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A proposito di Pablo Pineda e di Simonetta

Voglio commentare quanto mi scrive Simonetta riguardo all’articolo Pablo può essere un ottimo insegnante, dove parlo delle grandi prospettive come insegnante di Pablo Pineda, spagnolo 34enne con sindrone di Down, di recente laureato in pedagogia.

Simonetta scrive: “Grazie per aver dato la giusta voce a ciò che percepisco con la “pancia” ma che non sapevo come spiegarlo. Nel vedere il viso di Pablo davanti ai suoi alunni ho avuto la chiara sensazione che lui ha una marcia in più rispetto ai suoi colleghi, una sensibilità/cura nel trasmettere i saperi e nel passare le sue qualità pur non nascondendo le sue difficoltà. La strada è lunga ma non impossibile!!”.

Prima di tutto vorrei dire alle donne di fidarsi di più della propria pancia. Ha ragione Simonetta. Non me ne vogliano i miei colleghi maschi, ma penso che la pancia di una donna sia il più formidabile e preciso organo di conoscenza che l’essere umano possa attivare. Ricordo al proposito una frase di Mara Selvini Palazzoli, mia grande maestra di psicoterapia: a me, che, stupito della infallibile immediata esattezza delle sue diagnosi, le chiedevo come facesse a capire al volo i casi più difficili, candidamente rispose: “lo sento di pancia”. Del resto perchè stupirsi di questo, se Dio stesso ha voluto che la vita di tutti noi (e di Gesù) fosse concepita, coccolata per nove mesi e partorita dalla pancia di una donna? L’esperienza clinica mi dice che, se una donna non sa fidarsi, quanto dovrebbe, della propria pancia, è segno di un rapporto non adeguato e sereno con la propria femminilità e con la propria identità di genere, come purtroppo capita a molte donne abusate o poco amate fin da piccole; spesso una buona terapia può aiutare queste donne a riconquistare il piacere di essere sé stesse, pancia compresa.

In secondo luogo voglio dire che il primo sapere che un insegnante comunica è il sapere della vita. Se un insegnante non vive e non gusta il sapore della vita, come può prima vivere e gustare lui e poi fare vivere e gustare agli allievi il sapore della scienza, il sapore del sapere? Se non è bagnata e fecondata dal gusto di vivere, la scienza diventa barriera, corazza, metodo, ideologia, confine, noia, violenza. Se invece è bagnata e fecondata dal gusto stupito di vivere, la scienza è gioco di ipotesi, curiosità, avventura, orizzonte, alba, gioia, condivisione, amore. E chi più di un Pablo che, secondo alcuni neppure sarebbe dovuto nascere, sa quanto è bella la vita, quanto la si può gustare, leccare, succhiare, inspirare fino alla profondità più panica e meravigliosa del diaframma? Ogni insegnamento dovrebbe essere inscritto nello scrigno prezioso, vivo e vivificante del gusto di vivere, del piacere di vivere, del piacere di gustare il sapore della vita. E Pablo è il formidabile signore di quello scrigno; basta vederlo all’opera, mentre parla davanti ai suoi allievi e, prima ancora, mentre si gusta e lecca la sua prodigiosa stupenda esistenza.

In terzo luogo vorrei dire che gli allievi, soprattutto i più piccoli (ma ogni allievo nel proprio cuore è e può essere un piccolo stupito bambino e principe saintexuperiano) capiscono al volo chi è il loro maestro, quanto è vero o falso, quanto ama o non ama la vita e il sapere. Cara Simonetta, che bisogno ha un insegnante come Pablo di nascondere o non nascondere “le sue difficoltà”? Quali difficoltà? Se non ci fosse chi le chiama “difficoltà”, Pablo non avrebbe difficoltà: Pablo avrebbe solo quella straordinaria facilità di vivere che lui ha ed è. Certo, se gli altri rompono le palle e continuano a chiamare “difficoltà” ciò che non lo è, alla fine un po’ di difficoltà Pablo per forza ce l’ha. Lui lo sa benissimo che la difficoltà di vivere ce l’hanno più gli altri di lui. Se non lo sapesse, sarebbe stato prevaricato dalla ideologia della difficoltà, sarebbe finito schiavo di chi lo voleva infelice. Ma Pablo infelice non lo è, con buona pace di chi, non sapendo essere felice, ha bisogno di pensare che esista chi è infelice.

Vorrei dire un’ultima cosa. Le strade non sono lunghe o corte, possibili o impossibili. Le strade o sono nostre o non lo sono. Una strada è nostra quando ne sentiamo uno per uno i sassi e ne assoporiamo il vento, quando ci accorgiamo che con noi cammina la verità e la vita, come in tutte le strade che vanno da Gerusalemne a Emmaus. Il confine tra possibile e impossibile non sta in una strada, non è una strada: il confine tra possibile e impossibile siamo noi quando di pancia sentiamo che Pablo è bello, grande, fantastico, unico. Viva Pablo.

 

 

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2 Comments

  1. sono felice, orgoglioso e onorato da questo dolcissimo invito. Anch’io dopo la segnalazione e il réportage di Laura sono molto desideroso di stare con voi e di gustare il menù del ristorante. Sentirmi attteso da voi mi dà luce. Vi abbraccio. Gigi

  2. Salve!
    Devo ringraziare Laura Pola che ieri é venuta al convegno, organizzato dalla ns Associazione (www.associazionesipario.it) nell’auditorium de “La Nazione” di Firenze, dove abbiamo cercato di dare voce a chi di voce ne ha poca in un mondo che urla tutto e solo il suo “essere normodotato”!I nostri ragazzi hanno dato a tutti i presenti una bella lezione di “intelligenza e di vita” e ai genitori la conferma che sapere amare il proprio figlio “solo perché esiste” è l’amore di cui ogni uomo dovrebbe fare esperienza, come figlio ma anche come genitore, e che al giorno d’oggi con la spasmodica ricerca del “figlio ad ogni costo” e “su misura” si é perso purtroppo il grande valore della vita “come dono”, dono dell’amore più grande che c’é: l’Amore di Dio!
    Grazie Laura per avermi fatto scoprire Gigi Cortesi che spero di poter incontrare personalmente e che invito, insieme a te, al nostro ristorante «I ragazzi di Sipario» a Firenze(www.iragazzidisipario.it)dove i sapori dei tipici piatti toscani vengono esaltati in maniera suprema da quel “sapore” della vita che “di pancia ti fa sentire” che i ragazzi che vi lavorano sono fantastici, unici e irripetibili!
    Vi aspettiamo! Con amicizia,
    Stefania di Sipario


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