuto ingravidarsi di Erica, per altro verso è il suo inconscio desiderio di liberarsi di quel padre bambino, di vomitarlo fuori, di abortirlo attraverso il vomito e le aride labbra di una bocca invasa dai lancinanti dolori prodotti dai succhi gastrici.

L’adolescente, la sua sfida con l’assoluto e con la morte. Il ruolo della società e quello della scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

Per un adolescente la sfida con l’assoluto e con il problema della morte dovrebbe essere un diritto garantito e rispettato, così come dovrebbe esserlo quello dell’esperienza viva e confermata della propria unicità, tutta giocata tra la sistole della solitudine e la diastole dell’appartenenza. In molte culture, che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, l’adolescente nel rito di iniziazione vive il riconoscimento e l’attuarsi di questi diritti così sacrosanti. Noi siamo la società e la cultura della rimozione della morte, della negazione di ogni confronto con essa; noi abbiamo abolito i riti di iniziazione, li abbiamo considerati una barbarie inutile e pericolosa. Invece sono parte sostanziale e irrinunciabile della evoluzione del ragazzo e della sua integrazione al gruppo sociale, al punto che, se non li dà la società, se li prende lui, se li gestisce in proprio, con logiche auto-referenziali necessariamente reattive e marginali, che – queste sì – comportano rischi gravissimi ed esiti antisociali o delinquenziali, spesso riversati nella scuola e contro la scuola, nella istituzione e contro l’istituzione. Sia che piombino nella implosione solitaria del suicidio o della rinuncia a vivere e ad affrontare la realtà, sia si esprimano nell’azione violenta e anche omicida del gruppo, spesso azioni, che parrebbero sfogo assurdo o raptus inspiegabile, sono figlie di una mancata risposta sociale e culturale al bisogno-diritto del giovane di sfidare la morte, di verificarsi e identificarsi anche di fronte alla estrema sfida, quella con l’assoluto (e dell’assoluto può essere figura proprio la morte). Solo dopo la sfida è possibile l’identificazione-rinascita del Sé e l’acquisita appartenenza culturale, sociale, istituzionale. È dovere sacro e compito inviolabile non della scuola, ma della società e della cultura trovare i modi, i tempi, i luoghi, i riti, attraverso i quali possa, debba, voglia essere rispettato il diritto alla sfida e alla identità profonda, che – sola – dice chi è l’adulto e se sei adulto. Il problema non è pedagogico, tanto meno didattico, né compete alla scuola. Il problema è antropologico, e compete alla società complessiva e alla cultura.

Dunque, i riti di iniziazione non spettano alla scuola, anche se, in passato, alcuni momenti scolastici particolarmente difficili e altamente selettivi hanno avuto un’indubbia valenza iniziatica: per esempio l’esame di quinta elementare fino al secondo dopoguerra o quello di “maturità” fino a pochi anni fa finivano con il sancire l’accesso alla dimensione adulta e al riconoscimento sociale, che a questa compete. Oggi neppure con il dottorato di ricerca si giunge a tanto. Ripeto, alla scuola non compete questo compito; comporterebbe la riduzione della scuola a mero momento di formazione professionale e di avviamento al lavoro. Solo società e culture ideologicamente finalizzate ad assolutizzare il lavoro e la produzione possono giungere a tanto. Ma non si può neppure usare la scuola come alibi e strategia, per non fare mai divenire adulti, per imprigionare in una adolescenza stupida e senza fine; porterebbe la scuola – e già ne abbiamo i segni quotidiani – a essere complice e culla della ideologia della noia e della disperazione, quella che vorrebbe far vivere senza identità, senza interiorità, senza emozioni.

Il rito (o la prova) di iniziazione c’è e ci deve essere, perché il gruppo sociale ha bisogno di verificare (rassicurando sé stesso) e di confermare (rassicurando il giovane e l’azione formativa della sua famiglia) l’adeguatezza del giovane e della generazione nuova (il giovane in greco era chiamato néos, ‘nuovo’) a rispondere ai problemi radicali dell’uomo; come sopravvivere; come affrontare l’angoscia e la morte; come con-fluire nei valori sociali e culturali; quale mondo volere; quale destino scegliere per sé e per gli altri. Solo attraverso l’eseguirsi di questa verifica può continuare il cammino di una società e di una cultura. Ripeto, questa verifica non compete alla scuola o soltanto – perfino con attribuzione di colpe – alla scuola. Né la scuola deve prestarsi al gioco di essere il capro espiatorio, facendo male (né potrebbe essere altrimenti) ciò che la società e la cultura non fanno: selezionare e decidere chi è adulto e chi non lo è, chi cammina e chi si fa trascinare. Farlo significherebbe per la scuola divenire strumento ideologico e alibi di una società e di una cultura immobili.

Acculturare un ragazzo non significa dire e stabilire che è adulto. Solo un micidiale corto circuito tra senso accademico e senso antropologico di cultura, può portare alla confusione attuale. Sotto molte forme di bullismo, così come sotto altri terribili fenomeni tanto crescenti, quanto taciuti (l’aumento negli adolescenti dei suicidi, delle dipendenze, dei disturbi psichici, degli incidenti e delle performance mortali, della delinquenza, della non autonomia) c’è una mancata risposta al bisogno di iniziazione all’età adulta. Si va a sfidare la morte e a cercare l’unicità del Sé fuori dalla società e contro la società.

Sbaglia la scuola a farsene carico. È compito non suo. Soprattutto non è compito suo la assunzione e la gestione della autorità sociale e culturale. Se si fa carico di questo compito, finisce con l’essere l’alibi e la discarica delle impotenze sociali e culturali. Finisce con l’essere contro i ragazzi e contro il nuovo, provocando nei ragazzi una risposta reattiva e simmetrica, spingendoli, di fatto, a vedere nella scuola il nemico e l’ostacolo.

Società e culture ferme, che non hanno più orizzonti da scoprire, sogni da inseguire, desideri da soddisfare, progetti da realizzare, perdono autorevolezza né sanno più in-segnare di autorità i giovani e, meno che meno, la scuola; finiscono con il negare ogni autorità e con il convincersi di non avere bisogno di alcuna autorità. Le anarchie nascono dalla immobilità delle società e delle culture. Si finisce così, di fatto, con il legittimare il permissivismo (nella scuola e non solo), per coprire la mancanza di autorità e di persone autorevoli a livello sociale e culturale (non è certo un patetico grembiale o un impotente e isterico cinque in condotta a fondare l’autorità; né – più radicalmente – lo è la repressione).

Si aboliscono le prove di iniziazione, le si considerano ostacoli e crudeltà inutili. E si finisce da un lato con il lasciare i giovani nell’indeterminato, nel vago della non identificazione di sé, nel vuoto emotivo ed etico, nell’assenza della curiosità e dello stupore, anche e soprattutto dello stupore d’amore; d’altro lato si lascia il gruppo sociale nella paranoia di fronte a tutto ciò che è nuovo e, in particolare, di fronte al giovane, soprattutto al più vivo, al più creativo, al più intelligente, a quello che può dare di più. Poi, di tutto questo, magari si dà colpa alla scuola. Dopo averle tolto autorità, la si accusa di non averla o di non saperla gestire.

Non è la scuola a dovere dare risposte di questo tipo. Deve essa stessa riceverle. Non da sé stessa, ma da tutti noi come società e come cultura in cammino. Occorre ribadirlo: il problema, prima che scolastico, è antropologico.

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

«Scuola» deriva dal greco scholé

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

«Scuola» deriva dal greco scholé, che, a sua volta, si rifà al verbo echein, ‘avere’. La scholé era dunque quel tempo prezioso che porta ad avere sé stessi, così che l’avere coincida con l’essere. Non a caso l’equivalente latino di scholé è otium, cioè il tempo della libertà e della identità più vere e radicali. Provate ad andare a dire a un ragazzo d’oggi, che la scuola è il tempo della libertà e della identità; verificherete subito quanto lontana sia oggi dalle proprie origini la scuola. Invece, se si vuole, essa è il tempo della libertà e della identità.

Resta un dubbio. Se l’amore, la gioia e – con essi e in essi – la libertà e l’identità non possono essere dati, ma vanno conquistati, desiderati, amati, quasi rubati, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, come possono essere affidati alla scuola, se questa è un obbligo, stabilito per ideologia e per legge? Se è obbligo, poi per forza di cose tutto finisce per essere “contrattato”: quando, come, chi interrogare; se fare o non fare un compito; quali materie portare all’esame; quante ore di aggiornamento degli insegnanti ci siano; che ruolo abbiano i genitori nella scuola; quando e come si diventi di ruolo; che cosa vada o non vada riformato; e così via.

La scholé presuppone il senso del cammino. Se una coppia, una società, una storia, una cultura non sanno dove vanno e perché esistono, che senso avrà mai l’auctoritas?

«Adolescente» e «adulto» derivano dal latino, dal verbo ad-alescĕre (da cui adolescĕre) ‘essere nutrito, crescere’, a sua volta risalente ad alĕre, ‘nutrire’, della cui azione indica l’avvio, e alla preposizione ad, che indica l’intenzionalità orientata: «adolescente» e «adulto», rispettivamente il participio presente e quello passato di ad-alescĕre, indicano quindi ‘colui che sta cominciando a crescere’ e ‘colui che ha già cominciato a crescere’. Quanti di noi – genitori, insegnanti, cittadini – sono veri adulti, hanno cominciato a crescere nell’amore, nella cultura, nella vita, negli stupori? Quanti di noi possono essere riferimento credibile per un adolescente, che solo ora sta cominciando a crescere e, come una timida lumachina, mette fuori dal guscio le sue piccole antenne? È l’immagine, cui ricorrono Horkheimer e Adorno in appendice a Dialettica dell’illuminismo, là dove parlano della stupidità come del callo prodotto quando le antenne sono puntualmente negate, ributtate indietro. O forse conviene a tutti che i ragazzi la smettano una buona volta di pro-vocarci, di essere i messaggeri di un mistero, di guidarci nel futuro? Perché non fanno i bravi?  Perché non vogliono essere stupidi? Perché creano problemi a tutti noi, ministri compresi?

Il ragazzo e la scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

«Ragazzo» deriva dall’arabo ragfāş, che significa corriere, guida, messaggero. Se l’autorità sa accogliere il messaggero e ascoltare il messaggio, il ragazzo diventa discepolo, cioè colui che impara, ma soprattutto guida, cioè soggetto e fulcro della sua stessa educazione. Misteriosi messaggeri, prodigiosi messaggi, insospettate guide: questo sono i ragazzi. Più sono, meglio dovrebbe essere. Non chiedono che di venire accolti e ascoltati. Invece, quasi sempre si trovano di fronte anime di adulti, che non sanno stupirsi di fronte al mistero, né sanno abbracciare il prodigio, né lasciarsi guidare dalla novità.

Come potranno questi adulti essere autorità? «Autorità» deriva dal verbo augēre, che significa far crescere, e dal suffisso -tor, che indica il ruolo, la professionalità. Come potrà far crescere questi prodigiosi messaggeri chi, senza essere lui per primo cresciuto, non è inquieto nei cammini, curioso nella ricerca, rapito dal nuovo, interrogato dall’assoluto? Chi indica più gli orizzonti? Chi si affaccia oltre le colonne d’Ercole dello scontato, del sicuro, del programmato? Forse nella scuola c’è non troppo precariato, ma troppo poco (specie quello di ministri improvvisati e artigianali); non troppa insicurezza, ma troppo poca. Solo il precario chiede l’assoluto. Solo l’inquieto sa intuire i sentieri della quies, direbbe Agostino. Come può mostrare orizzonti e indicare strade la cultura del tramonto (questo significa «Occidente»)? Come può, allora, la scuola farsi luogo di stupore, ricerca, accoglienza, risposta? Come può essere riflessione e rifrazione, se nessuna luce illumina più le coscienze e le interiorità? Come può avvincere un libro, se nessuno lascia più intuire la dolce intimità del cuore, il sorriso del pensiero?

Se la scuola non è tutti questi interrogativi, si perde, conferma Illich, diviene sempre più auto-referenziale. E alla fine conta solo conservare il posto di insegnanti, bidelli, dirigenti, ministri; importa soltanto tutelare le garanzie sindacali, l’adeguamento ai programmi, la “produttività dell’azienda”. È il ragazzo dove è? Chi lo accoglie, chi lo ascolta, chi lo segue?

A proposito di scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

A psicoterapeuti e psichiatri capita sempre più spesso di avere come pazienti allievi, genitori, insegnanti, dirigenti e amministratori scolastici, forse anche ministri. A sentirli, pare proprio che non siano poche le personalità scompensate, fragili o gravemente disturbate che stanno, a vario titolo, nelle aule scolastiche. Non si riesce a capire come la scuola regga.

Moltissimi genitori sono ancora – prima di tutto – figli, con tanto di cordone ombelicale che li lega alle famiglie d’origine, impedendo loro di essere davvero coppia, di “sposarsi” davvero, di potere davvero essere genitori. La genitorialità è evento relazionale e gioco di squadra, non fatto individuale.

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolatorio nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico.

Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la patologia, con il bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i loro allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?

Quanto agli allievi, quasi sempre, più che essere loro il problema, sono vittime di genitori, di insegnanti, di strutture gravemente patogeni. Sono le vittime, e vengono portati in terapia come se fossero loro il problema. Ci sono genitori e istituzioni che chiedono aiuto a parole (quindi in perfetta, ma non certo sufficiente buona fede), ma che nei fatti hanno bisogno che il figlio o l’allievo sia un problema, sia “il” problema, così da non vedere che il vero problema sono loro.

Perché non si festeggia il menarca?

 

In tutte le società e culture che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive” si festeggia l’arrivo delle prime mestruazioni. Tutta la comunità si dichiara felice che una nuova donna sia presente e che, con il potere della sua femminilità, renda più ricchi tutti quanti; vede in ciò motivo di gioia e di speranza sociali. La ragazza poi si trova al centro della attenzione sociale e, soprattutto, si sente vista e considerata come adulta. Questo le dà un nuovo e gratificante senso di sé, del proprio corpo, della propria centralità sociale. Riceve con ciò una notevole conferma, che le permette di compensare alla grande la difficoltà da un lato dell’abbandono della fanciullezza e dall’altro dell’accesso alla dimensione adulta. Il difficile passaggio dal vecchio corpo e dalla vecchia vita di bambina a quelli nuovi di donna è così sorretto ed equilibrato dalla festa, dall’attenzione ricevuta, dalla riconosciuta nuova dimensione di femmina adulta.

La festa della comunità struttura ed equilibra anche il delicato rapporto tra famiglia d’origine e ragazza mestruata. In primo luogo dice alla famiglia d’origine che il suo compito è stato assolto e che quindi essa ha svolto quanto le competeva: questo dà conferma all’azione formativa ed educativa della famiglia d’origine, le dice che la missione è stata compiuta e che ci devono essere non sensi e dubbi di colpevole inadeguatezza, ma solo festa e gioia per il risultato raggiunto. In secondo luogo, affermando la dignità adulta della nuova donna, la comunità in certo senso comincia proprio con questa festa a compensare la fatica e il dolore che lo svincolo di una figlia comunque comporta, preannunciando con ciò la festa che a suo tempo accompagnerà il matrimonio della ragazza e la definitiva rinuncia a lei da parte della famiglia d’origine.

Da noi l’arrivo delle prime mestruazioni è evento quasi clandestino. A esserne informata è di solito la mamma, che spesso si limita a dare qualche rapido consiglio su come intervenire con i pannolini. Troppo di frequente da parte della mamma non c’è neppure un sorriso o un festoso abbraccio di complicità femminile. L’unico squallido risicato commento che purtroppo molte mamme si limitano a fare è “adesso devi stare attenta ai ragazzi e a non restare incinta”. Spesso questo commento o altri di segno analogo sono accompagnati da un tono di voce e da sguardi non certo festosi e gratificanti, tali da comunicare un messaggio più o meno di questo tipo: “poveretta te, anche tu adesso sei donna e devi fare i conti con il sesso e con il maschio!”.

Il padre di solito è informato solo di nascosto e non manifesta alcunché alla ragazza, come se il suo essere ora una donna non contasse nulla e non cambiasse nulla.

Nulla è cambiato, c’è solo un’incombenza igienica in più e una nuova paura del sesso e del maschio: questo di fatto è il messaggio che con l’arrivo del menarca viene dato a molte delle nostre ragazze. Il rapporto con il nuovo corpo di donna e con la sessualità è vissuto in una sorda clandestinità, spesso abitata da paure e sensi di colpa, che aumentano a dismisura, fino al parossismo, la difficoltà a lasciare la fanciullezza e l’impegno a vivere la dimensione adulta. Anche a scuola (per molte ragazze, ormai, la scuola è l’unico spazio sociale extrafamiliare praticabile) nessuno ti dice né ti riconosce nulla, né ti conferma di nulla; se quella mattina hai un’interrogazione, conta solo questa, non il fatto straordinario che tu sei diventata donna.

Quando le mie due figlie hanno avuto le prime mestruazioni, qui nella nostra casa si è fatto festa, abbiamo mangiato la torta e bevuto lo champagne, sono state donate loro bellissime rose rosse, Rosi ed io eravamo felici. Mi spiace che, a fronte di ciò, non ci sia stato un adeguato e simmetrico riscontro sociale: sarebbe stato decisivo, bello, importantissimo.