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Strade di ieri, strade di oggi

 

Che idea abbiamo della strada? Che cosa rappresenta per noi? Come la viviamo? Perché è così spesso luogo di morte e di violenza?

Le strade una volta erano il segno della civiltà, dicevano quanto una cultura, un popolo, una società, una città, un villaggio fossero vivi, aperti, liberi di muoversi, di commerciare. Se lo stato antico si identificava soprattutto nella sua funzione di garante di sicurezza e di difesa dai pericoli esterni e interni (e anche in ciò la strade erano importanti: vedi per esempio quanto decisive furono le strada per la repubblica e l’impero di Roma), lo stato borghese moderno nasce proprio in quanto costruttore di strade, prima decisiva infrastruttura, insostituibile garanzia di commerci e di circolazione di prodotti e manufatti, oltre che di eserciti.

La strada, tuttavia, era non soltanto un mezzo di circolazione di cose e di uomini; era anche il mezzo della comunicazione tra gli uomini, il primo ed essenziale; meglio ancora, era il luogo stesso della comunicazione di ogni comunità umana, grande o piccola che fosse. Quando ero bambino, nei paesi le strade, ancora tutte in terra battuta, rappresentavano la continuazione stessa della casa; c’era ancora chi, seduto su una sedia, mangiava sulla porta di casa, magari scambiando parola con chi passava, in una convivialità sociale che faceva della strada anche il luogo del cibo e della compagnia. Non c’era bisogno di finestre: la strada era la grande finestra delle case. E le porte erano sempre aperte, di giorno o di notte.

Era anche il luogo di quello che i sociologi chiamano il “controllo sociale”; certo si era un po’ pettegoli, forse un po’ moralisti e bigotti; ma nelle strade dei paesi ci si conosceva tutti, ci si parlava, ci si salutava, ci si guardava. I bambini non “si perdevano per strada”; semmai li si ritrovava in strada, perché lì vivevano e giocavano, magari a piedi nudi.

E quanti amori nascevano per strada! Addirittura, camminare insieme per strada era già come sposarsi, diventava la pubblicazione di una relazione, del suo stesso nascere e progredire: “ti ho visto passare con una bella ragazza, non sapevo che avessi la morosa”. Non a caso, almeno in bergamasco, ‘ndà ‘nséma (“andare insieme”) significava essere fidanzati. Oggi per strada non ci si innamora più, casomai ci si prostituisce, si stupra o si è stuprati “nella indifferenza generale”. Per strada non ci si saluta più (solo su sperduti sentieri di montagna lo si fa ancora, metafora di quanto possa essere sociale la difficoltà di un cammino, la sua estraneità dai grandi circuiti ).

Poi è venuta l’automobile. All’inizio non ci si accorse di quanto nemici fossero la vecchia idea di strada (quella legata all’uomo e al cavallo) e la nuova idea (quella legata alla macchina e alla velocità). Ricordo le primissime auto. Si scendeva tutti per strada a vedere come era quella che il farmacista aveva comprato: tutti i bambini si assiepavano intorno, toccavano la carrozzeria, le gomme, i fanali: Sognavamo mondi nuovi, e stavamo celebrando il funerale del vecchio mondo a passo d’uomo e d’animale.

Poco a poco l’auto si è presa la strada. Ce l’ha scippata. La strada si è fatta asfalto. Sono nati i marciapiedi: pietose corsie di sopravvivenza e di sempre più furtivo e rischioso passaggio, riserva indiana sempre più impraticabile e improbabile dell’uomo che cammina. Le case sono retrocesse dietro al marciapiede; quelle che davano “direttamente sulla strada” hanno addirittura perso valore immobiliare. Poco alla volta sono nati i giardinetti di entrata, i cancelli, le cancellate, le entrate a telecomando, i citofoni, i box doppi e semplici, gli allarmi, la videosorveglianza. In strada e sotto i nostri condomini o supermercati sempre, dovunque, comunque, inesorabilmente la macchina!

E l’uomo? E noi? E i nostri bambini?

I nostri bambini non sanno come era bello giocare per strada, a piedi nudi, saltare da dietro sugli alti carretti dalle grandi ruote di legno, che tornavano la sera dai campi, trainati, anzi guidati dal cavallo (il carrettiere poteva anche dormire tranquillo, dopo magari avere bevuto un bicchiere di troppo, tanto non gli toglievano la patente, né gli facevano il palloncino). Ora i bambini temono la strada e stanno sempre più attaccati alle mamme (e le mamme ai bambini).

Noi poi sulla strada corriamo, forse fuggiamo da noi stessi, forse vaghiamo “a fari spenti nella notte, per vedere se poi è così difficile morire”.

La strada era anche il luogo della appartenenza: alla città, al quartiere, al rione. Oggi l’uomo non ha più appartenenze. Come Totò e Ninetto alla fine di Uccellacci e uccellini, se ne va verso una città senza nome e verso un destino senza identità, dove neppure le ideologie resisteranno e, come il corvo del film, verranno consumate e defecate. Se ne va come uno Charlot solitario lungo una strada fine a se stessa, senza più arte né parte. Gelsomina non accompagna più Zampanò con la sua canzone.

Luogo di solitudine e di espropriazione è diventata la strada. Per molti l’unica voce della strada è quella del navigatore. Forse per questo ogni tanto si sbaglia strada apposta: almeno hai l’impressione che qualcuno si accorga di te, si preoccupi del tuo errore, inventi per te un percorso di riserva, ti parli come uno triste spaesato zio Tom che dei verbi usa solo gli infiniti: “Ricalcolo. Fra trecento metri entrare nella rotonda e prendere la prima a destra”.

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2 Comments

  1. Ancora Cassano (“Il pensiero meridiano”):

    “Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perchè andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.”

  2. “ogni sguardo veramente autonomo sul nostro tempo deve riuscire a evadere dall’etnocentrismo della velocità”
    “Anche nei rapporti umani il momento più importante,la sosta, il lento costruirsi di un’intimità, il gioco e l’elaborazione del desiderio vengono buttati via come un’inutile perdita di tempo.”
    “La lentezza, con la sua fantasia e i suoi spazi per la meditazione e l’elaborazione, è un giudice lucido e durissimo dell’ingordigia della velocità.Chi ama andare a piedi conosce il tremito violento della strada a ogni passaggio di vettura.Bisogna cercare in terra, ai margini della strada, per capire la terribile limitatezza del nostro mondo, perchè è su questo lato che esso compie il gesto in cui più si concentra la sua violenza: scartare,rendere obsoleti e superflui, gettar via. Di qui si deve ripartire perchè, prima o poi, e nei modi più impensabili, proprio a questi scarti si rivolgerà il mondo mandato in frantumi dal dispotismo della velocità.” Franco Cassano “Modernizzare stanca – perdere tempo, guadagnare tempo” ed. Il Mulino


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