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Category Archives: religione e psiche

So da fonte certa (che – come spesso capita a chi è giornalista – non posso citare) che non è vero che parroco e vicario di Porto Garibaldi (Ferrara) non volessero negare l’Eucaristia al bambino disabile; a farli recedere dalla decisione presa sono state la ferma e sacrosanta reazione dei genitori e la indignata presa di posizione dei giornali e della rete. Altrimenti parroco e vicario avrebbero continuato a fare passare sotto silenzio l’intera vicenda, il che la dice lunga in primis sulla lucidità e sulla onestà teologico-pastorali dei due signori in veste talare e in seconda battuta sulla correttezza e dirittura morale ed etica dei giornali “cattolici”, che si sono comportati con diverse sfumature: dalla difesa a spada tratta di parroco e vicario da parte di alcune testate all’ambiguo ‘dico e taccio’ o ‘devo dire ma se potessi tacerei’ da parte di altre testate. Come cristiano mi sento umiliato e mortificato di fronte a tale comportamento della stampa cattolica. Dove sono finiti la fedeltà alla verità, il rispetto della parola vera, la testimonianza non negoziabile della verità? Questi giornali dovrebbero fare proprio quanto, con ben altro scrupolo morale, diceva a sé stesso san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (1, 17; traduzione CEI): “Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì, sì» e «no, no»?”. Dimenticano che tradire la verità è tradire e uccidere Gesù, che è “la via, la verità, la vita”? Dimenticano quanto dice Gesù (Matteo, 1, 37): “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”? Pare proprio che per questa stampa, che si definisce “buona stampa”, ciò che conta sia non disturbare il quietismo sordo e cieco di grande parte dei propri lettori, non disturbare l’ansiolitica acriticità dei perbenisti cattolici e dei parroci che oltre a “non volere casini” sottoscrivono gli abbonamenti tra la sacrestia (che non paga l‘IMU) e l’oratorio (che non paga l’IMU). Stampa cattolica come lexotan, come tavor o, per dirla in modo per loro più trasgressivo, come cannabis delle coscienze, alla faccia di Gesù e di chi più gli è vicino (il bambino e il disabile)!

Patetico in questo senso il comportamento di Famiglia Cristiana, che in piena bagarre sulla Eucaristia negata non trova di meglio che aprire il proprio sito online parlando delle sofferenze di un povero padre affetto da figlio handicappato. Che messaggio complessivo ne esca lascio intuire a chi sta leggendo. Purtroppo più conosco il cosiddetto “mondo cattolico”, più mi convinco che a questo mondo il disabile serve solo come strumento di sofferenza salvifica per chi lo sopporta e gli vive accanto. Guai se il disabile chiede o – come osa? – pretende rispetto e considerazione umana o professionale pari a quelli dovuti al “normale”. «Se sei disabile, fa’ il disabile e lascia tranquilli gli altri», questo pare il messaggio che trapela più o meno esplicitamente dagli ambienti cattolici, a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. Se il disabile, chiede rispetto o riconoscimento delle proprie capacità non da disabile, sotto sotto viene trattato come un gay che chieda il riconoscimento delle coppie di fatto o del diritto alla genitorialità, sempre a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. «Come osano “esibire” la propria umanità?»: così viene letto ogni tentativo di affermazione non disabile del disabile. Il disabile non può né deve fare o essere altro che disabile! Non parliamo poi di un disabile che voglia parlare di teologia. Apriti cielo! A paragone l’omofobia nei confronti dei gay è acqua fresca.

Tornando al bambino cui è stata negata l’Eucaristia, altre considerazioni vanno ulteriormente notate e aggiunte a quanto ho già detto nel mio post Anche la chiesa discrimina i disabili? Pensieri a margine della cronaca: negata l’Eucaristia a un bambino disabile. Lo suggerisce bene Elena nel post Ancora sull’Eucaristia negata al bambino disabile: “Non glielo impedite!”.

Leggiamo bene Luca 18, 15-17 (confronta anche il sinottico Marco, 10, 13-16): “Gli presentavano anche i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. Allora Gesù li fece venire avanti e disse:  «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà»”.

Da questa citazione di Luca emergono, a mio avviso, alcune affermazioni molto importanti:

  • E’ Gesù a volere che i bambini vadano a lui: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ecco perché nel mio post precedente dicevo che l’Eucaristia in certo modo è risposta al Battesimo e suo compimento: come l’uomo nel Battesimo si immerge in Gesù, così Gesù nella Eucaristia si immerge nella umanità di ogni uomo che vada a Lui. Nella Eucaristia e con la Eucaristia Gesù fa esercizio di Incarnazione, diventando cibo, carne e sangue di ogni uomo. Negare l’Eucaristia significa perciò impedire a Gesù questo suo formidabile esercizio di immersione nell’umano e di incarnazione nell’umano;  
  • è Gesù a volere che ciò non sia impedito: “non glielo impedite”, dice agli apostoli. Non solo, dunque, è Lui a volere che i bambini vadano a Lui, ma è Lui a esigere che ciò non sia impedito dai vescovi (che, come ben si sa, sono i “successori degli apostoli”) e, di conseguenza dalla gerarchia ministeriale, dunque anche dal parroco e dal vicario di Porto Garibaldi. Gesù capovolge pertanto quanto è avvenuto nel ferrarese: il parroco e il vicario dovevano essere e sentirsi spinti a dare e a non impedire l’Eucaristia al bambino non dai genitori, dai giornali e dalla rete, ma da Gesù stesso. Mi si permetta qui di notare il vuoto di presenza da parte dell’autorità episcopale, che, in quanto continuazione dell’azione degli apostoli, sarebbe dovuta intervenire di persona, con piena e calda umanità, non impedendo che Gesù nella Eucaristia accarezzasse quel bambino. Dove era il vescovo di Ferrara, dove erano i vescovi italiani? Possibile che “Avvenire”, l’organo di stampa dei vescovi italiani, fosse più preoccupato di difendere l’indifendibile e di parare i fondelli di parroco e vicario che non a seguire la volontà di Gesù, che dice: “Non glielo impedite!”.  Povera funzione apostolica! Neppure le più becere logiche lobbistiche sarebbero scese a tanto. Povera CEI! Bagnasco, dove eri?
  • è Gesù a porre come modello di coscienza e di apertura coscienziale il bambino: “a chi è come loro appartiene il regno di Dio”; “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà”. Altro che “capacità di intendere e volere”! Come proprio solito, Gesù capovolge le logiche umane, soprattutto quelle delle dogane, dei controlli, delle patenti di idoneità o dei certificati di abilitazione umana. Gesù non dice al bambino di aver una coscienza già in certa misura adulta, ma – bene al contrario – dice all’adulto di accogliere il regno di Dio come un bambino, di essere come un bambino. Non dice al bambino disabile di essere almeno un poco adulto; al contrario dice a tutti gli adulti, al parroco e al vicario di Porto Garibaldi, al loro vescovo, ai vescovi italiani e in primis al Papa che è il primo vescovo di essere come bambini, magari cominciando da quel bambino disabile che con i suoi compagni va da Gesù nella Eucaristia e, con la Eucaristia, permette a Gesù di accarezzarlo di divina umanità, proprio come soltanto Gesù sa e può fare. Chi lo impedisce toglie umanità a Gesù stesso.

 

Ricevo da Parigi questo commento di Elena, che, mi pare, merita lo spazio di un post.

Caro Gigi,

leggevo il tuo articolo e, prima ancora che tu le citassi, mi sono venute in mente le parole del Vangelo “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ho una relazione così incespicante e piena di buche con la religione, che non sapevo andare più in là nella mia memoria di catechesi, ancor meno avrei saputo dire in quale Vangelo veniva riportata questa frase. No, non sono certo una cattolica eccellente. Però la frase me la ricordavo bene essendo così bella. Sono andata a ricercarla, ed essa dice ancora di più: “Lasciate che i bambini vengano a me, NON GLIELO IMPEDITE”.
Già…
E da nessuna parte c’è scritto che il bambino deve essere biondo, moro, alto, basso, bello, grasso, magro,…
Guardate come si scrive “bambino” sullo schermo del copmuter: è una fila di lettere tonde, rotonde, come abbracci. Ditelo con la voce: bambino..due volte di fila le labbra si posizionano come a dare un bacio.
In questa brutta storia le labbra si sono ritratte come su un volto sdentato e arcigno, schiaffi altro che baci.
Io penso che Gesù si sia incavolato nero visto che neanche a lui è stato permesso quell’incontro, penso che il suo amore rimanga immutato nei confronti di quel bambino,anzi, si sia infuocato ancora di più. Ma a quel bambino…chi glielo spiega? E come glielo spiega? E che spiegazione vuoi dare se la stessa spiegazione è assurda come spazzatura? Chissà che dolore ha provato quel bambino…
Incapace di intendere e volere dicono? E di amare, soffrire, provare emozioni? In tutta questa storia c’è una grande incapacità palese: l’incapacità di amare, da parte di chi predica amore. Certo, il prete coinvolto in prima persona è una presenza fisica alla quale vien voglia (almeno a me) di dare un cazzotto, ma dietro di lui si nasconde (anche molto male) tutto un sistema che si erge su parole svuotate del loro vero senso. E a svuotarle del senso sono le stesse persone che scelgono quelle parole come “loro vangelo” …e parlano ancora di incapacità di intendere e volere?

Elena

 

Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

La personalità pedofila ha una strutturazione di personalità gravemente carente, a livello molto profondo, riguardante non l’orientamento sessuale, ma la costituzione, attivazione e strutturazione del Sé.

Il Sé della personalità pedofila può illudersi di ritrovare, contenere e amare sé stesso soltanto proiettandosi al di fuori di sé, in altro individuo rispetto a sé (di solito un bambino o una bambina), in una dinamica strutturalmente dissociativa.

La omosessualità o la eterosessualità sono invece orientamenti sessuali, non dinamiche né di per sé patologiche né di per sé dissociative. Ad affermarlo sono le massime autorità scientifiche, le istituzioni accademiche e cliniche ufficiali, riconosciute a livello internazionale. Chi asserisca il contrario, si pone fuori da quanto la comunità scientifica afferma da decenni.

Quanto al Sé sella personalità pedofila, si tratta di un Sé mai davvero amato dalla madre e/o dal padre, più o meno massicciamente rifiutato da lei e/o da lui, mai veramente contenuto, mai evoluto in una adeguata identificazione di sé. In tale condizioni il processo di identificazione del Sé non può fare altro che seguire i sentieri tragici della dissociazione e della proiezione.

Nel bambino o nella bambina amati, allora il Sé della personalità pedofila proietta, identifica e ama la parte dissociata di sé; si fa patologicamente madre e padre di sé stesso. Scambiandole per tensione e/o orgasmo erotici, la personalità pedofila in realtà persegue l’unità e la identificazione di un Sé dissociato, che si proietta e si identifica nel bambino o nella bambina amati; nella loro nudità e intimità proietta e tenta di identificare, raggiungere e integrare la propria irraggiungibile nudità e la propria irraggiungibile intimità.

Il tutto avviene all’interno di una dinamica strutturalmente compulsiva e delirante, dalla quale il Sé della personalità pedofila può essere improvvisamente distolto proprio dalla imprevista reazione della vittima. In questo caso, il Sé può essere così gravemente destabilizzato, da produrre comportamenti di assoluta violenza omicida.

È rarissimo tuttavia che tale estremo venga toccato. Non per questo si può di certo concludere che la pedofilia, anche qualora non sia omicida, non produca danni gravissimi; anzi, proprio l’apparente incolumità della vittima quasi sempre contribuisce a nascondere e coprire l’evento, impedendo in tale modo la constatazione del fatto e la precocità della terapia e producendo così un gravissimo danno ulteriore.

Il comportamento abituale del Sé dissociato è strutturalmente difensivo e paranoide: per questo il Sé della personalità pedofila ben difficilmente seleziona vittime che anche lontanamente possano lasciare prevedere reazioni non controllate o non controllabili, non previste o non prevedibili, non manipolate o non manipolabili; ben difficilmente si fida di vittime che non siano più che “sicure”. Di fatto, dunque, il Sé della personalità pedofila seleziona le proprie vittime soltanto all’interno di situazioni e – soprattutto – di ambienti vissuti come altamente rassicuranti, dove il rischio dell’imprevisto e dell’imprevedibile è tendenzialmente nullo; per questo gli ambiti abituali dell’azione pedofila sono soprattutto la casa familiare o, comunque, gli ambienti che il Sé sa di potere assolutamente controllare, assoggettare e dominare; per questo le vittime abituali sono persone senza alcun vero potere di resistenza, totalmente succubi e/o passive, del tutto sottoposte o assoggettate alla autorità di chi li sta abusando e violentando: per esempio un figlio o una figlia intimoriti; un bambino o una bambina isolati, tanto poco amati da accettare e subire qualsiasi parvenza di attenzione; un bambino o una bambina sottoposti a forti e indiscutibili vincoli di autorità e sottomissione familiare, affettiva, emotiva, morale, sociale, pedagogica, economica, religiosa; un bambino o una bambina incapaci di esprimersi, impossibilitati a farlo (come, per esempio, un bambino gravemente handicappato), comunque non creduti o non credibili qualora dicano o rivelino qualcosa.

Tutte queste considerazioni non possono non portare ad alcune considerazioni molto rilevanti. Se è vero che di per sé non c’è un rapporto diretto tra celibato e pedofilia, è altrettanto vero che – come si è detto – il Sé della personalità pedofila non agisce se non in ambienti che avverte e vive come totalmente sicuri. Per questo la presenza della sua azione è sempre segno che la famiglia, il luogo, l’ambiente, la struttura o l’istituzione, all’interno dei quali la pedofilia è praticata sono di fatto percepiti e percepibili dal Sé della personalità pedofila come sicuri e/o assolutamente non a rischio. Si tratta di ambienti familiari o di contesti ambientali nei quali la pedofilia è praticata in modo più o meno tacitamente accettato o tradizionalmente subito come abituale, di fatto non contestato. Non necessariamente si tratta di famiglie o di contesti ambientalii culturalmente o socialmente degradati; quasi sempre, invece si tratta di famiglie e di contesti ambientali caratterizzati da dinamiche incestuose per lo più coperte e non necessariamente consumate fiscamente. Spesso le dinamiche patologiche e disfunzionali che da generazioni caratterizzano tali famiglie e tali contesti ambientali subiscono, coprono, rimuovono o negano la stessa presenza del fenomeno, per cui la vittima delle attenzioni pedofile non soltanto non è tutelata, ma, qualora trovi la forza o la possibilità di dire quanto sta subendo, non viene neppure creduta e, purtroppo quasi sempre, viene accusata di inventarsi le cose e di essere – lei, la vittima – un folle, che colpevolmente accusa persone del tutto innocenti. Il che contribuisce, oltre che a isolare gravemente la vittima, a destabilizzarla sempre più, in una inaudita spirale di violenza psicologica, dalla quale è molto difficile potere uscire e non subire danni sempre più gravi.

 

a lei piacciono i tuffi

 

dentro Gesù

domani si tuffa felice

Matilde

nell’acqua bella

e viva e vera

dove nascono i mondi

sgorgano i cieli

tracima nell’esserci l’Essere

 

 

a lei piace l’immergersi

 

domani

subacquea d’infinito

Matilde

vedrà le prodigiose profonde caverne

di Dio

con Gesù parlerà l’intimità

bella del Padre

e l’amerà con Gesù del loro Amore

 

 

a lei piace l’acquea fluidità dei suoni

 

infante Matilde

prima dell’Umano

parlerà domani il Trinitario

lingua di Dio

e le sue parole mai più

saranno scontate

sempre fradice di stupore

diranno la dolcissima anima sua

 

sai, Matilde,

Gesù è la spiaggia

dove la terra e il mare

l’umano e il divino

fanno l’amore

si carezzano dell’onda

di ogni loro incontrarsi

 

su quella spiaggia

e di quella spiaggia

si ingravidò Maria

 

nella mattina felice

sia fatto”

disse e respirò di Dio

 

con Maria

su quella spiaggia domani

Matilde

bacerai i tempi e le epoche

saprai la continuità

conoscerai

come solo la donna conosce

 

domani la tua intimità

Matilde si tufferà

nelle intimità di Dio

dove il Padre e la Parola

l’uno dell’altro si in-amorano

con-fluiscono e vivono

 

l’anima tua

Matilde

sarà domani

la grande presenza di Dio

le sue sterminate grotte d’abisso

le sue cime inebriate d’infinito

le sue nebbie avvolgenti

la sue rugiade di mistero vicino

 

nel tuffo vedrai

Matilde

quanto è bello essere anima

quanto grande può essere il canto

e canterai le umide sante canzoni

che dicono l’uomo

e concepirai le amniosi e gli infiniti

e vivrai il dono

fino a esserlo

 

 

un giorno

Matilde

incontrerai un’anima

ti stupirai del suo stupore

ti innamorerai della sua carezza

che sfiorerà i tuffi

profondissimi della tua anima

inspirerai in te il suo stupore

ti ingraviderai del suo sguardo

e darai al mondo popoli nuovi

 

già quel tuo amore è qui

 

nel tuffo domani

Matilde

il tuo amore ti bacerà

e sarai già sua sposa

 

 

capisci, Matilde?

domani nel tuffo

sarai spiaggia e orizzonte

parola di Dio e con Dio

intimità di infinito

complicità di creazione

amore di ogni amore

innamoramento di ogni innamorarsi

stupore di ogni stupirsi

genesi di ogni creazione

vicinanza di ogni lontano

aprirsi di ogni nodo

abbraccio di ogni diversità

perdono di ogni paura

vita di ogni morte

inspirazione di ogni respiro

umanità di ogni umanità

umanità di Dio e divinità dell’uomo

 

grande il tuo tuffo

Matilde domani

 

in Gesù sarai anche tu

sorgente e ruscello

torrente e fiume

mare e oceano

cascata e galassia

immersione e salvezza

 

lasciati andare

immergiti in tutta la sua profondità

godine ogni attimo e ogni eternità

cantane ogni sillaba

annunciane ogni gioia

dinne ogni impercettibile goccia

vivine ogni fessura

inondati di ogni sua pioggia

brilla di ogni sua rifrazione

 

 

è felice Gesù

 

quando gli ho detto

che domani

dentro di lui

tu Matilde

ti tuffi

mi ha guardato

come se solo allora sapesse

quanto da sempre lui sa

e mi ha detto:

nell’attesa

porta un piccolo bacio

d’annuncio

a Matilde

e vedrai domani

che tuffo farà:

un tuffo perfetto

un tuffo di gioia

un tuffo … da dio

 

a lei – lo sai –

piacciono i tuffi”

E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso. 

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

Si cercano miracoli. Si implora per ottenerli. Si usano come “prove” per le santificazioni. E poi ci si dimentica che già li viviamo e che già li siamo. Basta guardare le stupende stalattiti e stalagmiti delle nostre interiorità e delle nostre complessità, i cieli delle nostre giornate, gli occhi dei nostri incontri. Stamattina un bacio di Rosi valeva mille Lourdes.

E poi chi l’ha detto che sia un miracolo guarire da qualche malattia? Prima di lamentarcene e di chiederne la miracolosa guarigione, perché non proviamo a viverla come il sentiero prodigioso che può donare noi a noi stessi, agli altri, al mondo, a Dio? Anche quella che noi chiamiamo malattia, può essere un miracolo da vivere e da donare, magari proprio a Dio. Vivere è essere l’arte del miracolo, la presenza del suo stupore. La morte stessa può essere vissuta come il grande miracolo della presenza e dell’incontro.

Dio non ha bisogno di santuari o di santi più o meno patentati per creare il miracolo. Nè ne abbiamo bisogno noi per essere miracolo.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

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Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.

Anche in ordine al caso Marrazzo puntualmente spunta il dilemma: perdonare o non perdonare?; è giusto che una moglie perdoni il marito che la tradisce, “per giunta”, con un trans?; non c’e forse – come si chiede Maria Corbi su “La Stampa” – anche “un diritto, forte, ugualmente meritevole al non perdono”?

Non conosco la coppia Roberta Serdoz e Piero Marrazzo, né so quali siano le dinamiche reali e profonde (quali può conoscerle soltanto il lavoro clinico di un attento psicoterapeuta) che costituiscono e strutturano la loro relazione di coppia. Né tanto meno conosco se, quanto e come si stia davvero vivendo da parte loro la dinamica del tradimento e quella del perdono.

Vorrei però trarre spunto dal fatto di cronaca, per ragionare sul senso e sul significato di un perdono troppo precoce, quale quello che molti, più o meno inconsciamente, vorrebbero che Roberta concedesse o negasse subito a Piero. Al di là della prurigine di molti di fronte a un tradimento colto come particolarmente trasgressivo e – soprattutto – al di là del bisogno sommario della folla di chiedere per un tradimento (o per un omicidio) “perdono subito” (come per altri versi usa chiedere “santo subito” o, per altri ancora, “a morte subito”), vorrei un attimo riflettere sul senso – all’interno della coppia e di fronte al tradimento – della esperienza del perdono o del non perdono precoci e sommari. Perché, prima ancora che qualcuno lo chieda, la coppia giunge in fretta al perdono, troppo in fretta, così in fretta?

La mia esperienza clinica di psicoterapeuta mi induce in forte perplessità di fronte a una moglie o a un marito che perdonino un tradimento subito, totalmente, immediatamente o – al contrario – che non perdonino mai, assolutamente mai, inesorabilmente mai, come se “quel” tradimento fosse il male assoluto e inassolvibile. In entrambi i casi di solito significa che quella coppia non si è mai davvero costituita; di solito significa che, sotto la apparenza nobile o indignata del perdono dato o negato in modo tanto sommario, sotto sotto si sta vivendo una di queste due strategie relazionali:

  • più o meno inconsciamente si continua la recita di un matrimonio che in realtà non c’è e che a tutti e due serve non ci sia. Allora “concedere il perdono” è la vernice di superficie che cela il permanere della indifferenza; spesso è la variante presentabile della solita dinamica relazionale, che mira a evitare ogni vera intimità, ogni vero coinvolgimento, ogni autentica costituzione del Noi di coppia;
  • si manda immediatamente tutto all’aria, senza alcun margine di parola, di dialogo, di confronto, di attesa, di possibile mediazione, come se non si aspettasse altro. Allora le frasi “non posso assolutamente perdonare” o “non posso essere assolutamente perdonato” sono l’alibi, l’occasione per rompere con sdegno altezzoso o con remissività sospetta la vita di coppia.

L’evento del tradimento è esperienza oltremodo complessa all’interno di una coppia, come ho detto altrove in parecchi miei articoli (vedi per esempio i seguenti: Il tradimento è sempre un evento della coppia e nella coppia; C’è tradimento e tradimento; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire (II commento) ecc. ecc.). Se i due partners non sono personalità adeguatamente evolute (quando uno dei due ha carenze di rilievo, di solito anche l’altro ha nodi problematici non trascurabili, consci o inconsci), allora la relazione di coppia difficilmente si costituisce e si struttura come dinamica simmetrica, cioè equilibrata. È più facile che si costituisca e si strutturi come sbilanciata, con uno dei due che sovrasti o domini o controlli l’altro. Allora, in questo caso, anche la “concessione” o la “impossibilità” del perdono possono essere funzionali allo squlibrio e alla asimmetria della coppia della coppia. Invece che superarli, possono ulteriormente sedimentarli e addirittura legittimarli. Fino alla successiva sempre più misera crisi.

Di solito un perdono dato o rifiutato troppo precocemente è frutto non tanto di una autentica e profonda dinamica di coppia, quanto di un bisogno (da parte sia della vittima che perdona sia del traditore che è perdonato) di percorrere un corto circuito che eviti all’uno, all’altro e al loro essere coppia un autentico processo di elaborazione dei vissuti e della crisi. È come se la coppia, perdonando o rifiutando il perdono troppo in fretta, perdesse o volesse perdere l’occasione di evolvere, di crescere, di amare meglio e di più, magari proprio a partire dall’analisi e dalla elaborazione del tradimento, delle sue modalità dei suoi perché consci e inconsci, dei suoi come e quando.

Di fronte alla esperienza drammatica del tradimento, la coppia dovrebbe – auspicabilmente aiutata dalla mano esperta di uno psicoterapeuta della coppia e della famiglia – affrontare con attenzione e gradualità, step by step, tutte le dolorose e impegnative fasi del lutto:

  • la disperazione e l’urlo lacerante dell’anima, che prendono di fronte alla scoperta e/o alla rivelazione del tradimento (non è per nulla trascurabile che il tradimento sia rivelato invece che scoperto o viceversa);
  • il bisogno di negare magicamente l’evidenza dei fatti o – più spesso ancora – di continuare a negare questa evidenza;
  • la spesso incontenibile rabbia non solo del tradito nei confronti del traditore, ma anche del traditore nei confronti di chi, lasciandosi tradire, non ha visto, non si è accorto, non ha reagito, non ha impedito (di solito raramente viene riconosciuto anche questo secondo versante del tradimento);
  • l’impotenza della coppia e nella coppia di fronte al vuoto e al silenzio nel quale improvvisamente si avverte di ritrovarsi e di viversi;
  • la depressione di almeno uno dei due di fronte alla presa di coscienza della improvvisa solitudine, della paralisi esistenziale, della caduta delle certezze prima di allora credute o sperate;
  • la voglia della ripresa, della comprensione, della evoluzione sulla base di riferimenti più solidi e di identificazion più vere.

Come si vede, il tradimento può essere la preziosa occasione di una costituzione e strutturazione profonda della coppia. Dare o negare troppo in fretta il perdono può essere il modo di tradire questa occasione.

Per-dono è parola di origine latina, formata dalla preposizione per, che significa “attraverso”, e dal sostantivo donum, che significa “dono”. Il tradimento può davvero essere esperienza di perdono, se attraverso di esso la coppia sa riscoprirsi come dono. Non soltanto perché l’uno si dona all’altro, ma anche perché insieme si dona la coppia al mondo e il mondo alla coppia.

Se si intende il perdono nel senso abituale di “concessione” che l’uno concede o nega all’altro, si dimentica che il perdono – lungi dall’essere soltanto un fatto a due – vive sempre come presenza di quel tertium, che è appunto quel dono che la coppia è e può essere per sé stessa e per il mondo e che, secondo la Bibbia (Genesi, 1, 27), è il presenziarsi dell’immagine di Dio e delle relazioni Trinitarie.

 

 

L’essere umano è complesso, non complicato

Nel mio lavoro di terapeuta ogni giorno tocco con mano abissi di profondissima complessità. L’essere umano – mi trovo spesso a dire – non può non essere creatura divina. Se non lo fosse, sarebbe soltanto un banale, complicatissimo meccanismo di 60-70 chili d’acqua. Non saprebbe, come sa, di disperazione e di gioia, di noie sorde e di inquiete attese. Né le sue angosce sarebbero tanto assurde. Né saprebbe di paniche sorprendenti taciute speranze. Prima dell’uomo sono preghiera la sua disperazione illimitata, le sue paure urlanti, la sua infinita angoscia, la sua stessa stupefacente stupita stupidità, il suo tenerissimo timidissimo bisogno di affidarsi, la sua voglia così negata e ostinata di tenera dolce in-amorante spaesante carezza.

 

 

Preghiera per la festa della mamma

In morte di Colomba, mamma del mio amico Carlino

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non va in ansia per i suoi figli,

perché ha piena fiducia in loro e li stima.

E così ottiene due importanti risultati:

ha figli in gamba,

e lei vive serena fino all’età dei tramonti

lontani e profetici.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non teme di lasciare soli i suoi figli,

perché ha dato loro non legami soffocanti e dipendenze,

ma autonomia e autenticità.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli conoscono la verità che rende liberi,

e lei con gusto può raggiungere le nuove terre

e i cieli nuovi della Città celeste.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non dubita dei suoi figli né li controlla,

perché crede in loro e li incoraggia

nelle loro ricerche e nei loro cammini.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli sanno sperare al di là di ogni speranza,

anche quando gli altri disperano,

e, là dove finisce il sentiero,

lei può incontrare il volto sperato di Dio .

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non pretende che i suoi figli

si volgano indietro a consolarla,

perché sa quanto è bello darli al mondo e alla vita.

E così ottiene due importanti risultati:

gli occhi dei suoi figli portano consolazione

e amore al mondo intero,

e lei alla sera della vita vede il grande Consolatore.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Anche Dio, che è dolce, saggio e simpatico,

non va in ansia, non teme, non dubita, non pretende,

quando alla fine di questa vita

una creatura torna a Lui e gli chiede

di essere abbracciata e accolta nella gioia,

perché anche Dio ama essere abbracciato e accolto.

Per questo ha creato le mamme.

E così ha ottenuto due importanti risultati:

ha dato una mamma a ogni uomo,

e, attraverso lo Spirito Santo, in Gesù,

ha potuto avere una mamma anche Lui,

una mamma dolce, saggia e simpatica.

Proprio come la nostra

tenerissima Colomba.

 

Sabato Santo – In absentia Domini

“Erano lì, davanti al sepolcro”

 

 

ma la canzone hai del Pane e del Vino nelle tue carni

e quella canzone sei

 

nel vuoto del Simbolo

agisce il Simbolo

 

e tu sei il Simbolo

 

e i cammini folli delle morti

scavi e ripercorri e rinvii alla vita

 

e – morto e assente – sei mangiato e bevuto

e dai la vita

 

et tu in absentia praesens per nos personare vis

 

tu che la canzone hai del Pane e del Vino nelle tue carni

e quella canzone sei

 

Venerdì Santo – In passione Domini

 

“e Gesù, emesso un alto grido, spirò”

 

e il Simbolo muore

e dentro a sé stesso è gettato

e dentro a sé stesso implode

 

nell’estrema asfissia

dentro all’ultimo urlo-voragine

è risucchiato Dio nell’uomo

e l’uomo in Dio

 

come nel bacio tra Maria la Fanciulla

e lo spirare di Dio

in lei innamorato-morente

 

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AFORISMI SU DIO E UOMO

 

 

chi perdona ingravida Dio

 

 

quando l’uomo non si lascia amare

anche Dio conosce l’impotenza

 

 

nelle disperazioni più profonde

Dio di solito parla

 

 

solo perché sa anche stare lontano

Dio è sempre così vicino all’uomo

 

 

la storia è il rapporto tra i doni che Dio ci dà

e la nostra in-comprensione del dono

 

 

se Dio mi cerca

anche perderlo è trovarlo

 

 

i profeti prima o poi

vivono gli smarrimenti totali

 

 

 

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La depressione è prima di tutto un problema e una patologia della famiglia

Nota preliminare: Qui per “depressone” si intende non tanto o non soltanto il comportamento depresso, quanto quel deficit strutturale profondo che, stando alla base di vissuti o atti depressivi di un individuo, li configuri come patologia di area psicotica. La precisazione è d’obbligo, visto che troppo spesso il comportamento depresso (per esempio in situazioni di depressione fisiologica quali un lutto o la perdita di un amore o il non superamento di un esame) viene confuso e curato come se fosse di per sé una patologia, senza peraltro molto sottilizzare se di area nevrotica, borderline o psicotica; basta un comportamento depresso, ed ecco che qualche medico di base subito prescrive antidepressivi (spesso associati ad ansiolitici) di grosso impatto e a rischio di suicidio.

Prima di essere un problema e una patologia dell’individuo, la depressione è problema e patologia del sistema familiare. Qualsiasi tipo di intervento si faccia (psicofarmacologico e/o psicoterapeutico), senza un previo e decisivo intervento terapeutico sul sistema familiare e senza un radicale cambiamento nel gioco delle relazioni familiari, gli eventuali “miglioramenti” del depresso sono destinati a essere solo momentanei o apparenti. Prima o poi la depressione riemerge.

È come se il sistema familiare non potesse fare a meno della presenza del depresso. Nonostante tutti si lamentino di lui e dei gravi condizionamenti prodotti dalla sua presenza, di fatto tutto il gioco familiare si fonda proprio su questa presenza, su questi condizionamenti, su queste lamentele. So quanto sia difficilissimo, per chi lo viva, accettare queste affermazioni sul sistema familiare del depresso, ma purtroppo le cose stanno così. La presenza di un depresso esercita un fortissimo risucchio omeostatico su tutti i membri del sistema: colpevolizza e delegittima ogni presa di distanza dal depresso e dalla sua sofferenza, di fatto impedendo e/o ostacolando ogni mossa di svincolo, allontanamento, presa d’autonomia. Come possono i figli andare a ballare, fidanzarsi sposarsi, essere felici, quando il papà o la mamma “soffrono così tanto”? Come possono un marito o una moglie pensare alla affermazione professionale, a un piacere qualsiasi, a una piccola vacanza solitaria oppure a un tradimento, alla separazione, quando il coniuge soffre i dolori di quel “male oscuro”? Come possono un fratello o una sorella pensare a farsi una famiglia, quando c’è tanto dolore in casa e “i genitori hanno così bisogno di aiuto nella cura di quel figlio tanto sofferente”?

Quando un gioco così si radica fino a diventare consuetudine, mentalità, schema di comportamento, modalità relazionale abituale, allora quel sistema familiare in realtà non può più fare a meno di quel depresso, del quale a livello conscio tanto si desidererebbe la guarigione. Nulla crea maggiore dipendenza di un gioco familiare disfunzionale. E, per chi la subisca, nulla è più invisibile di questa dipendenza. Così la dipendenza cresce e il sistema familiare diventa sempre più depresso-centrico, aumentando sempre più la propria disfunzionalità psicotica.

Da parte sua, chi soffre di depressione, ha – proprio in quanto depresso – una serie di “vantaggi”, che in quanto tali non contribuiscono certo a motivare l’impegno a guarire:

·       è al centro dell’attenzione dell’intera famiglia; chi non lo considerasse, non gli fosse attento, non si prendesse cura di lui, si sentirebbe in colpa e/o cadrebbe nella disapprovazione oltre che della famiglia anche del gruppo sociale. Al contrario la persona depressa, proprio in quanto depressa non può è deve prendersi cura di alcuno;

·       può anche limitare o annullare il proprio impegno lavorativo e il proprio ingaggio sociale; in nome del proprio essere depresso, prima o poi pone di fatto i familiari nella condizione di dovere essere loro a sbrigare tutta una serie di incombenze che “lui, poveretto, non riesce a fare”: guidare la macchina, andare negli uffici, partecipare all’assemblea condominale, fare le spese, accudire i figli, la casa, perfino sé stesso;

·       nelle relazioni affettive, non deve necessariamente darsi da fare, prendere l’iniziativa, confrontarsi fino in fondo con le attese e i bisogni dell’altro; di fatto ciò gli permette di evitare la piena assunzione di funzione e di responsabilità soprattutto nelle due relazioni più coinvolgenti e impegnative: quella coniugale o di coppia e quella genitoriale. Senza potere essere accusato di sottrarsi ai propri compiti, può così evitare di fidanzarsi, sposarsi, fare il genitore, essere coniuge o partner: sulla identità di coniuge e sulla funzione di genitore finiscono con il prevalere e con il legittimarsi per esempio quelle di malato da curare, di scoraggiato da incoraggiare, di debole da sostenere, di demotivato da stimolare, di potenziale suicida da controllare, di incompreso sofferente da comprendere e consolare.

A fondare, mantenere e legittimare l’affermarsi di questi “vantaggi”, è l’enorme potere di colpevolizzare che la persona depressa ha nei confronti di chi gli vive accanto: chi non gli dia attenzione, compassione, cura, sostegno, aiuto, subisce automaticamente un giudizio sociale e, prima di tutto, familiare del tutto negativo e stigmatizzante. Naturalmente, se colpevolizzare funziona, significa che quel sistema familiare – spesso senza che neppure lontanamente i diretti interessati se ne rendano conto – accetta, subisce e legittima il potere del depresso e della sua presenza colpevolizzante:

·       riconoscendo e privilegiando la sofferenza come il segnale di richiamo d’attenzione più sicuro ed efficace (“solo se soffri, ti vedo e mi occupo di te”);

·       riconoscendo e privilegiando l’assistenza e la compassione come le modalità relazionali più nobili e “sante” (“solo se aiuto chi soffre, esisto e ho valore”);

·       riconoscendo e privilegiando la presenza della malattia o del disagio come i mezzi più opportuni per ottenere la considerazione sociale (“solo chi è poveretto, soffre e si lamenta, può ottenere qualcosa dagli altri”).

Questi sistemi familiari, tanto patologicamente disfunzionali, spesso vivono all’interno di società e di culture che colludono con la logica e con i codici del sistema familiare, di fatto ulteriormente consolidandoli. Sono società e culture per cui la compassione vale più della simpatia, subire risulta più efficace che agire e affermare, chiudersi nella lamentela e nella supplica è più facile che aprirsi alla ricerca assertiva.

In tali situazioni ambientali e culturali ricorrere allo psicofarmaco è la strategia più frequente, perché conferma la logica disfunzionale:

·       conferma che il vero e unico “malato” è non il sistema, ma la persona depressa;

·       conferma che i familiari non possono fare altro che subire con rassegnazione il tutto, senza minimamente mettere in discussione sé stessi e, meno che meno, la logica del sistema;

·       conferma come unico e legittimo il potere medico e psicofarmacologico;

·       conferma e legittima una visione organicistica della depressione;

·       conferma e legittima una visione filosofico-religiosa fatalistica, che dice del caso come dell’unica ragione del disturbo mentale (come direbbe il personaggio del Manzoni: “a chi la tocca, la tocca”) e, più in generale, della malattia;

·       conferma e legittima un potere sociale, culturale, politico e religioso che si fondi sul fatalismo e sulla rassegnazione.

La terapia sistemica ribalta tali logiche, dichiarandone e dimostrandone l’inefficacia terapeutica, l’insufficienza epistemologica, la manipolazione ideologica; distoglie il sistema familiare dal vecchio riferimento depresso-centrico, aprendolo alla vita, allargando gli interessi degli individui, in-segnando nuovi codici e nuove modalità relazionali.

 

Perché la donna porta la borsetta. L’incesto madre figlia. La donna maschio

Il maschile e il femminile sono entità relazionali: si identificano proprio perché sono l’uno in relazione all’altro, relazionandosi e identificandosi reciprocamente. Più si relazionano, più si identificano. Più si identificano, più si differenziano. Questo è quanto ci suggerisce sia l’evoluzione delle specie (filogenesi) sia l’evoluzione degli individui (ontogenesi).

Per esempio, una delle prime storiche differenziazioni tra maschile e femminile fu quella che identificò nel maschio il cacciatore e nella femmina la raccoglitrice (l’inseparabile borsa o borsetta è simbolo e retaggio di quella identificazione: la raccoglitrice doveva sempre tenere con sé un contenitore, fino a identificarsi lei stessa – sotto molti aspetti – con l’oggetto tipico della funzione esercitata).

La differenziazione in questo caso fu probabilmente dovuta alla necessità della divisione e specializzazione in due ruoli, l’uno funzionale all’altro: mentre la femmina raccoglieva i frutti spontanei, fondamentali per la sopravvivenza del gruppo, l’uomo doveva proteggerla dagli animali predatori. Prima che un cacciatore in senso stretto, il maschio dovette essere un difensore, dall’occhio lungimirante, pronto e attento al pericolo che minacciasse dall’esterno lo spazio occupato dal gruppo umano (il territorio). La femmina, attenta a scorgere il frutto nascosto tra le foglie e i rami o sotto terra, dovette invece abilitarsi a uno sguardo più concentrato sul particolare, più analitico, che l’aiutasse anche a vedere e intuire la presenza del pericolo interno al territorio, nascosto tra le foglie o sotto le pietre, per esempio il serpente o il ragno, che, come i frutti, si nascondeva tra la vegetazione, vicino alla terra e all’albero, tutt’uno con essi.

Indubbiamente il processo di identificazione reciproca tra maschile e femminile dovette essere in grande parte legato, condizionato, favorito o prodotto dal rapporto che il gruppo umano intratteneva con l’ambiente, al fine di potervi stare e abitare, rendendolo il più umano possibile, facendo dunque dello spazio il luogo dell’uomo (la terre des hommes, per usare l’espressione di Saint Exupéry) e rendendo mondo l’ambiente.

Nella relazione tra maschile e femminile non ci sono mai passi avanti o indietro assoluti e repentini né novità o regressioni assolute e immediate. Ma il trend è questo. Ogni nuova relazione, ogni nuova identificazione, ogni nuova differenziazione fa giustamente i conti con tutte le precedenti, le riprende, torna e impastarle e coniugarle insieme, in un gioco di progressioni e regressioni altamente complesso e ricco di sfumature, tendenzialmente aperto a sempre più feconde identificazioni. Non esistono dunque un maschile e un femminile assoluti e astratti, definiti o predefiniti una volta per tutte (solo una visione rigida e, alla fine, omofobica pretende di affermare ciò).

Soprattutto, maschile e femminile non stanno mai prima della relazione che li identifica e li differenzia, ma stanno nella relazione e dopo la relazione; sono la storia stessa della relazione che li identifica e li differenzia.

Quando sento dire che, per fare coppia, ci vogliono un uomo e una donna, penso che le cose stanno esattamente al contrario: per fare un uomo e una donna, ci vuole una coppia, ci vuole il loro essere coppia e ci vuole la possibilità culturale, sociale, politica, istituzionale e – non da ultimo – religiosa di essere coppia in relazione. Per fare l’uomo e la donna e per definire il maschile e il femminile, ci vuole la coppia e la possibilità di essere coppia in relazione. In principio sta la relazione, quello che i greci chiamavano il logos (en arché estì o logos, “in principio sta il legame che dice”).

Questo significa tante cose:

·       non c’è mai solo la crisi del maschile o la crisi del femminile. Se il maschile va in crisi, prima o poi va in crisi il femminile. E viceversa, perché prima di tutto – se manca la possibilità della relazione di coppia – va in crisi l’umano;

·       la identificazione del maschile e del femminile non si trova nella loro omologazione indistinta, nella riduzione dell’amore a tecnica amatoria tra due entità predefinite, ma nella relazione sempre più intensa e libera dell’uno con l’altro;

·       la relazione inter-genere tra il maschile e il femminile è sempre la diastole di una gioco relazionale più ampio e complesso. La sistole di questo gioco sta in momenti di relazione intra-genere del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. In tutte le culture e nella stessa evoluzione psicologica dell’individuo il momento di sistole è fondamentale ed è propedeutico a quello della diastole.

A mio avviso oggi la donna e l’uomo sono soli, confusi, indeterminati, irrisolti, proprio perché non si relazionano più né con relazioni inter-genere, né – prima di queste e propedeutiche a queste – con relazioni intra-genere. In particolare la donna è sola, perché non ha più vicine a sé madri, sorelle, amiche, compagne, con le quali sia bello riscoprirsi e ritrovarsi donna, donna tra donne e con le donne, in una complicità che è del tutto diversa da quella che potrà avere, dopo, con il suo uomo.

Soprattutto la relazione della figlia con la madre, potente e formidabile inizio e imprinting di ogni altra relazione intra-genere è oggi vissuta spesso solamente nel segno della problematicità e della dipendenza, di una follia a due, che fa dell’una la matrioska dell’altra in un intricato e insuperato gioco di scatole cinesi. Quante depressioni hanno origine proprio lì e solo lì! Manca il gioco complice, felice, esclusivo e – soprattutto – libero, che in molte culture lega tra loro la figlia e la madre. Manca l’orgoglio e la gioia di essere donne insieme. Manca l’esperienza di una madre attenta a te, che cerca e ama la figlia, ma che sa anche partorirla e lasciarla andare. Altrimenti la figlia finisce con il dovere inseguire. cercare, conquistare, sedurre la madre, la sua attenzione distratta, il suo contenimento assente, la sua conferma mancante. In un vortice inappagante e frustrante. Così, troppo spesso ciò che unisce madre e figlia o di conseguenza – più genericamente – donna a donna è lo sfogo falsamente liberatorio, la recriminazione, la reciproca colpevolizzazione, la dipendenza compensatoria, l’erotizzazione sostitutiva fino alla possibilità dell’incesto lesbico madre-figlia.

Se è incapace di una relazione intra-genere adeguata, soddisfacente, gratificante e confermante, come potrà la donna aprirsi alla relazione con il maschile, viverla, trovarvi l’amore e la sempre più ampia identificazione di sé? Finirà con il fare con il maschio quello che ha dovuto fare con la madre: inseguire lei, conquistare lei, sedurre lei, prendere solo lei l’iniziativa. Ma, se farà così, le capiteranno maschi bambini, non autonomi, incapaci – loro – di ogni seduzione, corteggiamento, conquista; oppure le capiteranno maschi narcisisti, che vorranno fare loro le prime donne da inseguire e corteggiare.

Uno dei piaceri più grandi di una donna è essere oggetto d’attenzione e di seduzione da parte di un maschio veramente autonomo, capace di darle sicurezza e amore. Altrimenti toccherà a lei fare tutto, compreso essere e restare sempre più sola.

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

Depenalizzare l’omosessualità? Il ritorno della lupa

Che la Curia Romana ogni tanto combini qualcosa che non dovrebbe, non è una novità. Già Dante, cristiano D.O.C. (chissà perché di molti cristiani tosti la burocrazia delle santificazioni non si occupa quanto dovrebbe), diceva di essa come di una lupa famelica “che di tutte brame sembiava carca nella sua magrezza, e molte genti fé già viver grame” (Inferno, 1, 48-51). È proprio questa lupa che spinge Dante alla più pesante disperazione: “questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza” (Inferno, 1, 52-54). Nella Curia Romana – sovente e purtroppo – ha funzionato molto bene la burocrazia delle scomuniche, dei roghi e delle crociate. Sul coraggio della denuncia e della testimonianza cristiana troppo spesso ha prevalso la paranoia delle chiusure e delle discriminazioni anche omicide.

Del resto pure gli apparati religiosi, come tutti i sistemi, possono essere soggette a giochi psicotici[1]. Anche la Chiesa corre questo terribile rischio, quando cessa di essere il Vangelo, cioè il “forte annuncio”[2] della Risurrezione che vince la morte e dà senso all’amore cristiano, per farsi riduttivamente e spesso in modo disfunzionale stato, istituzione, apparato, magari falsificando pure i documenti, come avvenne per la Donazione di Costatino, in base a cui per più di un millennio si cercò di legittimare lo Stato Pontificio e l’istituirsi del potere temporale della Chiesa. Gesù stesso con furore denunciò la deriva della religione ebraica, caduta in mano all’ipocrita e mortifero apparato dei Farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (…) Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare alla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra” (Matteo, 23, 27-28 e 33-35; confronta anche Atti, 23, 3 e Luca, 16, 15; Matteo, 3, 7 e 12,34 e Luca, 11, 49-51 e Tessalonicesi 1, 2, 14-16). I sacerdoti di allora non trovarono di meglio che calunniare o svalutare Gesù (Matteo, 9, 11 e Marco, 2, 16 e Luca, 5, 30), scandalizzandosi alle sue parole (Matteo, 15, 12), cercando di trarlo in inganno (Matteo, 19, 3 e Marco, 10, 2) o dicendo che egli era mandato dal “principe dei demoni” (Matteo, 9, 34 e 12, 24 e Marco, 3, 22 e Luca, 11, 15); non a caso, uniti al disimpegno politicamente corretto di Pilato, furono proprio loro a mandare a morte Gesù.

A questo ho pensato, quando, da innamorato di Gesù e del suo Vangelo, ho letto che la “Santa Sede” è contraria alla proposta fatta all’ONU dalla Francia a nome della Unione Europea di dichiarare non penalmente perseguibile la omosessualità.

La omosessualità non è né una malattia, né una colpa, né un reato. Che non sia una malattia lo dice la scienza. Che non sia una colpa, lo dice l’evidenza. Che non sia un reato, lo dice la civiltà.

Che ci siano ancora oggi stati nei quali gli omosessuali sono incarcerati o condannati a morte, è una vergogna spaventosa e ignobile, che ricorda e riattiva le pagine più nere e micidiali della storia. Tutto ciò che impedisce o ritarda il pieno riconoscimento di ogni umanità, omosessuale o eterosessuale che sia, è complicità e omicidio.

Paradossale – ed è un eufemismo – mi pare poi la motivazione della contrarietà alla proposta francese. L’arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, ha detto che una tale proposta rischia di creare “nuove e implacabili discriminazioni”, dato che “gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come «matrimonio» verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressione” (Avvenire, p. 13 del 2 dic. 2008). Come dire che evitare che si critichi un governo che ammette l’unione tra omosessuali, è molto più importante che cercare di evitare che degli esseri umani né malati né colpevoli né delinquenti siano messi in galera o ammazzati. La follia non ha limiti.

 


[1] È l’espressione con la quale la psicologia sistemica indica la patogena disfunzione delle relazioni di un sistema.

[2] Questo è il significato della parola vangelo.

Psicosi e ricorso a santoni, maghi, sensitivi ecc.

 

Prima di essere il problema di un individuo il processo psicotico è problema ed evento del sistema familiare e delle relazioni che lo costituiscono. Per usare un’immagine mutuata dal mondo dell’elettricità, il sovraccarico o la carenza di tensione, prima di essere un problema della singola lampadina, è un problema del circuito. Se voglio proteggere le lampadine, devo perciò intervenire subito sul circuito e garantirne il regolare funzionamento.

Ricordo come per questo sito la psicosi è non uno stato, ma un processo, che, come tale, può ulteriormente aggravarsi o regredire. Ciò vale per l’individuo e, a monte, per il sistema familiare e per il gioco relazionale che lo caratterizza. La regressione e il superamento del processo psicotico (cioè la sua “guarigione”) possono – a parere di chi scrive – essere correttamente ottenute soltanto grazie a un intervento di psicoterapia sistemica, che giunga all’individuo proprio a partire dal sistema. Altrimenti l’individuo finisce con il sottrarsi alla possibilità di essere aiutato.

Uno dei parametri diagnostici, forse il primo e più evidente, della gravità del processo psicotico in atto in un sistema è la negazione – da parte dell’intero sistema o di uno o più individui del sistema – di ogni richiesta d’aiuto o, più radicalmente ancora, di ogni necessità di riferimento a figure esterne al sistema e/o al suo bisogno di  vero cambiamento: o non ci si fa aiutare per nulla o – se ci si fa aiutare – si ricorre a terapeuti o a metodologie terapeutiche che non modificheranno in nulla l’equilibrio relazionale del sistema e che accetteranno come paziente soltanto la persona designata come problematica dalla famiglia, di fatto legittimando con ciò la patologia relazionale del sistema. Non a caso nella terminologia sistemica colui che la famiglia presenta come “il problema” è chiamato “capro espiatorio”.

Molto, troppo spesso il sistema interessato da giochi psicotici si rivolge anche a figure non competenti o non legalmente riconosciute, quali maghi, santoni, cartomanti, sensitivi e via dicendo. Non è raro, purtroppo, il caso in cui la famiglia e/o gli individui ricorrano a un uso patologico e patogeno della religione, vissuta in modo distorto e letta – sotto sotto – come fatto magico, superstizioso, isterico, permeato di un misticismo solo emotivo e con tratti quasi alllucinatorii. Anche qualora questi maghi o santoni siano in buona fede (cosa peraltro rarissima), il ricorso a essi quantomeno ritarda e rinvia nel tempo il ricorso a figure davvero competenti. Tale ritardo o rinvio è gravemente dannoso, proprio perché collude di fatto con il procedere e il radicarsi del processo psicotico.

 

Due padri incestuosi, due figlie bulimiche e due madri che non vedono

 

Primo caso.

Siamo all’aeroporto. Delia sta per partire per la Germania, con una importante borsa di studio. È la realizzazione del sogno.

Il padre, Piero, a parole è contento; però da più giorni se ne sta stranamente triste. Più si avvicina la partenza di Delia, più lui a parole è felice, ma nei fatti è sempre più abbattuto. Dalla sera prima della partenza, non parla più. Mentre accompagna Delia all’aeroporto, continua a tacere, E così, zitto, se ne sta fino all’ultima chiamata per il volo. Quando la chiamata arriva, Piero prende la mano di Delia: il gesto è quello del saluto, l’atteggiamento è quello del cane abbandonato, gli occhi e lo sguardo – di sotto in su – sono quelli della supplica a restare. Piero con la mano pare incollato a Delia, come se non riuscisse proprio a staccarsi da lei; piange silenziosamente. Intanto la madre leggiadra sta lì accanto, ma è come se fosse il personaggio di un’altra storia, che non c’entra nulla con quanto sta avvenendo  sotto i suoi occhi; non vede, non può vedere. Del resto come potrebbe vedere la tristezza e l’abbandono in un evento per lei tanto bello, che, se fosse capitato a lei, chissà quanto l’avrebbe resa felice. In questo periodo, poi, per lei va tutto più che bene: ha finalmente trovato il lavoro che tanto desiderava e che la gratifica al massimo, che la fa sentire importante, bella, “realizzata” come non mai (lei che nessuno nella sua famiglia d’origine prendeva mai in considerazione). Lei legge il silenzio e il pianto di Piero solo come segni di una semplice, normalissima commozione. Non ne può intuire il dramma. Il loro rapporto di coppia non ha mai raggiunto grandi e profondi livelli di intimità. Pur volendosi bene, non si conoscono veramente, meno che meno si sono mai veramente affidati l’uno all’altra. Solo la terapia li porterà a conoscersi, a frequentarsi veramente, a innamorarsi. Per ora, fino a lì in quell’aeroporto, lei non ha mai veramente preso in sé il bambino solitario, incompreso, ferito che sta dentro Piero, un bambino mai confermato dal padre e mai voluto fino in fondo dalla madre, un bambino che più volte ha subito abusanti attenzioni sessuali da un vicino di casa, senza che mai nessuno si accorgesse, che mai nessuno chiedesse, che mai nessuno permettesse a Piero di elaborare il danno subito. Solo Delia ha inconsciamente avvertito, sentito, percepito quel bambino; nelle lunghe ore in cui la madre restava al lavoro, c’era solo lei in casa con quel padre tanto complesso, con quel suo bambino nascosto dentro. Come non essere affettivamente presa, come non prenderlo emotivamente in sé, come non ingravidarsi psicologicamente di lui, di quel bambino abbandonato che nessuno – meno di tutti la madre – ha mai davvero visto e amato. Per una donna, soprattutto per una figlia, non è certo necessario fare l’amore, per ingravidarsi della debolezza bambina del proprio papà, per prendersi carico di lui. Le dinamiche incestuose sanno possedere molto più di un incesto realmente consumato. Basta un suo sguardo da cane abbandonato e solo, ed ecco il gioco è fatto e la sua debolezza bambina ingravida psicologicamente la figlia,

A Delia si bloccheranno le mestruazioni, il sintomo bulimico la farà da padrone, dopo pochi mesi tornerà a casa, vivendo il tutto come dovuto a una propria colpevole e devastante incapacità.

In realtà, come la terapia mostrerà, la coppia genitoriale, incapace di vera intimità e di vera autonomia, inconsciamente da un lato aveva delegato a Delia la gestione ingravidante della parte bambina di Piero, dall’altro aveva richiamato Delia, così che, tornando, potesse di nuovo gestire il proprio ruolo di incestuosa interlocutrice del padre e di provvidenziale liberatrice della madre.

 

Secondo caso.

Gianni, il papà di Erica, è stato anche lui abusato psicologicamente, da un “prefetto”, quando ragazzino era entrato in seminario, provocando in lui un terribile e insuperato corto circuito tra bene e male, tra moralità e immoralità, tra piacere e disgusto, tra identità maschile e omosessualità, tra fede e trasgressione, tra purezza e bestialità. Anch’egli, come Piero, non ha mai potuto né comunicare né elaborare quella esperienza, così che il danno in lui si è dilatato, fino a diventare paura di sé stesso, debolezza, incapacità a farsi valere effettivamente (non sa gestire la rabbia; sa solo litigare, per dispetti fatti e subiti, proprio come fanno i bambini sfigati). Gianni non sa davvero conquistare una donna, ha paura di prendere l’iniziativa, si sente sporco, brutto, inadatto. Anche della sessualità ha una percezione solo abbozzata, confusa; confonde il piacere con la trasgressione e con l’animalità del gesto. Meno che meno sa instaurare con la donna un rapporto di intimità profonda e vera, così che ogni sua relazione prima o poi si rivela inadeguata, non sa mettere radici, dare ed essere continuità. Incapace a prendere in mano la propria vita, di fatto lascia che siano gli eventi e le situazioni a decidere per lui (è questo un tratto frequente nelle personalità abusate).  Ha sposato Lella, la mamma di Erica, sostanzialmente per tre motivi (naturalmente più inconsci che consci): 1) Lella, nevrotica come era, finiva comunque per prendere lei l’iniziativa in tutto, liberando Gianni dalla incapacità a decidere e ad agire; 2) la famiglia di Lella stava del tutto antipatica alla famiglia di Gianni, così che, sposandola, lui riusciva – in quel modo – a ribellarsi a una madre troppo invadente e a un padre inetto, buttando fuori un po’ di quella rabbia e di quei fantasmi che ribollivano in lui; 3) Lella era molto occupata ed emotivamente ingaggiata nel suo lavoro di intellettuale, cosa questa che finiva con il difendere Gianni, preservandolo da ogni rischio di vera intimità con lei.

Anche in questo secondo caso, la coppia genitoriale finisce senza rendersi conto con il delegare alla figlia la gestione della parte bambina del padre, così da renderla di fatto la vera interlocutrice del padre, quella con la quale il padre fa davvero coppia a livello emotivo e affettivo. Anche qui l’incesto non è fisico, ma anche qui la figlia viene psicologicamente ingravidata da questo padre bambino. Per un po’ cerca di sottrarsi a questa dinamica attraverso la modalità difensiva tipica della anoressia restrittiva: va in amenorrea, ha un corpo che attraverso la magrezza tende a “volere” negare l’accesso alla femminilità piena, sta con un ragazzo che difficilmente può interrogarla e farla evolvere come femmina e come donna. Poi, quando Lella – in occasione di un viaggio all’estero – si deve allontanare da casa per una intera settimana, Erica – uniti alla amenorrea – manifesta anche i sintomi bulimici. Che è avvenuto? L’assenza prolungata di Lella (il “prolungata” è naturalmente relativo alla percezione della durata dell’assenza tipica di sistemi familiari disfunzionali) ha di fatto permesso al bambino Gianni di esibire ancora di più la propria tristezza e la propria solitudine e in questo modo di ingravidare Erica di sé. Il vomito bulimico per un verso è la conferma dell’avvenuto ingravidarsi di Erica, per altro verso è il suo inconscio desiderio di liberarsi di quel padre bambino, di vomitarlo fuori, di abortirlo attraverso il vomito e le aride labbra di una bocca invasa dai lancinanti dolori prodotti dai succhi gastrici.

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

Padre nostro,

che vivi i sorrisi,

sia nei sorrisi il Tuo volere

e tutto si apra alla gioia

come nei sorrisi che sanno

così nelle attese.

 

A ogni tramonto concedi a noi

il gusto delle cose di pane

e libera il cuore dalla paura dell’altro

così come noi apriamo all’altro il cuore.

 

Non darci il confine dell’occhio e dell’anima,

ma aprici gli sguardi al sorriso.