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Category Archives: anoressia e bulimia

 “Sei la migliore donna che poteva uscire dalla mia pancia”, questa è la frase che Ambra Angiolini trovò scritta su un post-it giallo attaccato dalla madre alla porta del bagno dove Ambra di solito andava a vomitare. Secondo l’attrice questa frase fu decisiva nel suo superamento della bulimia. Lo confessa in una intervista a “La Repubblica” (vedi http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/ambra-confessa-cosi-ho-vinto-la-bulimia/59817?video).

Non so che terapia abbiano seguito la madre di Ambra ed Ambra stessa, né so in seguito a quale cambiamento la madre abbia deciso di pensare e di scrivere quella frase, ma di certo le sue parole sono decisamente agli antipodi del solito atteggiamento delle madri delle ragazze bulimiche, madri che abitualmente sono molto controllanti e colpevolizzanti riguardo al sintomo bulimico (vomito compulsivo e il più delle volte autoprovocato). Al controllo e alla colpevolizzazione di solito si accompagna l’ansia e l’autocompatimento materni. Niente di tutto questo: stando alle parole che scrive, la madre di Ambra si mostra vicina alla figlia, ma in modo del tutto confermante e valorizzante.

Non insignificante poi il termine da lei usato nel riferirsi alla figlia: “sei la migliore donna”. Anche questo va contro l’abituale atteggiamento infantilizzante delle madri delle bulimiche, che, non a caso, di solito chiamano perennemente “bambina” la loro figlia, così svalutandola e mantenendola di fatto infantile. In ciò queste madri non fanno altro che continuare a subire e continuare a confermare il gioco psicotico, che produce la psicosi bulimica: il padre ributta sulla madre la figlia, svalutando la madre e lasciando bambina la figlia; la madre, subendo questa dinamica paterna, ne diventa complice ed esecutrice.

La terapia sistemica interviene subito lì, cercando di confermare prima di tutto la madre, così che questa non si faccia caricare di ansia materna, di dubbi, di sensi di colpa da parte del padre della ragazza. Finché la madre subisce questo gioco, la spirale della bulimia continua a risucchiare in sé la ragazza, aumentando il conflitto tra madre e figlia e facendo della bulimia il campo di battaglia di questo conflitto (è come se con il proprio comportamento la figlia dicesse alla madre: “tanto tu mi controlli e tanto io ti frego continuando a vomitare il cibo e nel cibo a vomitare te fuori di me”; in tale modo, sotto la copertura e l’alibi del conflitto, la figlia mantiene la proria dipendenza infantile dalla madre). L’aggressività paterna nei confronti della madre dunque, oltre ad aumentare il controllo ansioso e svalutante della madre, rompe la relazione tra madre e figlia.

La frase della madre di Ambre ricostituisce la relazione tra lei e la figlia, definisce la figlia ocme la “la migliore donna”. Se tutto ciò si fonda, come parrebbe, su un autentico cambiamento della madre, allora il gioco è fatto e la possibilità di guarigione è del tutto aperta. La madre deve cambiare prima di tutto nei confronti di sé stessa e della propria autostima di donna e di madre: la frase, mi pare, lo rivela benissimo, dicendo della “pancia” come culla della “migliore donna”. Solo una madre riconciliata con la propria fisicità femminile e materna può vivere, pensare e dire una frase del genere e può permettere alla figlia di rimettersi nella relazione con la madre. Ripeto, non so come la madre di Ambra sia arrivata a tanto; so però che 1) molto difficilmente una tale frase viene vissuta, pensata e scritta dalla madre di una ragazza bulimica senza un preventivo cammino terapeutico, 2 è lì che uno psicoterapeuta sistemico intende portare le madri della ragazze bulimiche.

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Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte)

Molte persone, soprattutto ragazze adolescenti (ma l’età di frequente è anche più bassa), hanno il bisogno di farsi male: per esempio profondi tagli con le lamette, graffi sul corpo, piercing molto dolorosi; o – come vedremo più avanti – in modo più nascosto, per esempio con incidenti più o meno casuali o con comportamenti ad alto potenziale invalidante. Si chiama autolesionismo. È un bisogno compulsivo, cioè irresistibile: è come se fosse il bisogno a comandare, a determinare lui l’azione, prevalendo sulla volontà del soggetto con una esigenza e una urgenza sempre maggiori e sempre più cogenti.

Si tratta di persone che psicologicamente non hanno “pelle”: non hanno potuto elaborare una adeguata strutturazione del loro Sé e del loro sentirsi. Alla base di questa loro carenza sta, a mio avviso, un grave deficit a livello di accudimento e di fasciatoio (su questi temi ho scritto a lungo nel mio penultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore): per problemi di coppia e per proprie carenze la madre non li ha attesi, contenuti, abbracciati, guardati, toccati, accarezzati adeguatamente, con la dovuta attenzione, con un’attenzione vera che “sentisse” non il proprio bisogno di essere una brava madre, ma il bambino, il suo corpo, il suo esprimersi, il suo esserci (il suo Dasein, direbbero i tedeschi), il suo essere proprio così (il suo Sosein, direbbero i tedeschi). Spesso si tratta di figli e figlie poco voluti o capitati in momenti di grossa difficoltà della coppia e della madre (solitudine, depressione, rapporto conflittuale o lontananza dalla propria madre, quella che giustamente molte lingue identificano non tanto con il termine “nonna”, ma con quello altamente significativo di “grande madre”), magari con un fratello o una sorella che occupa ancora il fasciatoio, lo sguardo, l’attenzione, l’affetto, l’emotività materni. Che questo capiti più di frequente alle bambine, secondo me è dovuto a due fattori: 1) si tende a dare meno attenzione a chi ci è identico rispetto a chi è diverso, per cui la figlia – in quanto identica alla madre – è già di per sé candidata a una attenzione materna minore o quantomeno più scontata; 2) con maggiore frequenza e con più intensità si tende a identificarsi con chi ci è identico, per cui madri carenti e a propria volta oggetto da piccole di poca attenzione o di non adeguato contenimento e accudimento, identificandosi troppo con la figlia (sopratutto con la seconda, la più scontata), tenderanno a sottovalutarne i bisogni, proprio come solitamente fanno con loro stesse (“assomiglia proprio a me”, diranno queste madri di questa loro figlia).

Una siffatta situazione produce nella persona due conseguenze concomitanti (due facce di un’unica medaglia).

Da un lato c’è un grave deficit del sentirsi nel piacere, come comporterebbe una adeguata e fisiologica strutturazione del Sé e della percezione di sé (troppo spesso ci si dimentica che il vero cemento che costruisce e struttura il Sé è non il dovere, ma il piacere; sono l’esperienza e la possibilità non del dovere, ma del piacere); scatta perciò una strutturazione carente o comunque patologica del Sé e della percezione di sé, per cui ci si sente soltanto se e quando si sta male, per cui “bisogna” stare male, sentirsi male, farsi male.

D’altro lato la mancanza di quel piacevole rapporto con sé stessi e con il mondo, che consegue al deficit del sentirsi e ostacola ogni transitivo sentire, produce un’angoscia pervasiva, profonda, sorda, cioè non attribuibile a contenuti o ragioni precisi, chiaramente identificati o identificabili. Nulla è più doloroso e insopportabile di un’angoscia siffatta, proprio perché di essa non si vede né l’origine né la fine; di essa non si percepisce l’essere, ma l’esserci sempre più pesante e terribile.

Per questo non resta che farsi male Così, per esempio, prodursi una ferita con una lametta o con un graffio violento mette in gioco due “vantaggi”: 1) in quanto è identificato in una causa ben precisa (la sofferenza è dovuta a “questa” ferita), il dolore ha un contenuto ed è identicabile, quindi in un certo qual modo può essere percepito come controllabile e come contenibile; 2) in quanto è molto acuto e localizzato, il dolore può coprire l’angoscia pervasiva e indeterminata, cioè almeno per un po’ – come dire? – la anestetizza, la rimuove.

Non sfuggirà al lettore quanto sia terribile e disumana una tale situazione. Il fenomeno è diffusissimo nelle nuove generazioni, quasi una epidemia tanto tremenda, quanto sconosciuta al grande pubblico. Pochi ne parlano, pochi ne conoscono l’esistenza, pochi sanno e possono identificarla nella sua vera natura e quindi curarla e guarirla, cosa questa possibile grazie a una appropriata psicoterapia e a un paziente e motivato impegno terapeutico da parte del paziente. La possibilità di uscire dall’autolesionismo e di vincere la terribile angoscia c’è.

Per la 2a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte).

Inizio dell’anno scolastico: “a che scuola sei portato quest’anno?”

Per molti bambini e ragazzi uno dei prossimi è il primo giorno di scuola. La nostra cara lingua italiana è ricca di mille saggezze e di preziosi insegnamenti. Per esempio, quando chiediamo a un ragazzo: “a che scuola vai quest’anno?”, già nell’espressione “andare a scuola” la nostra lingua ci indica il senso stesso della pedagogia e del rapporto tra scuola e allievo: è l’allievo che va a scuola, che la in-tende (cioè che tende ad essa fino a entrarci), che la conquista anche fisicamente andandoci con le proprie gambe. La lingua ci dice perciò della scuola come luogo e tempo di una conquista anche fisica.

I fatti purtroppo, sempre più spesso, smentiscono la ricca saggezza della lingua. Vedendo come avvengono le cose, oggi dovremmo dire: “a che scuola sei portato quest’anno?”, o forse – peggio ancora – dovremmo dire: “attraverso te a che scuola vanno i tuoi genitori quest’anno?”. Sono sempre più rari i casi di allievi che vanno loro a scuola, conquistandosela anche fisicamente passo dopo passo, giorno dopo giorno, camminata dopo camminata, risveglio dopo risveglio. C’è sempre la mamma o – peggio ancora – il papà o i nonni a svegliare l’allievo, a portarlo mezzo assonnato a scuola, ad andarlo poi a prendere.

Dietro questo comportamento, purtroppo, surrettiziamente si afferma e si vive una pedagogia e una visione del rapporto allievo-scuola molto lontane da quelle suggerite sopra. La scuola non è più tempo e luogo di una conquista del bambino o del ragazzo. La scuola è sempre più un dovere del genitore o del nonno, un loro compito, una loro mansione o pratica quotidiana, Sono i genitori o i nonni ad“andare a scuola” portando o trascinando o scaricando il figlio-nipote, spesso proiettando sul figlio-nipote il loro bisogno di affermarsi e/o di ricevere conferma attraverso la sua riuscita scolastica, di dimostrare grazie a lui di essere loro bravi genitori o nonni, di proteggerlo bene dal mondo cattivo e infido. Usando l’alibi della “necessità” di portare il figlio a scuola, affermano e in-segnano una visione difensiva nei confronti del mondo e della vita e invece di dare – come sarebbe loro compito – il figlio-nipote al mondo e alla vita, lo tolgono dal mondo e dalla vita, lo chiudono in una matrioska genitoriale da cui sarà difficile che egli possa uscire. Sotto sotto resteranno al figlio-nipote due possibilità: o – deludendo i genitori-nonni – subire la scuola sognando esplosioni di evasione e di sballo, o – compiacendo i genitori-nonni – rinchiudersi nel “dovere” scolastico come nella nicchia di una ossessione psicotica, che li isola sempre più da sé stessi e dal mondo (non si dimentichi quanto spesso i primi della classe siano ragazze anoressiche o ragazzi psicotici).

In tale modo i genitori-nonni scippano alle nuove generazioni quell’ “andare a scuola”, che è momento fondamentale e inespropriabile dell’essere allievo. Tolgono le radici all’albero e le fondamenta alla casa. Proprio così: li es-propriano, cioè tolgono loro ciò che è loro proprietà, ciò che a loro è proprio.

Come stupirsi poi che le nuovi generazioni siano disperate, cerchino lo sballo, l’ubriacatura, la velocità suicida, l’anestesia della sostanza, l’esplosione fascista o razzista, il sesso come alternativa anche violenta alla noia?

È soprattutto l’ansia materna a produrre questa grave invasione di campo dei genitori nei confronti del rapporto tra la scuola e gli allievi. In particolare l’ansia materna è rivolta verso il figlio maschio, soprattutto il primo figlio maschio. Sono soprattutto le mamme ad accompagnare a scuola il figlio, con premura e con frequenza che molto spesso con la figlia femmina non hanno o non hanno avuto (di solito non si rendono neppure conto delle preferenze messe in atto). Non mi stupirei che una delle ragioni del migliore rendimento scolastico medio delle femmine rispetto ai maschi fosse legata o dovuta alla minore pressione e “castrazione” psicologiche della madre nei loro confronti; se poi si aggiungono la rabbia e la voglia di dimostrare chi è meglio tra il fratello tanto curato e la sorella meno considerata, si intuisce da dove spesso venga la maggiore motivazione delle femmine ad “andare a scuola”,

Se le responsabilità delle madri sono pesanti, quelle dei padri non sono da meno. Prima di tutto non impediscono alle madri di divorare d’ansia materna il figlio, cercando di affermare e valorizzare, magari corteggiandola di più, i diritti di femmina, di donna e di moglie della compagna; in molti casi i padri soffiano ancora di più sull’ansia materna, aumentandone l’insicurezza e buttando ogni giorno di più la madre addosso al figlio. In secondo luogo, così facendo, non testimoniano né confermano il diritto del figlio a essere autonomo, a camminare con le proprie gambe, ad andare al mondo, a esplorarlo, a misurarsi con le difficoltà e anche – necessariamente – con i rischi, così da poterli conoscere e affrontare. Spesso sono i padri i primi a non dare fiducia al figlio, a disconfermarlo, a rinviarne all’infinito l’emancipazione, come se fossero proprio loro – i padri! – a fare ancora di più e ancora peggio la mamma del loro figlio. La conseguenza è la grave disconferma del figlio, la produzione di un disagio sempre maggiore che tiene infantile il figlio, impedendone anche gravemente l’individuazione e ributtandolo continuamente nello status di bambino piccolo che dipende dalla madre e che non può andarsene e crescere. Quanto patogeni siano purtroppo questi comportamenti paterni, lo dice l’esperienza clinica quotidiana: tante psicosi giovanili hanno alla loro radice proprio dinamiche di questo tipo.

Da parte loro i nonni troppo spesso si sostituiscono ai genitori nella quotidianità, così che alla fine non fanno né i genitori né i nonni (essere nonno è dimensione festiva, non quotidiana), privando i nipoti della ricchezza di entrambe queste due grandi dimensioni formative. “Aiutando” poi i genitori nella loro funzione, i nonni di fatto limitano l’esperienza dei genitori, impediscono la loro apertura sociale. I genitori non parlano né si accordano con gli altri genitori, non li incontrano, non si confrontano con loro, non trasformano in domanda sociale e politica il problema della loro presenza e funzione. Tanto ci sono i nonni! Che bisogno c’è di porsi e di risolvere il problema di come potere e dovere fare i genitori? La disfunzione delle relazioni familiari finisce così con l’avere una immediata ricaduta di inerzia sia sociale che politica.

Si può individuare la scuola migliore del mondo o, come si usa dire oggi, la più “seria”, ma se l’allievo non è lui ad “andare a scuola”, da soli!, si toglie il senso stesso e il significato profondo della scuola e del rapporto con essa.

Andare a scuola” è evento e problema dell’allievo, non dei suoi genitori o nonni. È l’allievo a essere in gioco, solo lui. I genitori, la società lo stato debbono garantire questa possibilità, non viverla loro come se fosse un loro problema o un loro compito. Se lo fanno impediscono alle nuove generazioni di crescere, di conoscere sé stessi, di vivere. Si uccidono i figli credendo di aiutarli.

Tutta la scuola oggi è “privata”, sia quella statale che quella non statale, proprio perché, non lasciando “andare a scuola” da soli i bambini e i ragazzi, si finisce con il privarli della scuola e della sua conquista.

 

 

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

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ANORESSIA E BULIMIA, PRIMA CAUSA MORTE TRA RAGAZZE

Questa notizia è stata appena battuta dalle agenzie: anoressia e bulimia nervosa costituiscono la prima causa di morte per malattia tra le giovani italiane di eta’ compresa tra i 12 e i 25 anni, rappresentano un vero allarme socio-sanitario, colpendo oggi circa 150/200 mila donne.

Come in questo sito ho più volte affermato, l’unica terapia davvero risolutiva per questa grave e micidiale psicosi è, a mio avviso, la psicoterapia sistemica, dato che questo disturbo mentale, prima di essere un problema dell’individuo, è un problema del sistema familiare. La causa è la disfunzione delle relazioni familiari. Volere considerare e curare l’anoressia e la bulimia come problema medico significa non risolvere nulla. Anche qualora avvenga la remissione dei sintomi, non significa che il deficit strutturale che ha prodotto quei sintomi sia scomparso o risolto; significa soltanto lasciare intatto il problema strutturale, con grave compromissione della vita relazionale, affettiva, sessuale dell’individuo e con grave danno per coniugi e figli, senza che sia eliminato il rischio della implosione mortale e suicidaria. Solo una terapia sistemica può – lo ripeto – affrontare e risolvere il deficit strutturale. Vedi quanto su Anoressia e Bulimia ho scritto su questo blog.

Anoressica in cura psichiatrica da 5 anni si suicida gettandosi dalla finestra della sua camera da letto

Un amico mi prega di commentare questa notizia apparsa oggi su “Repubblica”: «Roma, studentessa anoressica si uccide. “Troppi pranzi, le feste la angosciavano”».

L’articolo non dice il nome della ragazza, si limita all’età, 19 anni. Senza commentarle, il cronista riporta le parole della madre: “Mia figlia era in cura da uno psichiatra da quando aveva 14 anni per via dell’anoressia. Le feste per lei, ogni anno, erano uno scoglio insormontabile, difficile da superare: i pasti luculliani, insieme alla famiglia riunita, le mettevano angoscia – ha raccontato in lacrime la donna ai poliziotti – Ma ultimamente sembrava migliorata, pareva ne stesse uscendo. Stamattina, prima di andare a lavorare, l’ho vista di buon umore, serena, e invece… “.

Il messaggio che il lettore riceve da titolo e articolo è grosso modo questo: l’anoressia è una disgrazia che capita; la famiglia ha fatto quanto poteva, si è rivolta a uno psichiatra, che per cinque anni ha curato la ragazza; purtroppo le feste e i pranzi delle feste hanno affossato i miglioramenti in atto (secondo la madre e, forse, lo psichiatra); con le disgrazie non c’è nulla da fare e a chi la tocca, la tocca; anche l’anoressia è tra queste disgrazie.

Penso che sia ora di finirla con notizie tanto devianti. Che anche un giornale di grosso spessore come “Repubblica” (io stesso lo leggo ogni giorno), caschi in questo tranello, è altamente micidiale, perché, facendo mentalità, contribuisce con la disinformazione a favorire il ripetersi di episodi tanto dolorosi e tragici.

L’anoressia – occorre ribadirlo a più non posso – prima di essere un disturbo mentale dell’individuo è un disturbo familiare. Se a monte non si cura e guarisce la famiglia, la ragazza anoressica non guarisce. Curare solo lei (come mi pare si evinca dalle parole della madre), non porta risultati veri; può in determinati casi portare alla remissione più o meno temporanea dei sintomi, può spostare i sintomi, ma non può guarire. E, se non viene guarita, l’anoressia continua a lavorare e a peggiorare la struttura profonda della psiche. Un disturbo mentale di area psicotica (e l’anoressia è una patologia psicotica) o guarisce o peggiora.

La morte di questa ragazza non è dunque semplicemente una disgrazia che possa capitare a chiunque e comunque. Il problema poteva e doveva essere affrontato ed essere risolto. Non bisognava perdere tempo con terapie individuali, meno che meno con terapie psicofarmacologiche, quali sono quelle che abitualmente attuano gli psichiatri o, più in generale, quanti si affidano a terapie medico-centriche e farmaco-centriche. Se poi, come succede spesso a questo tipo di terapie, si somministrano psicofarmaci antidepressivi, in particolare gli antiserotoninici, non solo non si risolve nulla, ma si aumentano in modo, a mio parere, irresponsabile il rischio e la possibilità del suicidio.

Che le feste destabilizzino ulteriormente situazioni di patologia psicotica, è vero. Io stesso vi ho accennato nel mio post sul Natale. Riunendo nel nome del rituale della festa famiglie caratterizzate da giochi psicotici, si rischia di portare a estremi insopportabili la disfunzione delle dinamiche relazionali, che, come bene sostiene la psicologia sistemica, sono – esse, non la festa come tale! – la causa del disturbo psicotico e, nel caso, della anoressia.

È più che mai il tempo che la stampa dica queste cose.

 

Le dinamiche incestuose del primo figlio maschio o della prima figlia femmina e la sofferenza dell’altro figlio o dell’altra figlia

Attraverso i motori di ricerca continuano in misura massiccia e impressionante a pervenire richieste riguardanti il problema dell’incesto. L’esperienza clinica del resto mi conferma quanto questo problema sia evento centrale delle dinamiche relazionali familiari. Sempre più frequente è l’emergenza delle dinamiche incestuose all’interno delle famiglie:

1)    il primo figlio maschio è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva della madre, non importa se nella modalità «positiva» della gratificazione materna (il figlio, subendole e/o assecondandole, attua le aspettative o le proiezioni materne, spesso del tutto lontane dal modello di vita e di personalità del padre, come se la madre più o meno inconsciamente dicesse al figlio: “non badare a tuo padre, sii solo come ti voglio io, sii meglio e più di lui, all’opposto di lui, non come lui, non debole come lui, non poveraccio e insignificante come lui, non bestia e porco come lui”, “tu sì che sei un uomo, non come lui che non lo è”, “solo tu sai rendermi felice, sai/puoi dare senso e gioia alla mia vita, sai/puoi occuparti di me e stare con me”) o nella modalità «negativa» della preoccupazione materna (il figlio – rifiutandoli, provocandoli , negandoli – smobilita e scuote dalle radici l’impianto di vita e i “valori” della madre, spingendola più o meno inconsciamente a preoccuparsi solo di lui, come se non esistesse null’altro e nessun altro, come se il marito e gli altri figli e figlie non contassero granché e valessero ai suoi occhi esclusivamente in funzione di quel figlio e dell’ansia che quel figlio le suscita);

2)    la prima figlia femmina è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva del padre: è quella alla quale pensa mentre torna a casa, è spesso l’unica per la quale torna o si affretta a tornare, è il primo sguardo e l’unico sorriso che cerca appena rientra; poco alla volta diventa – più o meno inconsciamente – la sua interlocutrice (“è la sola che mi capisce e mi sta vicina”, “con lei basta uno sguardo e ci si capisce senza parlare”, “meno male che c’è lei”, “se non ci fosse lei, la mia vita sarebbe un inferno”, “lei sì che è buona”, “è l’unica che sa rispondere a quel duce di mia moglie”, “meno male che c’è lei”).

Poco alla volta in molte famiglie si forma una doppia coppia, quella madre-figlio e quella padre-figlia. La doppia coppia rende di fatto inesistente la coppia marito-moglie: ciascuno dei due compensa questa assenza facendo l’una coppia con il primo figlio, l’altro con la prima figlia in un folle incrocio di una doppia dinamica incestuosa. Che poi l’incesto non sia fisicamente “consumato”, spesso questo serve soltanto a coprire, a negare e paradossalmente ad aggravare l’esistenza dell’incesto psicologico.

L’altro figlio o l’altra figlia o gli altri figli diventano sempre più la inutile «quinta carta» della doppia coppia di una mano di poker (nel poker la combinazione della doppia coppia rende di fatto irrilevante il valore, il colore e la cifra della «quinta carta»). I figli «quinta carta» non sono realmente “visti”, “sentiti”, “capiti”, “riconosciuti”, “contenuti”, “seguiti”, “confermati”, “attesi”, “intesi” né dalla madre, né dal padre, anche se e anche quando questa affermazione è vigorosamente negata sia dalla madre che dal padre (in questa negazione i due, paradossalmente, vanno pienamente d’accordo e su di essa di solito fondano la mitizzazione della loro inesistente presenza e sinergia genitoriali). Al figlio o alla figlia “quinta carta” non resta – sempre più di frequente – che la possibilità della malattia o dell’essere più o meno problematici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se sto male, sono obbligati a vedermi e a prendersi cura di me”), dell’autolesionismo fisico o comportamentale (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se loro non mi «sentono» e io mi faccio male o mi faccio del male, almeno io mi «sento», dunque esisto”), della chiusura sociale o emotivo-affettiva (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se prosciugo la mia vita, i miei affetti, le mie emozioni, almeno sparisco, muoio più che se morissi, evito di soffrire ancora e di più”), della fissazione ossessiva sul lavoro o sulla studio (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se mi annullo/affermo nel lavoro o nello studio, annullo la mia incontenibile angoscia e al tempo stesso affermo la negazione della sua incontenibilità”), del suicidio o dell’incidente inconsciamente suicidario (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se da vivo nessuno si occupa di me, almeno da morto mi penseranno e sarò per sempre in loro e con loro”), della dipendenza dalle sostanze o dai comportamenti compulsivi (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non sono di nessuno, almeno sono di qualcosa; se nessuno si occupa di me, almeno la compulsione mi possiede, mi agisce, mi muove”), della rabbia o del controllo anoressico (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non conto e non posso nulla, almeno così mi illudo di controllare e di potere, almeno così sfogo la rabbia della mia insignificanza e della mia impotenza”), dell’incontinenza o del riempimento bulimici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se nessuno mi mette dentro qualcosa e nessuno accoglie qualcosa di me e dei miei vissuti, almeno mi riempio di sofferenza indigeribile e vomito questo mio Sé insopportabile”).

Quasi sempre il ventaglio di dolore possibilità appena descritto si cristallizza in patologie più o meno sedimentate, sempre comunque complesse, dalle mille sovrapposte e con-fuse sfaccettature: a differenza di quanto di solito avviene per il primo figlio maschio o per la prima figlia femmina, per il figlio o la figlia «quinta carta» un suicidio o una morte precoce non sono mai soltanto un suicidio o una morte precoce; l’anoressia o la bulimia non sono mai soltanto una anoressia o una bulimia; la dipendenza o il comportamento compulsivo non sono mai soltanto una dipendenza o un comportamento compulsivo; l’autolesionismo o il comportamento autodistruttivo non sono mai soltanto autolesionismo o comportamento autodistruttivo; l’ossessione della affermazione di sé o il bisogno di negare e di negarsi non sono mai pura e semplice ossessione o puro e semplice bisogno.

Di fronte alla sofferenza del figlio o della figlia «quinta carta» il clinico non deve- più che in ogni altro caso – lasciarsi andare alla tentazione di una diagnosi affrettata, che univocamente inquadri il «caso» in una ben definita ed esclusiva categoria nosografia, non può cioè limitarsi a etichettare il problema come puro e semplice disturbo x o puro e semplice disturbo y. Meno che meno può e deve condurre la terapia secondo paradigmi o protocolli fissi e rigorosamente determinati o predeterminati. La diagnosi deve, più ancora che in altri casi, essere prima di tutto relazionale, deve sapere e potere cogliere le mille e mille sfumature del gioco relazionale in atto. In questo caso ancora di più che in tutti gli altri, lo stesso sintomo può e deve essere letto e interpretato in modo ben diverso da come lo sarebbe in altra situazione; deve essere collegato agli altri sintomi in modo ben più articolato, sapiente e flessibile. Parimenti quella, che di solito sarebbe e dovrebbe essere, per esempio, la corretta strategia terapeutica di fronte alla anoressia di una primogenita femmina, risulta del tutto adeguata per una femmina «quinta carta». L’incidenza del gioco relazionale familiare sulla mancata o carente strutturazione del Sé è molto più complessa per quanto riguarda la patologia di un figlio o di una figlia «quinta carta». Il clinico deve tenerne conto sia nella presa in carico, sia nella diagnosi, sia nella conduzione della strategia terapeutica. È forse questo l’aspetto clinicamente più difficile e, al tempo stesso, più articolato e impegnativo della terapia delle famiglie caratterizzate da dinamiche incestuose.

 

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc

Vista la frequentissima, enorme e crescente richiesta sul problema dell’incesto fisico o psicologico, che sta – attraverso i motori di ricerca – caratterizzando l’accesso dei lettori a questo blog, da oggi raccolgo in una rubrica(“Incesto e dinamiche incestuose ”) gli articoli di questo sito che a vario titolo riguardano il fenomeno. Penso con ciò di facilitare il lettore e la discussione; al tempo stesso voglio evidenziare la rilevanza del fenomeno e dei problemi sottesi.

Ricordo che, come già da anni i sociologi e gli psicologi prevedevano e come con doverosa insistenza oggi sottolineano, si sta attuando sempre più il mutamento da una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità edipiche a una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità narcisistiche. Si è passati da problematiche proprie dell’Io e del Super-Io a problematiche riguardanti il Sé, la sua difficile attivazione, costituzione, strutturazione.

Non a caso, dunque, si stanno più che mai diffondendo i disturbi di personalità, in particolare quelli di tipo narcisistico e di tipo borderline (secondo una delle due prevalenti scuole di pensiero tutti di disturbi di personalità sono da considerarsi come aspetti di un unico disturbo, quello bordeline). I disturbi di personalità sono disturbi mentali notevoli, che hanno alla loro radice una problematica e prevaricata costituzione e strutturazione del Sé, che in maniera pervasiva condiziona in modo molto pesante la vita emotiva, affettiva, sessuale della persona, la sua possibilità e capacità relazionale in tutti gli eventi dell’esistenza, dal lavoro alla vita di coppia e di famiglia, alla modalità di affermazione professionale, sociale e politica, spesso con gravissimi danni loro e di chi abbia a che fare con loro o – cosa ancora più grave – debba dipendere da loro e dalla loro tanto abile (è tipico della loro patologia) quanto devastante capacità di manipolazione degli altri (per esempio a livello affettivo, sessuale, professionale, politico). Sono disturbi mentali che pochi clinici sanno davvero affrontare e trattare (per molti è difficile perfino la loro stessa identificazione diagnostica). A mio parere, soltanto una metodologia terapeutica che parta da un’ottica sistemica può garantire interventi efficaci e il più possibile risolutivi.

Non a caso, dunque e ancora più in profondità, il Sé sta più che mai rischiando la dissociazione psicotica e schizofrenica (quando lo scompenso psicotico esprime i cosiddetti “sintomi positivi” del delirio e della allucinazione per una durata di almeno sei mesi scatta la diagnosi di schizofrenia) o perfino la frantumazione del Sé. Ricordo un giovane ventenne: in una seduta di poco più di un’ora espresse ben 27 “voci”, segno di una drammatica frantumazione del Sé in un arcipelago di 28 frammenti (le 27 voci e il “soggetto” parlante). Anche nel caso delle psicosi (non dimentichiamo che pure l’anoressia restrittiva e quella bulimica sono processi psicotici gravi) e delle schizofrenie ritengo che soltanto una terapia su base sistemica possa essere efficace e risolutiva. Rammento al proposito che il metodo sistemico trova una delle sue ragioni d’essere e forse la prima radice della sua elaborazione nel fatto che difficilmente lo psicotico accede di propria iniziativa alla terapia, per cui solamente lavorando sul sistema familiare si può davvero accedere a lui, alla sua terapia e alla sua guarigione.

La presenza dell’incesto e delle dinamiche incestuose – che peraltro riguarda tutti i tipi di società e di cultura passate e attuali – assume in un quadro sociale come l’attuale particolare gravità e complessità, riaffermandosi in possibilità di attuazione sempre più drammatiche  pervasive e, oserei dire, epidemiche, con pericolosissime ricadute sulla vita familiare, sociale e politica. Il potere patologico di una personalità disturbata narcisisticamente o invischiata in più o meno gravi processi psicotici può essere micidiale per la sua famiglia, la sua e nostra società, il suo e nostro stato. Spesso evidenziare dinamiche di tipo incestuoso può essere doloroso riscontro, ma può anche rappresentare un prezioso segnale, di cui si farebbe bene a tenere conto.

Due padri incestuosi, due figlie bulimiche e due madri che non vedono

 

Primo caso.

Siamo all’aeroporto. Delia sta per partire per la Germania, con una importante borsa di studio. È la realizzazione del sogno.

Il padre, Piero, a parole è contento; però da più giorni se ne sta stranamente triste. Più si avvicina la partenza di Delia, più lui a parole è felice, ma nei fatti è sempre più abbattuto. Dalla sera prima della partenza, non parla più. Mentre accompagna Delia all’aeroporto, continua a tacere, E così, zitto, se ne sta fino all’ultima chiamata per il volo. Quando la chiamata arriva, Piero prende la mano di Delia: il gesto è quello del saluto, l’atteggiamento è quello del cane abbandonato, gli occhi e lo sguardo – di sotto in su – sono quelli della supplica a restare. Piero con la mano pare incollato a Delia, come se non riuscisse proprio a staccarsi da lei; piange silenziosamente. Intanto la madre leggiadra sta lì accanto, ma è come se fosse il personaggio di un’altra storia, che non c’entra nulla con quanto sta avvenendo  sotto i suoi occhi; non vede, non può vedere. Del resto come potrebbe vedere la tristezza e l’abbandono in un evento per lei tanto bello, che, se fosse capitato a lei, chissà quanto l’avrebbe resa felice. In questo periodo, poi, per lei va tutto più che bene: ha finalmente trovato il lavoro che tanto desiderava e che la gratifica al massimo, che la fa sentire importante, bella, “realizzata” come non mai (lei che nessuno nella sua famiglia d’origine prendeva mai in considerazione). Lei legge il silenzio e il pianto di Piero solo come segni di una semplice, normalissima commozione. Non ne può intuire il dramma. Il loro rapporto di coppia non ha mai raggiunto grandi e profondi livelli di intimità. Pur volendosi bene, non si conoscono veramente, meno che meno si sono mai veramente affidati l’uno all’altra. Solo la terapia li porterà a conoscersi, a frequentarsi veramente, a innamorarsi. Per ora, fino a lì in quell’aeroporto, lei non ha mai veramente preso in sé il bambino solitario, incompreso, ferito che sta dentro Piero, un bambino mai confermato dal padre e mai voluto fino in fondo dalla madre, un bambino che più volte ha subito abusanti attenzioni sessuali da un vicino di casa, senza che mai nessuno si accorgesse, che mai nessuno chiedesse, che mai nessuno permettesse a Piero di elaborare il danno subito. Solo Delia ha inconsciamente avvertito, sentito, percepito quel bambino; nelle lunghe ore in cui la madre restava al lavoro, c’era solo lei in casa con quel padre tanto complesso, con quel suo bambino nascosto dentro. Come non essere affettivamente presa, come non prenderlo emotivamente in sé, come non ingravidarsi psicologicamente di lui, di quel bambino abbandonato che nessuno – meno di tutti la madre – ha mai davvero visto e amato. Per una donna, soprattutto per una figlia, non è certo necessario fare l’amore, per ingravidarsi della debolezza bambina del proprio papà, per prendersi carico di lui. Le dinamiche incestuose sanno possedere molto più di un incesto realmente consumato. Basta un suo sguardo da cane abbandonato e solo, ed ecco il gioco è fatto e la sua debolezza bambina ingravida psicologicamente la figlia,

A Delia si bloccheranno le mestruazioni, il sintomo bulimico la farà da padrone, dopo pochi mesi tornerà a casa, vivendo il tutto come dovuto a una propria colpevole e devastante incapacità.

In realtà, come la terapia mostrerà, la coppia genitoriale, incapace di vera intimità e di vera autonomia, inconsciamente da un lato aveva delegato a Delia la gestione ingravidante della parte bambina di Piero, dall’altro aveva richiamato Delia, così che, tornando, potesse di nuovo gestire il proprio ruolo di incestuosa interlocutrice del padre e di provvidenziale liberatrice della madre.

 

Secondo caso.

Gianni, il papà di Erica, è stato anche lui abusato psicologicamente, da un “prefetto”, quando ragazzino era entrato in seminario, provocando in lui un terribile e insuperato corto circuito tra bene e male, tra moralità e immoralità, tra piacere e disgusto, tra identità maschile e omosessualità, tra fede e trasgressione, tra purezza e bestialità. Anch’egli, come Piero, non ha mai potuto né comunicare né elaborare quella esperienza, così che il danno in lui si è dilatato, fino a diventare paura di sé stesso, debolezza, incapacità a farsi valere effettivamente (non sa gestire la rabbia; sa solo litigare, per dispetti fatti e subiti, proprio come fanno i bambini sfigati). Gianni non sa davvero conquistare una donna, ha paura di prendere l’iniziativa, si sente sporco, brutto, inadatto. Anche della sessualità ha una percezione solo abbozzata, confusa; confonde il piacere con la trasgressione e con l’animalità del gesto. Meno che meno sa instaurare con la donna un rapporto di intimità profonda e vera, così che ogni sua relazione prima o poi si rivela inadeguata, non sa mettere radici, dare ed essere continuità. Incapace a prendere in mano la propria vita, di fatto lascia che siano gli eventi e le situazioni a decidere per lui (è questo un tratto frequente nelle personalità abusate).  Ha sposato Lella, la mamma di Erica, sostanzialmente per tre motivi (naturalmente più inconsci che consci): 1) Lella, nevrotica come era, finiva comunque per prendere lei l’iniziativa in tutto, liberando Gianni dalla incapacità a decidere e ad agire; 2) la famiglia di Lella stava del tutto antipatica alla famiglia di Gianni, così che, sposandola, lui riusciva – in quel modo – a ribellarsi a una madre troppo invadente e a un padre inetto, buttando fuori un po’ di quella rabbia e di quei fantasmi che ribollivano in lui; 3) Lella era molto occupata ed emotivamente ingaggiata nel suo lavoro di intellettuale, cosa questa che finiva con il difendere Gianni, preservandolo da ogni rischio di vera intimità con lei.

Anche in questo secondo caso, la coppia genitoriale finisce senza rendersi conto con il delegare alla figlia la gestione della parte bambina del padre, così da renderla di fatto la vera interlocutrice del padre, quella con la quale il padre fa davvero coppia a livello emotivo e affettivo. Anche qui l’incesto non è fisico, ma anche qui la figlia viene psicologicamente ingravidata da questo padre bambino. Per un po’ cerca di sottrarsi a questa dinamica attraverso la modalità difensiva tipica della anoressia restrittiva: va in amenorrea, ha un corpo che attraverso la magrezza tende a “volere” negare l’accesso alla femminilità piena, sta con un ragazzo che difficilmente può interrogarla e farla evolvere come femmina e come donna. Poi, quando Lella – in occasione di un viaggio all’estero – si deve allontanare da casa per una intera settimana, Erica – uniti alla amenorrea – manifesta anche i sintomi bulimici. Che è avvenuto? L’assenza prolungata di Lella (il “prolungata” è naturalmente relativo alla percezione della durata dell’assenza tipica di sistemi familiari disfunzionali) ha di fatto permesso al bambino Gianni di esibire ancora di più la propria tristezza e la propria solitudine e in questo modo di ingravidare Erica di sé. Il vomito bulimico per un verso è la conferma dell’avvenuto ingravidarsi di Erica, per altro verso è il suo inconscio desiderio di liberarsi di quel padre bambino, di vomitarlo fuori, di abortirlo attraverso il vomito e le aride labbra di una bocca invasa dai lancinanti dolori prodotti dai succhi gastrici.

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

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incesto madre figlia e padre

Molto più numerose del prevedibile sono le richieste riguardanti l’incesto, che tramite i motori di ricerca (Google in particolare) portano i lettori al mio sito. Né, in base alle espressioni e ai termini usati, mi pare che a ricercare siano colleghi o addetti ai lavori. Purtroppo e probabilmente il problema dell’incesto interroga e concerne il quotidiano e i vissuti della gente comune, molto più di quanto si pensi o si voglia pensare.

Per questo è fondamentale, a mio avviso, una premessa. L’incesto – che io sappia – è l’unico tabù presente in tutte le culture umane, passate e attuali. Il che significa che esso riguarda un rischio che l’umanità ha – sempre e dovunque – dovuto prevedere e arginare nel modo più forte possibile, come il primo decisivo anello di ogni costruzione umana e di ogni cultura. Come stupirsi dunque che pure oggi, soprattutto oggi, in un’epoca di enormi epocali cambiamenti, l’incesto riaffiori in tanta urgenza? Quando a interrogare è un tabù, significa che il fatto in gioco è di tale rilevanza che non basta ricorrere a una semplice legge o a una norma sia pure morale ed etica. Il tabù è legge prima e più di qualsiasi altra legge o norma; incide a livelli ancora più profondi e radicali di quanto possa fare una legge (che come tale riguarda la convenzione e la convivenza sociali, il patto e l’organizzazione politici, le autorità socio-istituzionali) o di quanto possa fare la norma morale o quella etica (che, come tali, riguardano il senso e la pratica del dovere fare o del dovere essere, comunque l’interiorità pur sempre cosciente dell’individuo e del suo Super Ego, il riferimento pur sempre consapevole ai suoi valori soggettivi, ai suoi ideali, al suo credo ideologico, filosofico o religioso). Il tabù riguarda le profondità più arcaiche, quelle precoscienziali, dove – a livello di pensiero magico e mitico – si fondono in modo abissale l’inconscio individuale, quello familiare e, prima ancora, quello culturale-antropologico. Se interviene il tabù e se questo tabù è l’unico condiviso da tutte le culture umane, significa allora che l’evento che, attraverso il tabù, si vuole prevenire e arginare tocca e interroga il margine stesso dell’umano, al di qua del quale ogni possibile sopravvivenza è negata, al di qua del quale sono impossibili la civiltà, la storia, la stessa esistenza dell’uomo.

Passiamo ora al problema.

La letteratura scientifica e l’esperienza clinica concordano: di solito l’ultima a sapere dell’incesto tra padre e figlia è la madre. Non solo: anche quando ne viene informata, la madre tende o a negare radicalmente i fatti, spesso contro la più palese delle evidenze. Da ultimo, quando proprio non può più impedirsi di vedere i fatti, cerca quasi sempre di difendere il più possibile il marito o il compagno, quantomeno di sminuirne la responsabilità.

È come se, sotto sotto, alla madre facesse gioco l’incesto; come se, sotto sotto, fosse così scontato da non essere neppure sospettato o visto.

A quanto mi è dato notare nella mia esperienza clinica, in gioco ci sono madri con nodi dissociativi forti (anche se non necessariamente così profondi da superare l’identità individuale e intaccare l’identità di genere). È come se proiettassero sulla figlia una parte del proprio Sé femminile (il Sé di genere), delegandole inconsciamente la gestione sessuale del marito o del compagno. Di solito questa dinamica è sostenuta per un verso da una visione molto negativa del maschio e del maschile, colti come deboli, malati, irrecuperabili; per altro verso da una visione del tutto strumentale della sessualità, quasi si trattasse di una pratica che purtroppo bisogna sbrigare, di una incombenza a cui non ci si può sottrarre e alla quale, in quanto donne, si deve provvedere, come se si trattasse di lavare dalla cacca un bambino piccolo o di pulire il naso a un moccioso poco più grande. Per questo, inconsciamente, scatta in modo meccanico una specie di identificazione nel genere (cioè nell’essere entrambe femmine all’interno di una comune casa) tra la madre e la figlia, come se questa fosse la naturale sostituta e continuatrice delle mansioni dell’altra. Che faccia lei, quello che mi scoccia fare e che magari io ho già dovuto fare con mio padre o con mio fratello o mio zio!

Da un punto di vista clinico, molto più di frequente dell’incesto fisico vero e proprio (per altro molto meno raro di quanto si ritenga abitualmente) capitano dinamiche di incesto relazionale, dove, pure non essendoci rapporto sessuale tra padre e figlia (tanto in queste famiglie di rado il sesso è evento e luogo di intimità comunicata e condivisa), la vera coppia relazionale è quella non tra moglie e marito (o compagno), ma quella tra figlia e padre (o compagno della madre). Alle fiere, al mercato, al lavoro, in ufficio, nella carriera professionale, finanziaria, politica è la figlia che sempre più frequentemente e intensamente segue e prosegue il padre; è lei che lo accudisce, che gli programma le cose e la giornata, perfino gli sceglie i vestiti o gli decide gli incontri. Spesso si tratta di uomini che di fatto passano dalla loro vecchia mamma alla figlia, transitando quasi casualmente dalla moglie o dalle mogli. Del resto che importanza c’è che le mogli siano una o tante? Comunque non sono mai la vera interlocutrice del loro mondo. Per quello prima c’è la mamma o poi c’è la figlia. Da un incesto psicologico all’altro. Da parte loro queste figlie o non si sposano affatto (tanto sono già “sposate” con il padre) o sposano uomini deboli, inconsistenti, di facciata, spesso a loro volta “sposati” con la loro mamma. Le mogli poi, ripeto, lasciano fare, prese come sono dalla maternità e del tutto disinteressate a una vera intimità affettiva, emotiva e sessuale con il loro uomo.

Un’ultima notazione: per quanto paradossale possa sembrare, per un clinico, sotto molti aspetti, è più facile lavorare su un incesto fisicamente consumato che non su una dinamica relazionalmente incestuosa. Nel primo caso la forza di fatti evidenti e rilevanti anche legalmente aiuta ad affrontare il problema incesto; nel secondo caso il tabù rafforza le difese e impedisce ai pazienti di vedere e di leggere i fatti per quello che sono. Purtroppo solo la presenza di patologie gravi, quali per esempio le anoressie o altre psicosi, permette al clinico di fare emergere in piena evidenze la dinamiche incestuose che di solito caratterizzano le famiglie nelle quali insorgono anoressie e psicosi.

A proposito di scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

A psicoterapeuti e psichiatri capita sempre più spesso di avere come pazienti allievi, genitori, insegnanti, dirigenti e amministratori scolastici, forse anche ministri. A sentirli, pare proprio che non siano poche le personalità scompensate, fragili o gravemente disturbate che stanno, a vario titolo, nelle aule scolastiche. Non si riesce a capire come la scuola regga.

Moltissimi genitori sono ancora – prima di tutto – figli, con tanto di cordone ombelicale che li lega alle famiglie d’origine, impedendo loro di essere davvero coppia, di “sposarsi” davvero, di potere davvero essere genitori. La genitorialità è evento relazionale e gioco di squadra, non fatto individuale.

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolatorio nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico.

Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la patologia, con il bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i loro allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?

Quanto agli allievi, quasi sempre, più che essere loro il problema, sono vittime di genitori, di insegnanti, di strutture gravemente patogeni. Sono le vittime, e vengono portati in terapia come se fossero loro il problema. Ci sono genitori e istituzioni che chiedono aiuto a parole (quindi in perfetta, ma non certo sufficiente buona fede), ma che nei fatti hanno bisogno che il figlio o l’allievo sia un problema, sia “il” problema, così da non vedere che il vero problema sono loro.

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anoressia cause organiche

 

Secondo le affermazioni teoriche e cliniche della psicologia sistemica e secondo quanto mi viene confermato ogni giorno dal mio stesso lavoro clinico e dai suoi risultati, l’anoressia (per anoressia intendo qui sia l’anoressia restrittiva che l’anoressia bulimica) è dovuta non a cause organiche, bensì alla disfunzione delle relazioni del sistema familiare. Cambiando radicalmente il gioco relazionale della famiglia, in particolare quello della coppia genitoriale, l’anoressia può essere guarita non solamente a livello sintomatico (non si dimentichi che di per sé la remissione dei sintomi non equivale alla guarigione), ma anche e soprattutto a livello strutturale, cioè nelle sue radici profonde. Secondo quanto verifico nel mio quotidiano lavoro clinico, l’anoressia non ha cause organiche; semmai ha conseguenze organiche. Non è dunque l’amenorrea causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa dell’amenorrea. Non sono dunque la perdita o l’aumento di peso causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa della perdita o dell’aumento di peso. Non sono dunque il vomito o il controllo ossessivo-compulsivo dell’alimentazione causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa del vomito o del controllo ossessivo-compulsivo dell’alimentazione.

Solo una psicoterapia, che intervenga sul gioco relazionale della famiglia, può dunque guarire davvero l’anoressia. Certo, perché ciò avvenga, il sistema familiare e in particolare – ripeto – la coppia genitoriale devono essere disposti a cambiare e a mettersi in gioco radicalmente, affidandosi al terapeuta. Non è facile. I vecchi equilibri relazionali tendono a invischiare nelle loro logiche immutabili (il termine tecnico è omeostatiche) e a ostacolare e svalutare ogni vero cambiamento. Piuttosto che mettersi in discussione e cambiare come famiglia, come coppia e come persone, molti genitori preferiscono convincersi che le cause dell’anoressia siano organiche. In ciò sono incoraggiati da una diffusa mentalità medicalistica e organicistica, che tende a fare vedere l’anoressia come problema prevalentemente o esclusivamente medico, risolvibile soltanto attraverso il ricorso a strutture e a figure prevalentemente o esclusivamente mediche. È più facile e più deresponsabilizzante. Ma non è certo più risolutivo.

Né certo più risolutivo è il ricorso a strutture e a figure che, per intervenire sulle cause dell’anoressia, mescolino tra loro psicoterapia e terapia psicofarmacologica; interventi di questo tipo mi paiono quanto meno un pastiche epistemologico e clinico, figlio dell’incertezza e della confusione teoriche e cliniche: se si pensa davvero che la causa dell’anoressia sia organica, la psicoterapia è solo appoggio consolatorio e, per quanto riguarda la genesi del problema, del tutto inutile; al contrario, se si pensa davvero che la causa della anoressia sia psicologica o ambientale o relazionale, allora la terapia psicofarmacologica è, per quanto riguarda la genesi del problema, del tutto inutile.

Con ciò non voglio certamente sostenere che non ci debba essere collaborazione tra psicoterapeuta e medico. Se, come ho detto e penso, l’anoressia ha conseguenze organiche, allora l’apporto del medico può risultare utile: può appoggiare e sostenere il lavoro dello psicoterapeuta sistemico, attraverso il monitoraggio e il sostegno del recupero anche organico che la psicoterapia sistemica attiva, rimette in moto e struttura.