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Con la tenerezza di un amico, Saggio prese tra le mani il cuore dell’Uomo Attivissimo e lo portò con sé nel suo viaggio tra i monti. Là, in una conca inaccessibile ai venti, discreto si stendeva un piccolo lago innocente. Nelle sue acque le vette sublimi amavano specchiarsi ed interrogarsi.

Solo Saggio conosceva il segreto del lago e sapeva e poteva accedere a quelle rive di mistero. Poi, quando tornava nel mondo, la sua voce cantava i suoni sottili delle acque, le emozioni dei cieli stupiti, le vibrazioni che solo lassù la natura ed i piccoli suoi esseri sapevano vivere ed essere.

Saggio sentiva l’importanza, la responsabilità di quel viaggio. Mai forse era stato tanto coinvolto. Era legato all’Uomo Attivissimo da una di quelle amicizie che, improbabili ma vere, talora nascono tra anime di epoche e strade e storie diverse.

Alla recente trasformazione dell’Uomo Attivissimo Saggio credeva a fatica. Sapeva quanto sia difficile liberarsi dal fare, dall’agire, dalla loro frenesia di certezza, da quella loro vertigine un po’ cinica, che finiva con il sembrare inoppugnabile realismo e pragmatismo tanto indiscutibile quanto necessario, persino doveroso. Ma intuiva anche la profondità e sincerità del cambiamento del suo amico. A volte, a dispetto di ogni altra considerazione, lo sentiva fratello.

Quando giungeva al suo lago tra i monti, Saggio diventava ancora più indifeso, stupito, innamorato e disarmato. Lasciava che le sue mani sfiorassero quell’acqua e – così accovacciato – se ne stava lì ore e giorni, attimi infiniti e sequele di notti.

Il mondo, se avesse potuto vederlo in quello stato, avrebbe detto: “Ve lo avevo detto! Quello che va sotto il nome di Saggio altri non è che l’ingenuo sprovveduto, l’infantile capriccioso, il superficiale arrogante, l’idealista presuntuoso! Guardatelo, non è altri che uno stupido, un imbecille! Se ne va ogni tanto per qualche impervio sentiero di montagna, e là, dove solo le marmotte lo possono vedere e sentire, si crede un padreterno e con la sua ingenuità pensa di potermi cambiare!”

Quella volta, poi, Saggio era più impacciato che mai. Si sentiva inadeguato. Il cuore dell’Uomo Attivissimo gli pesava tra le mani. Più saliva e più gli pesava. Mille volte sarebbe voluto tornare indietro e, impotente, ridare all’Uomo Attivissimo il suo cuore. Gli avrebbe detto di non fare caso alla fantasia, di lasciarla perdere. Lui, l’Uomo Attivissimo, non lo sapeva, ma la fantasia fa brutti scherzi, soprattutto alle persone serie. Le fa diventare matte. Poi, le persone serie, bene che vada, “usano” la fantasia. E questo è peggio che peggio. Bisogna essere la fantasia, non usarla!

Mentre sfiorava con le mani l’acqua del lago, Saggio aveva più volte pensato all’urlo dei suoi vent’anni: “La fantasia al potere!”. E, ogni volta, capiva l’incongruenza sintattica di quell’urlo. La fantasia non poteva aspirare «al» potere, perché la fantasia «è» potere. Lì con le dita che erano la vibrazione stessa del lago, questo era evidente. Ma, quanti viaggi gli erano serviti per capirlo! Quante volte era dovuto salire lì a quel suo lago tra i monti! Quanto volte era morto al mondo! E solo lì la fantasia era potere, non poteva che essere potere. Lì potere era sia “l’essere che può”, sia “la possibilità che è”. Lì in quelle acque ogni creatura poteva essere vetta e trasparenza, fatica che si fa cielo, umanità che si dice si ritrova. 

Finalmente, anche stavolta era giunto. Non sapeva come ce l’avesse fatta. Saggio sapeva soltanto che gli ultimi passi non erano stati faticosi. Ed ora, felice, lasciava che, stretto tra le sue mani, il cuore dell’amico sfiorasse l’acqua e ne respirasse le vibrazioni.

E, come in certi antichi sogni, Saggio rivide tutti i gesti dell’uomo. Ne colse le essenzialità radicali.

Sapeva che originariamente nella parola “fare” abitavano i gesti del “porre”, del “mettere”. Era una parola d’origine italica. Immaginò che per quelle popolazioni il porre e mettere più radicali fossero quelli propri del contadino che nel solco pone, mette il seme.

Tracciare il solco e porre il seme: quello era stato davvero un gesto, per molti versi, rivoluzionario: facendolo contadino, quel gesto aveva affrancato l’uomo dalla precarietà e dalla necessità del movimento, in un sol colpo l’aveva affrancato dall’alea di chi raccoglie frutti spontanei e di chi, cacciatore o pastore, deve seguire l’animale. In quel solco e con quel seme l’uomo aveva, come dire?, messo una nuova, insospettata, più micidiale radice nelle spazio e nel tempo.

Poi Saggio pensò che tracciare il solco poteva anche bastare a sé stesso. L’uomo poteva prescindere dal seme. E allora il gesto era, nella sua nuova ebbrezza di gesto non strumentale, disponibile ad altre geometrie e ad altri significati. Nel solco tracciato ora stava la città. Il solco, liberandosi dallo schema dei segmenti paralleli, che segnano l’arato campo, e raggiungendo sé stesso, tracciava ora un cerchio o un quadrato, comunque una figura chiusa, un perimetro-confine tra spazio interno e spazio esterno, tra di qua e di là, tra patria e mondo, tra amico da proteggere e nemico da cui difendersi.

Saggio si rese conto di quale fondamentale paranoia ci fosse – radicalmente – nel solco tracciato e nella di lui figlia, la politica. Ora fare coincideva sempre più con costruire. Non importa che cosa, ma costruire. Costruire case, beni, strumenti, macchine, ma soprattutto mura e armi e certezze.

Là, tra i monti, con in mano il cuore del suo amico, Saggio continuava a sfiorare le acque. E Saggio vide che ormai ogni fare degli uomini tentava di portare il di là nel di qua, lasciando ogni di là nella disgregazione dell’entropia, nell’anonimato della discarica, nella cava da depredare e nel deserto dell’anonimo.

Saggio prese quel cuore e lo immerse nell’acqua.

L’uomo Attivissimo, quel giorno si sentiva stranamente scorato e accorato. Sentiva il suo diaframma rompersi. Gli ricordava certe sua giornate d’angoscia, quando, da bambino – e forse nessuno più del bambino conosce l’angoscia -, passava pomeriggi interi assorto nella costruzione di complicatissime macchine e strutture. Seguendo schemi complessi e d’ardua lettura, faceva costruzioni incredibili, tutto assorto in quel suo gioco d’assemblaggio. Capitava soprattutto nei momenti, non certo rari, di solitudine. Del resto, che fare? La casa, ormai, come la città intera, era abitata quasi soltanto da vecchi, con i loro regolamenti condominiali più attenti alle passeggiate di cani e gatti che alle esigenze di gioco di un ultimo sopravvissuto bambino. E, in piccolo, la casa non era altro che la città, un luogo in cui difendersi, ricostruendo in essa ciò che del mondo si sentiva bello. Ma lui, da bambino, voleva il mondo; e si sentiva scorato ed accorato in quella casa bunker dove era al più permessa la costruzione di qualcosa che imitava ciò che stava fuori. Fin da piccolo l’Uomo Attivissimo si era dato ad un fare che null’altro era che imitare e  rifare l’al di là in alcuni suoi aspetti. Quel suo fare ad oltranza, quel suo raffinarsi nel fare fino a scoprire che tutto può e deve essere fare, tutto era solo l’illusione di una utilità che non c’era.

L’Uomo Attivissimo scopriva tutto ciò proprio ora che l’amico non c’era. Dov’era Saggio? Cominciò a temere che, sventato come era, se lo fosse proprio portato via lui il suo cuore. Forse per questo sentiva il suo cuore lontano, anche se fresco di una strana verità. E vagò tutta la notte, una lunga notte boreale. Ora sì che usava davvero la fantasia! Del resto quale fare e quale logica poteva portarlo a Saggio? Sentiva che solo la fantasia poteva aiutarlo. Ma che era la fantasia? Che fare per imparare non ad usarla, ma ad esserla?

Saggio stava scendendo le ultime balze della montagna. La luna in cielo aveva, in quella lunga notte, girato tutte le sue quattro fasi e felice, in quella sua tetralogia di compiutezza, gli teneva compagnia. Saggio in fondo era l’unico uomo di cui la luna si fidasse, debitamente ricambiata.

Tra le mani Saggio teneva il mondo. Anche l’Uomo Attivissimo, lì nelle sue mani, aveva riacchiappato il suo cuore e viveva in quel mondo che racchiuso nelle mani di Saggio viveva l’era del bocciolo che sta per schiudersi. L’uomo Attivissimo ora non doveva più vivere alla rovescia né usare la fantasia. Ogni fare era dissolto e, al massimo, serviva come profumo di quel bocciolo ancora tanto misterioso.

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