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Monthly Archives: giugno 2011

L’Ave Maria è preghiera di incontro e di presenza. È il piacere di dire “ciao” a Maria, nella gioia dell’incontro con Lei, con la Sua presenza. Come per le persone di cui ci fa piacere la presenza, viene voglia di ripetere il “ciao” per cinquanta e cinquanta e cinquanta volte. Il Rosario non è la penosa, doverosa, ossessiva nenia annoiata o nevrotica quale ce lo fanno sembrare certe recite strascicate, più simile al cerimoniale nevrotico che cerca nel rituale l’assopimento dipendente o la compensazione ansiolitica. È invece il godimento gioioso di una presenza, la gioia di ripetere il saluto e il nome, proprio come fanno un papà e una mamma quando chiamano per nome il loro bambino o come fanno gli innamorati quando si ripetono infinite volte il saluto e il nome; proprio come fecero l’Angelo all’Annunciazione, Bernadette a Lourdes e Lucia a Fatima. “Ciao, Maria, piena di Creazione”, “Ciao, Maria che hai sempre il Signore con Te”, “Ciao, Maria, benedetta fra tutte le donne”, “Ciao, Maria, benedetta dal frutto benedetto del tuo concepimento”.

Proprio perché è incontro e presenza, l’Ave Maria è tutta all’indicativo presente. Con il Padre Nostro il verbo non è più l’indicativo, ma il congiuntivo esortativo, il congiuntivo della speranza e della tensione dalla creatura a Dio. Con Maria invece non c’è tensione: c’è la gioia della presenza di fronte all’umano immacolato che è già e da sempre con il divino, al punto da concepire con lui, al punto da esserne la madre e la benedetta benedizione. “Ciao, Maria, il Signore è talmente con Te che, grazie a Te, è anche con noi”, “Ciao, Maria, mamma di Dio”, “Ciao, Maria, santa di divina maternità”, “Ciao, Maria, tu che anche con Dio puoi e sai usare l’indicativo della presenza, parlaGli tu per noi”. Noi possiamo parlare con lui solo al congiuntivo della inquietitudine sperante; Tu Gli puoi parlare nella visione della presenza senza i congiuntivi delle distanze. “Ciao, Maria, parlaGli per noi in ogni attimo di tempo, Tu che sei la pienezza della Creazione, parlaGli per noi in ogni adesso della nostra vita e nell’attimo di Pasqua della nostra morte, di ogni nostra morte”. “Ciao, Maria, bellissima tra le creature e più bella di ogni altra creazione”, “Ciao, Maria, è bello continuare a dire il Tuo nome godendo della Tua presenza”.

Difficilmente si è vittima per caso.

Spesso essere vittima è un bisogno per lo più inconscio dell’individuo, oppure è il risultato di una disfunzione del sistema relazionale di appartenenza.

Solo chi è psicoterapeuta può esercitare la psiccoanalisi. L’ha ribadito la Cassazione, dando ragione all’Ordine degli Psicologi, che aveva intentato causa a una persona che, sotto l’etichetta di psicanalista, praticava abusivamente la professione di psicoterapeuta. Vedi in proposito la sentenza, cliccando qui

–>la sentenza della Cassazione che riconduce la Psicoanalisi alla Psicoterapia .

In particolare viene sancita e riconosciuta l’elevata specializzazione propria dello psicoterapeuta: “ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 348 c.p., l’esercizio dell’attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed all’inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti). Ciò posto, la psicanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente, è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali. Ne consegue che non è condivisibile la tesi difensiva della ricorrente, posto che l’attività dello psicanalista non è annoverabile fra quelle libere previste dall’art. 2231 c.c. ma necessita di particolare abilitazione statale”.