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Monthly Archives: settembre 2008

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

sfratto e depressione

 

L’esperienza dello sfratto riattiva tutte le ferite che, nel profondo, riguardano le prime accoglienze dell’esistenza di un essere umano: come fu accolto quando fu concepito, come venne vissuta la sua gravidanza, come fu il suo parto, come fu guardato e accolto alla nascita dalla madre, come venne contenuto dal suo abbraccio, con quale attenzione e cura fu accudito  nei suoi primi tre anni, all’interno di quale relazione crebbe (di accettazione, rifiuto, abbandono), se e come cambiò il rapporto con la madre all’arrivo di altri fratelli, all’interno di quale “casa” visse. Anche il tipo di accoglienza e di relazione avute o non avute dal padre e con il padre gioca un ruolo importante, soprattutto per il figlio maschio. Un figlio poco confermato dal padre, per esempio, difficilmente riuscirà a fare ed essere casa in modo pieno; anche se non verrà sfrattato, passerà spesso da una casa all’altra e/o non avrà mai una casa nella quale davvero ritrovarsi e identificarsi. In modo formidabile, poi, gioca il tipo di imprinting che quella persona ha ricevuto dalla coppia dei suoi genitori e dalla relazione che questa coppia era o non era: nel loro relazionarsi hanno fatto casa, sono stati casa calda e accogliente? Se una persona cresce in uno spazio che relazionalmente non è casa, non riuscirà mai a fare e a essere casa, se non a seguito di una adeguata psicoterapia.

La casa, prima e più che una entità fisica e immobiliare, è un evento relazionale. Chi non l’abbia vissuta da figlio, non ne ha l’imprinting e, senza un adeguato percorso terapeutico, difficilmente saprà proporla, costruirla e viverla da coniuge e da genitore

Ben difficilmente uno sfratto è evento casuale, Al di qua delle ragioni oggettive che lo producono, di solito è un evento che, anche quando non venga – più o meno inconsciamente – provocato, viene comunque lasciato accadere o non viene debitamente previsto e adeguatamente anticipato o evitato. È come se, in un modo o nell’altro, la persona avesse bisogno di essere prima o poi sfrattata.

La dinamica che presiede a tali tipi di comportamenti o situazioni si chiama coazione a ripetere; venne identificata da Freud. La psiche o il Sé profondo di una persona hanno bisogno di riproporre – spesso in modo compulsivo – situazioni analoghe a quella vissute nella prime fondamentali relazioni della esistenza, per poterle, affrontandole di nuovo, finalmente superare o – eventualità molto più probabile – ancora subire. Più la ferita è profonda, più il Sé cerca di continuare a subirla, sia pure all’interno di contesti e di situazioni diversi e consciamente non riconducibili alla ferita originaria, da un lato quasi per potere dimostrare a sé stesso l’insuperabilità del proprio essere vittima, dall’altro per potere spostare su chi sta causando ora l’attuale situazione tutta la colpa della propria sofferenza sia di ora che di allora. Lamentandosi di chi sta procurando l’attuale sfratto, inveendogli contro, magari aggredendolo, il Sé inconsciamente sfoga sul malcapitato attuale la rabbia e l’aggressività che a suo tempo non poté orientare sul genitore, sui genitori o sui fratelli, che non lo accoglievano e/o che lo “sfrattavano” da una centralità voluta o dovuta o desiderata o pretesa.

La rabbia e l’aggressività possono essere espresse anche attraverso la depressione. Chi è depresso, con la rinuncia a  vivere prima di tutto aggredisce sé stesso, quasi a dimostrare – paradossalmente – che chi lo sfratta ha ragione e che non si può non finire sfrattati quando si è così tanto sfigati. Poi, aggredisce attraverso i sensi di colpa gli altri. Il depresso è un abilissimo produttore e gestore di sensi di colpa: attraverso di essi si assicura un potere enorme, spingendo o – addirittura – più o meno inconsciamente obbligando (con il ricatto psicologico e/o affettivo e/o morale e/o politico) gli altri a occuparsi di lui, a dargli quella poppata di centralità, attenzione, compassione, aiuto, che altrimenti non avrebbe né potrebbe avere. Spesso dietro e sotto uno sfrattato che si lamenta c’è un Sé bambino che si vendica.

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tradimento in una coppia giovane

 

Secondo quanto l’esperienza clinica mi dice, il tradimento in una coppia giovane di solito è dovuto alla incapacità e/o alla impossibilità della coppia a costituirsi davvero come tale, cioè a “sposarsi” davvero.

Quasi sempre alla base di questa incapacità o impossibilità ci sono

1.    il risucchio che le famiglie d’origine (non importa quale delle due) opera nei confronti del figlio o della figlia;

2.    la debolezza o l’incapacità o l’impossibilità del figlio o della figlia di rispondere in modo corretto a questo risucchio;

3.    la fragilità della coppia che si sta costituendo proprio perché è giovane ed è in fase di costituzione.

Non è detto che il risucchio operato da una o da entrambe le famiglie d’origine sia conscio. Quasi sempre è più inconscio che conscio. Anzi, spesso, avviene in perfetta buona fede e contro la volontà conscia dei genitori; per esempio, genitori, che si impegnano loro a costruire e perfino ad arredare la casa della giovane coppia, a livello conscio vogliono aiutare i due giovani, ma di fatto li mantengono in un ruolo di figli dipendenti e non autonomi. Costruendo o comunque preparando la casa dei due giovani vicino a quella di una o entrambe le famiglie d’origine, di fatto e al di là della buona fede della intenzioni tolgono alla coppia la gestione esclusiva e autonoma del “mettere su casa”, che è momento fondamentale e decisivo per la nascita e strutturazione della giovane coppia (non a caso nella lingua bergamasca, per dire che due si sposano, si dice che “mettono su casa”). Inoltre, mettendo la casa dei due giovani lì vicino, si creano le condizioni di una presenza e di un controllo invadenti, che in primo luogo tolgono privacy alla giovane coppia, in secondo luogo impediscono quella radicalità di confronto e anche di conflitto, che permettono alla coppia di costituirsi come tale.

Discorso analogo vale per il lavoro. Se può risultare utile (o addirittura apparire necessario) riferirsi alla famiglia d’origine per trovare lavoro, questo di fatto può poi limitare e condizionare di molto la vita finanziaria ed esistenziale della giovane coppia, creando una dipendenza anche lavorativa nei confronti della famiglia d’origine che dà lavoro e stipendio. Pure da questo punto di vista la giovane coppia risulta – di fatto e al di là delle intenzioni – controllata nelle sue scelte economiche, nella sue decisioni di spesa, nella definizione dei progetti professionali e, quindi, esistenziali. Queste scelte, decisioni e definizioni sono patrimonio e crogiuolo esclusivi e inviolabili della giovane coppia, dovrebbero scaturire unicamente dal confronto e, perché no?, dal conflitto tra i due giovani, dal loro diritto di potere anche sbagliare in proprio, senza che ci siano interferenze e intromissioni più o meno volute.

Lo stesso tradimento dovrebbe essere un evento che riguarda e interroga esclusivamente la coppia, non le famiglie d’origine, che al contrario si sentono autorizzate e in dovere di intervenire, specie se in gioco ci sono legami di abitazione e di lavoro. Non a caso, proprio a partire da problemi riguardanti la casa e il lavoro, le famiglie d’origine si sentono perfino legittimate a consigliare o, più brutalmente, a imporre quale regime i due giovani sposi debbano scegliere: se quello della comunione o quello della separazione dei beni (“non si sa mai”, dicono con nefasti presagi e svalutando coppia).

La giovane coppia si costituisce davvero, soltanto se e quando deve nuotare da sola nel mare delle difficoltà e della vita. Ogni salvagente e ogni barca d’appoggio, se può – nel breve termine – risultare utile, difficilmente – nel medio e lungo termine – aiuta la coppia e le permette di formarsi.

In molte giovani coppie il tradimento dunque è segno non tanto di un fallimento della coppia, quanto della sua non avvenuta costituzione. Per questo, mi capita spesso di dire a due giovani che vogliono separarsi: “Perché prima di separarvi non provate a sposarvi davvero?”. Molte volte la domanda apre un cammino positivo.

 

I bambini non ascoltano il cielo 

 

D’estate, da piccolo mi capitava talora di uscire di notte. Andavo dietro casa. Subito c’erano i prati. Si apriva la pianura. E scoprivo il cielo. Nessuno conosce il cielo più della pianura. Come una languida femmina innamorata, si scioglie e spalanca allo sguardo del cielo notturno. Se ne lascia penetrare, così che lui la fecondi di mistero e di racconto, così che lei poi, di giorno, partorisca i fiori, i raccolti, i colori.

Allora non c’erano le luci dei paesi, i segnali delle strade, le insegne che inquinano il buio. La notte non era ferita dalla bestemmia delle luci umane. Il buio era buio, nero, carico di tremore. Mi riportava agli uomini primi; con loro sentivo ancora la bava ansimante del lupo predatore, che spingeva gli uomini alla vicinanza. Nulla più delle paure totali rende fratelli, insegna l’appartenenza, muove l’abbraccio.

E lì, abbracciato ai fratelli di tutti i tempi, sentivo il racconto. A raccontarlo era il cielo. Io mettevo i fili che univano le stelle. Lui metteva il racconto. Diceva del Cigno maestoso, dell’Aquila regale, di Pegaso alato cavallo, dei Pesci, della Balena, del Serpente, della Vergine fanciulla, di Castore e di Polluce, di Perseo, del Delfino, delle due Orse, di Venere vanitosa, dell’ardito Sagittario. Con tutti quei personaggi il cielo tesseva storie incredibili, sempre nuove.

A mano a mano che raccontava, diventava rotonda volta protettiva, paterna, che abbracciava e confermava di gioia il convegno che dai millenni portava i miei fratelli uomini lì vicino a me. Eravamo lì estasiati. Inventavamo nuove mitologie da proiettare là in alto. Le costellazioni prendevano nomi sempre diversi, nuovi, impreveduti. Il cielo si sbizzarriva a raccontare storie ancora più straordiarie. Ogni racconto una mitologia.

Quando racconta, il cielo ti abbraccia e – lui curvo – ti accoglie nella simpatia di un padre prodigioso. Che bello potere diventare una costellazione, così da essere raccontato da lui. Era il mio sogno di allora.

 

Non vedo più i bambini ascoltare il cielo. Poveretti, se ne stanno nelle case a guardare i pollici dei loro televisori. Li credono grandi, quei loro megaschermi piatti, che non conoscono il buio e non sanno i racconti. Ignorano quale anima abbia il grande cielo buio, curvo, capace di dire le stelle, di tradurre l’infinito nell’abbraccio delle storie e delle umanità. Ignorano i sogni, la fantasie, le appartenenze. Né più sanno, poi, dormire e svegliarsi ai colori e alla vita.

 

 

 

 

 

 

 

Balbuzie: donde viene e che fare. Psicoterapia sistemica della balbuzie o disfemia

 

Scrive Giancarlo: “verso i tre anni d’età la nostra bambina cominciò a balbettare sempre più. Ci siamo entrambi soffermati ad ascoltarla attentamente guardandola negli occhi portandoci alla sua stessa altezza e sospendendo qualsiasi attività stessimo facendo. Smise di farlo in due o tre giorni. Carissimo Gigi, puoi scrivere qualcosa a proposito? Conosco un bravissimo ragazzo con questo problema molto marcato che lo condiziona parecchio. Quali profonde origini ha questo «problema» dato che è visto proprio solo come un problema fisico? Grazie e ciao”.

C’è chi ipotizza che la causa della balbuzie o disfemia sia organica. Stando a quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, ritengo invece che l’origine sia relazionale. Non a caso, di solito insorge dai due ai sei anni di età, cioè nella cosiddetta fase edipica, quando il bambino (o la bambina, ma è molto più facile che si tratti di un bambino) è tutto preso dal tentativo di conquistare la madre, imitando il padre e/o cercando di sottrargliela. Se la madre è vissuta come difficilmente accessibile, rivolgerle la parola produce nel bambino una situazione di ansia, di inadeguatezza, di forte stress emotivo. È come se dovesse improvvisamente e velocemente scalare una impervia montagna; il respiro si fa ansimante, non attinge più alla profondità del diaframma, è un rivolo faticoso che sgorga solo dalla parte superiore (apicale) dei polmoni e si ingolfa in gola. È come se l’enorme emozione impedisse a sé stessa di fluire, di esprimersi, di rivolgersi all’attenzione della madre, fosse disperante-sperante impotenza di comunicazione.

Si tratta di bambini vissuti dalla madre come lontani e come inadeguati a lei e alle sue attese. Si tratta di madri con più o meno massicce e più o meno transitorie difficoltà di contenimento e di empatia, spesso a loro volta poco amate e ascoltate dalla loro madre; sono madri o lontane o non facilmente leggibili e interpretabili dal bambino, madri con nodi dissociativi più o meno superficiali e pervasivi. Si tratta di padri (sì, c’entra anche il padre) che loro per primi hanno avuto difficoltà a conquistare la madre dei loro figli, a farsi ascoltare e accogliere da lei; come tali, non rappresentano un modello praticabile, lasciando il bambino nella doppia ansia da un lato di agire senza un modello e un esempio in cui identificarsi in modo rassicurante, dall’altro di dovere da solo assolvere al compito impari di interloquire con la madre, dandole voce e parola, cioè di darle anima.

C’è sempre un atteggiamento ambivalente e/o conflittuale nel bambino balbuziente: per certi versi c’è il bisogno della comunicazione emotiva, per altri c’è l’ansia di non riuscirci,

Originariamente in gioco c’è, comunque, il tentativo di rivolgersi alla madre e di conquistarne l’attenzione. Se il rapporto con la madre non è stato adeguatamente affrontato ed elaborato, il bambino balbetterà tutte le volte che incontrerà o la madre stessa, o figure che emotivamente gli ripropongano e gli facciano, più o meno inconsciamente, rivivere la relazione con la madre. Non a caso, i maschi, che non siano stati del tutto accolti dalla loro mamma o che, in modo più o meno rilevante, non siano stati oggetto della sua attenzione, avranno difficoltà a rivolgersi in genere alla donna e in particolare alla donna che li attrae. Il loro stupore d’amore potrà rischiare di bloccarli a tale punto che, più ancora che balbettare, addirittura non parleranno (“la lingua deven tremando muta”, direbbe Dante); molti di loro, per evitare il dramma della emozione bloccata, sposeranno donne che non li emozionano o che prendono loro l’iniziativa della parola e della comunicazione. Difatti la balbuzie si manifesta solo quando in gioco c’è un emozione che richiami il coinvolgimento emotivo e ambivalente suscitato dalla madre o che faccia regredire a esso. Se la balbuzie è generalizzata e/o perdurante, significa che per quel bambino la relazione con la madre è stata devastante e ha aperto una ferita panica.

Nella bambina il fenomeno è meno frequente, proprio perché tra madre e figlia non c’è la distanza di genere che segna la relazione del maschio con il femminile.

Dicevo, prima, che c’entra anche il padre. Non solo. Se i genitori (entrambi) hanno vissuto difficoltà relazionali con le loro madri, i figli (quindi anche le femmine) cresceranno in un clima di difficoltà relazionale diffusa, che inciderà sulla loro capacità di ottenere e mantenere l’attenzione della madre; e finiranno anche con il balbettare le mancate balbuzie dei loro genitori.

Sempre l’esperienza clinica, mi suggerisce che la balbuzie si vince proprio cominciando a lavorare sul gioco relazionale complessivo della famiglia, sul gioco familiare della comunicazione delle emozioni. La balbuzie, pure essendo segno di dolorosa difficoltà, è comunque anche segno che in quella famiglia le emozioni a modo loro ci sono. Si tratta di riuscire ad abilitare gli individui a esprimerle, con una autostima pari alla profondità stessa della emozione in gioco. Chi soffre di balbuzie o chi ha figli che ne soffrono, si consoli: chi vive nella freddezza della anaffettività, difficilmente balbetta.

Dove ci sono sofferenze del respiro ci sono sempre in atto i problemi del sistema familiare, prima ancora che i problemi dell’individuo. Per esempio, l’asma, di solito, si manifesta in individui appartenenti a sistemi familiari, rigidi, poco plastici e, quindi, difficilmente disposti al cambiamento del gioco relazionale. La schizofrenia si manifesta in sistemi familiari caratterizzati dallo stallo relazionale della coppia genitoriale e dalla presenza di messaggi a doppio legame micidiali, tali da “rompere il diaframma” (questo non a caso è il significato della parola schizofrenia) e da bloccare fino alla rottura il respiro, cioè l’anima (non si dimentichi che la parola anima significa “respiro, fiato”).

La sofferenza del respiro è sempre segno di una patologia dell’anima: prima dell’anima del sistema familiare, poi di quello di un o o più individui. Sono sistemi fermi, invischianti, che impediscono radicalmente al figlio di andarsene, di lasciarsi andare con gusto al fluire della vita.

Le famiglie e le madri capaci di grandi respiri diaframmatici producono atmosfere relazionali calde; sono oceani vivificanti, animati da grandi maree, da grandi spazi, da ritmi ampi, sapienti, liberi. Il respiro e il sangue fluiscono.

Signore, fa’ che noi siamo la nostra casa
Che non siano solo i muri a costruirla.
Non solo gli architetti e i muratori a darle vita,
né solo gli urbanisti ad aprirla al mondo e agli uomini.
 

 

 

* * *


Fa’ che ad abitarla e a darle vita
siano i nostri sguardi e le nostre coscienze.

 

Fa’ che in essa i nostri occhi

mai non temano di incontrarsi
e le nostre coscienze sempre amino la trasparenza.

 

Fa’ che le nostre pupille

siano il luogo più nostro della nostra casa,
il luogo dove non ci stanchiamo mai

di innamorarci e di riconoscerci,
di crescere l’uno della vita dell’altro.

 

* * *
 
 

 

Che nella nostra casa  faccia la sua tenda la parola,
il gusto di raccontarci i cammini percorsi.
Che in essa le nostre parole

sappiano farsi veramente carne e vita,
racconto e progetto.
Impedisci, Signore, che nella nostra casa
 

 

abiti il silenzio,
quello sordo della sfiducia e del conflitto,
quello gelido dell’indifferenza.
Fa’ che nessuna parola sia mai scontata,
che nessuna ripetizione nasca dalla noia,
che anche i balbettii siano amore ripetuto, stupore ritrovato.
 

 

 

* * *
La nostra casa sia, Signore,
 

 

la casa delle mani e dei gesti.
Che le nostre dita conoscano la tenerezza.
Che i nostri gesti sappiano sempre
 

 

del senso e del significato.
Che nulla sia perduto.
Che il nostro abbraccio conosca sempre
 

 

l’esatto equilibrio tra aprirsi e accogliere.
Solo così la nostra casa sarà luogo
 

 

di orizzonti e non di confini,

di ristori e non di fughe,
di inizi e non di diaspore,
di ospitalità e non di paura.

 

* * *


Fa’, o Signore, che la nostra casa sia le nostre utopie,
le nostre speranze comunicate e sofferte

e gioite insieme.
Che in essa respiri  la fiducia nella vita e nella gente.
Che in essa le sconfitte siano occasione di crescita,
indicazione verso la saggia ironia.
La nostra casa sia la terra dell’ideale:
tempo e luogo dove l’astratto viva di concretezza,
dove l’ultimo sia il primo,
dove il “tu” sia il primo pronome della nostra vita.

 

 

 

* * *

 
Dacci, o Signore, la gioia di vivere anche le nostre vecchiaie
come crescita e come innamoramento,
come cammino che sempre più ci unisce
conducendoci a Te.
La nostra casa sia, allora, il tempo
 

 

dell’imminenza e dell’immanenza,
del Natale e della Resurrezione,
così che anche le nostre delusioni e le nostre morti
siano attesa, memoria e profezia del Tuo abbraccio,
fino a esserne

– con la tua grazia e nel Tuo perdono –

simbolo e sacramento.

 

* * *

 
Quando, Signore, vedremo il Tuo volto,
fa’ che nei Tuoi occhi possiamo ritrovare,
ancora più bella e vera e nostra,
la casa delle nostre giornate e delle nostre notti.
Che nel Tuo sguardo la nostra casa risorga
come carne e corpo dei nostri legami
e del nostro aprirci quotidiano alla vita.
 

 

 

 

Prostituzione sacra, riti di possessione, donna d’oggi e uomo bestia

 

In moltissime culture, soprattutto in quelle del passato e in quelle che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, la prostituta dipendeva e dipende non dalla autorità statale, ma da quella religiosa. In queste culture la prostituta difatti era ed è figura della dea femminile della fecondità e dell’amore, ne è la sacerdotessa, ne incarna la presenza, così che l’incontro con lei ha una formidabile valenza rituale e/o iniziatica.

Per queste culture, rapportarsi con la prostituta significava e significa attingere al potere stesso della dea madre, celebrarne la vivificante forza partecipandone, in una sorta di comunione erotica e sessuale. Per questo il rapporto con la prostituta avveniva ed avviene soprattutto in occasione di alcuni momenti dell’anno, in particolare nei due solstizi, e/o in coincidenza con importanti momenti della vita dei campi o della cacciagione.

Per questo il rapporto con la prostituta molto spesso era ed è uno degli eventi centrali del rito iniziatico del maschio. In questo contesto di festa religiosa e sociale, il ragazzo incontrava e incontra – nella prostituta – tutta la valenza sacra e potente del femminile: questo gli permette di accedere alla pienezza della identità virile adulta. Era ed è come se il ragazzo incontrasse nella prostituta la dea e nella dea la pienezza del genere femminile. Avendo così posseduto sessualmente il genere in tutta la sua sacra pienezza, il ragazzo diveniva e diviene maschio adulto, in grado di coniugarsi a pieno titolo con l’individualità femminile o fidanzandosi o sposandosi. Era ed è un passaggio cultuale di grande rilevanza sociale e psicologica: unitamente alle altre prove iniziatiche, dava identità al ragazzo, lo confermava a pieno titolo come adulto agli occhi sia della comunità sia di sé stesso, strutturandone in modo non irrilevante il Sé di genere, il Sé sociale e, dunque, l’autostima.

L’equivalente iniziatico femminile consisteva e consiste nella esperienza della cosiddetta esposizione al tempio o prostituzione sacra. La ragazza appena mestruata veniva e viene posta in un’area sacra, di pertinenza della dea e, dunque, della autorità religiosa; lì attende il giungere dello straniero e con lui si accoppia. Lo straniero è figura del dio maschile, così che la ragazza vive il rapporto sessuale come se fosse posseduta dal divino e da tutto il suo travolgente e fecondante potere. In tal modo la fanciulla struttura e conferma il proprio Sé di genere e, quindi, la propria autostima a partire da un messaggio formidabile e imperdibile: il mio potere femminile è tanto forte che dio stesso è venuto in me.

Da noi, oggi, questi eventi antropologici così rilevanti e capaci di agire in modo tanto formidabile sulla strutturazione e sulla conferma del Sé sono stati rimossi e/o negati. Qualcosa, qua è là, affiora, senza che ne sia riconosciuta la profondità di rinvio e di significato. Per esempio, la ragazzina che, come una posseduta, urla all’apparire del “divo” (o, come si chiama attualmente, della star), non esprime, in certo qual modo, quel bisogno di possessione totale e “divina”, al quale le culture sopraccitate rispondono con l’istituto della esposizione al tempio e della prostituzione sacra? La smania di potere sull’uomo adulto della Lolita di Nabokov e Kubrick non nasconde forse in sé quel bisogno di possessione divina a cui la nostra società e la nostra cultura non sanno più dare risposta? Molte delle ragazze, che provenienti dalla povertà, vengono a vendersi nelle periferie delle nostre città, non hanno forse in sé il bisogno di fare venire e di succhiare la divina ricchezza e il divino benessere dello straniero occidentale, così da esserne possedute?

Solo a partire dal tema antropologico della possessione e della prostituzione sacra, si può, a mio avviso, cominciare ad affrontare il tema della prostituzione. Che lo si voglia ammettere o meno, ogni fenomeno di prostituzione trattiene in sé un po’ di questi significati, fosse pure per negarli o per capovolgerli o per dissacrarli. Penso addirittura che ogni evento della sessualità debba fare i conti con quanto qui si è accennato. Se l’esperienza clinica non mi inganna, c’è per esempio nelle nostre donne un inappagato bisogno di possessione sessuale, che confuso e pervasivo emerge a mano a mano che la donna, avvicinandosi alla menopausa (grosso modo dai 35 in su), fa – più o meno inconsciamente – il bilancio della propria vita sessuale feconda. In molte di queste donne, peraltro madri e mogli adeguate, affiora il bisogno di essere possedute da maschi “bestia” (loro stesse usano questo temine), con il desiderio e/o la pratica di modalità d’attuazione, che non possono non ricordare i momenti più sfrenati dei riti di possessione o dei misteri dionisiaci (non a caso, Dioniso è un bestial caprone).

Da parte loro i maschi stanno al gioco. L’esperienza dell’incontro con la prostituta e/o con la donna in cerca di possessione li afferma in una identità di genere assai gratificante per individui, che, sempre meno in grado di affrontare e superare l’Edipo (cioè sempre meno in grado di lasciare la madre e di uscire dal territorio paterno), hanno bisogno di sentirsi maschi e adulti, almeno per dieci o, come suggeriva Paulo Coelho nel suo omonimo romanzo, per undici minuti.

Quanto è erotico parlare di prostituzione! E quanto è utile continuare a farlo!

 

Sia prima che dopo l’entrata in vigore della Legge Merlin (1958), che aboliva le “case di tolleranza” gestite dallo Stato, la discussione sulla prostituzione è uno degli argomenti che fanno più audience. E puntualmente il grande polverone produce il topolino di qualche provvedimento confuso, discutibile, mai del tutto definitivo. È come se, più che trovare risposte precise, interessasse la discussione in sé, il polverone appunto. Poi, guarda caso, puntualmente la discussione riemerge in coincidenza con momenti di grossa difficoltà politica e/o economica, quasi che non solo ai politici, ma anche e soprattutto ai cittadini facesse gioco dirottare l’attenzione altrui o propria su questo collaudatissimo binario morto.

A detta di alcuni giornali, il numero dei “clienti” delle prostitute e dei prostituti è di 9 milioni. Come facciano a fare tali censimenti non è chiaro, ma senz’altro il numero di chi si appassiona a discuterci sopra è molto, ma molto maggiore. Da un punto di vista psicologico mi pare essere questo il primo grosso fatto su cui riflettere. La non capacità e, più ancora, la non volontà di dare al problema della prostituzione una soluzione paiono direttamente proporzionali al bisogno di mantenere in vita la discussione sul problema, come se fosse questa il vero obiettivo da perseguire e raggiungere, il vero scopo da garantire. Si vede che per molti parlare di prostitute e prostituti è più interessante ancora di quanto l’andarci lo possa essere per i “clienti”. Sicuramente per molti la discussione è parecchio più erotica della pratica. In certa misura la sostituisce, magari sublimandone il desiderio represso o spostandolo su altri versanti, per esempio quello della “tutela dal degrado delle periferie” o quello “della liberazione dalla schiavitù e dal racket” (l’oggettività di questi problemi è indiscutibile, meno lo è la soggettività dell’interesse per essi, interesse suscitato e sollecitato solo o prevalentemente dal loro legame con la prostituzione).

Come ben sa chi mastica un po’ di psicologia, le sublimazioni e gli spostamenti sono dinamiche difensive nei confronti di ciò che sotto sotto si desidera, ma del quale non si sa e non si può fare esperienza se non, appunto, sublimando e spostando. Per molti discutere su come “salvare” o arrestare le prostitute è psicologicamente più facile e praticabile del frequentarle, come magari, più o meno inconsciamente, vorrebbero fare senza saperlo o poterlo (psicologicamente) fare. Per molti dichiarare con più o meno assoluta certezza che le prostitute (dei prostituti raramente si sente in proposito dire altrettanto) sono “schiave”, stimola l’eccitazione morale molto più e molto meglio che chiedersi come mai per molte persone prostituirsi o andare a prostitute e prostituti sia un bisogno (si vada per esempio a rivedere quel grande capolavoro che è Bella di giorno). Forse, più o meno inconsciamente, si teme che una analisi meno eccitata possa da un lato togliere l’eros – certo, garantito e protetto – della discussione, dall’altro rischiare di svelare qualcosa di sé che si preferisce lasciare nascosto, rimosso o negato.

Un mio aforisma di Frattaglie diceva: “la definizione e la fruizione della sessualità competono alla stato come le mutande competono agli scarafaggi”. Volevo dire che interrogarsi sulla sessualità solo in quanto cittadini (noi, in quanto cittadini, siamo lo stato) è assurdo: lo stato non deve né gestire case di tolleranza, né di fatto decidere che un poveraccio, che abbia una sessualità solo abbozzata e che non possa permettersi la prostituzione d’appartamento, sia condannato a regredire alla masturbazione. Non sto parlando di poveracci solo in termini di portafoglio; esistono poveracci di tutti i ceti e di tutte le classi.

Prima che cittadini noi siamo persone, prima di essere stato siamo società, gruppo sociale, coppia, famiglia. È qui che va posto e affrontato davvero il problema. Tutto il resto sta a valle. Nelle nostre famiglie troppo spesso la sessualità è tabù o, al contrario, è abuso o incesto. Nella nostre coppie di frequente la sessualità è mero sfogo, assenza e paura della intimità, a volte stupro legalizzato, a volte indifferenza data o subita, routine senza anima. Nei nostri gruppi sociali la sessualità è sempre più silenzio della comunicazione vera, eclissi dell’anima, paurosa pratica nascosta, doppia morale, moralismo ipocrita, performance da esibire, ossessione da subire, violenza sul bambino e sull’adolescente, azione che espropria. Nelle nostre società non di rado e tacitamente si accetta di usare la sessualità per ottenere (o sfruttare) posti di lavoro, successo, visibilità, potere: Allora, se le cose stanno così, limitarsi a discutere su che cosa devono fare parlamenti, ministri, consigli comunali, sindaci, carabinieri, poliziotti o vigili urbani è davvero una fuga, è davvero la risposta al bisogno di non vedere, di non crescere, di non amare, di non essere umani.

Dinamica incestuosa della madre e matricidio del figlio: a Bitetto (Bari) un uomo di 44 anni soffoca la madre

 

Dovrebbe durare nove mesi. Invece per certe madri il parto non avviene mai e la gravidanza dura decenni, perfino tutta la vita. Parlo naturalmente della gravidanza psicologica, tipica di donne che non vogliono o non sanno partorire il figlio. Se lo tengono in pancia per tutta la vita.

La vittima di tali gravidanze è soprattutto il primogenito maschio.

Su di lui queste madri si buttano con tutta l’invadenza delle loro proiezioni e delle loro frustrazioni. Non lo lasciano andare. Non lo danno mai né al mondo né al padre.

Non a caso, quando, soprattutto finito l’accudimento o all’inizio dell’adolescenza (sono queste le due fasi più rilevanti, e tra di esse tutta la fase della cosiddetta latenza), il figlio dovrebbe psicologicamente essere “dato al padre”, queste madri lasciano il padre del bambino. Non necessariamente ciò coincide con una separazione legale. Spesso è soltanto una separazione di fatto, magari condivisa e dovuta o attribuita a ragioni di lavoro o di tradimento o – in non rari casi – legata alla morte precoce dell’uomo o all’inizio di una sua invalidità fisica (di frequente la causa è un incidente dovuto a comportamenti oggettivamente a rischio: alta velocità, lavoro non protetto, eccessivo affaticamento ecc.) o psichica (per esempio a seguito di una dipendenza). Comunque sia, in gioco c’è una netta e decisa separazione emotiva e affettiva della donna nei confronti dell’uomo che l’ha resa madre, come se, una volta terminato il suo ruolo di fecondatore, questi non le servisse, non le importasse o non le interessasse più.

A loro volta questi padri, più o meno inconsciamente e in modo più o meno conflittuale, lasciano accadere tutto ciò o permettono che tutto ciò accada. Anche a loro, in certo modo, fa gioco da un lato non assumersi la responsabilità della paternità, dall’altro non confrontarsi con la complessità del femminile per giunta arricchito dall’esperienza della maternità. Sono maschi in certa quale misura predisposti all’assunzione di questo gioco relazionale: a loro volta, sono stati o sono tuttora coinvolti in dinamiche analoghe, oppure – al contrario –  da piccoli non sono stati adeguatamente accuditi, a volte hanno subito da parte della madre abbandoni o rifiuti o svalutazioni (magari a confronto con un fratello prediletto). In ogni caso, proprio per la storia che hanno alle spalle, questi padri – quasi sempre – non sono in grado né di vedere né, meno che meno, di prevedere e di evitare il gioco nel quale sono invischiati, così che finiscono inesorabilmente con il subirlo.

Quanto al figlio, per lui non si aprono molte possibilità: o subisce la madre e le sue proiezioni o si ribella in vario modo, cercando di sfuggirle.

Nel primo caso diventerà il bravo e gratificante esecutore delle aspettative materne, realizzando il progetto della madre ed esprimendone i valori più underground: per esempio, se la madre desidera la ricchezza e l’affermazione sociali non importa a quale prezzo, il figlio diventerà uno spregiudicato uomo d’affari o un politico ambizioso e senza scrupoli né di verità né di morale. Il prezzo di ciò sarà una vita senza vera sostanza, solo di facciata, sempre più bisognosa di conferme sociali, quasi la protesi esistenziale della vita della madre. Quanti potenti e potentelli escono da storie di questo tipo!

Nel secondo caso il figlio diventerà “il cruccio” o la “spina” della vita della madre, la fonte colpevole di ogni sua tristezza, la causa di ogni suo male, l’occasione di ogni sua lamentela più o meno esibita (e troverà sempre chi le dà ragione); ogni tentativo di svincolo o di allontanamento del figlio dovrà fare i conti con pesanti dinamiche di colpevolizzazione o di svalutazione materne;purtroppo la conseguenza non rara di tali dinamiche è il disturbo psichico (più o meno grave, a seconda di quanto nel gioco patogeno intervenga o meno il padre, con ulteriori svalutazioni del figlio, che non sostenuto neppure dal padre, sarà di fatto ributtato nei tentacoli della madre e nella regressione) e/o l’accadere di incidenti più o meno inconsciamente suicidari. Non è del resto rarissimo l’evento del suicidio vero e proprio. Più frequenti sono gli eventi depressivi o – al contrario – l’affermarsi sempre più pervasivo di disturbi della personalità narcisistici e/o antisociali (bullismo, violenza sociale gratuita ecc.). In alcuni casi il tasso di violenza accumulato da questi figli contro l’invischiante risucchio materno non imploderà nella negazione di sé (come nella depressione o nel suicidio) né esploderà contro i valori, le cose o le persone, ma potrà dirigersi contro la stessa madre, picchiandola o forse uccidendola, come sciaguratamente dimostra il matricidio confessato due giorni or sono, il 13 settembre, a Bitetto in provincia di Bari, dove il 10 agosto un uomo di 44 anni (primogenito maschio, prima di lui una sorella) ha ucciso la madre di 75, con la quale abitava e con la quale da tutta una vita configgeva; con l’omicidio ha cercato probabilmente l’impossibile fuga dal suo potere.

Non penso che casi come questo resteranno isolati. Ogni giorno di più le nostre famiglie e – di conseguenza – le maternità stanno diventando uova dal guscio sempre più duro, dal quale inutilmente i pulcini cercano di uscire. L’uomo di Bitetto ha soffocato la madre, ha fatto fisicamente con lei quello che psicologicamente si è sentito fare da lei per tutta la vita: “Non ce la facevo più, mi rimproverava”, «Non ce la facevo più, era l´unico modo per liberarmi di lei, per salvare la mia vita. Mi ossessionava, mi stava sempre addosso, un rimprovero continuo».

Ma, proprio istigandone il matricidio, la madre di Bitetto continuerà anche da morta a trattenere il figlio e a rovinarne la vita. Come già si è detto parlando del delitto di Salsomaggiore l’omicidio tiene per sempre uniti in un insuperabile possesso la vittima e il suo assassino.

 

Perché muoiono tanti giovani sulla strada

 

È stato liquidato troppo in fretta come “strage del sabato sera”. Il fenomeno è ben più grave. Non si tratta solo dello sfogo inconsulto dopo una settimana di “duro lavoro”. Molti di questi giovani non lavorano, tanto meno lavorano “duro”. Né si tratta di feste esagerate: quasi tutti loro non sanno che cosa sia festa, riso, gioia. Non lo sanno perché non hanno mai vissuto la festa. La festa sta alla fine di un cammino, di un’impresa, di una conquista. Loro il cammino non l’hanno neppure cominciato; le imprese e le conquiste sono un geroglifico da Ufo; nessuno gliele ha mai né prospettate né permesse né testimoniate. Loro abitano in casa con i genitori, spesso solo con la mamma. Le uniche conquiste e imprese di cui abbiano notizia sono solo quelle di un padre in disarmo, frustrato e impotente; hanno sempre il solito castrante incipit: “io alla tua età ero già … facevo già … andavo già … guadagnavo già”. “Già”, drammatico e squallido “già”: quanti figli incagliati, irretiti, castrati da quel” già” paterno! E pensare che il padre, più che dirlo al figlio lo dice a sé stesso, alla propria vita altrimenti senza echi, alle proprie orecchie che non ascoltano più, alla propria anima che non si è mai davvero innamorata, davvero sposata, davvero emozionata. Lo dice al figlio, perché non ha altre ombre o altri fantasmi cui rivolgersi. È lui il padre ad avere bisogno di quel figlio che non lavora o “lavoricchia soltanto”, che non ha ragazze o le ha “più scombinate di lui”, che non ha amici “veri come li avevo io”. È lui il padre ad avere bisogno di quel figlio sfigato. Non solo non lo sa, ma addirittura pensa che sia il figlio ad avere bisogno di lui: “se non ci fossi io a mantenerti, a raccomandarti, a spingerti, a tenerti in casa, a vestirti …”.

E la madre zitta. Tace. Non c’è: è fuori, “in parrocchia ad aiutare”, oppure a fare le scale del condominio “per arrotondare, la pensione è così poca”. E, se c’è, è come non ci fosse. Magari è depressa da anni. Da epoche è sotto Tavor o Lexotan: “è solo un calmante, non fa nulla”; “mi basta ascoltare Radio Maria e prendere qualche goccia, così non penso a niente e il tempo passa di più”. Quando parla, parla con la sorella o con la vicina: si sfogano del marito che urla o beve o non si lava, del figlio che non lavora e non ha la morosa; raccontano di “quella che se ne è andata di casa”: “non c’è più sentimento”, “sono tutte svergognate”, “però lui è bello e alto”, “chissà cosa fanno insieme”, “non c’è più religione”.

E la coppia? Chissà da quanto non fanno l’amore. Forse non l’hanno mai fatto. Forse qualche volta hanno creduto di farlo. Forse erano solo sfoghi, masturbazioni a due, silenzio dell’anima. Lui ormai lo fa solo qualche volta, con la puttana della tangenziale: “l’uomo è uomo”, “poi le negre costano meno, e lei non si accorge nemmeno”.

Che succederebbe se quel figlio se ne andasse? Che farebbero loro, se lui si innamorasse davvero, si sposasse, mettesse su casa davvero, lontano da loro? La madre a chi stirerebbe i vestiti “con tanto amore”, tra un Tavor e l’altro? A chi preparerebbe da mangiare, di chi si preoccuperebbe, per chi andrebbe in ansia, per chi soffrirebbe “così tanto”? E, senza quel figlio che di notte “chissà dove va”, come giustificherebbe le proprie insonnie, come occuperebbe le proprie interminabili notti di vedova bianca e di frigida inconsolabile?

Intanto lui, il padre, dorme. La negretta è più efficace del Tavor e più rapida del Lexotan. E poi, se il figlio torna tardi, meglio; domani potrà ancora di più criticarlo, ancora di più potrà dire alla moglie: “è colpa tua se è così”, “l’hai sempre difeso”, “non vedi che è come te?”, “se non ci fossi io in questa casa …”, “io alla sua età ero già …”.

Nessuno ha mai detto bravo a quel figlio. Nessuno l’ha mai abbracciato veramente, quando lui ne aveva bisogno e voglia. I rarissimi “bravo” erano sempre seguiti da violenti, rapaci, esproprianti “ma”, “però io”. Gli abbracci più che dare prendevano; erano l’alternativa al Lexotan che la madre, dandoglieli, si concedeva. Lo abbracciava per sentirsi brava lei come madre, per potere lei abbracciare qualcuno, quando ne sentiva lei il bisogno, quel bisogno mascherato d’amore materno.

Poi l’incidente. Di notte. Ad alta velocità. Con la birra in mano, la pasticca nel sangue, gli amici accanto.

Adesso lei, quando capita, prende Tavor e Lexotan insieme. Oltre a Radio Maria ora ascolta anche chi comunica con i morti e ne sente la voce. In parrocchia la ascoltano ancora di più; la sorella e la vicina la compatiscono meglio, come non mai: “se non mi mancasse lui, non starei poi così male”. Per andare al cimitero, due uscite al giorno ora le fa; va dal fiorista; per uscire, si toglie la solita tuta, si veste, si pettina, mette anche un filo di cipria.

Adesso “è lui che sta poco bene”, “è un depresso”. “gli ho dato il mio Tavor, ma non gli fa niente”, “dopo l’incidente è più noioso, non si stacca mai, non esce più di casa”, “non ne posso più”.

Quella notte lui, il figlio, abitava una strada. Le strade sono grigie di giorno, nere di notte, proprio come la vita di un figlio sfigato. Le uniche cose bianche sono le righe: segni, cifre, regole che come tanti “già” segnano sentieri mai davvero tracciati, percorsi senza mete, fatiche senza sudori né orizzonti, disperazioni sorde e senza confini.

La macchina gliela aveva prestata il padre dopo le solite insistenze e mediazioni della madre. Veloce come la “bottarella con una di quelle”, con il tagliando e il meccanico “già” sistemati, con la benzina “già” fatta, era lì sotto il piede dell’acceleratore. Vai, vai almeno tu che lo puoi. Fuggi, macchina, portami con te. Quando si fugge, non importa la meta, importa solo la velocità. Solo se si è veloci, non si pensa. Solo se si è veloci, ci si illude che nessuno ci tenga, che nessuno ci usi, che nessuno dica di pensare a noi senza mai, mai, mai averci amato.

“Come sedurre uomini”. Donne alla ricerca dell’uomo Peluche

 

Le statistiche interne al mio blog segnalano che molte lettrici (presumo siano donne) giungono a questo sito cercando su Google “come sedurre uomini”. Mi pare un fatto degno di nota, su cui è utile soffermarsi un attimo.

Non cercano “come sedurre il mio uomo”, né “come sedurre un uomo”, neppure “come sedurre gli uomini”. Cercano – ancora più sbrigativamente, “come sedurre uomini”, senza nemmeno usare l’articolo determinativo . Contano solo il genere e la quantità.

Potrebbe a prima vita sembrare la trasposizione al femminile della stessa becera logica che caratterizzava il maschilismo di don Giovanni. Ma non è così, a mio avviso.

A muovere don Giovanni è il bisogno di conquistare tante donne, il più possibile, per potersene poi vantare con l’amico-servitore Leporello, suo vero e proprio alter ego. È dunque un bisogno esibizionistico, tipicamente adolescenziale, giocato tutto sulla paura di non essere potente abbastanza: don Giovanni deve fare vedere quanto è bravo e deve  farlo vedere all’amico-servitore: è l’esibizione non del fallo, ma della sua funzione efficace e seriale, ossessiva e impotente insieme. L’interlocutore emotivo non è la donna con cui fa l’amore, ma l’amico-servitore con cui si fa bello. Se da un punto di vista comportamentale don Giovanni è eterosessuale, da un punto di vista emotivo e relazionale è omosessuale, perché la sua relazione emotivamente non tocca il femminile, non comunica con la donna, ma con l’amico. Mentre sta facendo l’amore con la donna, la sua intenzione è già al “dopo”, quando racconterà il tutto a Leporello.

A muovere le donne che digitano “come sedurre uomini”, è la paura infantile della solitudine. Me lo suggeriscono i riscontri quotidiani della mia esperienza clinica. Non cercano l’uomo complice, l’uomo compagno, l’uomo interessante, l’uomo interlocutore. Cercano semplicemente l’uomo peluche, l’orsacchiotto di gommapiuma da stringere tra le braccia o da tenere lì vicino. È un bisogno non adolescenziale, ma tragicamente infantile. Anche se nella ricerca del target appaiono eterosessuali, in realtà il loro bisogno è pre-sessuale. Non a caso, spesso, hanno un senso fragilissimo, perfino assente, della loro corporeità. Non la valutano e neppure la svalutano; semplicemente non la conoscono, non sanno che cosa sia. Non la sentono veramente. Non si sentono davvero. Più che sfociare in emozioni vere e profonde, il loro piacere sessuale tocca al massimo qualche leggero solletico epidermico, che, poverette, loro scambiano per chissà quale travolgente passione. Hanno bisogno di convincere non Leporello, ma il proprio Sé, un Sé solo abbozzato, da bambina che la mamma non ha mai davvero amato e identificato, non ha mai accarezzato e guardato, dando con la propria carezza e con il proprio sguardo pelle, corpo, senso di sé.

Il peluche è, per dirla con parola tecnica, un oggetto transizionale, qualcosa cioè che sostituisce la mamma quando la mamma se ne va. Su di lui la bambina proietta e agisce quel bisogno di accoglienza e di abbraccio morbido che amerebbe tanto ricevere o avere ricevuto dalla mamma. Se poi la mamma non torna più o, magari (più drammaticamente, ma anche più realisticamente), non c’è mai davvero stata, il peluche è solo l’illusione di una presenza o, peggio, è la fissazione di una assenza. Il peluche nell’evoluzione emotiva e psicologica della bambina sta molto, ma molto prima della bambola, psicologicamente sta anni luce lontano da essa.

Di rado però queste donne trovano davvero uomini peluche. Quasi sempre trovano narcisisti profondamente sadici e superficiali, che le usano e gettano, manipolandone l’ingenuità infantile. Se poi, metti caso, trovano davvero l’uomo peluche, finiscono con il doverselo tirare dietro a vita, proprio come uno smidollato e spelacchiato orsacchiotto di gommapiuma.

 

 

 

 

 

28 luglio 2008 

Lettera dopo una psicoterapia

Risposta al commento di Giancarlo e Michela del 27 luglio 2008

(vedi nella pagina “Le vostre lettere”) 

Grazie a voi. Michela ha sempre un posto privilegiato nel mio animo. Perché una terapia riesca, è necessario – io penso – che, per quanto gli compete, il terapeuta faccia propria la sofferenza del suo paziente, la faccia diventare la propria sofferenza, così da essere vicino al paziente, essergli casa o campo base, e da potere poi con lui affrontare la sofferenza, superarla e fin dove è possibile elaborarla, per farla diventare preziosa risorsa di esperienza. Per questo, quando penso a te, Michela, so di avere avuto il privilegio di camminare accanto a una persona straordinaria e intelligente, dalla forza incrollabile e dalla voglia di vivere stupenda. Sei uscita da abissi che i medici pensavano insuperabili; oggi sei la donna impareggiabile di un uomo impareggiabile e siete genitori di due capolavori di creature. Anch’io ringrazio te: camminarti accanto mi ha fatto crescere, mi ha obbligato a scavare risorse formidabili, a respirare profondissimo, a vivere di più. Sarebbe bello che un giorno tu scrivessi la tua storia. Non dimenticare, se puoi, la forza dei tuoi genitori, la loro capacità di mettersi in discussione e di cambiare per quanto potevano e fino a dove potevano. Senza il loro sforzo faticoso e forte, probabilmente né la tua voglia di vivere, né il mio aiuto sarebbero stati sufficienti. Salutameli e abbracciali per me e con me.

Mi fa piacere essere diventato una scatola di cioccolatini. Mi fa sentire dolce, colorato di mille colori, vestito di morbida sfavillante stagnola. Che volere di più dalla vita?

Ricambio l’abbraccio da stritolo e il bacio con lo schiocco. Bacioni ai bimbi e un abbraccio a Giancarlo.

25 luglio 2008

Quando una coppia di genitori può produrre il disturbo psicotico del figlio

L’esperienza clinica mi conferma ogni giorno di più la validità di una delle affermazioni base del metodo sistemico: quando la relazione della coppia genitoriale è “in stallo”, il figlio è a forte rischio di disturbo psicotico, quale l’anoressia, la bulimia, la psicosi, la schizofrenia.

Che vuole dire relazione “in stallo”? Significa, in parole povere, che la coppia caratterizzata da tale tipo di relazione, non è in grado né di sposarsi veramente né di lasciarsi veramente.  Parlo naturalmente di “sposarsi” e “lasciarsi” in senso psicologico e relazionale (gli aspetti legali, anagrafici, religiosi riguardano la mia competenza solo in quanto interrogano o coinvolgono gli aspetti psicologici e terapeutici in gioco).

Non riescono a sposarsi davvero, perché, per esempio,  ciascuno dei due – più o meno inconsciamente – trova la propria vera identificazione non nella relazione di coppia, ma, per esempio, nel legame eccessivo con la famiglia d’origine, o con il lavoro, o con la propria funzione di genitore, o con il gruppo di amici o con l’amica del cuore. Spesso questi legami eccessivi si configurano come vere e proprie dipendenze e si radicano su strutturazioni psichiche altamente problematiche o già più o meno gravemente disturbate.

Non riescono a lasciarsi davvero, perché ciascuno dei due trova nell’altro l’unico oggetto praticabile, sul quale orientare o proiettare per esempio la propria rabbia, il proprio bisogno di sfogare o di frustrare la sessualità, il proprio bisogno di controllare o di essere controllato, di dominare o di essere dominato, di prevaricare o di subire. Sono bisogni non affrontati né elaborati, quindi bloccati, quasi che in essi e con essi il tempo si fermasse.

Identificare lo “stallo” di coppia permette di prevedere con molti anni di anticipo l’esordio del disturbo psicotico del figlio (che solitamente coincide con l’adolescenza o con la prima giovinezza). È uno degli aspetti straordinari permessi dall’ottica sistemica: per produrre una prognosi di psicosi, ci si base non sulla insorgenza o sulla presenza del sintomo psicotico (come sono ancora costrette a fare la psichiatria o la psicoterapia tradizionali), bensì sull’analisi del gioco relazionale e della capacità del sistema di attuare un cambiamento. E, quando la prognosi è così lungimirante, la terapia può attivarsi molto precocemente, configurandosi come prevenzione terapeutica.

27 luglio 2008 

La disponibilità al cambiamento è condizione della terapia – Essere madre e essere coppia

Risposta al commento di Diana del 27 luglio 2008

(vedi nella pagina “Le vostre lettere”) 

Grazie del commento. Sono felice che abbia vinto il timore di chiedere. Avere e porsi tante domande è segno di vitalità, soprattutto se alle domande si accompagna la disponibilità a cambiare. Non basta chiedere, occorre volere cambiare. Solo chi è disposto a cambiare, può crescere, stare meglio lui e fare stare meglio chi gli sta vicino. Di solito le domande sul rapporto madre-figlio non trovano risposta efficace, se prima non ci si pone domande e non si è disposti al cambiamento riguardo al rapporto padre-madre e al rapporto tra l’essere genitori e l’essere coppia.

Comunque ogni caso è un caso a sé; nessun discorso teorico può sostituirsi al rapporto terapeutico, che – è fondamentale sottolinearlo – può costituirsi solo se, nei pazienti, ci sono il desiderio e la voglia di cambiare. Chiedere e capire non serve a nulla, se non si è disposti a cambiare: sarebbe come se una persona con una colica renale in corso, anziché volere guarire e non avere più dolore, si limitasse a chiedere al medico del Pronto Soccorso: “caro dottore, ho mille domande da farle; mi spieghi come, perché e quando vengono le coliche renali e come, perché e quando fanno soffrire così tanto”.

1 agosto 2008

Le condizioni di una psicoterapia

Perché una psicoterapia abbia inizio o prosegua, è necessaria la presenza di determinate condizioni terapeutiche, Il codice deontologico che vincola l’esercizio della professione sia di psicologo che di psicoterapeuta dice per esempio che soltanto uno psicoterapeuta può fare psicoterapia, per cui un semplice psicologo non ha le condizioni per poterla fare. Sempre il codice deontologico – altro esempio – stabilisce che lo psicoterapeuta non possa fare terapia con persone a lui vicine, che gli siano parenti o amici o che siano legate a lui da rapporti affettivi o sessuali. In questo il nostro codice deontologico mi pare più corretto ancora di quello dei medici – e quindi degli psichiatri o degli psicoterapeuti medici – che non pone divieti in tale senso, con evidente apertura di possibili gravi situazioni di conflitto emotivo, affettivo, sessuale.

Le stesse metodologie applicate pongono di fatto dei precisi vincoli e delle ben determinate condizioni. Per esempio un metodo che si rivolga a patologie di area nevrotica non permette la presa in carico di patologie di area psicotica (anoressie, bulimie, psicosi, schizofrenie, disturbi deliranti o dissociativi in genere) o di area borderline (i cosiddetti disturbi di personalità). Non a caso la metodologia sistemica, che è il mio metodo di riferimento principale, pone come condizione della terapia che il sistema delle relazioni familiari in gioco offra una sia pur minima capacità di cambiamento: se si verifica che lo “stallo” di coppia (vedi il post del 25 luglio in questa stessa pagina) o la rigidità del sistema o la debolezza delle relazioni in gioco sono troppo forti, non ci sono le condizioni per proseguire la terapia.

Mi parrebbe poi utilissimo porre come condizione di una presa in carico la presenza di un’unica azione terapeutica. Se, mentre uno guida, un altro mette le mani sul volante, l’auto finisce fuori strada. Certo, ci può essere la convergenza di più azioni terapeutiche, ma a condizioni che 1) lo si sappia, 2) le diverse azioni siano tra loro compatibili e, quindi, coordinabili e coordinate, 3) il coordinamento e la decisione ultima competano alla responsabilità di un unico e ben definito soggetto (o individuale o collegiale). Per esempio, ritengo, che la psicoterapia psicofarmacologica e quella sistemica – siano tra loro incompatibili nel loro più profondo fondamento epistemologico (la prima parte da ipotesi scientifiche organicistiche, la seconda da ipotesi scientifiche relazionali), antropologico (alla loro base hanno due concezioni di uomo profondamente diverse tra loro) e clinico (l’una interviene sui sintomi e li combatte, l’altra intervenendo sulle cause ascolta i sintomi, li legge e li interpreta).

Ci sono poi condizioni terapeutiche legate alle caratteristiche e alla situazione dello psicoterapeuta e del suo studio. La prima è quella della disponibilità di tempo e di energie: un’agenda già colma non permette ulteriori prese in carico; una patologia troppo grave o troppo lontana dalla competenza abituale del terapeuta può costituire una sovrapposizione di impegno non praticabile in quel momento. La presenza poi di altre terapie in corso non permette la presa in carico di terapie che potrebbero interferire con le prime o sovrapporsi a esse.

26 luglio 2008

Perché i figli dicono bugie

Spesso la bugia è l’unica possibilità rimasta al bambino, per non farsi invadere troppo dall’ingerenza soprattutto materna.  Se un bambino, tanto più se è piccolo, dice bugie, significa che il rapporto dei genitori con lui non è adeguato: o non rispetta la verità, o non rispetta il bambino, o no rispetta la dignità stessa del genitore. Per questo le bugie di un bambino sono il segnale preziosissimo di una disagio relazionale che va ascoltato e che chiede un sano cambiamento di rapporto.

10 luglio 2008 

Sistema familiare, coppia genitoriale e disturbo alimentare. Perché i genitori non “vedono” il problema

Risposta al commento di Susan del 9 luglio 2008 (vedi in calce a questa pagina) 

Da un lato la letteratura scientifica propria della psicologia sistemica e dall’altro la mia esperienza clinica quotidiana, mi dicono che il quadro psicotico proprio dei disturbi della alimentazione quali la bulimia nervosa o l’anoressia nervosa non può essere adeguatamente affrontato e superato senza la presa in carico terapeutica dell’intero sistema familiare e, in particolare, della coppia genitoriale.

Che il sistema familiare non veda il problema o ne svaluti la rilevanza (dato purtroppo molto frequente), costituisce uno dei punti più gravi nella definizione di una prognosi negativa. Questa cecità e questa svalutazione possono essere dovuti – in modo più o meno conscio o confuso – a molti fattori:

1)   l’ignoranza o il pregiudizio culturale nei confronti del disturbo mentale in generale e in particolare di quello bulimico (“basta che non si abbuffi e non vomiti più”) o anoressico (“basta che mangi”);

2)   l’ignoranza o il pregiudizio culturale nei confronti della psicologia in generale e in particolare della psicoterapia;

3)   la paura del giudizio sociale qualora si ammetta di avere in casa un problema di disturbo mentale;

4)   il bisogno per lo più inconscio di evitare di doversi mettere in discussione (sia come individui che come coppia) entrando in contatto con il mondo della psicoterapia, sordamente avvertito come minaccioso e inquietante (cfr. punto 2) e non come una risorsa cui attingere; né si dimentichi quanto problematici siano di solito questi genitori, quasi sempre a loro insaputa e spesso dietro l’apparenza di “bravi genitori” e “brave persone” (e sotto molti aspetti sono davvero molto bravi);

5)   il bisogno per lo più inconscio di non dovere ammettere la propria inadeguatezza genitoriale. A fronte di questo bisogno risulta molto più rassicurante pensare che il problema o non esista o, se esiste, sia dovuto a debolezze fisiche o psichiche del/la ragazzo/a o a contingenze legate a difficoltà ambientali, amicali, scolastiche, amorose, che “con il tempo e con un po’ di buona volontà sicuramente spariranno”;

6)   il tragico bisogno per lo più inconscio di mantenere problematico il figlio. Non sempre l’affermazione conscia di volere aiutare un figlio problematico è altrettanto vera a livello profondo. Mantenere problematico un figlio assicura paradossalmente molti “vantaggi”:

a)   non ci si deve impegnare ad aiutarlo e a guarirlo;

b)   si può restare genitori a tempo indefinito, evitando così di diventare ed essere davvero marito e moglie;

c)   grazie al problema del figlio si è legittimati a farsi compatire e aiutare dalle famiglie d’origine, dalle istituzioni, dai vicini ecc.;

d)   un figlio problematico “protegge” e “garantisce” la “normalità” di un altro figlio. È il caso tipico di figli poco desiderati e voluti o concepiti solo per dovere o necessità (per esempio, “per dare un fratellino al primogenito”);

e)   un figlio problematico non se ne va e resterà sempre della mamma e del papà. È il caso tipico del maschio primogenito, tutto della mamma (con papà consenziente e felice di non dovere fare coppia con la moglie) o della prima figlia femmina tutta del papà (con mamma consenziente e felice di scaricare il marito sulla figlia, evitando il confronto relazionale con lui).

30 giugno 2008

Pensando alla “Legge Basaglia” 

L’anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, la 180, vede riproporsi la discussione sulla origine del disturbo mentale psicotico o, come ancora qualcuno lo chiama, della “malattia mentale”.

Chi, come me, conosce e pratica la psicoterapia sistemico relazionale, ogni giorno trova la conferma di come la causa del disturbo mentale psicotico stia nella disfunzione delle relazioni familiari da almeno tre generazioni. Prima dell’individuo, è il sistema relazionale familiare a essere psicotico. Se prima non si cura questo, è illusorio pensare di potere curare e, meno che meno, guarire, l’individuo. Accettare sic et simpliciter come paziente colui o colei che la famiglia designa come tale e, in quanto tale, porta dallo specialista perché questi lo curi, significa diventare complici del gioco psicotico del sistema familiare, legittimarlo, sancirlo, rafforzarlo; significa affidarsi allo psicofarmaco o persino, come qualcuno ancora oggi vorrebbe, allo elettroshock; significa aumentare ancora di più la convinzione che la prima causa della psicosi sia biologica e organica; e soprattutto significa non potere più guarire davvero, impedendo la possibilità di essere sé stessi e di vivere con piena dignità e fedeltà a sé stessi non soltanto alla persona “malata”, ma anche a tutti i suoi familiari. Cambiando il gioco delle relazioni familiari, è possibile non soltanto superare e la guarire la psicosi, ma, ancora di più, migliorare la vita della intera famiglia. “Dottore, sa che forse, senza quella che allora ci appariva una tragedia, oggi non saremmo felici?”: è questa la frase che mi sento spesso dire alla fine della terapia.

Basaglia ha avuto il merito di allargare il problema della “malattia mentale” oltre i confini del biologismo e dell’organicismo, di riportare al centro la persona e le sue relazioni. Rispetto a lui, occorre fare almeno due altri passi: 1) riconoscere come elemento patogeno della psicosi la disfunzione delle relazioni familiari; 2) curare prima di tutto questa disfunzione.

Sono contento delle occasioni di riflessione offerte dall’anniversario della entrata in vigore della “Legge Basaglia”. Mi spiace tantissimo notare come, tre anni fa,  sia stato ignorato il trentesimo anniversario della pubblicazione di Paradosso e controparadosso, che Mara Selvini Palazzoli scrisse con i suoi collaboratori di allora e pubblicò nel 1975 da Feltrinelli. Questo libro segnò di fatto l’arrivo della psicoterapia sistemica in Italia. Già allora sarebbe stato possibile essere già oltre. 

5 agosto 2008

Asilo nido sì, asilo nido no?

Richiamo qui la domanda di Giancarlo e Michela (vedi Le vostre lettere): “Vorrei chiederti un parere sull’impatto emotivo (…) che concerne l’ingresso del bambino all’asilo nido, dai 3 mesi ai 3 anni d’età, con durata giornaliera o parziale”.

Ogni esperienza del bambino dal concepimento fino ai due anni e mezzo – tre anni va inscritta nella modalità relazionale che da un lato lega tra loro il padre e la madre e d’altro lato lega tra loro la mamma a il bambino. Il problema, quindi, prima che riguardare la diade madre- figlio (o figlia), riguarda la triade padre-madre-figlio, all’interno della quale sempre e comunque inscritta la relazione diadica. È la triade a dare il clima complessivo della famiglia, il tempo e l’atmosfera emotiva e relazionale a tutto il resto, soprattutto al rapporto che la madre ha con il figlio. Se la donna è prima di tutto moglie o compagna felice dell’uomo con cui ha concepito il figlio, se dalla relazione con quest’uomo lei vive la conferma e la tranquilla sicurezza della propria identità, allora anche il rapporto di maternità sarà caldo e, soprattutto, transitivo, cioè capace di dare il bambino al mondo e al padre. Altrimenti la madre non lascerà andare il bambino, tenterà di trattenerlo, di impedire ogni suo distacco da lei; diverrà sempre più insicura, timorosa di non avergli dato a sufficienza; si sentirà colpevole di ogni difficoltà del bambino.

Quando facevo aggiornamento alle insegnanti di asilo nido o di scuola materna, la domanda più frequente che mi veniva posta era: “come facciamo quando il bambino piange e urla perché non vuole staccarsi dalla mamma?”. Al che puntualmente dicevo di intervenire non sul bambino, ma sulla madre, rassicurandola confermandola, dicendole che era una buona madre e che aveva fatto tutto quanto le competeva. A quanto mi dicevano poi le maestre, il consiglio funzionava. Il bambino, quanto più e piccolo, tanto più fa da cassa di risonanza e da interfaccia della madre. Se la madre non sa staccarsi dal bambino, il bambino piangerà.

Detto questo, aggiungo però che fino ai due anni e mezzo – tre anni sarebbe consigliabile che il rapporto madre-figlio fosse il più possibile soddisfacente non soltanto in termini qualitativi, ma anche in termini quantitativi. Sarebbe auspicabile, secondo me, che la situazione familiare prima e, poi, quella sociale garantissero il più possibile la permanenza della mamma con il suo bambino, in un clima di serena e confermante gratificazione. Credo che questo finirebbe con il pesare anche economicamente molto meno sulla società di quanto pesano la costruzione e la gestione degli asili nido.

Ci sarebbero meno madri stressate, ci sarebbero accudimenti meno affrettati e colpevolizzati, ci sarebbero meno nodi depressivi nelle nuove generazione. Certo, per arrivare a ciò, occorre un notevole cambiamento di mentalità e una nuova concezione del lavoro, tale da non penalizzare la donna che, per anni, dovesse stare a casa ad accudire il figlio.

Si pensi per esempio alla rilevanza del rito del fasciatoio (ne ho parlato a lungo nel libro La tenerezza dell’eros, che uscirà fra poco). Sarebbe a mio avviso consigliabile che qiesto rito del fasciatoio fosse solo di competenza della madre, non del padre; meno peggio in questo senso che esso sia svolto all’asilo nido da una figura femminile.

Psicosi e integralismo

 

L’ottica sistemica, oltre a permettere la lettura e la terapia dei disturbi psichici prodotti dalla disfunzione delle relazioni familiari, offre la possibilità di leggere in modo nuovo e più ricco anche i grandi fatti politici, sociali e culturali. Come le famiglie, infatti anche le culture, le società, gli stati sono sistemi di relazioni che uniscono tra loro gli individui in gioco.

Il primo principio, su cui si fonda ogni sistema non importa di che tipo, si chiama omeostasi: è quella forza che ogni sistema attiva per conservare sé stesso, evitando la propria trasformazione più radicale, quella che segna la morte del vecchio sistema e che fa nascere il nuovo: consente ogni altra trasformazione, purché non metta in gioco la sopravvivenza del vecchio sistema (in questo caso è un po’ quello che Tomasi di Lampedusa diceva ne Il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla).

Di fronte allo svincolo del figlio, un sistema familiare incapace di trasformarsi davvero risponde mettendo in atto dinamiche che, senza che i protagonisti se ne accorgano, finiscono con il trattenere il figlio nel suo ruolo: o mantenendone la dipendenza dai genitori (da un punto di vista economico, abitativo, lavorativo ecc.); o – più radicalmente ancora – favorendo l’insorgere di un disturbo psichico (di solito di area psicotica) che “obblighi” i genitori a restare tali per sempre. In tale modo da un lato i genitori possono evitare di tornare coppia come prima che nascessero i figli, d’altro lato il figlio non se ne va e non costituisce una vera nuova famiglia; per altro, anche gli altri figli sono in tale modo “obbligati” a restare o a rientrare nel vecchio sistema familiare (“poveri genitori, come fanno senza di noi a occuparsi della follia di nostro fratello?”).

Parimenti, di fronte al rischio di perdersi in tante piccole nuove realtà culturali, sociali e politiche, un sistema culturale fortemente radicato risponde mettendo in atto dinamiche che, senza che i protagonisti se ne accorgano, ricompattano il sistema, garantendogli la sopravvivenza. In questo senso, nulla più degli integralismi agisce in funzione omeostatica. Soprattutto l’integralismo religioso risulta efficace. Assolutizzando un tale importante elemento di identità e al tempo stesso di identificazione, impedisce ogni vero e profondo confronto con l’alterità – in questa caso religiosa – delle altre culture; di conseguenza crea i presupposti della intolleranza e, quindi, del conflitto. In nome poi dell’emergenza legata al sorgere del conflitto richiama all’unità gli individui, obbligandoli a restare o a rientrare nei vecchi canoni di identità e nelle vecchie modalità di identificazione, assolutizzandone le forme e le espressioni.

Possiamo dunque dire che l’integralismo, in particolare quello religioso, sta a una cultura come la psicosi sta a una famiglia: agendo in chiave radicalmente omeostatica.

Il mondo islamico sta vivendo da almeno mezzo secolo un grande processo di differenziazione interna. Diversi elementi e fattori contribuiscono alla urgenza e alla accelerazione di tale processo. La globalizzazione non solo economica, ma anche mediale spinge verso forme linguistiche e verso modelli comportamentali e relazionali completamente nuovi, che poco hanno a che fare con i vecchi. Da un punto di vista linguistico si sta attivando un processo simile a quello che portò il latino a morire, facendo nascere le lingue nazionali neolatine; ormai i magrebini, i mediorientali, i sauditi o gli indonesiani parlano lingue molto diverse tra loro, destinate a ulteriori differenziazioni. Lo stesso dicasi per i costumi, i comportamenti, i modelli familiari e sociali, il modo stesso di vestire di vestirsi.

Quanto all’unità politica degli stati islamici: l’OPEC ormai non può più garantire alcuna parvenza di unità al mondo della mezza luna. Del resto gran parte del potere compattante dell’OPEC era legato alla situazione di paralisi politica prodotta dalla guerra fredda e dalla divisione tra mondo sovietico e mondo occidentale.

Oggi l’azione omeostatica è garantita in modo formidabile dal terrorismo. Nulla più del terrorismo mantiene unite tra loro le tanto diverse realtà del mondo islamico. In questa ottica mi pare che vada invertito il rapporto di causa effetto tra problema palestinese e terrorismo: più che essere la causa del terrorismo il problema palestinese ne è la conseguenza e l’alibi; non è tanto il terrorismo a “servire” alla causa palestinese, quanto la causa palestinese a “servire” al terrorismo; probabilmente, se non ci fosse quel problema (che pure c’è ed è enorme), se ne troverebbe un altro.

D’altra parte l’antiterrorismo diviene sempre di più l’azione omeostatica propria del mondo occidentale, speculare e simmetrica all’azione terroristica contro la quale si attiva e agisce (quindi anche al mondo occidentale “serve” che la causa palestinese rimanga quello che è). Terrorismo e antiterrorismo ormai non possono più fare a mano l’uno dell’altro; sotto l’apparenza del loro insanabile conflitto cercano di garantire il blocco omeostatico e psicotico del mondo intero.

23 luglio 2008

Anoressia e Bulimia

L’anoressia e la bulimia sono quel processo attraverso il quale una persona tende – in modo sempre più riduttivo ed esclusivo – a identificarsi con quel buco d’angoscia che caratterizza il suo Sé. Soprattutto nei momenti o nelle situazioni in cui più riaffiora la presenza di questo vuoto, la persona da un lato si illude di poterlo o colmare con il cibo (ingoiato o divorato non per nutrirsi, ma, appunto, per riempirsi) o buttare fuori proprio attraverso il cibo vomitato; d’altro lato si illude di poterlo controllare proprio attraverso il controllo del cibo. In entrambi i casi si proietta e si sposta sul rapporto conflittuale e/o dipendente con il cibo la relazione problematica, che il Sé ha con l’introietto genitoriale, a partire da quello materno (per introietto si intende la presenza non adeguatamente elaborata e interiorizzata della relazione con le figure genitoriali). Essendoci in gioco dinamiche di proiezione e di spostamento, il processo non può che essere psicotico, perché tende sempre più a limitare all’evento bulimico o anoressico l’esperienza e il fluire del Sé, isolandolo dal vero confronto con gli altri e con la realtà.

L’anoressia e la bulimia sono, dunque, non uno stato, ma un processo, che può sia evolvere nel vortice del disturbo psichico, sia rientrare nel corretto fluire del Sé. Questa seconda eventualità accade soltanto grazie a un adeguato intervento psicoterapeutico; senza di questo la remissione dei sintomi, lungi dal rappresentare la “guarigione”, coincide spesso con il loro spostamento in altre modalità o in altre aree sintomatiche. Sulla base di quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, non esito a dire che dall’anoressia e dalla bulimia si può davvero “guarire” solo attraverso una adeguata psicoterapia sistemica.

29 luglio 2008 

Gesù “buonista”, Gesù del Vangelo e terapia

Ancora in risposta alle lettere di Giancarlo e Michela del 27 luglio 2008

(vedi nella pagina “Le vostre lettere”) 

Non mi pare che abbia molto a che fare con il Gesù del Vangelo un Gesù, come dice Giancarlo, “buonista”, che serve soltanto a certi genitori per fare sentire in colpa i figli quando cercano di affermare la loro autonomia, in nome di un presunto amore evangelico che ignora ogni motivo di conflitto, come se i problemi non ci fossero. I conflitti non si risolvono ignorandoli, bensì affrontandoli e rendendoli preziosa occasione di confronto, di identificazione reciproca, di crescita l’uno attraverso l’altro. Questo vale soprattutto per il rapporto di coppia tra uomo e donna, poi per quello tra padre e madre e, successivamente ancora, per il rapporto tra genitori e figli.

Di solito i genitori che si appellano all’indeterminato irenismo del Gesù “buonista” sono – come mi suggerisce l’esperienza clinica – genitori incapaci, immaturi, tendenzialmente depressi, in particolare, madri troppo appiccicose e impiccione. Alcuni di loro presentano anche nodi psicotici, che li portano ad avere una visione chiusa e difensiva della vita e a chiudere nell’ambito familiare la loro vita sociale e l’espressione della loro affettività e della loro vita emozionale, anche negando la presenza – all’interno della famiglia e della coppia – di ogni motivo di confronto di conflitto (“tra noi va tutto bene, non litighiamo mai, non abbiamo neppure bisogno di parlarci e di guardarci, perché tanto ci capiamo in tutto”, dicono con evidente misconoscimento della realtà). Sono genitori che di fatto usano ideologicamente Gesù e la religione, per trattenere il figlio, per produrre nel figlio una dipendenza che gli impedisca di andarsene e di fare la sua vita. Spesso, più o meno consciamente, usano l’arma del ricatto affettivo e psicologico, per colpevolizzare e impedire ogni tentativo di svincolo e di autonomia; e non di rado lo fanno proprio nel nome di valori che, secondo loro, sono cristiani, nel nome di quello che Giancarlo efficacemente chiama il “Gesù buonista”. Sono genitori che, consciamente o meno, hanno loro bisogno del figlio e del permanere della loro genitorialità, perché non sanno tornare coppia, non sanno essere coppia se non facendo i genitori. Senza i figli non saprebbero che fare e come vivere. Sono genitori che limitano e danneggiano spesso molto gravemente il figlio, la sua vita affettiva, sessuale, amorosa, familiare, genitoriale. Troppo di frequente l’azione di questi genitori trova appoggio in persone e istituzioni che avallano l’uso ideologico della religione e del Gesù “buonista” e che, in tale modo, sono complici del danno prodotto da questi genitori. Potrei purtroppo, in proposito, citare significativi episodi.

21 agosto 2008

Strage familiare a Salsomaggiore

 

“Strage a Salsomaggiore: uccide moglie e figlia e poi si spara”. Quando leggo o sento di questi tragici fatti familiari mi stupisco di due cose:

1.   che ne succedano tutto sommato così pochi;

2.   che la stampa scritta o televisiva li presenti quasi sempre come frutto di “raptus improvvisi” o “imprevedibili”.

 

Quanto al punto 1., l’esperienza clinica mi dice che sono tantissimi i casi di questo tipo. Senza una psicoterapia adeguata o con una terapia solo farmacologia non possono che peggiorare e, prima o poi, esplodere. La psicoterapia sistemica o come si usa dire, “familiare” è – a mio avviso – l’unica che possa non soltanto guarire situazioni di questo tipo, ma individuarne con anticipo di anni le dinamiche e il potenziale esplosivo. Quindi non solo i fatti non sono imprevedibili; ma sono possibili con larghissimo margine, ripeto, di anni sia la prognosi relazionale, sia la prevenzione, sia la cura.

 

Un evento depressivo, come quello che è alla base di quanto è successo a Salsomaggiore, non può né deve – a mio avviso – essere curato come problema solo dell’individuo; se prima non si affronta il gioco familiare da cui la depressione esce e sulla quale si afferma e costruisce poi il proprio decorso, non si ottengono risultati veri. Al limite si attenuano temporaneamente i sintomi, senza sfiorarne le cause. Senza intervenire sul sistema familiare con una adeguata terapia, la cura psico-farmacologica oggi di solito praticata (basata cioè su antidepressivi cosiddetti “serotoninici”, in particolare quelli aventi come principio attivo la fluoxetina)  risulta non solo inutile, ma rischia di essere fattore scatenante: rendendo molto più alte le vette maniacali del flusso dell’umore e molto più basse quelle depressive, rischia di produrre gravissimi scompensi, che possono portare da un lato a esplosioni omicide e dall’altro a implosioni suicide. Difatti, senza un intervento terapeutico sul sistema familiare, ogni altro intervento e in particolare quello psico-farmacologico non può non essere percepito come minaccioso dal sistema e dalle sua dinamiche patogene, il che non può non esasperarle, trasformando il lamento in urlo omicida o in sordità suicida.

 

Quanto al punto 2., ritengo grave l’ignoranza con la quale i giornalisti affrontano fatti di questo genere. Rarissimo che la stampa parli di psicoterapia, in particolare di quella sistemica o familiare, Mi chiedo che idea paleolitica abbiano i giornalisti del disturbo mentale e delle figure a esso preposte dalla legge italiana. Da parte loro, i direttori e i caporedattori chi inviano per la cronaca e con quale criterio affidano il commento di questi fatti? Che poi – di regola – ci si limiti a ricorrere all’intervista di qualche dotto specialista di nome, troppo spesso nasconde, in chi intervista, il buio assoluto della conoscenza di ciò di cui si dà notizia. L’intervista non è quasi mai una vera interrogazione del problema e dei responsabili, ma di solito è un passivo pendere dalla labbra più o meno sapienti e famose dell’intervistato; pare proprio che  l’unica volontà sia quella di chiudere lì la cosa, senza darle quel seguito di indagine e di ricerca della verità, che dovrebbe invece essere l’anima e il motore del buon giornalismo. Né i lettori paiono chiedere di più, visto che i giornali continuano a vendere (o a non vendere) come prima.

Ogni giorno nel Canale di Sicilia e nel Mediterraneo muoiono uomini, donne, bambini

 

Migliaia muoiono. Decine o centinaia ogni giorno. Di molti non si sa neppure la morte. Uomini, donne, bambini, madri incinte.

Eppure i “servizi” su questi fatti ormai non fanno più grande notizia. Nei giornali e nei telegiornali difficilmente trovano precedenza su altre notizie, come se quelle morti in fondo non importassero più di tanto o non facessero più audience. Sono morti annunciate, previste, prevedibili. A tratti pare che il direttore o il giornalista le metta in scaletta solo perché deve metterle, più annoiato che convinto. Se non rischiasse la critica, forse neppure le metterebbe.

Molti politici poi quelle morti le usano: prima, durante e dopo le elezioni. Pensano a reprimere, non a costruire. Se qualche politico pensa a costruire, lo trattano da cretino e lo fanno fuori.

Lettori ed elettori permettono tutto ciò, lo causano, lo lasciano accadere. Qualcuno addirittura pensa: meglio morti che qui a creare problemi.

Non c’è la pietà.

Nessuno pensa a quei corpi devastati, a quelle anime perdute, a quelle umanità che non parleranno più, che non guarderanno più, che non si innamoreranno più, che non si stupiranno più di fronte alla albe e ai tramonti, che non costruiranno più mondi e progetti, che non arricchiranno più la storia e la vita.

Quando si pensa a difendersi, prima o poi l’uomo non conta nulla. Quando la morte viene lasciata accadere, l’umanità finisce.

Non c’è la pietà.

Si pensa a nuove guerre e non si seppelliscono i morti di nessuna guerra.

A me quelle umanità mancano. Mi sento depredato di vita, espropriato di speranza, scippato di felicità, dilaniato di gioia negata. Ognuna di queste morti è anche la mia morte. Vi abbraccio, fratelli sconosciuti. Vi abbraccio dal di dentro, morendo in voi.

Badanti e anziani:

quanta violenza!

 

Nessuno, che io sappia, dice di una grave violenza in atto: moltissime tra le badanti che accudiscono i nostri anziani sono per lo più donne che lasciano in Bolivia o in Ucraina mariti e figli anche molto piccoli. Chiedo quanto sia giusto che i diritti dei matrimoni e delle maternità di queste donne vengano ignorati e che l’intero tessuto sociale dei loro paesi di provenienza subisca la devastazione di coppie che per anni non si potranno vedere, di madri espropriate della loro maternità, di figli che di fatto non conosceranno le loro madri o non le avranno vicine in età tanto fondamentali. È corretto che il diritto all’assistenza dei nostri vecchi prevalga a tale punto?

Come cristiano, mi fa male anche pensare che molte di queste badanti, soprattutto quelle sudamericane, arrivino qui più o meno direttamente aiutate dalla chiesa, che in tale modo si fa complice del disastro in atto.

Non sarebbe più giusto e corretto da un lato favorire lo sviluppo di quei paesi, in modo tale che mogli e madri restino e vivano nelle loro famiglie?

Molta della emigrazione italiana a cavallo tra ottocento e metà novecento riguardò prevalentemente i maschi: ancora oggi, a distanza di due, tre o più generazioni – lo vedo nel mio lavoro terapeutico –  ci sono ferite aperte, squilibri non recuperati, sofferenze ancora attive, tutte dovute alla assenza per mesi e mesi dei padri di una o più generazioni. Ebbene, mi chiedo, che cosa può portare allora l’assenza per anni della madri, che per molti aspetti, soprattutto quando i figli sono piccoli, hanno ancora più importanza dei padri?

Tra l’altro, dal punto di vista nostro e dei nostri vecchi, mi domando quanto sia corretta una assistenza di questo tipo. Il vecchio resta sì nella sua casa, ma di fatto vive isolato, spesso ha l’unica sua relazione sociale significativa proprio con la badante, che è di una cultura e di un mondo lontano da quello del vecchio, che ha il cuore e la mente lontani, che, ben di rado, ha interessi che possono coniugarsi con quelli dell’anziano, così da potere intrattenere con lui un dialogo davvero significativo. D’accordo alcune situazioni non sono tanto negative, ma la logica stessa delle cose ha in sé le conseguenze che ho indicato.

A sostegno della scelta della badante, viene indicato il fatto che le nostre case di riposo sono uno squallido terminal, soltanto un luogo dove si va a morire, quindi qualcosa da evitare in tutti i modi, pena terribili sensi di colpa che prenderebbero figli e parenti all’idea che il loro vecchio stia in queste “orribili” strutture. So di strutture bene pensate e bene attuate, dove la vita dell’anziano è stimolata, interessante, ricca di occasioni, sorretta da personale competente, preparato e ben motivato; ma, pure ammettendo che siano tutte strutture insufficienti, mi chiedo fino a che punto tale insufficienza non sia a sua volta la conseguenza di un mancato impegno sociale e istituzionale a che esse funzionino al meglio: se ciascuno pensa unicamente alla badante del proprio anziano, come si potrà strutturare una risposta sociale davvero significativa e adeguata alle esigenze del problema? Siamo poi così sicuri che le badanti siano davvero così brave e premurose come si vuole a tutti i costi volere credere? Noi, al loro posto, potremmo dare a un anziano sconosciuto quella attenzione, quella premura e quell’affetto che non possiamo dare a nostro marito e ai nostri figli? Potremmo, curandolo, dimenticare quanto è dilaniato il nostro animo, proprio a causa di questo lavoro che ci separa dal nostro mondo e dai nostri amori

la tristezza di un figlio

è un suo diritto inviolabile

 

Molti genitori sono così invadenti, da farsi carico della tristezza dei loro figli, come se questa fosse un problema proprio. La tristezza è forse il sentimento più privato di una persona; come tale va rispettato. Soprattutto nella adolescenza la tristezza è fisiologica: prepara l’approdo a mondi nuovi, esigendo l’abbandono del mondo vecchio, delle sue sicurezze, delle sue logiche. Perciò, in questa età, l’invasione di campo da parte del genitore (soprattutto delle madri, ma certo non mancano padri pedanti e invasivi) è ancora più deleteria: perché a invadere è proprio chi dovrebbe essere lasciato.

Molti genitori si dimenticano che hanno generato creature umane, che, come tali, trovano nella tristezza una delle dimensioni del loro esistere. Un figlio triste è semplicemente un figlio umano, non è il fallimento del genitore.

Anche la gioia è un diritto inviolabile del figlio. Ma, se noi genitori invadiamo la loro tristezza, difficilmente vedremo i nostri figli nella gioia. E difficilmente io potrò parlarne in questa mia rubrica.