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Il Piccolo Corvo, ovvero come lasciare morire il padre e la madre

Il presente racconto è di un lettore amico di questo blog. Vi si narra un evento clou dell’esistenza dell’autore: quando, liberandosi dei fantasmi dei genitori, è nato totalmente a sé stesso e alla propria vita.

Ci ritrovammo tutti e quattro, attoniti, davanti a quel vecchio armadio, nella vecchia casa di famiglia alla quale eravamo ormai estranei, eppure ancora intimamente connessi.

Vito e Teresa, i nostri genitori, morti da pochi mesi. Noi da sempre  lontani.

Il vecchio armadio in stile barocco, comprato dai genitori di Teresa alle sue nozze, ermeticamente chiuso. Piuttosto malconcio, ma che Vito aveva strenuamente difeso dalle ansie di rinnovamento di Teresa. Dentro, i vestiti che non avevano seguito i padroni ma che pure testimoniavano, con la loro presenza,  che gli avevano coperto le nudità e che, oramai, nulla avevano più da coprire.

Nicla decise di aprire la porta e un’ondata di odori, umori, ricordi ci investì tutti.

Non ce lo aspettavamo.

E’ bizzarro come un odore o un sapore ci possa accompagnare tutta una vita. Quelli dell’infanzia non ci lasciano più, come l’odore del banco di legno della prima classe o la minestra dell’asilo.

Io, continuo, a ordinare il chinotto. Lo stesso chinotto che bevevo, da piccolo, al bar dei sottufficiali quando andavo la mattina al mare. Ne sento ogni volta il gusto che tende all’amaro ed inevitabilmente rivivo la solitudine di quelle giornate assolate .

L’odore di mia madre, il suo profumo, lo percepii immediatamente, quasi confuso a quello di mio padre e si mescolarono insieme. I due non si erano amati o non seppero mai amarsi ma i loro odori, in quel vecchio armadio, si erano finalmente sposati  e la combinazione era un magnifico, travolgente, odore di casa.

Fu in quell’occasione che mi venne in mente un episodio lontano.

Abitavo in un condominio della periferia che si affacciava sulla campagna, una distesa di ulivi e case contadine.

Era una domenica mattina di autunno e dal mio balcone vidi vagare nella campagna un ometto piccolo, vestito di nero, curvo,  con una cartella scura che ciondolava da un braccio.

Sembrava un personaggio dei miei fumetti, un piccolo corvo inquieto che cercava un posto tranquillo.

A un tratto si fermò, piegò la testa sulla cartella, la rovesciò per terra e mille coriandoli scapparono via. Con le mani li mise tutti insieme, ne fece un mucchietto e gli dette fuoco.

Il piccolo corvo piangeva, lo sentivo singhiozzare. Muoveva la testa sui suoi coriandoli che bruciavano.

Andò via, la cartella leggera, il passo lento, scomparve…..

Scesi di casa e corsi a vedere cosa rimaneva di quel mucchietto che fumava ancora: lettere, foto bruciacchiate di donne, bambini, piccoli brandelli di indumenti.

Il piccolo corvo aveva bruciato i suoi ricordi, i suoi morti erano diventati cenere e  fumo che finalmente andavano felici in cielo.

Addio Teresa e Vito.

 

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