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Balbuzie: donde viene e che fare. Psicoterapia sistemica della balbuzie o disfemia

 

Scrive Giancarlo: “verso i tre anni d’età la nostra bambina cominciò a balbettare sempre più. Ci siamo entrambi soffermati ad ascoltarla attentamente guardandola negli occhi portandoci alla sua stessa altezza e sospendendo qualsiasi attività stessimo facendo. Smise di farlo in due o tre giorni. Carissimo Gigi, puoi scrivere qualcosa a proposito? Conosco un bravissimo ragazzo con questo problema molto marcato che lo condiziona parecchio. Quali profonde origini ha questo «problema» dato che è visto proprio solo come un problema fisico? Grazie e ciao”.

C’è chi ipotizza che la causa della balbuzie o disfemia sia organica. Stando a quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, ritengo invece che l’origine sia relazionale. Non a caso, di solito insorge dai due ai sei anni di età, cioè nella cosiddetta fase edipica, quando il bambino (o la bambina, ma è molto più facile che si tratti di un bambino) è tutto preso dal tentativo di conquistare la madre, imitando il padre e/o cercando di sottrargliela. Se la madre è vissuta come difficilmente accessibile, rivolgerle la parola produce nel bambino una situazione di ansia, di inadeguatezza, di forte stress emotivo. È come se dovesse improvvisamente e velocemente scalare una impervia montagna; il respiro si fa ansimante, non attinge più alla profondità del diaframma, è un rivolo faticoso che sgorga solo dalla parte superiore (apicale) dei polmoni e si ingolfa in gola. È come se l’enorme emozione impedisse a sé stessa di fluire, di esprimersi, di rivolgersi all’attenzione della madre, fosse disperante-sperante impotenza di comunicazione.

Si tratta di bambini vissuti dalla madre come lontani e come inadeguati a lei e alle sue attese. Si tratta di madri con più o meno massicce e più o meno transitorie difficoltà di contenimento e di empatia, spesso a loro volta poco amate e ascoltate dalla loro madre; sono madri o lontane o non facilmente leggibili e interpretabili dal bambino, madri con nodi dissociativi più o meno superficiali e pervasivi. Si tratta di padri (sì, c’entra anche il padre) che loro per primi hanno avuto difficoltà a conquistare la madre dei loro figli, a farsi ascoltare e accogliere da lei; come tali, non rappresentano un modello praticabile, lasciando il bambino nella doppia ansia da un lato di agire senza un modello e un esempio in cui identificarsi in modo rassicurante, dall’altro di dovere da solo assolvere al compito impari di interloquire con la madre, dandole voce e parola, cioè di darle anima.

C’è sempre un atteggiamento ambivalente e/o conflittuale nel bambino balbuziente: per certi versi c’è il bisogno della comunicazione emotiva, per altri c’è l’ansia di non riuscirci,

Originariamente in gioco c’è, comunque, il tentativo di rivolgersi alla madre e di conquistarne l’attenzione. Se il rapporto con la madre non è stato adeguatamente affrontato ed elaborato, il bambino balbetterà tutte le volte che incontrerà o la madre stessa, o figure che emotivamente gli ripropongano e gli facciano, più o meno inconsciamente, rivivere la relazione con la madre. Non a caso, i maschi, che non siano stati del tutto accolti dalla loro mamma o che, in modo più o meno rilevante, non siano stati oggetto della sua attenzione, avranno difficoltà a rivolgersi in genere alla donna e in particolare alla donna che li attrae. Il loro stupore d’amore potrà rischiare di bloccarli a tale punto che, più ancora che balbettare, addirittura non parleranno (“la lingua deven tremando muta”, direbbe Dante); molti di loro, per evitare il dramma della emozione bloccata, sposeranno donne che non li emozionano o che prendono loro l’iniziativa della parola e della comunicazione. Difatti la balbuzie si manifesta solo quando in gioco c’è un emozione che richiami il coinvolgimento emotivo e ambivalente suscitato dalla madre o che faccia regredire a esso. Se la balbuzie è generalizzata e/o perdurante, significa che per quel bambino la relazione con la madre è stata devastante e ha aperto una ferita panica.

Nella bambina il fenomeno è meno frequente, proprio perché tra madre e figlia non c’è la distanza di genere che segna la relazione del maschio con il femminile.

Dicevo, prima, che c’entra anche il padre. Non solo. Se i genitori (entrambi) hanno vissuto difficoltà relazionali con le loro madri, i figli (quindi anche le femmine) cresceranno in un clima di difficoltà relazionale diffusa, che inciderà sulla loro capacità di ottenere e mantenere l’attenzione della madre; e finiranno anche con il balbettare le mancate balbuzie dei loro genitori.

Sempre l’esperienza clinica, mi suggerisce che la balbuzie si vince proprio cominciando a lavorare sul gioco relazionale complessivo della famiglia, sul gioco familiare della comunicazione delle emozioni. La balbuzie, pure essendo segno di dolorosa difficoltà, è comunque anche segno che in quella famiglia le emozioni a modo loro ci sono. Si tratta di riuscire ad abilitare gli individui a esprimerle, con una autostima pari alla profondità stessa della emozione in gioco. Chi soffre di balbuzie o chi ha figli che ne soffrono, si consoli: chi vive nella freddezza della anaffettività, difficilmente balbetta.

Dove ci sono sofferenze del respiro ci sono sempre in atto i problemi del sistema familiare, prima ancora che i problemi dell’individuo. Per esempio, l’asma, di solito, si manifesta in individui appartenenti a sistemi familiari, rigidi, poco plastici e, quindi, difficilmente disposti al cambiamento del gioco relazionale. La schizofrenia si manifesta in sistemi familiari caratterizzati dallo stallo relazionale della coppia genitoriale e dalla presenza di messaggi a doppio legame micidiali, tali da “rompere il diaframma” (questo non a caso è il significato della parola schizofrenia) e da bloccare fino alla rottura il respiro, cioè l’anima (non si dimentichi che la parola anima significa “respiro, fiato”).

La sofferenza del respiro è sempre segno di una patologia dell’anima: prima dell’anima del sistema familiare, poi di quello di un o o più individui. Sono sistemi fermi, invischianti, che impediscono radicalmente al figlio di andarsene, di lasciarsi andare con gusto al fluire della vita.

Le famiglie e le madri capaci di grandi respiri diaframmatici producono atmosfere relazionali calde; sono oceani vivificanti, animati da grandi maree, da grandi spazi, da ritmi ampi, sapienti, liberi. Il respiro e il sangue fluiscono.

2 Comments

  1. ho pensato ai miei nipotini, uno balbuziente e uno asmatico. a quanto mi fa soffrire questa situazione. e a mia sorella, una mamma lavoratrice ma presente e affettuosa e mio cognato, dolce ma anche autorevole. gli elementi sembrano perfetti, eppure è una famiglia in cui, a quanto pare, c’è un blocco emotivo e relazionale che neppure le terapie stanno risolvendo. penso a cosa posso fare per aiutarli….

  2. ho letto piangendo queste parole…


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