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vorrei abbracciare

quanti giù nella loro anima bambina

hanno un fantasma

che li fa soffrire

 

là in fondo all’anima

dove la paura è abisso

 

vorrei abbracciare

l’amore che non sanno darsi

e le colpe che sanno darsi

e che non hanno

 

vorrei abbracciare le dita

di ogni loro carezza sperata

la loro angoscia sorda infinita

ogni loro ferita

 

vorrei dire loro

di non temere sé stessi

di credere che sempre si nasce

e sempre si è forti

 

nam virtus in infirmitate perficitur

 

vorrei abbracciare

la loro incredula voglia

di sentirsi cattivi

il loro cattivo bisogno

di credersi brutti

 

vorrei dare al mondo

la loro forza

quella che loro non sanno

di avere nel cuore

 

vorrei dare al mondo

la loro bellezza

quella che sconosciuta a sé stessa

abita il loro respiro

 

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6 Comments

  1. Mi sono commossa per la poesia e per Vassilanne. …” ascoltare un battito che conosce da sempre” importante verità e sensazione positiva.

  2. Mi sono commossa.

  3. Caro Gigi, la tua generosità è ammirevole, non solo ti prendi carico delle problematiche altrui ma le condividi fraternamente. Contraccambio caramente l’abbraccio. Ciao

  4. ABBRACCIO E RESPIRO
    Ero in palestra, in piedi, mi sentivo molto triste, stavo facendo esercizi di respirazione insieme ad altri, avevo gli occhi chiusi, respiravo poco e male.
    Lei ha iniziato a spingermi intorno e a farmi ruotare su me stessa (sempre ad occhi chiusi): era una sensazione piacevole, come quando si sperimenta il nuovo.
    Poi si è messa alle mie spalle e mi ha stretta con le sue braccia guidando il mio respiro che, dalla pancia, saliva fino alla base del petto, poi si bloccava lì. Io allora aprivo la bocca per cercare di espirare, ma la gola era strozzata (mi veniva in mente “Anna del miracoli” quando la bambina cerca di dire “acqua”). Era una sensazione insopportabile, allora mi mettevo le mani davanti alla faccia per nasconderla e cercavo di raggomitolarmi, ma lei le toglieva con un colpo deciso e mi riapriva, allora dalla mia bocca uscivano dei versi che mi parevano orribili e blocchi di fiato e io ricadevo col busto sulle gambe.
    E’ andata avanti così per un bel po’ di volte, poi sono riuscita poco alla volta ad appoggiarmi con la schiena a lei, a seguire il ritmo del suo respiro e ad aprire la gola facendo uscire l’aria con un ritmo quasi regolare. Ero tutta sudata. E confusa.
    Lei poi mi ha chiesto se l’esperienza era simile agli episodi di asma che avevo avuto da bambina, ma io non ricordo nulla di allora.
    Qualche ora dopo, a casa mia, riprovando a respirare, mi sono accorta che la gola si strozza per bloccare il diaframma, non so spiegare come, ma sono movimenti collegati.
    E mi sono accorta che il mio diaframma è quasi immobile.

  5. ABBRACCIO n° 2
    Quella era per me una giornata-no. Allora lei ha detto: “lavoriamo con il dolore”.
    Ero in piedi, dovevo lasciar muovere il corpo senza usare la testa (cosa per me impossibile, io “guardo “ sempre il mio corpo e i movimenti partono sempre dalla testa). Sentivo arrivare le lacrime e cercavo un modo per nasconderle.
    Quando ho sentito il suo abbraccio sono scoppiata, con tanto di singulti rumorosi.
    Stavolta eravamo una di fronte all’altra. Io avevo gli occhi chiusi. Lei ha preso il mio braccio sinistro e se l’è messo intorno al collo: è questo gesto che ha aperto la strada al fiume di lacrime. Ha poggiato il mio braccio destro dietro la sua schiena e mi ha abbracciata forte. La mia testa era sulla spalla.
    Io tenevo le mani sollevate, toccavo la sua schiena solo con le braccia. Poi lei ha detto piano: “Cosa stai facendo con le mani?” Allora le ho poggiate lentamente e ho pianto più forte.
    Ma non sono riuscita ad abbandonarmi totalmente, sentivo un leggero distacco tra il mio corpo e il suo, ero occupata a scaricare il pianto e sentivo dolore e anche rabbia e voglia di essere lasciata sola, avevo anche paura che qualcuno fuori potesse sentirmi.
    Quando le lacrime sono finite ero calma e la mia mente era silenziosa ed è stato bello incontrare il suo sguardo.
    Questo è stato un abbraccio più difficile e più “da grande”.
    Qualche giorno più tardi mi è tornata in mente una favola che anni fa mi era stato consigliato di leggere: “La fanciulla senza mani”… e anche nei giorni successivi sono scese ogni tanto le lacrime…

  6. Io non so abbracciare. Non ho nessun ricordo delle mani di mia mamma su di me. In famiglia erano banditi anche i baci di saluto per le partenze e gli arrivi. Non c’erano contatti fisici (neanche gli schiaffi).
    Sto cercando di recuperare ora, con grande ritardo, con grande fatica e dolore e rabbia.
    Il 16 giugno 2010 sono riuscita a ricevere un abbraccio…intenso e lungo.
    Scopro che è difficile descrivere un abbraccio materno, almeno è difficile per me, forse perché è l’unico e anche perché non arriva dalla mamma genetica.
    I due corpi sono insieme e stanno bene lì dove sono, e il tempo non c’è.
    Mi sentivo piccola e teneramente avvolta: lei era alle mie spalle, in piedi. Anche io ero in piedi, la mia schiena era appoggiata addosso a lei, sentivo il suo corpo morbido e il suo cuore. Le sue braccia erano calde e avvolgenti, la sua testa carezzava la mia.
    Stavo bene, i miei occhi erano chiusi davvero: è qualcosa che succede molto raramente (e meno vestiti ho addosso e più è difficile). In genere, anche se il mio sguardo è diretto agli altri, vedo sempre me, e quel che vedo non mi piace per nulla, a volte mi fa proprio schifo.
    Anche lì a dire il vero avevo iniziato a guardarmi, ma lei se n’è accorta e ha rimesso i miei occhi al loro posto e il contatto non ha subito la solita immediata interruzione.
    Ascoltavo il suo corpo e il mio col suo: respiravano in sintonia. Era bello.
    C’erano meraviglia e piacere, e anche desiderio e un po’ di paura.
    Deve essere bellissimo per un bambino piccolo essere tutto raccolto nelle braccia della sua mamma e ascoltare un battito che conosce da sempre.


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