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Articolo di Francesca Suardi

Family Secret. Quando il segreto trasuda, ovvero il destino dei segreti di famiglia (suicidio, paternità, aborto, incesto ecc.)

L’espressione: «segreti di famiglia»,si riferisce ad un’informazione (che può essere relativa a contenuti molto diversi, o a eventi passati) conosciuta da alcune persone della famiglia e tenuta nascosta ad altre. Segreti di famiglia riguardano ad esempio eventi come il suicidio di un membro della famiglia (nelle generazioni presenti e passate); la paternità biologica di un figlio; la genitorialità (adozione, ad esempio); abusi sessuali subiti (all’interno della famiglia – incesto -, o all’esterno). Alcuni specialisti nel campo della psicologia si sono interessati alla definizione del «segreto di famiglia». Fra questi Serge Tisseron, psicanalista francese, propone tre criteri, che differenziano un segreto di famiglia da un segreto qualunque. Il contenuto deve riguardare: ciò di cui non si parla; ciò che è vietato conoscere; ciò che fa soffrire le persone che detengono il segreto.

Per poter comprendere il tema dei segreti di famiglia è indispensabile riflettere sulle norme e sui valori della società in cui i segreti si formano. Un individuo esiste solo in un contesto di vita, in un’epoca con valori e norme che la caratterizzano. In effetti le norme culturali influiscono notevolmente sulla decisione da parte degli individui di raccontare o tacere un’informazione o una storia.La percezione da parte degli individui di sentirsi “libere” di raccontare il loro vissuto senza essere giudicate o al contrario, la parcezione di essere stigmatizzate, costituisce un elemento fondamentale nella costituzione del «segreto di famiglia». Diversi studi hanno confirmato che la disapprovazione sociale è una della ragioni più comuni per tenere «segreto» un evento di vita (Lane & Wegner, 1995; Pennebaker, 1993; Wegner & Erber, 1993; Major & Gramzow, 1999). La percezione da parte dell’individuo di aver infranto norme e valori condivisi (a cui aderisce o meno), è strettamente legata al vissuto soggettivo della persona che, trovandosi in una situazione “diversa” rispetto alla norma, pensa di poterla raccontare e condividere o ritiene sia meglio “nasconderla”.

Ad esempio, Major & Gramzow (1999), che si sono interessati al segreto legato all’aborto, intervistando 442 donne, hanno verificato che più la donna percepiva il tema dell’aborto come stigmatizzato socialmente, meno aveva parlato della propria esperienza, a due anni di distanza dall’evento vissuto.

Oltre al contesto normativo in cui i segreti emergono, è importante ricordare che la natura delle tematiche oggetto di «segreti» si modifica, con il passare del tempo e con i cambiamenti della società. Un esempio prototipico di un tema diventato «segreto di famiglia» di recente è la scelta da parte dei genitori di tacere a un figlio la natura del suo concepimento, nel caso di coppie che siano ricorse a tecniche di fecondazione assistita con dono di sperma. Tale segreto di famiglia non poteva esistere in anni in cui tali tecniche non erano state inventate; tuttavia, pur nella modernità, l’oggetto del segreto riguarda un tema che esiste da molto tempo, ossia quello della paternità biologica. Questo esempio illustra come il cambiamento della società rinnova l’attualità di un tema antico sotto una nuova forma. L’apetto positivo di un tale «rinnovamento di un tema antico» risiede nella maggiore comprensione delle dinamiche legate ai segreti di famiglia, grazie al fatto che molti «segreti moderni» sono legittimati dal riconoscimento legale. Il riconoscimento della legalità rende più agevole per le persone accettare di parlare della loro esperienza; in questo modo, grazie a studi empirici, abbiamo la possibilità di conoscere meglio l’influenza dei segreti di famiglia sul funzionemanto famigliare.

L’influenza del “segreto di famiglia” su ciascuno degli individui e sull’intera dinamica famigliare è conosciuta dai professionisti.

Per quanto riguarda il funzionamento individuale delle persone che detengono un segreto, si dispone di risultati di diverse ricerche nel campo della ricerca in psicologia, studi empirici hanno esaminato il funzionamento cognitivo dell’individuo, qualora questi si sforzi di tener segreta un’informazione. Il risultato più significativo è la confermata delle relazioni esistenti fra il voler nascondere un’informazione e l’emergenza di pensieri intrusivi legati al contenuto da nascondere. Ad esempio, persone a cui si è chiesto di non pensare ad un «orso bianco» prima di un’esperienza in laboratorio, hanno riferito aver avuto l’immagine di un orso bianco in mente durante tutta la durata dell’esperimento. Si è dunque scoperto che i pensieri intrusivi sono direttamente legati al tentativo di tenere segreta un’informazione. È stato quindi dimostrato che voler tener segreta un’informazione aumenta l’accessibilità dell’informazione stessa in memoria e che lo sforzo di «nascondere» l’informazione aumenta i pensieri intrusivi, in concomitanza al tentativo di sopprimerli. Il rischio di tale meccanismo di intrusione, soppressione del pensiero e successivo aumento dell’intrusione è quello del costituirsi di una spirale ossessiva (Lane & Wegner, 1995). Gli autori che si sono interessati ai meccanismi cognitivi legati al segreto scrivono «Why is keeping secrets such a dangerous business? One simple answer is that secrecy is a hard work» (Lane & Wegner, 1995, p.237). Pur non volendo pensare a qualcosa, dunque, ci si pensa; tale meccanismo si rinforza soprattutto quando si vuole tenere nascosto ciò che paradossalmente, viene in mente ancor più spesso .

È facile immaginare come lo sforzo di sopprimere un pensiero osessivo sia accompagnato da segni comportamentali non verbali. Fra le strategie utilizzate per tenere un segreto, una delle più usate è quella dell’evitamento di un tema. Tuttavia, l’evitamento di un tema ha delle conseguenze. Ad esempio, si immagini una persona che non vuole parlare della propria esperienza di un aborto , si sentirà coinvolta (p.ex. in imbarazzo) se durante una discussione si parlerà di questo tema; tuttavia, non volendo raccontare la propria esperienza, cercherà di dissimulare e non rendere esplicito il proprio malessere, cercando forse di controllare il proprio comportamento, cambiando argomento di discussione, etc.

Se si pensa ad un tale meccanismo per segreti di famiglia tenuti nascosti per anni, bisogna amplificarlo in modo esponenziale, per la durata degli anni in cui tale comportamento di «dissimulazione, controllo, messaggi contradditori» si è verificato, in un numero di innumerevoli situazioni vissute, legate al «segreto di famiglia».

Per questo motivo, nel campo della psicologia clinica, si è detto che «il segreto trasuda».

Serge Tisseron et Guy Ausloos sono fra professionisti di fama internazionale che si sono interessati alla tematica dei segreti di famiglia e che hanno parlato della loro conoscenza acquisita atttraverso l’esperienza clinica. Proprio Guy Ausloos, pedopsichiatra belga che lavora in Canada, ha tenuto di recente una conferenza in cui parlava dei «segreti di famiglia» (marzo 2009). Nel suo discorso ha ripreso il termine già utilizzato per i segreti di famiglia, dicendo, nell’espressione francese:“le secret suinte” (“il segreto trasuda”); con questa espressione si intende che i membri della famiglia che ignorano il segreto lo intuiscono anche senza conoscerne l’esistenza e senza poter identificare ciò di cui si tratta. Per spiegare meglio come il segreto trasuda, M. Ausloos ha utilizzato in modo figurato il paragone con il caratteristico colore dei soffitti delle case della regione di fabbricazione del cognac. Infatti in questo processo di invecchiamento del cognac, chiamato “la part des anges” (l’evaporazione) è caratterizzata dalla produzione di una “muffa-champignon”, di colore nero, che si trova sui muri e i soffitti dei luoghi di produzione del cognac. I turisti e tutte le persone che non conoscono il processo di invecchiamento del cognac, non abitando la regione, si chiedono, visitando i luoghi, cosa sia la muffa sui muri mentre tutti gli abitanti della regione sanno benissimo a cosa sia dovuta. Nello stesso modo dunque, i segreti di famiglia trasudano dai muri delle case.

La sofferenza è definita caratteristica delle persone che detengono il segreto come criterio di definizione di un «segreto di famiglia». A mio avviso, la sofferenza caratterizza per definizione anche le persone che ignorano il segreto; forse in modo più velato e meno conosciuto. Vivere per anni in un’atmosfera familiare in cui esistono meccanismi comunicativi disfunzionali (p.ex. l’evitamento di temi specifici sono elementi che costituiscono una fonte di sofferenza da parte delle persone che ignorano il segreto. L’influenza nefasta dei segreti di famiglia sugli individui che la compongono risiede probabilmente nell’intrecciarsi della sofferenza fra i detentori del segreto e le persone che lo ignorano (pur percependone l’esistenza).

Tuttavia , pur trasudando dai muri come lo champignon del cognac, i segreti di famiglia possono restare impliciti e non rivelati per anni o decenni. Spesso restano sepolti senza essere raccontati.

Alla luce dell’esperienza clinica, corroborata dagli studi empirici, i professionisti incoraggiano le persone che detengono il segreto a chiedere aiuto per valutare attentamente se e come comunicare un segreto all’interno di una famiglia. Una ricerca ha messo in evidenza che le famiglie in cui il segreto era stato rivelato erano quelle che avevano un miglior funzionamento (Berger & Paul, 2008). La valutazione dello stile comunicativo di queste famiglie è stata effettuata dai figli, giovani adulti, delle coppie che avevano svelato il segreto (riguardo alla fecondazione assistita).

La maggior parte delle volte, le persone coinvolte direttamente in “segreti” sono dei genitori che chiedono aiuto e consiglio riguardo a un segreto che si chiedono se sia opportuno rivelare ai loro figli. In generale, i professionisti consigliano di svelare i segreti il più presto possibile ai bambini, con parole che essi possano comprendere. Raccontare a un figlio in termini che siano per lui comprensibili permetterà al bambino di crescere sentendosi libero di chiedere ulteriori informazioni se ne sentirà il bisogno. In tal modo, il bambino potrà comprendere secondo il proprio ritmo evolutivo eventi che, non raccontati, diventerebbero «segreti nocivi» la cui rivelazione sarebbe molto più dolorosa anni più tardi.

Riguardo a segreti svelati in età adulta, i professionisti (fra cui Guy Ausloos), insistono sul bisogno di cautela: i segreti svelati “troppo tardi”, possono «fare disastri». Infatti, le persone a cui viene svelato un segreto che esiste da anni e che le riguarda, possono avere l’impressione che i famigliari e tutte le persone a conoscenza del segreto “abbiano mentito loro per anni”. In effetti, nei casi dei «segreti di famiglia», molte persone sono a conoscenza del segreto ma paradossalmente, nessuno ne parla. Il pensare di essere stati traditi e imbrogliati per anni può essere fortemente distruttivo per l’individuo.

La cautela necessaria nello svelare segreti all’età adulta non dovrebbe a mio avviso incoraggiare a mantenere segreti non svelati ma piuttosto a cercare di rivelarli il più presto possibile in modo autentico e sincero, alle persone direttamente coinvolte che non lo conoscono.

È mia opinione che ciascuno abbia diritto alla conoscenza della verità riguardo alla propria storia, per quanto dolorosa essa possa essere. Credo che se ogni individuo potesse avere accesso al proprio passato individuale e famigliare, ciò sarebbe una preziosa occasione per formulare opinioni e attitudini molto più complesse e meno sempliciste riguardo alla realtà. Ciascuno potrebbe posizionarsi in modo meno rigido nei confronti delle norme dominanti della società: rispetto a ciò che è “giusto” o “sbagliato”; rispetto a chi ha “ragione” e a chi ha “torto”.

La scelta del silenzio da parte di chi detiene un «segreto di famiglia» mi appare come anacronistica nella società occidentale moderna. «Nascondere un segreto» significa a mio avviso restare legati a una visione del mondo irrealistica, infantilizzante e anacronistica. Inoltre, non parlare significa non fidarsi dell’altrui capacità di ascolto e comprensione.

In questa mia espressione a favore della comunicazione intrafamiliare vorrei esplicitare il mio rispetto per le persone che scelgono il silenzio tanto quanto per quelle che decidono di parlare. Solo, incoraggerei le persone ingaggiate in un segreto a chiedere consiglio a dei professionisti per valutare la loro sofferenza e forse scoprire che comunicare in modo costruttivo è la migliore soluzione per il succedersi delle generazioni. Ricorderei che nascondere qualcosa non lo annienta né lo cancella, ma lo fa trasudare, spesso con esiti patogeni nella comunicazione familiare da un lato e nel processo di identificazione degli individui dall’altro.

Inutile sarebbe che il funzionamento familiare subisse influenze nefaste a causa di un “segreto” che potrebbe essere dissolto nel suo potenziale patogeno, comunicandolo in modo appropriato e autentico.

Purtroppo, svelare un segreto è solo parzialmente una vittoria se gli individui non sono decisi e pronti a cambiare la dinamica relazionale in cui hanno vissuto per anni. I professionisti hanno l’arduo ruolo di valutare le diverse situazioni, lavorare con queste famiglie e non lasciarsi invischiare in dinamiche omeostatiche o ancor più disfunzionali, nel caso di sistemi manipolatori.

     

    Bibliografia:

  • Berger, R., & Paul, M.(2008). Family Secrets and Family Functioning: The Case of Donor Assistance. Family Process, Vol. 47, No. 4, 2008

  • Lane, D.J., & Wegner, D.M. (1995). The cognitive consequences of secrecy. Journal of Personality and Social Psychology, 69,2, 237-253.

  • Major, B., & Gramzow, H.R. (1999). Abortion and Stigma: Cognitive and emotional implications of concealement. Journal of Personality and Social Psychology, 77,4,735-745.

  • Tisseron, S. (2008). Toujours le secret suinte…Enfance & Psy, 39, 88-96.

 

 

One Comment

  1. Questa vicenda racconta la storia di una figlia rubata a 19 giorni all’ospedale, che ha cercato e ritrovato i suoi genitori biologici 23 anni dopo.
    Nessuno le aveva mai detto che non apparteneva alla famiglia in cui era cresciuta, ma lei aveva il sentimento di “non sapere chi fosse”. Per questo aveva telefonato al centro nazionale per i bambini spariti.
    Ho trovato il testo su internet dopo aver letto il giornale e mi e’ sembrato interessante condividere su questo sito questa vicenda, che illustra come l’inconscio spinge l’individuo alla ricerca – della verità.

    http://abcnews.go.com/US/kidnapped-carlina-white-solves-cold-case-reunites-parents/story?id=12712313

    http://www.lematin.ch/actu/monde/femme-rend-police-23-ans-enleve-bebe-377548


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