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Category Archives: incesto e dinamiche incestuose

Quando succede qualcosa di imprevisto, ci si sente smarriti. Più l’imprevisto ci riguarda da vicino, più lo smarrimento cresce. Se l’imprevisto riguarda le cose a noi più familiari, siamo presi dallo spaesamento, che è una parola sulla quale la psicologia (Freud dedicò a questa parola un saggio nel 1919) e ancora meglio la filosofia ha riflettuto parecchio: Heidegger ci ha riflettuto a lungo in tante sue opere. Lo spaesamento traduce la parola tedesca das Unheimliche, che propriamente significa “ciò che non è familiare”, “ciò che è estraneo”; si rifà al temine tedesco das Heim, che indica “la casa”, “il focolare domestico”, “la dimora familiare”. Ebbene nulla è più spaesante di quanto possa capitare di imprevisto alla casa, alla famiglia. È così spaesante da coincidere con l’angoscia più profonda e destabilizzante, quella che paralizza e porta alla perdita di sé, della propria identità, del proprio mondo: ci si sente «nessuno» di fronte al nulla. Non a caso Heidegger riprende e approfondisce con grande vigore la riflessione sull’angoscia fatta da Kierkegaard.

Ripensavo a questo, di fronte al crescere terribile di eventi di omicidio-suicidio, che hanno come proprio luogo e tempo la casa, la famiglia. Altro che IMU o ICI! A minacciare le nostre case siamo noi stessi con fatti di sangue sempre più tremendi, di fronte ai quali neppure Eschilo e Sofocle avrebbero potuto immaginare niente di più tragico.

La casa e la famiglia sono il luogo-tempo più nostro, dove ciascuno di noi vive le relazioni più profonde, quelle che dovrebbero dare l’identità e la conferma di sé. Se proprio questo luogo-tempo si rivela come il più spaesante, che succederà? Se famiglie apparentemente “normali” e “come tutte le altre”, dove, a detta di chi le conosceva, “regnava l’armonia”, hanno in sé la possibilità della estrema violenza e della catastrofe irreparabile, che potrà mai succedere a tutti noi?

Il mio lavoro di psicoterapeuta si rivolge in modo diretto alle famiglie e alle loro dinamiche relazionali. Proprio da questo punto di osservazione e sulla base di quanto mi tocca vedere ogni giorno, posso ripetere che, purtroppo, a stupirmi è non tanto che ci siano questi terribili fatti di sangue, quanto che – per fortuna – siano ancora così pochi. Ho da tempo denunciato in questo blog la “neandertalizzazione” della famiglia e il crescere vertiginoso delle dinamiche incestuose che caratterizzano le nostre famiglia, portando alla implosione della famiglia (non a caso ho titolato Implosione il mio ultimo libro pubblicato su internet al sito www.ilmiolibro.kataweb.it ). Pochissima eco hanno avuto le mie parole (unica eccezione un’intervista da parte di “Famiglia Cristiana” online); se non sei un già noto, in Italia non vieni ascoltato.

Nessuno, per esempio, dice in modo chiaro quanto da più di mezzo secolo la psicologia e la clinica psicoterapeutica sistemiche vanno ripetendo, confortate dai grandi risultati clinici prodotti: che la genesi dei disturbi mentali, in particolari dei più gravi, cioè quelli di area psicotica (la psicosi, la schizofrenia, la anoressia, la bulimia ecc.) hanno la loro genesi nella disfunzione delle relazioni familiari, disfunzione che peggiora di generazione in generazione e che è la vera causa delle gravi patologie psichiche. Si lascia ancora credere e pensare che alla base dei disturbi mentali ci siano cause organiche, curabili con gli psicofarmaci. Nel mantenimento di questo stato di ignoranza colludono la scarsa informazione (l’ignoranza, dunque, di grandissima parte dei giornalisti e dei direttori di giornali, radio, televisioni) e gli interessi di grandi lobbies quali le case farmaceutiche e gli ordini professionali. Si preferisce lasciare credere e pensare che la famiglia sia “il fondamento sano della nostra società”; e, per quanto riguarda il disturbo psichico, la mentalità corrente sotto sotto è ancora quella del “”a chi la tocca, la tocca” di manzoniana memoria.

È inutile che ripeta qui quanto ho già scritto; il lettore di questo blog può andarsi a rileggere i numerosi post dedicati alla famiglia, alle dinamiche patogene che spesso la caratterizzano, alle dinamiche incestuose e ai “segreti di famiglia” presenti in esse. Prima della estinzione dell’Uomo di Neandertal erano due le specie umane sulla terra. Se è rimasta solo quella dell’Homo Sapiens, lo si deve al fatto che questa specie ha saputo aprirsi allo straniero e alla diversità, evitando di implodere su sé stessa con l’incesto e il cannibalismo. Al cannibalismo non siamo per fortuna ancora arrivati, almeno a quello fisico, ma quanto alle dinamiche incestuose, alla incapacità di lasciare andare i figli, alla paura dello straniero e del diverso colti non come risorsa e patrimonio, ma come minaccia si stiamo neandertalizzando ogni giorno di più. Purtroppo.

Perché stupirci allora, se le nostre case e le nostre famiglie stanno sempre più spesso diventando orribili mattatoi dove ancora non ci si mangia, ma sempre più si è spaesati, angosciati, angosciosamente soli, capaci solo di dilaniarci l’un l’altro, di ucciderci e di uccidere.

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La morte di Sarah, verità e segreti

La confessione dello zio sull’assassinio atroce della 15enne. L’assurdità della notizia in diretta Tv alla madre. Intervista a uno psicoterapeuta esperto nelle relazioni familiari.

Gigi Cortesi: un delitto maturato in famiglia 07/10/2010

Concetta Scazzi (a sinistra), mamma di Sarah, con la sorella Cosima Misseri nella puntata di Porta a Porta del 5 ottobre.

I delitti peggiori, i più inquietanti, sono quelli che avvengono in famiglia. Così è stato per Sarah Scazzi, la ragazzina di Avetrana molestata e uccisa dallo zio Michele Misseri, che lei vedeva da una vita perché frequentava lui, la zia sorella della madre e le cugine come fossero una seconda famiglia. In questi casi ci si chiede se nessuno abbia notato un interessamento morboso dell’uomo verso la ragazzina in fiore, se davvero fatti del genere si possano imputare all’impazzimento di un minuto o se non diano segnali , almeno ai più prossimi.

    Ne parliamo con lo psicologo e psicoterapeuta Gigi Cortesi, che esercita a Bergamo e segue soprattutto la psicoterapia della famiglia e della coppia, con riferimento alla scuola sistemica di Milano fondata da Mara Selvini. «Segnali ce n’erano senz’altro», osserva il dottor Cortesi, «ma in queste famiglie patologiche è fisiologico non vedere il problema dell’incesto: fa parte delle dinamiche della famiglia stessa. L’ultima persona che vede il problema è il padre o la madre, e se lo vedono lo negano. È un dato clinico, accertato da tutta la letteratura scientifica».

Cosa intende per “famiglie patologiche” con dinamiche incestuose”?
«Famiglie che hanno disfunzioni relazionali, che tendono anche a fare un’unica cosa tra lavoro, abitazione, familiarità, affetti. In questo caso lo zio era molto vicino, c’era un rapporto quotidiano con Sarah, e anche di Sara con la zia e la cugina. Una vicinanza anche fisica. Uomini come Misseri sono maschi incapaci di conquistare una femmina fuori dal loro territorio: per questo scattano dinamiche incestuose. Siccome non sanno accostare donne al di fuori, la vittima diventa la femmina più debole, la più controllabile. A monte c’è la chiusura implosiva della famiglia su sè stessa, e questo annulla il tabù dell’incesto, pensato e attuato da tutte le culture proprio a beneficio della famiglia. Il fenomeno della chiusura familiare è in crescita».

    Nella pianura bergamasca e nell’Italia settentrionale, per esempio, sono frequenti le case di 4-5 appartamenti abitate solo da parenti, con abitazione e lavoro tutti insieme. «Viene meno la scansione tra generazioni», prosegue lo psicoterapeuta Cortesi, «la possibilità di incontrare persone esterne: c’è un’implosione della famiglia su sè stessa. Il maschio è sempre più debole e incapace di affrontare donne esterne e la donna, abituata a un uomo debole, perpetua un rapporto da infermiera a paziente, da mamma a bambino. Sopporta il lato debole dell’uomo e non esige che faccia un salto di qualità».

Dossier a cura di Rosanna Biffi

Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

La personalità pedofila ha una strutturazione di personalità gravemente carente, a livello molto profondo, riguardante non l’orientamento sessuale, ma la costituzione, attivazione e strutturazione del Sé.

Il Sé della personalità pedofila può illudersi di ritrovare, contenere e amare sé stesso soltanto proiettandosi al di fuori di sé, in altro individuo rispetto a sé (di solito un bambino o una bambina), in una dinamica strutturalmente dissociativa.

La omosessualità o la eterosessualità sono invece orientamenti sessuali, non dinamiche né di per sé patologiche né di per sé dissociative. Ad affermarlo sono le massime autorità scientifiche, le istituzioni accademiche e cliniche ufficiali, riconosciute a livello internazionale. Chi asserisca il contrario, si pone fuori da quanto la comunità scientifica afferma da decenni.

Quanto al Sé sella personalità pedofila, si tratta di un Sé mai davvero amato dalla madre e/o dal padre, più o meno massicciamente rifiutato da lei e/o da lui, mai veramente contenuto, mai evoluto in una adeguata identificazione di sé. In tale condizioni il processo di identificazione del Sé non può fare altro che seguire i sentieri tragici della dissociazione e della proiezione.

Nel bambino o nella bambina amati, allora il Sé della personalità pedofila proietta, identifica e ama la parte dissociata di sé; si fa patologicamente madre e padre di sé stesso. Scambiandole per tensione e/o orgasmo erotici, la personalità pedofila in realtà persegue l’unità e la identificazione di un Sé dissociato, che si proietta e si identifica nel bambino o nella bambina amati; nella loro nudità e intimità proietta e tenta di identificare, raggiungere e integrare la propria irraggiungibile nudità e la propria irraggiungibile intimità.

Il tutto avviene all’interno di una dinamica strutturalmente compulsiva e delirante, dalla quale il Sé della personalità pedofila può essere improvvisamente distolto proprio dalla imprevista reazione della vittima. In questo caso, il Sé può essere così gravemente destabilizzato, da produrre comportamenti di assoluta violenza omicida.

È rarissimo tuttavia che tale estremo venga toccato. Non per questo si può di certo concludere che la pedofilia, anche qualora non sia omicida, non produca danni gravissimi; anzi, proprio l’apparente incolumità della vittima quasi sempre contribuisce a nascondere e coprire l’evento, impedendo in tale modo la constatazione del fatto e la precocità della terapia e producendo così un gravissimo danno ulteriore.

Il comportamento abituale del Sé dissociato è strutturalmente difensivo e paranoide: per questo il Sé della personalità pedofila ben difficilmente seleziona vittime che anche lontanamente possano lasciare prevedere reazioni non controllate o non controllabili, non previste o non prevedibili, non manipolate o non manipolabili; ben difficilmente si fida di vittime che non siano più che “sicure”. Di fatto, dunque, il Sé della personalità pedofila seleziona le proprie vittime soltanto all’interno di situazioni e – soprattutto – di ambienti vissuti come altamente rassicuranti, dove il rischio dell’imprevisto e dell’imprevedibile è tendenzialmente nullo; per questo gli ambiti abituali dell’azione pedofila sono soprattutto la casa familiare o, comunque, gli ambienti che il Sé sa di potere assolutamente controllare, assoggettare e dominare; per questo le vittime abituali sono persone senza alcun vero potere di resistenza, totalmente succubi e/o passive, del tutto sottoposte o assoggettate alla autorità di chi li sta abusando e violentando: per esempio un figlio o una figlia intimoriti; un bambino o una bambina isolati, tanto poco amati da accettare e subire qualsiasi parvenza di attenzione; un bambino o una bambina sottoposti a forti e indiscutibili vincoli di autorità e sottomissione familiare, affettiva, emotiva, morale, sociale, pedagogica, economica, religiosa; un bambino o una bambina incapaci di esprimersi, impossibilitati a farlo (come, per esempio, un bambino gravemente handicappato), comunque non creduti o non credibili qualora dicano o rivelino qualcosa.

Tutte queste considerazioni non possono non portare ad alcune considerazioni molto rilevanti. Se è vero che di per sé non c’è un rapporto diretto tra celibato e pedofilia, è altrettanto vero che – come si è detto – il Sé della personalità pedofila non agisce se non in ambienti che avverte e vive come totalmente sicuri. Per questo la presenza della sua azione è sempre segno che la famiglia, il luogo, l’ambiente, la struttura o l’istituzione, all’interno dei quali la pedofilia è praticata sono di fatto percepiti e percepibili dal Sé della personalità pedofila come sicuri e/o assolutamente non a rischio. Si tratta di ambienti familiari o di contesti ambientali nei quali la pedofilia è praticata in modo più o meno tacitamente accettato o tradizionalmente subito come abituale, di fatto non contestato. Non necessariamente si tratta di famiglie o di contesti ambientalii culturalmente o socialmente degradati; quasi sempre, invece si tratta di famiglie e di contesti ambientali caratterizzati da dinamiche incestuose per lo più coperte e non necessariamente consumate fiscamente. Spesso le dinamiche patologiche e disfunzionali che da generazioni caratterizzano tali famiglie e tali contesti ambientali subiscono, coprono, rimuovono o negano la stessa presenza del fenomeno, per cui la vittima delle attenzioni pedofile non soltanto non è tutelata, ma, qualora trovi la forza o la possibilità di dire quanto sta subendo, non viene neppure creduta e, purtroppo quasi sempre, viene accusata di inventarsi le cose e di essere – lei, la vittima – un folle, che colpevolmente accusa persone del tutto innocenti. Il che contribuisce, oltre che a isolare gravemente la vittima, a destabilizzarla sempre più, in una inaudita spirale di violenza psicologica, dalla quale è molto difficile potere uscire e non subire danni sempre più gravi.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Troverai anche altri tre miei libri.

 

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

1.2.5.3.- Le gravidanze «extrauterine». Accenno alla mamma di Cogne

 

Ci sono poi le gravidanze che io chiamo «extrauterine», naturalmente non in senso fisico (per questo metto le virgolette), ma in quello psicologico e relazionale.

Accadono proprio a quelle madri che non hanno mai davvero partorito il figlio privilegiato (quasi sempre il primo figlio maschio), quando, come talora succede, abbiano altri figli. È come se questi altri figli non venissero mai accolti davvero dalla gravidanza materna; del resto come potrebbero occupare un utero già «occupato»? Se nel caso del figlio privilegiato, si può parlare di gravidanze infinite, che non portano mai a un vero parto psicologico, nel caso dei figli «extrauterini» si può parlare di gravidanze mai veramente annidate, forse soltanto sopportate o messe lì in una qualsiasi dependance del proprio Sé, così caratterizzato da nodi o dinamiche dissociativi.

Nei confronti di questi figli la madre, per lo più senza neppure accorgersene, ha atteggiamenti e comportamenti molto meno attenti, empatici e accudenti; spesso, più o meno inconsciamente1, dà per scontato che essi abbiano meno diritti del figlio privilegiato e che essi debbano in certa misura servire al fratello2.

Nel sentire della madre di Cogne3, che, secondo la sentenza di primo e secondo grado, confermata in Cassazione, ha ucciso il figlio secondogenito il giorno del compleanno del primogenito, cioè della sua prima vera festa (quasi una sua iniziazione sociale), mi è venuto da pensare che, a livello profondo e probabilmente inconscio, quella madre stava, in quel terribile momento, non tanto uccidendo un figlio, che, piangendo, le chiedeva attenzione, quanto difendendo l’unico suo «vero» figlio, l’unica sua «vera» gravidanza. Una madre, se uccide, uccide per difesa4, soprattutto se e quando in gioco c’è la difesa (dalla possibile perdita) della propria relazione con l’unico figlio di cui si senta davvero madre, per giunta madre intransitiva.

A quanto noto nella mia esperienza clinica, è soprattutto una ragione a spingere, più o meno inconsciamente, la madre a privilegiare il primo figlio maschio a scapito degli altri figli. Si tratta di donne che di solito non hanno adeguatamente elaborato e integrato la dinamica edipica, per cui l’unico vero uomo della loro vita è il padre (o il loro primo fratello5); sono perciò più o meno invischiate in dinamiche psicologicamente incestuose. Il primo loro figlio (ripeto, soprattutto se maschio) è perciò, da un punto di vista psicologico e relazionale, «figlio del nonno» (o «figlio dello zio »). Non a caso egli viene spesso portato ed educato nella casa del nonno (o dello zio) materno6; come tale, essendo il figlio dell’unico uomo amato davvero, è percepito dalla madre in modo positivo e valido .

Gli altri figli, invece, in quanto «figli del marito», di un marito che di solito è un uomo debole e fragile (di solito non ha adeguatamente superato o elaborato l’Edipo), sono percepiti in modo meno positivo, quando non addirittura svalutante7. Sono appunto figli «extrauterini», che mai hanno potuto davvero annidarsi nell’utero di quella madre.

 

1 Di frequente queste madri negano che ciò avvenga, spesso alla faccia della più palese delle evidenze, confermando in tale modo la presenza di nodi dissociativi.

2 Mi pare dolorosamente emblematico il caso non raro di madri nubili che, pure di dare un cognome e un padre legale al figlio, si sposano con uomini che non amano o magari neppure stimano e con cui di certo non hanno una relazione particolarmente significativa e un coinvolgimento autentico, per cui le gravidanze successive sono vissute, per lo più inconsciamente, come un “prezzo” o un “risarcimento” da pagare per tutelare l’unica loro vera gravidanza. Non a caso, ho potuto notare che i figli successivi, in particolare il primo o la prima, spesso presentavano disturbi con rilevante componente dissociativa.

3 Mi riferisco qui ad Annamaria Franzoni in Lorenzi, che ormai da anni sta interessando il giornalismo di cronaca e di costume con la sua tragica vicenda, legata all’uccisione del figlio secondogenito Samuele, avvenuta a Cogne il 30 gennaio 2002. Condannata in primo e secondo grado e in Cassazione, si è sempre proclamata innocente.

4 Il pomeriggio del giorno in cui Samuele viene ucciso ci sarebbe dovuta essere la festa di compleanno del figlio primogenito Davide, con il previsto invito di molti compagni di Davide e anche delle mamme: si trattava di fatto di una vera e propria entrata in società di Davide, che da poco aveva cominciato a frequentare la prima elementare (non si dimentichi che i sei anni sono l’età in cui il bambino compie la fase dell’Edipo e nasce al sociale in modo pieno, cosa che da noi coincide proprio con l’accesso alle Elementari). Era dunque un giorno di estremo rilievo per la madre, che da un lato vedeva il figlio primogenito emanciparsi, dall’altro lo “perdeva” (a monte di questo tanto eccessivo senso di “perdita” c’è senz’altro una grave disfunzione relazionale sia nella coppia che in entrambe le famiglie di origine). Se, come risulta dalle condanne in primo e secondo grado confermate in Cassazione, è stata la madre a uccidere Samuele, la dinamica omicida è spiegabile proprio a partire dall’analisi di questo conflitto materno tra il desiderio di tenere tutto per sé il figlio primogenito e quello contrapposto di vederlo aprirsi al sociale e al mondo degli altri, proprio attraverso quella festa che poi di fatto, guarda caso, non c’è. L’omicidio avviene in stretta coincidenza con la uscita da casa di Davide, che, accompagnato dalla madre, fa le poche decine di metri che lo portano alla fermata del pulmino per la scuola: è dunque il momento della uscita da casa, proprio nel giorno in cui Davide dovrebbe, nella misura prevista dalla sua età, uscirne anche psicologicamente.

Nei dati di cronaca, non ho letto se e quanto il padre Stefano fosse coinvolto in questa festa, se e come in essa fosse prevista o esclusa la presenza sua e/o di altre figure maschili della famiglia (per esempio quella dei nonni, in particolare di quello materno); la cosa non mi parrebbe priva di rilievo, considerato che il festeggiato è il primo figlio maschio e che la festa ha una indubbia valenza iniziatica (costituiva, come si è detto, una vera e propria entrata in società). In sé curioso (vista anche la non frequente combinazione dei due nomi), è poi il fatto che, nella Bibbia, Samuele è colui che permette e consacra il passaggio dal regno del vecchio Saul a quello del piccolo Davide.

5 Vedi quanto detto in 1.2.8.4. Appendice Quarta: “Dare il figlio al padre”.

6 Che a occuparsi del nipote sia poi di fatto prevalentemente la nonna materna, non modifica il quadro relazionale. Ciò potrebbe difatti essere ascritto a una motivazione aggiuntiva molto complessa e, a mio avviso, giocata soprattutto in tre direzioni tra loro solo apparentemente contraddittorie:

  1. da un lato la figlia, obbligando la madre a occuparsi del bambino, la colpisce, riaffermando ancora di più la propria vittoria edipica su di lei, che in tale modo è riuscita a “dare un figlio” al padre (o al fratello), per giunta usando la madre come baby sitter a tempo pieno;

  2. dall’altro la figlia gratifica e risarcisce la madre, dichiarandola di fatto la madre, che lei colpevolmente ha “tradito”, come la migliore e l’unica davvero in grado di accudire il bambino;

  3. dall’altro ancora la figlia – attraverso l’accudimento del bambino – punisce la madre del fatto che, perdendo il confronto edipico con lei, ha finito incestuosamente con lo scaricarle addosso il padre o il fratello, come se le dicesse: “se a concepirlo e a partorirlo ho dovuto pensarci io, almeno ad accudirlo devi pensarci tu, che mi hai buttato addosso tuo marito”.

7 In seduta, in modo del tutto significativo e notevole, difficilmente si sbagliano: quando parlano degli altri figli, si rivolgono al marito e quasi sempre dicono: “i tuoi figli”; quando parlano del figlio privilegiato, non capita mai, che io sappia o che io ricordi (e su questo sto molto attento), che escano a dire al marito: “tuo figlio”.

Incesto e cecità degli individui e della società

Come bene avevano intuito gli antichi greci, la cecità, cioè l’incapacità di vedere, è la dimensione più propria dell’incesto.

Oggi tuttavia l’esperienza clinica e la sua elaborazione teorica ci permettono di meglio precisare la formidabile intuizione degli antichi. La cecità è non soltanto l’esito finale dell’incesto (Edipo si accieca dopo avere saputo dell’incesto con la propria madre Giocasta, dalla quale ha avuto quattro figli); ne è – ancora di più – la costante e la causa, in un circolo vizioso micidiale: l’incesto produce cecità, la cecità produce incesto.

Nella famiglia e fuori dalla famiglia nessuno vede. All’interno della famiglia la madre non vede l’incesto tra il padre e la figlia o tra il padre e il figlio (quando parlo di padre e di madre, li intendo in senso sia naturale che acquisito); il padre non vede l’incesto tra la madre e il figlio o tra la madre e la figlia. Identica cecità anche in ordine ad incesti che coinvolgano anche i nonni e le nonne con i nipoti o le nipoti, oppure i suoceri e le suocere con i generi o le nuore. Mi è capitato di vedere tutte le varianti possibili sia in ordine ai ruoli che alle età delle persone coinvolte. Eppure- sempre – il tutto avviene nella cecità più o meno assoluta: nessuno vede, nessuno vuole davvero vedere (per esempio, se e quando la terapia fa emergere l’incesto, cala o si estingue la motivazione terapeutica, quasi a dire: “vogliamo solo una terapia che ci permetta di continuare a non vedere, che di fatto legittimi il nostra non vedere”). Anche di fronte alla evidenza dei fatti, la prima reazione della famiglia è di non vedere o di negare l’evidenza o di sminuirne il più possibile l’ammissione. Gli stessi protagonisti, spesso, si convincono sempre più di essersi soltanto immaginati, forse di essersi solo sognati. É come se scattasse un corto circuito cognitivo: siccome non è possibile che una tale cosa avvenga, devo per forza essermela sognata, immaginata, colpevolmente sognata, colpevolemnete immaginata.

In atri casi, capita che la cecità assuma la forma della banalizzazione dell’evento, del suo significato, della sua portata: “in fondo che male c’è?”, “dove è il problema?”, “non abbiamo fatto del male a nessuno”. Ricordo la frase di una madre, quando seppe che il suocero-nonno per una notte intera aveva fatto sesso con la ragazzina di nove anni: “in fondo non le ha fatto male e poi lei era mezzo addormentata”.

Anche la società pare proprio non vedere. Non mi è mai capitato di sentire di insegnanti o educatori di vario tipo che si siano davvero accorti che un ragazzo o una ragazza stavano vivendo una esperienza di incesto. Eppure basterebbe poco per vedere o per potere vedere. Basterebbe dare alcune chiavi di lettura dei comportamenti. Ma – ecco il punto – nessuno si sogna di porre il problema e, di conseguenza, i rimedi, proprio perché nessuno vuole vedere, proprio perché la società e le istituzioni non vogliono vedere, i giornali non vogliono vedere e non ne vogliono parlare. Quando “scoppiano” casi innegabili (per esempio il caso dal padre austriaco che ha tenuto per anni e anni segregata la figlia, facendola più volte partorire o abortire), si tende a proporre il caso come del tutto eccezionale e mostruoso, come l’eccezione che esce da una normalità intatta e rassicurante.

Credo che proprio qui stia l’aspetto più grave del problema: il non vedere, il non volere vedere e ammettere la diffusione dell’incesto, la sua – oserei dire – “normalità”. Quando una violenza tanto grande tende a porsi come “normale”, a essere cioè di fatto ammessa e consentita, lasciata accadere, allora quella violenza è inarrestabile. Ciò che si lascia accadere alla fine non interroga più, non pone più problemi, non è più un problema. A lasciare accadere la violenza come se fosse normale riescono i nazismi e la barbarie quando l’ottundimento della coscienza e della morale sono tanto scontati e diffusi da diventare e da essere – appunto – normali, di fatto se non di nome.

Chi è coinvolto in situazioni di incesto è vittima e causa di deficit cognitivi rilevanti. Lo stesso non vedere di cui abbiamo parlato è già di per sé un deficit cognitivo. Ma qui intendo qualcosa di più profondo e grave. La condizione della conoscenza è la presa di distanza: se non c’è presa di distanza, non c’è conoscenza, si estingue la conoscenza: sempre più, sempre più diffusamente, sempre più profondamente, fino a toccare la capacità di conoscere non soltanto con la mente, ma con il cuore, con l’anima, con l’empatia, con lo spirito. Ebbene la prima presa di distanza, quella che dà l’imprinting e la stessa possibilità di esserci di ogni altra è quella dal genitore, dalla madre, dal padre. È proprio questa prima, decisiva, fondamentale presa di distanza a venire negata dall’incesto (non solo quindi da quello fisico, ma prima ancora da quello psicologico tipico di famiglie e di società che impediscono od ostacolo lo svincolo dei figli). Per questo l’incesto produce la morte della conoscenza, del conoscere, dell’evolvere. Per questo, se l’incesto diventa o già è la “normalità”, a essere in gioco sono non soltanto la coscienza e la conoscenza di alcuni individui, ma quelle della intera società o della intera civiltà. Allora il rischio è quello della neandertalizzazione dell’homo sapiens, quindi della sua estinzione. Già questo blog ha parlato di neandertalizzazione in alcuni articoli. A essi rimando.

 

 

L’omicidio-suicidio di Rho: marito spara alla moglie e poi si uccide. I due figli assistono alla scena

Un amico mi chiede di “spiegare” le ragioni di questa notizia:

“Marito e moglie sono stati trovati morti per strada questa mattina a Rho, nel Milanese. I coniugi, padre e madre di due figli piccoli, vivevano separati e erano frequenti i litigi. Sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Gli inquirenti pensano ad un omicidio-suicidio per motivi passionali.
Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, Piero Amariti, 34 anni, avrebbe impugnato la pistola e avrebbe sparato almeno un paio di colpi contro la moglie, Cristina Messina, poi avrebbe rivolto l’arma contro di sé. Il dramma a pochi passi dall’abitazione in cui viveva, dopo la separazione, la donna e i loro due figli piccoli un maschio di sei anni e una femmina di 3-4 anni, che hanno assistito alla scena.
Per la donna 33enne, che lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre, e il marito che lavorava in un’agenzia di pratiche assicurative, sono stati inutili i soccorsi del 118: sono morti sul colpo. La coppia, in cui erano frequenti i litigi, avrebbe iniziato a discutere animatamente all’interno dell’abitazione dove viveva solo la moglie con i figli piccoli. Poi, il marito avrebbe impugnato la pistola e lei avrebbe tentato la fuga, durata solo pochi passi. I proiettili l’hanno colpita e uccisa davanti alla loro casa. Poi l’uomo avrebbe rivolto l’arma contro di sé morendo accanto a lei”.

Di suo il mio amico aggiunge: “Io non so spiegarmi questa cosa. Ma un fatto del genere mi fa venire in mente che certe cose possono accadere all’improvviso. Tutto all’improvviso precipita. Insomma, nelle relazioni familiari può accadere ciò che accade a un aereoplano: non funzionano i motori e cade. E’ questo che è scioccante: le relazioni familiari non hanno al loro interno l’antidoto che sappia prevenire questo. Non c’è un meccanismo sicuro che metta al riparo da questo. Le relazioni familiari non sono un baluardo sufficientemente blindato per difendersi da sé stesse. Mi spaventa”.

I cronisti e, in generale, la stampa forniscono dati del tutto parziali, insufficienti per una analisi seria: di fronte a simili notizie posso solo esprimere ipotesi o suggerire dove occorrerebbe avere dati ulteriori.

La mia prima impressione: la coppia in gioco non si è mai davvero costituita. Lei, attaccata al proprio padre, non si è mai davvero “sposata” con lui. Magari, a livello conscio, ha pensato, creduto o, come si usa dire, sentito di amarlo, ma a livello profondo l’attaccamento al padre ha sempre prevalso. Non a caso, “lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre”. Probabilmente questa donna fungeva da «coniuge compensatorio» del proprio padre «Coniuge compensatorio» è espressione tipica della psicologia sistemica. Sta a indicare il ruolo che la figlia svolge, supplendo-sostituendo la propria madre e ponendosi lei come la vera più importante interlocutrice del padre, spesso lasciato solo a sé stesso da una moglie tutta presa dalla funzione materna (di solito concentrata sul primo figlio maschio). Si tratta di un vero e proprio incesto relazionale padre-figlia (spesso, come ho appena suggerito, simmetrico a un incesto relazionale madre-figlio), coperto (cioè nascosto) dal fatto che non c’è l’incesto fisico. In tale situazione la figlia, per lo più inconsciamente, usa il marito come banca dal seme, così da potere dare un figlio al proprio padre. Il nonno sarà perciò il vero padre relazionale del nipote (di solito, come in questo caso, un maschio).

Per dinamiche di questo tipo, la figlia facilmente (e per lo più inconsciamente) seleziona (in coppie siffatte quasi sempre la prima mossa dell’approccio e del corteggiamento non è mai di lui, ma di lei) un maschio debole, spesso con grosse carenze affettive, tali da portarlo prima o poi a comportamenti aggressivi o, comunque, irresponsabili e inadeguati. Questi giustificheranno la separazione di lei da lui. Come per l’approccio e per il corteggiamento, anche la prima mossa della separazione tocca quasi sempre a lei, anche se poi è lui a viverla con più coinvolgimento, spesso con acrimonia molto accentuata e ossessiva.

La crisi di coppia, che porta alla separazione avviene di solito durante la fase edipica del figlio (3-6 anni), che è proprio l’età nella quale il figlio viene psicologicamente e relazionalmente dato al padre psicologico e relazionale.

Di fronte alla crisi di coppia una delle mosse più frequenti è quella di un secondo concepimento, solitamente (come in questo caso) di una bambina. Da parte di lui, il concepimento è il tentativo inconscio di tenere legata lei; da parte di lei è il tentativo inconscio di risarcire lui, quasi di ripagarlo, rimettendo in scena con la bambina quel modello di relazione consolatoria padre-figlia che lei stessa ha vissuto con il proprio padre.

Non sempre, però, quello che ha funzionato o sembrato funzionare nella generazione precedente funziona in quella seguente. Se il gioco delle relazioni familiari non funziona, il passaggio da una generazione all’altra aggrava la situazione, rendendola sempre più patogena ed esplosiva.

Lui, se – come nel caso in questione – è del tutto sprovvisto di adeguate strutture psicologiche di distacco-separazione e di elaborazione del distacco-separazione, può trasformarsi nel persecutore ossessivo di lei. Per lui la dinamica davvero erotica sta nella persecuzione di lei, fino a possederla completamente nell’orgasmo del delirio psicotico: se ti uccido sarai sempre mia; se mi uccido sarò sempre con te e tu non potrai più abbandonarmi. Emerge così la vera natura di lui: un bambino mai accolto, forse rifiutato o abbandonato, che sposta e proietta su di lei quelle dinamiche di dipendenza e di rabbia che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre.

A pagare sono i bambini, figli di due figli mai diventati adulti, spettatori impotenti di eventi troppo grandi per loro, lì su una strada che non esce da nessuna vera casa e non porta a nessuna vera casa.  

 

 

Il folle gesto d’incesto e la ricerca del padre: Lucio Fontana in mostra a Palazzolo sull’Oglio

Non so nulla o quasi di Lucio Fontana, né mi curo di saper di lui più che tre cose: aveva una madre attrice di teatro, un padre scultore, fece opere in cui bucò o tagliò le tele. Ciò mi basta per lavorare d’immaginazione sull’arte sua e sulla sua poetica.

Che c’è di più bello dell’ignoranza che alimenta l’immaginazione? Non sono peraltro uso a far tale esercizio; di solito il rigore mi sostiene e voglio che mi sostenga. Ma qui mi piace interpretare così come viene, solo perché così mi viene, godendo d’ignoranza. Il lettore, stavolta, pensi quel che gli aggrada; a me aggrada solamente dire quel che sto per dire.

La tela è la madre. Le attrici sono di tela, sono tela: non quella dei quadri, ma quella dello schermo non usurpata dall’olio unto del dipinto, ma sfiorata dalla farfalla dell’immagine proiettata, baciata dal suo volare inconsistente. Questa mi pare la tela per Fontana, tela da schermo, non da quadro; da cinema, più ancora che da teatro. Un’attrice è sempre un po’ scissa, ma lì su quello schermo di tela rende aerea la sua dissociazione, la trasforma in sogno imprendibile, in fotogramma d’illusione, che non lascia segno. Allora lì il punteruolo fallico che buca o il rasoio dissacrante che penetra consacrano il gesto d’incesto del figlio, lo ammettono, lo permettono, lo salvano, lo purificano, fino all’arte e all’epistrofé del simbolo.

Solo così la madre è obbligata a partorire il figlio, a lasciarlo nascere, a non possederlo più. Solo con questa gestazione d’incesto il figlio si libera della sua stretta, e finalmente può andare al padre e al mondo. Muore la tela, muore la pittura, nasce la forma che della scultura è materia e anima.

La scultura sta oltre il buco e il taglio. Solo in questo trans-gredire la forma è per-messa e il padre è ra-g-giunto. Solo in quest’arte l’incesto è parto e vita, è la cecità saggia di chi a Colono parla ai padri e li ri-trova.

Questo mi è sovvenuto in quel di Palazzolo, vedendo le tagliate tele di Lucio Fontana, un artista di cui so solo le tre cose che ho detto e l’emozione che sempre provo al godermi le opere sue.

L’occasione mi è stata offerta dalla mirabile mostra “Spazio, colore, immagine. Emblemi d’arte contemporaneia: da Hartung a Fontana, da Tàpies a Warhol”, frutto di coraggio e genio da parte del curatore Paolo Campiglio e della provvida Fondazione Ambrosetti, a Palazzolo sull’Oglio, in via Matteotti al 53. Un solo rammarico: oltre a Rosi e a me nessuno respirava con noi quelle splendide sale. Solitaria è l’arte vera. Soltanto ci accompagnava la grazia gentile di Chiara, la custode vestale fanciulla che ci ha dispensato l’ambrosia di sì bella visita.

Consiglio ai miei lettori il piacere di tanta avventura: la mostra dura fino al 30 luglio.

Aforisma della donna

madre, figlia e moglie

 

per partorire un figlio

bastano nove mesi

 

per partorire un padre

basta una buona psicoterapia

 

per partorire un marito

occorre prima partorire sé stessa

 

 

 

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Secondo caso: quando il figlio è disturbato a livello psicotico o narcisistico

Continua con questo articolo il discorso avviato nel post Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Secondo caso: strutturazioni problematiche del figlio a livello del Sé

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello del Sé la personalità del figlio risulta disturbata a livello o psicotico o narcisistico, situazioni queste di ulteriore gravità. Mentre nel primo caso alla base del rapporto tra madre e figlio c’è innanzi tutto la solitudine della madre e il suo bisogno di compensarla attraverso il figlio, dipendendo lei mamma da lui figlio (e sullo sfondo, ripeto, ci sono l’incapacità del padre e della madre di intrattenere tra loro un vero rapporto di coppia non solo genitoriale), nel secondo caso alla base del rapporto tra figlio e madre ci sono prima di tutto i deficit profondi del figlio nella identificazione di sé:

  • nel caso di un disturbo a livello psicotico: il figlio (si tratta spesso di secondogeniti con primogenito maschio) non è stato pienamente accettato o accudito dalla madre (che solitamente nega o rimuove tali carenze), oppure è stato rifiutato o abbandonato da lei del tutto o anche soltanto temporaneamente, come nel caso di depressioni post partum della madre e di assenze o ricoveri prolungati. Ne consegue una strutturazione altamente deficitaria del Sé del figlio, che, proprio a causa della disconferma materna, non riesce a costituire ed elaborare adeguate strutture di svincolo e di autonomia, finendo con il dipendere massicciamente dalla madre (le madri più carenti creano le dipendenze più gravi); se poi oltre a quella materna subisce anche la disconferma paterna, difficilmente il Sé sfugge alla psicosi, che lo ributta ancora di più sulla madre fino al rischio della scissione schizofrenica;
  • nel caso di un disturbo di personalità a livello narcisistico: il figlio (di solito il primogenito maschio) è irretito dalla madre, che gli butta addosso eccessive proiezioni di attese-aspettative-pretese grandiose. La madre non ascolta il Sé autentico del figlio, ma i bisogni del proprio Sé proiettato sul figlio, inconsciamente manipolando il figlio e costringendolo di fatto a realizzare quanto lei vuole da lui; di fatto la madre gonfia a dismisura il Sé del figlio, che si viene sempre più costituendo e strutturando come “falso Sé”, obbligato a performances sempre più in linea con le grandiose aspettative materne. Si tratta di madri che quanto meno presentano a livello profondo forti nodi dissociativi e una profonda invidia del maschile: per questo si proiettano sul figlio maschio, come se fosse una loro protesi maschile da controllare, gonfiare, così da ottenere attraverso il figlio quelle realizzazioni di sé e quelle affermazioni sociali che come donne non hanno mai potuto o saputo raggiungere. È come se la madre considerasse il figlio una propria emanazione, come se volesse lei viversi in lui e attraverso di lui, più attenta ai propri bisogni che all’ascolto del sé autentico del bambino, della sua vera identità, dei suoi veri bisogni. In taluni casi (specie in presenza di un mancato sostegno paterno del figlio o addirittura di una profonda svalutazione paterna1) la grandiosità del “falso Sé” può, soprattutto in vecchiaia, degenerare in un delirio di onnipotenza schizofrenico. Come sono stati manipolati dalla madre nella relazione diaccudimento, a loro volta questi figli useranno e manipoleranno nella relazione d’amore la persona che crederanno di amare.

In entrambi i casi (si tratti di disturbo a libello psicotico o a livello narcisistico) l’incesto e la dinamica incestuosa che a esso può portare non si esauriscono nell’esercizio di un ruolo da coniuge compensatorio o consolatorio nei confronti della madre, ma tendono alla fusione tra figlio e madre. Più che sostituire il padre ponendosi come vero e unico interlocutore emotivo e affettivo della madre (Primo caso), il figlio tende fare una cosa sola con la madre, in una dinamica fusionale abissale, come se il figlio nell’incesto volesse diventare la madre, essere la madre. Non a caso il Secondo caso riguarda personalità dalla identità di genere problematica, comunque non evoluta e definita in modo corretto, con frange più o meno consistenti, rimosse o negate di ambivalente orientamento sessuale.

Se nel Primo caso è innanzi tutto la madre a dipendere dal figlio e dal bisogno di farsi consolare da lui, nella seconda possibilità è innanzi tutto il figlio a dipendere dalla madre, a inseguirla fino all’assurdo fusionale: o rincorrendola per tutta la vita, nella speranza che in modo del tutto improbabile lei si accorga finalmente e autenticamente di lui, cominciando a volergli bene davvero; o spingendo fino all’estremo della ossessione e del parossismo il bisogno di soddisfare sempre più le attese-pretese della madre, sempre idealizzandola come la più grande e bella e brava delle madri, con conseguente svalutazione di ogni altra donna. Il narcisista disturbato dopo corteggiamenti magari apparentemente bellissimi e irresistibili (nessuno meglio di un narcisista può illudere in tale senso) colpisce e umilia sempre di più la femminilità e la maternità della propria compagna (come se, in questo modo, dicesse alla propria madre: “vedi, nessuna è grande, bella e buona come te”).

Nel Secondo caso, dunque, la paura della perdita della madre può – riattivandolo -accelerare e fare emergere il bisogno fusionale del figlio, spingendolo all’incesto-fusione.

Comunque sia, che appartenga al primo caso o al secondo, il fidanzato di Donatella non pare avere avvertito il dolore e i vissuti di frustrazione femminile di Donatella, cosa questa che dimostra o l’incapacità di ascoltare Donatella o l’intenzione più o meno inconscia di umiliarla, escluderla dall’unica relazione importante per lui, quella fusionale con la madre.

Mi capita spesso, durante le terapie, di esortare le donne a fidarsi di più della loro femminilità, delle loro sensazioni “di pancia”! Difficilmente la pancia di una donna sbaglia. Per questo a Donatella dico di fidarsi di più di sé stessa, di non avere paura di aspettare. È molto meno pericoloso restare sole per un po’, piuttosto che incappare in un uomo che non sappia fare altro che andare a letto con la madre.

 

1Di solito i padri di figli con disturbo narcisistico della personalità sono personalità deboli, mai veramente amati dalla moglie e di fatto usati da lei dapprima come indispensabili portatori di sperma, poi come necessari garanti del benessere economico della famiglia (per queste donne i soldi e l’acquisizione di uno status sociale superiore sono il senso vero e profondo della vita, anche se a livello conscio spesso negano questo). Spesso tale tipo di padre, più che di svalutare e disconfermare il figlio prediletto dalla moglie, si preoccupa di defilarsi il più possibile, così da non dovere confrontarsi con lei e con i suoi nodi dissociativi. Semmai il padre soffia sulla rabbia dell’eventuale secondogenito/a, lasciandolo/a fare e non bloccando le sue provocazioni e la sue sregolatezza, di fatto delegando a lui/lei il compito di disturbare una moglie per lui altrimenti inaffondabile.

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Mi scrive Donatella: «Mi sono imbattuta nel suo sito per caso, in un momento di sconforto, in quanto mi sono trovata davanti a una situazione per me disarmante. Io e il mio fidanzato abbiamo 25 anni, e lui, in occasione di un intervento al quale la madre si è dovuta sottoporre, ha esasperato al massimo il suo lato “mammone”, se così possiamo dire. La mia figura di fidanzata è stata in un attimo annullata, mi sono sentita umiliata e mortificata, e soprattutto, minacciata ed esclusa da questo rapporto esclusivo tra madre e figlio. Mi sembrava che lui non avesse occhi che per lei, quasi fosse stata la madre la sua ragazza. Voglio sottolineare il fatto che sono una persona molto comprensiva, aperta mentalmente, e che non ho avuto questa reazione per gelosia, tuttavia, sono stata molto male. Soprattutto quando ho saputo che lui aveva dormito qualche notte con la madre, sfrattando il padre in un’altra stanza: per me ciò è impensabile, a 25 anni, è normale fare ancora queste cose?? Mica siamo più bambini?? Questo era il mio quesito, e cioè se questo gesto possa essere considerato (come mi ha replicato il mio fidanzato) “normale”».

Dormire a 25 anni con la mamma, sfrattando il padre, non mi pare proprio un comportamento corretto. Anche la condizione post-operatoria della madre non mi pare una motivazione sufficiente a giustificare il fatto, neppure se il fidanzato fosse un medico o un infermiere (quando mai un medico o un infermiere stanno nel letto del paziente?). Del resto la reazione e i vissuti di Donatella dicono che nel comportamento del fidanzato ci sono in gioco motivazioni che eccedono preoccupazioni puramente assistenziali, che, se pure ci fossero, ribadisco, non comporterebbero automaticamente né il dormire con la madre, né lo “sfrattare” il padre. È più probabile che la situazione di difficoltà della madre abbia fatto emergere nel figlio comportamenti che egli avrebbe già voluto attuare, ma che fino ad allora erano stati o rimossi o negati, comportamenti che indicano la presenza di strutture psichiche carenti o non adeguate. Il rischio di perdere la madre, che un intervento anche di per sé banale può fare affiorare nel figlio, fa by-passare difese psichiche anche molto consolidate, permettendo in tale modo l’espressione da un lato di comportamenti altrimenti censurati (rimossi o negati) dalla coscienza, dall’altro di strutturazioni problematiche del Sé o dell’Io.

Primo caso: strutturazioni problematiche a livello dell’Io

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello dell’Io la personalità del figlio risulta disturbata a livello nevrotico o prevalentemente nevrotico. Il figlio è irretito in un ruolo relazionale di “coniuge compensatorio”, cioè di effettivo e primario interlocutore emotivo e affettivo della madre, in una dinamica di incesto psicologico (ma in certi casi pure fisico) tra madre e figlio.

Il fatto che il padre si lasci così facilmente “sfrattare”, senza riuscire efficacemente né a protestare né a contrastare o a bloccare nella sua iniziativa il figlio, è di solito indice di una situazione di questo tipo: sotto sotto al padre fa gioco liberarsi della moglie apparentemente facendosi “sfrattare”, nei fatti cedendo o scaricando la moglie al figlio, così da potere “andarsene” per i fatti suoi1. Simmetricamente la madre subisce o accetta questo gioco, preferendo ripiegarsi sul figlio piuttosto che porre e affrontare con il marito il loro problema di coppia2. Di solito ciò avviene quando, al di la dell’esercizio della funzione genitoriale, padre e madre non sono una vera coppia, non costituiscono in modo adeguato un “noi” vero di marito e moglie, di uomo e donna, di maschio e femmina; spesso hanno vite e interessi lontani e poco coniugabili tra loro o – all’estremo opposto – hanno interessi troppo comuni (per esempio lavorano insieme, costituendo più una coppia di soci d’affari che non una coppia coniugale); di solito hanno una sessualità di coppia molto limitata o superficiale.

In questo caso il comportamento del figlio nasce dunque dalla solitudine coniugale della madre e dal suo conseguente bisogno di ripiegarsi sul figlio (in particolare il primogenito maschio), compensando e consolandosi nella relazione con lui. È come se, fin da quando lui era piccolo nella pancia o sul fasciatoio, si rivolgesse più o meno inconsciamente a lui con atteggiamenti o parole che più o meno esplicitamente e consciamente esprimevano questo concetto: “meno male che ci sei tu, altrimenti la mia vita sarebbe vuota”. Si tratta dunque di una donna che in modo massiccio tende a identificare la propria femminilità da un lato nell’esercizio – più eseguito che vissuto – della funzione materna, dall’altro nella supplica infantile e inconscia al figlio perché sia il suo consolatore, colui che “deve” dimostrare quanto lei è brava come madre.

1Il padre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere; vive il lavoro come droga e come sua identificazione primaria; ha relazioni fortemente compensatorie con altre donne o – più adolescenzialmente – con amici; ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da alcool o sostanze; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi o irresponsabili tali da relegarlo al ruolo non più di marito, ma di malato da assistere e controllare.

2 La madre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere (più spesso che nel maschio ha alle spalle storie di abusi o di violenze subite); è presa ossessivamente dal fare; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi, per cui tende a farsi compatire e a lamentarsi, colpevolizzando chi non la compatisca; cura poco la casa; ha relazioni fortemente compensatorie con ambienti estranei alla famiglia (parrocchia, associazioni varie, sette, palestre ecc.); ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da sostanze, soprattutto dall’alcool; è altamente controllante riguardo ai figli e alle nuore, spesso con affermazioni svalutanti e tali da fomentare conflitti, di cui poi è la prima a lamentarsi.

Articolo di Francesca Suardi

Family Secret. Quando il segreto trasuda, ovvero il destino dei segreti di famiglia (suicidio, paternità, aborto, incesto ecc.)

L’espressione: «segreti di famiglia»,si riferisce ad un’informazione (che può essere relativa a contenuti molto diversi, o a eventi passati) conosciuta da alcune persone della famiglia e tenuta nascosta ad altre. Segreti di famiglia riguardano ad esempio eventi come il suicidio di un membro della famiglia (nelle generazioni presenti e passate); la paternità biologica di un figlio; la genitorialità (adozione, ad esempio); abusi sessuali subiti (all’interno della famiglia – incesto -, o all’esterno). Alcuni specialisti nel campo della psicologia si sono interessati alla definizione del «segreto di famiglia». Fra questi Serge Tisseron, psicanalista francese, propone tre criteri, che differenziano un segreto di famiglia da un segreto qualunque. Il contenuto deve riguardare: ciò di cui non si parla; ciò che è vietato conoscere; ciò che fa soffrire le persone che detengono il segreto.

Per poter comprendere il tema dei segreti di famiglia è indispensabile riflettere sulle norme e sui valori della società in cui i segreti si formano. Un individuo esiste solo in un contesto di vita, in un’epoca con valori e norme che la caratterizzano. In effetti le norme culturali influiscono notevolmente sulla decisione da parte degli individui di raccontare o tacere un’informazione o una storia.La percezione da parte degli individui di sentirsi “libere” di raccontare il loro vissuto senza essere giudicate o al contrario, la parcezione di essere stigmatizzate, costituisce un elemento fondamentale nella costituzione del «segreto di famiglia». Diversi studi hanno confirmato che la disapprovazione sociale è una della ragioni più comuni per tenere «segreto» un evento di vita (Lane & Wegner, 1995; Pennebaker, 1993; Wegner & Erber, 1993; Major & Gramzow, 1999). La percezione da parte dell’individuo di aver infranto norme e valori condivisi (a cui aderisce o meno), è strettamente legata al vissuto soggettivo della persona che, trovandosi in una situazione “diversa” rispetto alla norma, pensa di poterla raccontare e condividere o ritiene sia meglio “nasconderla”.

Ad esempio, Major & Gramzow (1999), che si sono interessati al segreto legato all’aborto, intervistando 442 donne, hanno verificato che più la donna percepiva il tema dell’aborto come stigmatizzato socialmente, meno aveva parlato della propria esperienza, a due anni di distanza dall’evento vissuto.

Oltre al contesto normativo in cui i segreti emergono, è importante ricordare che la natura delle tematiche oggetto di «segreti» si modifica, con il passare del tempo e con i cambiamenti della società. Un esempio prototipico di un tema diventato «segreto di famiglia» di recente è la scelta da parte dei genitori di tacere a un figlio la natura del suo concepimento, nel caso di coppie che siano ricorse a tecniche di fecondazione assistita con dono di sperma. Tale segreto di famiglia non poteva esistere in anni in cui tali tecniche non erano state inventate; tuttavia, pur nella modernità, l’oggetto del segreto riguarda un tema che esiste da molto tempo, ossia quello della paternità biologica. Questo esempio illustra come il cambiamento della società rinnova l’attualità di un tema antico sotto una nuova forma. L’apetto positivo di un tale «rinnovamento di un tema antico» risiede nella maggiore comprensione delle dinamiche legate ai segreti di famiglia, grazie al fatto che molti «segreti moderni» sono legittimati dal riconoscimento legale. Il riconoscimento della legalità rende più agevole per le persone accettare di parlare della loro esperienza; in questo modo, grazie a studi empirici, abbiamo la possibilità di conoscere meglio l’influenza dei segreti di famiglia sul funzionemanto famigliare.

L’influenza del “segreto di famiglia” su ciascuno degli individui e sull’intera dinamica famigliare è conosciuta dai professionisti.

Per quanto riguarda il funzionamento individuale delle persone che detengono un segreto, si dispone di risultati di diverse ricerche nel campo della ricerca in psicologia, studi empirici hanno esaminato il funzionamento cognitivo dell’individuo, qualora questi si sforzi di tener segreta un’informazione. Il risultato più significativo è la confermata delle relazioni esistenti fra il voler nascondere un’informazione e l’emergenza di pensieri intrusivi legati al contenuto da nascondere. Ad esempio, persone a cui si è chiesto di non pensare ad un «orso bianco» prima di un’esperienza in laboratorio, hanno riferito aver avuto l’immagine di un orso bianco in mente durante tutta la durata dell’esperimento. Si è dunque scoperto che i pensieri intrusivi sono direttamente legati al tentativo di tenere segreta un’informazione. È stato quindi dimostrato che voler tener segreta un’informazione aumenta l’accessibilità dell’informazione stessa in memoria e che lo sforzo di «nascondere» l’informazione aumenta i pensieri intrusivi, in concomitanza al tentativo di sopprimerli. Il rischio di tale meccanismo di intrusione, soppressione del pensiero e successivo aumento dell’intrusione è quello del costituirsi di una spirale ossessiva (Lane & Wegner, 1995). Gli autori che si sono interessati ai meccanismi cognitivi legati al segreto scrivono «Why is keeping secrets such a dangerous business? One simple answer is that secrecy is a hard work» (Lane & Wegner, 1995, p.237). Pur non volendo pensare a qualcosa, dunque, ci si pensa; tale meccanismo si rinforza soprattutto quando si vuole tenere nascosto ciò che paradossalmente, viene in mente ancor più spesso .

È facile immaginare come lo sforzo di sopprimere un pensiero osessivo sia accompagnato da segni comportamentali non verbali. Fra le strategie utilizzate per tenere un segreto, una delle più usate è quella dell’evitamento di un tema. Tuttavia, l’evitamento di un tema ha delle conseguenze. Ad esempio, si immagini una persona che non vuole parlare della propria esperienza di un aborto , si sentirà coinvolta (p.ex. in imbarazzo) se durante una discussione si parlerà di questo tema; tuttavia, non volendo raccontare la propria esperienza, cercherà di dissimulare e non rendere esplicito il proprio malessere, cercando forse di controllare il proprio comportamento, cambiando argomento di discussione, etc.

Se si pensa ad un tale meccanismo per segreti di famiglia tenuti nascosti per anni, bisogna amplificarlo in modo esponenziale, per la durata degli anni in cui tale comportamento di «dissimulazione, controllo, messaggi contradditori» si è verificato, in un numero di innumerevoli situazioni vissute, legate al «segreto di famiglia».

Per questo motivo, nel campo della psicologia clinica, si è detto che «il segreto trasuda».

Serge Tisseron et Guy Ausloos sono fra professionisti di fama internazionale che si sono interessati alla tematica dei segreti di famiglia e che hanno parlato della loro conoscenza acquisita atttraverso l’esperienza clinica. Proprio Guy Ausloos, pedopsichiatra belga che lavora in Canada, ha tenuto di recente una conferenza in cui parlava dei «segreti di famiglia» (marzo 2009). Nel suo discorso ha ripreso il termine già utilizzato per i segreti di famiglia, dicendo, nell’espressione francese:“le secret suinte” (“il segreto trasuda”); con questa espressione si intende che i membri della famiglia che ignorano il segreto lo intuiscono anche senza conoscerne l’esistenza e senza poter identificare ciò di cui si tratta. Per spiegare meglio come il segreto trasuda, M. Ausloos ha utilizzato in modo figurato il paragone con il caratteristico colore dei soffitti delle case della regione di fabbricazione del cognac. Infatti in questo processo di invecchiamento del cognac, chiamato “la part des anges” (l’evaporazione) è caratterizzata dalla produzione di una “muffa-champignon”, di colore nero, che si trova sui muri e i soffitti dei luoghi di produzione del cognac. I turisti e tutte le persone che non conoscono il processo di invecchiamento del cognac, non abitando la regione, si chiedono, visitando i luoghi, cosa sia la muffa sui muri mentre tutti gli abitanti della regione sanno benissimo a cosa sia dovuta. Nello stesso modo dunque, i segreti di famiglia trasudano dai muri delle case.

La sofferenza è definita caratteristica delle persone che detengono il segreto come criterio di definizione di un «segreto di famiglia». A mio avviso, la sofferenza caratterizza per definizione anche le persone che ignorano il segreto; forse in modo più velato e meno conosciuto. Vivere per anni in un’atmosfera familiare in cui esistono meccanismi comunicativi disfunzionali (p.ex. l’evitamento di temi specifici sono elementi che costituiscono una fonte di sofferenza da parte delle persone che ignorano il segreto. L’influenza nefasta dei segreti di famiglia sugli individui che la compongono risiede probabilmente nell’intrecciarsi della sofferenza fra i detentori del segreto e le persone che lo ignorano (pur percependone l’esistenza).

Tuttavia , pur trasudando dai muri come lo champignon del cognac, i segreti di famiglia possono restare impliciti e non rivelati per anni o decenni. Spesso restano sepolti senza essere raccontati.

Alla luce dell’esperienza clinica, corroborata dagli studi empirici, i professionisti incoraggiano le persone che detengono il segreto a chiedere aiuto per valutare attentamente se e come comunicare un segreto all’interno di una famiglia. Una ricerca ha messo in evidenza che le famiglie in cui il segreto era stato rivelato erano quelle che avevano un miglior funzionamento (Berger & Paul, 2008). La valutazione dello stile comunicativo di queste famiglie è stata effettuata dai figli, giovani adulti, delle coppie che avevano svelato il segreto (riguardo alla fecondazione assistita).

La maggior parte delle volte, le persone coinvolte direttamente in “segreti” sono dei genitori che chiedono aiuto e consiglio riguardo a un segreto che si chiedono se sia opportuno rivelare ai loro figli. In generale, i professionisti consigliano di svelare i segreti il più presto possibile ai bambini, con parole che essi possano comprendere. Raccontare a un figlio in termini che siano per lui comprensibili permetterà al bambino di crescere sentendosi libero di chiedere ulteriori informazioni se ne sentirà il bisogno. In tal modo, il bambino potrà comprendere secondo il proprio ritmo evolutivo eventi che, non raccontati, diventerebbero «segreti nocivi» la cui rivelazione sarebbe molto più dolorosa anni più tardi.

Riguardo a segreti svelati in età adulta, i professionisti (fra cui Guy Ausloos), insistono sul bisogno di cautela: i segreti svelati “troppo tardi”, possono «fare disastri». Infatti, le persone a cui viene svelato un segreto che esiste da anni e che le riguarda, possono avere l’impressione che i famigliari e tutte le persone a conoscenza del segreto “abbiano mentito loro per anni”. In effetti, nei casi dei «segreti di famiglia», molte persone sono a conoscenza del segreto ma paradossalmente, nessuno ne parla. Il pensare di essere stati traditi e imbrogliati per anni può essere fortemente distruttivo per l’individuo.

La cautela necessaria nello svelare segreti all’età adulta non dovrebbe a mio avviso incoraggiare a mantenere segreti non svelati ma piuttosto a cercare di rivelarli il più presto possibile in modo autentico e sincero, alle persone direttamente coinvolte che non lo conoscono.

È mia opinione che ciascuno abbia diritto alla conoscenza della verità riguardo alla propria storia, per quanto dolorosa essa possa essere. Credo che se ogni individuo potesse avere accesso al proprio passato individuale e famigliare, ciò sarebbe una preziosa occasione per formulare opinioni e attitudini molto più complesse e meno sempliciste riguardo alla realtà. Ciascuno potrebbe posizionarsi in modo meno rigido nei confronti delle norme dominanti della società: rispetto a ciò che è “giusto” o “sbagliato”; rispetto a chi ha “ragione” e a chi ha “torto”.

La scelta del silenzio da parte di chi detiene un «segreto di famiglia» mi appare come anacronistica nella società occidentale moderna. «Nascondere un segreto» significa a mio avviso restare legati a una visione del mondo irrealistica, infantilizzante e anacronistica. Inoltre, non parlare significa non fidarsi dell’altrui capacità di ascolto e comprensione.

In questa mia espressione a favore della comunicazione intrafamiliare vorrei esplicitare il mio rispetto per le persone che scelgono il silenzio tanto quanto per quelle che decidono di parlare. Solo, incoraggerei le persone ingaggiate in un segreto a chiedere consiglio a dei professionisti per valutare la loro sofferenza e forse scoprire che comunicare in modo costruttivo è la migliore soluzione per il succedersi delle generazioni. Ricorderei che nascondere qualcosa non lo annienta né lo cancella, ma lo fa trasudare, spesso con esiti patogeni nella comunicazione familiare da un lato e nel processo di identificazione degli individui dall’altro.

Inutile sarebbe che il funzionamento familiare subisse influenze nefaste a causa di un “segreto” che potrebbe essere dissolto nel suo potenziale patogeno, comunicandolo in modo appropriato e autentico.

Purtroppo, svelare un segreto è solo parzialmente una vittoria se gli individui non sono decisi e pronti a cambiare la dinamica relazionale in cui hanno vissuto per anni. I professionisti hanno l’arduo ruolo di valutare le diverse situazioni, lavorare con queste famiglie e non lasciarsi invischiare in dinamiche omeostatiche o ancor più disfunzionali, nel caso di sistemi manipolatori.

     

    Bibliografia:

  • Berger, R., & Paul, M.(2008). Family Secrets and Family Functioning: The Case of Donor Assistance. Family Process, Vol. 47, No. 4, 2008

  • Lane, D.J., & Wegner, D.M. (1995). The cognitive consequences of secrecy. Journal of Personality and Social Psychology, 69,2, 237-253.

  • Major, B., & Gramzow, H.R. (1999). Abortion and Stigma: Cognitive and emotional implications of concealement. Journal of Personality and Social Psychology, 77,4,735-745.

  • Tisseron, S. (2008). Toujours le secret suinte…Enfance & Psy, 39, 88-96.

 

 

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

Dove e come trovano culla l’infantilismo e l’incesto del maschio, con possibilità di pedofilia 

Solo quando la madre muore alla propria funzione materna, il figlio può nascere come uomo e diventare adulto. La persistenza della funzione e della presenza materne lasciano il figlio bambino, rendendolo incapace di affrontare il confronto con gli altri maschi, la conquista del mondo, l’identificazione di un territorio e di una identità proprie e nuove, la capacità di approccio e di conquista della femmina esterna e adulta. Questo maschio-bambino tenderà a mantenere fisso lo schema infantile secondo il quale è lui a dovere essere inseguito dalla donna-madre; incapace come è di approcciare e conquistare la donna, ripiegherà su donne deboli e infantili, che lo subiranno continuando a inseguirlo con masochismo intrascendibile, o su donne manipolatrici, che lo useranno con modalità sadiche e/o anaffettive.

Oppure sfogherà la propria sessualità immatura e impotente su femmine interne al territorio: la figlia, la sorella, la madre, la nipotina, la piccola indifesa vicina di casa. L’incesto è l’esito obbligato, cui giungono maschi incapaci di approcciare e conquistare una donna che non sia all’interno del territorio o che, comunque, sia una donna emancipata e adulta.

Incesto e pedofilia incestuosa saranno dunque lo scenario tipico di questo maschio1. La sua sarà una sessualità di “sfogo”, agita all’interno del territorio di riferimento, limitata al bisogno di svuotarsi dalla tensione della propria ansia agorafobica, così che “dopo” possa ancora di più e ancora meglio re-stare (cioè continuare a stare) nel proprio infantilismo impotente.

Se la madre re-sta madre, il figlio re-sta figlio. La maternità non è una identità, ma una funzione (so quanto questa affermazione sia del tutto controcorrente, ma deve essere fatta). Come tale, se è bene esercitata, finisce. Come una gravidanza non può né deve essere superiore ai fisiologici nove mesi, così la funzione materna non può né deve re-stare a oltranza. Se ciò accade, si tratta di una maternità non corretta, patogena e/o patologica, che, come si è detto può produrre incesto e pedofilia.

A monte di maternità di questo tipo ci sono coppie del tutto inadeguate, incapaci di vera autentica genitorialità. Dunque primo e vero responsabile di maternità inadeguate è non il padre o la madre, ma la coppia nella propria incapacità genitoriale.

 

 

 

1Solo una acritica mentalità omofobica può identificare pedofilia con omosessualità.

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Perché la donna porta la borsetta. L’incesto madre figlia. La donna maschio

Il maschile e il femminile sono entità relazionali: si identificano proprio perché sono l’uno in relazione all’altro, relazionandosi e identificandosi reciprocamente. Più si relazionano, più si identificano. Più si identificano, più si differenziano. Questo è quanto ci suggerisce sia l’evoluzione delle specie (filogenesi) sia l’evoluzione degli individui (ontogenesi).

Per esempio, una delle prime storiche differenziazioni tra maschile e femminile fu quella che identificò nel maschio il cacciatore e nella femmina la raccoglitrice (l’inseparabile borsa o borsetta è simbolo e retaggio di quella identificazione: la raccoglitrice doveva sempre tenere con sé un contenitore, fino a identificarsi lei stessa – sotto molti aspetti – con l’oggetto tipico della funzione esercitata).

La differenziazione in questo caso fu probabilmente dovuta alla necessità della divisione e specializzazione in due ruoli, l’uno funzionale all’altro: mentre la femmina raccoglieva i frutti spontanei, fondamentali per la sopravvivenza del gruppo, l’uomo doveva proteggerla dagli animali predatori. Prima che un cacciatore in senso stretto, il maschio dovette essere un difensore, dall’occhio lungimirante, pronto e attento al pericolo che minacciasse dall’esterno lo spazio occupato dal gruppo umano (il territorio). La femmina, attenta a scorgere il frutto nascosto tra le foglie e i rami o sotto terra, dovette invece abilitarsi a uno sguardo più concentrato sul particolare, più analitico, che l’aiutasse anche a vedere e intuire la presenza del pericolo interno al territorio, nascosto tra le foglie o sotto le pietre, per esempio il serpente o il ragno, che, come i frutti, si nascondeva tra la vegetazione, vicino alla terra e all’albero, tutt’uno con essi.

Indubbiamente il processo di identificazione reciproca tra maschile e femminile dovette essere in grande parte legato, condizionato, favorito o prodotto dal rapporto che il gruppo umano intratteneva con l’ambiente, al fine di potervi stare e abitare, rendendolo il più umano possibile, facendo dunque dello spazio il luogo dell’uomo (la terre des hommes, per usare l’espressione di Saint Exupéry) e rendendo mondo l’ambiente.

Nella relazione tra maschile e femminile non ci sono mai passi avanti o indietro assoluti e repentini né novità o regressioni assolute e immediate. Ma il trend è questo. Ogni nuova relazione, ogni nuova identificazione, ogni nuova differenziazione fa giustamente i conti con tutte le precedenti, le riprende, torna e impastarle e coniugarle insieme, in un gioco di progressioni e regressioni altamente complesso e ricco di sfumature, tendenzialmente aperto a sempre più feconde identificazioni. Non esistono dunque un maschile e un femminile assoluti e astratti, definiti o predefiniti una volta per tutte (solo una visione rigida e, alla fine, omofobica pretende di affermare ciò).

Soprattutto, maschile e femminile non stanno mai prima della relazione che li identifica e li differenzia, ma stanno nella relazione e dopo la relazione; sono la storia stessa della relazione che li identifica e li differenzia.

Quando sento dire che, per fare coppia, ci vogliono un uomo e una donna, penso che le cose stanno esattamente al contrario: per fare un uomo e una donna, ci vuole una coppia, ci vuole il loro essere coppia e ci vuole la possibilità culturale, sociale, politica, istituzionale e – non da ultimo – religiosa di essere coppia in relazione. Per fare l’uomo e la donna e per definire il maschile e il femminile, ci vuole la coppia e la possibilità di essere coppia in relazione. In principio sta la relazione, quello che i greci chiamavano il logos (en arché estì o logos, “in principio sta il legame che dice”).

Questo significa tante cose:

·       non c’è mai solo la crisi del maschile o la crisi del femminile. Se il maschile va in crisi, prima o poi va in crisi il femminile. E viceversa, perché prima di tutto – se manca la possibilità della relazione di coppia – va in crisi l’umano;

·       la identificazione del maschile e del femminile non si trova nella loro omologazione indistinta, nella riduzione dell’amore a tecnica amatoria tra due entità predefinite, ma nella relazione sempre più intensa e libera dell’uno con l’altro;

·       la relazione inter-genere tra il maschile e il femminile è sempre la diastole di una gioco relazionale più ampio e complesso. La sistole di questo gioco sta in momenti di relazione intra-genere del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. In tutte le culture e nella stessa evoluzione psicologica dell’individuo il momento di sistole è fondamentale ed è propedeutico a quello della diastole.

A mio avviso oggi la donna e l’uomo sono soli, confusi, indeterminati, irrisolti, proprio perché non si relazionano più né con relazioni inter-genere, né – prima di queste e propedeutiche a queste – con relazioni intra-genere. In particolare la donna è sola, perché non ha più vicine a sé madri, sorelle, amiche, compagne, con le quali sia bello riscoprirsi e ritrovarsi donna, donna tra donne e con le donne, in una complicità che è del tutto diversa da quella che potrà avere, dopo, con il suo uomo.

Soprattutto la relazione della figlia con la madre, potente e formidabile inizio e imprinting di ogni altra relazione intra-genere è oggi vissuta spesso solamente nel segno della problematicità e della dipendenza, di una follia a due, che fa dell’una la matrioska dell’altra in un intricato e insuperato gioco di scatole cinesi. Quante depressioni hanno origine proprio lì e solo lì! Manca il gioco complice, felice, esclusivo e – soprattutto – libero, che in molte culture lega tra loro la figlia e la madre. Manca l’orgoglio e la gioia di essere donne insieme. Manca l’esperienza di una madre attenta a te, che cerca e ama la figlia, ma che sa anche partorirla e lasciarla andare. Altrimenti la figlia finisce con il dovere inseguire. cercare, conquistare, sedurre la madre, la sua attenzione distratta, il suo contenimento assente, la sua conferma mancante. In un vortice inappagante e frustrante. Così, troppo spesso ciò che unisce madre e figlia o di conseguenza – più genericamente – donna a donna è lo sfogo falsamente liberatorio, la recriminazione, la reciproca colpevolizzazione, la dipendenza compensatoria, l’erotizzazione sostitutiva fino alla possibilità dell’incesto lesbico madre-figlia.

Se è incapace di una relazione intra-genere adeguata, soddisfacente, gratificante e confermante, come potrà la donna aprirsi alla relazione con il maschile, viverla, trovarvi l’amore e la sempre più ampia identificazione di sé? Finirà con il fare con il maschio quello che ha dovuto fare con la madre: inseguire lei, conquistare lei, sedurre lei, prendere solo lei l’iniziativa. Ma, se farà così, le capiteranno maschi bambini, non autonomi, incapaci – loro – di ogni seduzione, corteggiamento, conquista; oppure le capiteranno maschi narcisisti, che vorranno fare loro le prime donne da inseguire e corteggiare.

Uno dei piaceri più grandi di una donna è essere oggetto d’attenzione e di seduzione da parte di un maschio veramente autonomo, capace di darle sicurezza e amore. Altrimenti toccherà a lei fare tutto, compreso essere e restare sempre più sola.

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

C’è tradimento e tradimento

Il recente monito del cardinal Bagnasco a perdonare il tradimento ha riproposto la discussione sul tema. Il “laico” (ma sarebbe più corretto dire laicista, intendendo per laico il credente non sacerdote) Massimo Gramellini, vicedirettore de “la Stampa”, nel suo corsivetto di oggi 13 dicembre 2008, a proposito di tradimento ricorda l’ “effetto Shangai” di cui parla Fruttero in un romanzo: a Shangai una signora, dopo avere assaporato delle crocchette di pollo deliziose scopre che si trattava di carne di cane, il che le lascia un insopprimibile senso di disgusto e, quel che è peggio, un atroce “ombra” che non la abbandonerà più: “ma allora cosa ho mangiato ieri, l’altro ieri eccetera? Sempre cane? E mi piaceva pure!”. Conclude Gramellini: “Il tradimento scoperto ammazza la fiducia nell’altro e raramente il perdono compie il miracolo di resuscitarla”.

Di qua Bagnasco invita a perdonare sic et simpliciter, di là Gramellini ricorda – come i pubblicitari e gli uomini di marketing ben sanno – che la fiducia perduta non si recupera più.

Da clinico non posso appellarmi né all’ottica subito conclusiva del dovere morale, né a quella di fatto immobile della scettica vittima di un inganno o di un equivoco. Per un terapeuta il Sé va guardato nel suo fluire dinamico e in quanto fluire dinamico; la relazione di coppia poi va guardata come quel con-fluire ancora più dinamico costituito dall’incontro e dalla comunicazione viventi tra i due Sé.  

In questa ottica e con questa ottica ogni tradimento è evento a sé, da analizzare in sé stesso all’interno della storia del fluire e del con-fluire dei due Sé, prescindendo da generalizzazioni e da conclusioni, che, per un terapeuta, limiterebbero la possibilità di prendersi davvero cura della coppia e delle due persone che la costituiscono o dovrebbero costituirla. Il terapeuta deve situare l’evento tradimento nella storia relazionale della coppia e, a monte, nella storia individuale di ciascuno dei due Sé; di lì deve poi condurre la propria azione terapeutica

Come ho a lungo mostrato e – spero – dimostrato nel mio recente libro La tenerezza dell’eros, c’è uno strettissimo rapporto tra la relazione di coppia e la relazione che il singolo Sé ha vissuto con la propria madre durante la gravidanza e l’accudimento. Chi, per esempio, durante queste due decisive fasi sia stato “tradito” dalla propria madre a causa della presenza e/o dal sopraggiungere di un fratello, tenderà a vivere una vita di tradimenti fatti e/o subiti, in un insopprimibile gioco di coazione a ripetere, dal quale soltanto una adeguata psicoterapia potrà emanciparlo.

Ancora più radicalmente, chi sia stato oggetto di una gravidanza o di un accudimento superficiali, sbrigativi e poco personalizzati, difficilmente potrà, senza una adeguata psicoterapia, evitare di vivere una vita affettiva e amorosa superficiale, sbrigativa, poco personalizzata; dunque la sessualità – spesso al là dei vissuti e delle intenzioni – verrà vissuta tendenzialmente come esperienza impersonale, sbrigativa, superficiale, svincolata dalla profondità della dimensione relazionale, per cui tradire sarà evento frequente e abituale; passare da un partner all’altro o stare contemporaneamente con più partner sarà di fatto la norma.

Chi, poi, in fase edipica o post-edipica, sia stato invischiato in dinamiche – tendenzialmente incestuose – di eccessivo investimento materno o paterno, difficilmente potrà liberarsi senza una adeguata psicoterapia dalla “fedeltà” alla madre o al padre, così che finirà inesorabilmente con il “tradire” il partner, pur di non “tradire” quel genitore da cui non si è mai davvero svincolato. Molti tradimenti fatti o subiti, che portino a “tornare” dalla madre o dal padre o a fare allevare un figlio invece che, dal padre o dalla madre naturali, dal proprio padre o dalla propria madre (o dal proprio fratello o dalla propria sorella), sono, a mio parere, da leggersi in questa ottica.

Prima di inoltrarsi in generalizzazioni sul tradimento e prima di caricare gli individui di pesi morali insopportabili e – nel caso – profondamente ingiusti e paralizzanti, bisognerebbe lasciare al clinico la possibilità di lavorare in profondità, così da aiutare davvero la persona, da portarla prima di tutto a essere fedele a sé stessa, superando le ferite più profonde del Sé. Se una persona non è prima di tutto fedele al proprio Sé, come potrà dapprima non tradirsi e successivamente non tradire e/o non essere tradita? Del resto, parlando dell’amore, il vangelo ricorda di “amare il prossimo come se stessi”; analogamente si potrebbe ricordare che non si può restare fedeli all’altro se non come e quanto si è fedeli a sé stessi. Se il Sé è – come purtroppo sempre più di frequente lo è – ferito e ferito in profondità, allora, prima di concludere troppo in fretta con giudizi mortificanti o con scetticismi paralizzanti, occorre ridare al fluire del Sé pienezza, autenticità e fedeltà. Questo può essere fatto soltanto da una adeguata psicoterapia.

 

Le dinamiche incestuose del primo figlio maschio o della prima figlia femmina e la sofferenza dell’altro figlio o dell’altra figlia

Attraverso i motori di ricerca continuano in misura massiccia e impressionante a pervenire richieste riguardanti il problema dell’incesto. L’esperienza clinica del resto mi conferma quanto questo problema sia evento centrale delle dinamiche relazionali familiari. Sempre più frequente è l’emergenza delle dinamiche incestuose all’interno delle famiglie:

1)    il primo figlio maschio è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva della madre, non importa se nella modalità «positiva» della gratificazione materna (il figlio, subendole e/o assecondandole, attua le aspettative o le proiezioni materne, spesso del tutto lontane dal modello di vita e di personalità del padre, come se la madre più o meno inconsciamente dicesse al figlio: “non badare a tuo padre, sii solo come ti voglio io, sii meglio e più di lui, all’opposto di lui, non come lui, non debole come lui, non poveraccio e insignificante come lui, non bestia e porco come lui”, “tu sì che sei un uomo, non come lui che non lo è”, “solo tu sai rendermi felice, sai/puoi dare senso e gioia alla mia vita, sai/puoi occuparti di me e stare con me”) o nella modalità «negativa» della preoccupazione materna (il figlio – rifiutandoli, provocandoli , negandoli – smobilita e scuote dalle radici l’impianto di vita e i “valori” della madre, spingendola più o meno inconsciamente a preoccuparsi solo di lui, come se non esistesse null’altro e nessun altro, come se il marito e gli altri figli e figlie non contassero granché e valessero ai suoi occhi esclusivamente in funzione di quel figlio e dell’ansia che quel figlio le suscita);

2)    la prima figlia femmina è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva del padre: è quella alla quale pensa mentre torna a casa, è spesso l’unica per la quale torna o si affretta a tornare, è il primo sguardo e l’unico sorriso che cerca appena rientra; poco alla volta diventa – più o meno inconsciamente – la sua interlocutrice (“è la sola che mi capisce e mi sta vicina”, “con lei basta uno sguardo e ci si capisce senza parlare”, “meno male che c’è lei”, “se non ci fosse lei, la mia vita sarebbe un inferno”, “lei sì che è buona”, “è l’unica che sa rispondere a quel duce di mia moglie”, “meno male che c’è lei”).

Poco alla volta in molte famiglie si forma una doppia coppia, quella madre-figlio e quella padre-figlia. La doppia coppia rende di fatto inesistente la coppia marito-moglie: ciascuno dei due compensa questa assenza facendo l’una coppia con il primo figlio, l’altro con la prima figlia in un folle incrocio di una doppia dinamica incestuosa. Che poi l’incesto non sia fisicamente “consumato”, spesso questo serve soltanto a coprire, a negare e paradossalmente ad aggravare l’esistenza dell’incesto psicologico.

L’altro figlio o l’altra figlia o gli altri figli diventano sempre più la inutile «quinta carta» della doppia coppia di una mano di poker (nel poker la combinazione della doppia coppia rende di fatto irrilevante il valore, il colore e la cifra della «quinta carta»). I figli «quinta carta» non sono realmente “visti”, “sentiti”, “capiti”, “riconosciuti”, “contenuti”, “seguiti”, “confermati”, “attesi”, “intesi” né dalla madre, né dal padre, anche se e anche quando questa affermazione è vigorosamente negata sia dalla madre che dal padre (in questa negazione i due, paradossalmente, vanno pienamente d’accordo e su di essa di solito fondano la mitizzazione della loro inesistente presenza e sinergia genitoriali). Al figlio o alla figlia “quinta carta” non resta – sempre più di frequente – che la possibilità della malattia o dell’essere più o meno problematici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se sto male, sono obbligati a vedermi e a prendersi cura di me”), dell’autolesionismo fisico o comportamentale (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se loro non mi «sentono» e io mi faccio male o mi faccio del male, almeno io mi «sento», dunque esisto”), della chiusura sociale o emotivo-affettiva (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se prosciugo la mia vita, i miei affetti, le mie emozioni, almeno sparisco, muoio più che se morissi, evito di soffrire ancora e di più”), della fissazione ossessiva sul lavoro o sulla studio (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se mi annullo/affermo nel lavoro o nello studio, annullo la mia incontenibile angoscia e al tempo stesso affermo la negazione della sua incontenibilità”), del suicidio o dell’incidente inconsciamente suicidario (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se da vivo nessuno si occupa di me, almeno da morto mi penseranno e sarò per sempre in loro e con loro”), della dipendenza dalle sostanze o dai comportamenti compulsivi (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non sono di nessuno, almeno sono di qualcosa; se nessuno si occupa di me, almeno la compulsione mi possiede, mi agisce, mi muove”), della rabbia o del controllo anoressico (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non conto e non posso nulla, almeno così mi illudo di controllare e di potere, almeno così sfogo la rabbia della mia insignificanza e della mia impotenza”), dell’incontinenza o del riempimento bulimici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se nessuno mi mette dentro qualcosa e nessuno accoglie qualcosa di me e dei miei vissuti, almeno mi riempio di sofferenza indigeribile e vomito questo mio Sé insopportabile”).

Quasi sempre il ventaglio di dolore possibilità appena descritto si cristallizza in patologie più o meno sedimentate, sempre comunque complesse, dalle mille sovrapposte e con-fuse sfaccettature: a differenza di quanto di solito avviene per il primo figlio maschio o per la prima figlia femmina, per il figlio o la figlia «quinta carta» un suicidio o una morte precoce non sono mai soltanto un suicidio o una morte precoce; l’anoressia o la bulimia non sono mai soltanto una anoressia o una bulimia; la dipendenza o il comportamento compulsivo non sono mai soltanto una dipendenza o un comportamento compulsivo; l’autolesionismo o il comportamento autodistruttivo non sono mai soltanto autolesionismo o comportamento autodistruttivo; l’ossessione della affermazione di sé o il bisogno di negare e di negarsi non sono mai pura e semplice ossessione o puro e semplice bisogno.

Di fronte alla sofferenza del figlio o della figlia «quinta carta» il clinico non deve- più che in ogni altro caso – lasciarsi andare alla tentazione di una diagnosi affrettata, che univocamente inquadri il «caso» in una ben definita ed esclusiva categoria nosografia, non può cioè limitarsi a etichettare il problema come puro e semplice disturbo x o puro e semplice disturbo y. Meno che meno può e deve condurre la terapia secondo paradigmi o protocolli fissi e rigorosamente determinati o predeterminati. La diagnosi deve, più ancora che in altri casi, essere prima di tutto relazionale, deve sapere e potere cogliere le mille e mille sfumature del gioco relazionale in atto. In questo caso ancora di più che in tutti gli altri, lo stesso sintomo può e deve essere letto e interpretato in modo ben diverso da come lo sarebbe in altra situazione; deve essere collegato agli altri sintomi in modo ben più articolato, sapiente e flessibile. Parimenti quella, che di solito sarebbe e dovrebbe essere, per esempio, la corretta strategia terapeutica di fronte alla anoressia di una primogenita femmina, risulta del tutto adeguata per una femmina «quinta carta». L’incidenza del gioco relazionale familiare sulla mancata o carente strutturazione del Sé è molto più complessa per quanto riguarda la patologia di un figlio o di una figlia «quinta carta». Il clinico deve tenerne conto sia nella presa in carico, sia nella diagnosi, sia nella conduzione della strategia terapeutica. È forse questo l’aspetto clinicamente più difficile e, al tempo stesso, più articolato e impegnativo della terapia delle famiglie caratterizzate da dinamiche incestuose.

 

I figli capiscono i genitori di più di quanto i genitori capiscano i figli

 

Un figlio sta fisicamente dentro la propria madre per tutta la gravidanza, per nove decisivi mesi, sentendone i respiri e le emozioni, le ansie e le estasi. Al contrario una madre ha contenuto il figlio e gli ha dato gli imprinting strutturanti, ma non è mai stata dentro di lui; l’ha sì sentito dall’interno di sé stessa, ma non è stata mai fisicamente dentro il proprio figlio.

Come stupirsi allora se molto spesso i figli capiscono i genitori più e meglio di quanto i genitori capiscano i figli? Contrariamente alla mentalità comune che idealizza ed esalta la capacità di comprensione dei genitori, in particolare della madre, la terapia sembra suggerirci e confermarci che a capire di più sono quasi sempre i figli.

È raro che non intuiscano il malessere del genitore e la sua crisi di coppia molto prima che questi eventi vengano loro comunicati a parole o addirittura molto prima che avvengano in tutta la loro chiarezza. Sovente sanno cogliere con lucidità la sostanza e le radici del disagio individuale e coniugale del genitore, in particolare quello della madre, che, guarda caso, è il genitore all’interno del quale hanno abitato durante la gravidanza.

Si tratta tuttavia di un capire profondo, che non sempre e non necessariamente sa e può raggiungere il livello della coscienza riflessa e della verbalizzazione. Le radici di questo capire stanno infatti nell’area evolutiva più antica, quella appunto dei tempi della gravidanza, quando il bambino, stando dentro la madre, ha cominciato ed imparato a sentirla.

Ben difficilmente però il figlio ha la possibilità di esprimere a sé stesso e agli altri il suo competente sentire e capire il genitore, la madre in particolare. Ciò che viene sentito e capito a livello profondo viene addirittura, fin troppo spesso, negato o rimosso dal figlio come pensiero colpevole, brutto, non degno (con ricadute negative e spesso molto pesanti sulla sua autostima). Da parte dei genitori è poi rarissimo che venga anche solo lontanamente accettata l’idea che il figlio sia più competente sul genitore (la madre in particolare) di quanto lo sia il genitore sul figlio. Tutto questo può purtroppo portare il figlio a disturbi psichici impegnativi o comunque a sofferenze enormi, a grandi difficoltà nell’evoluzione e identificazione di sé.

Una buona psicoterapia mira a riconoscere e a utilizzare la competenza del figlio sul genitore, spesso liberando il figlio dal senso di colpa di avere pensato male del genitore o, comunque, riconoscendone il diritto di vedere e accettare il limite del genitore, cosa questa necessaria per l’accesso del figlio alla adolescenza e alla giovinezza. Tra l’altro, per il terapeuta, risulta illuminante e prezioso affidarsi alla competenza che il figlio ha del genitore, in particolare la competenza dei figli più piccoli. Se un terapeuta sa ascoltare e leggere quanto vivono e a modo loro sanno i figli, ecco lì, su un piatto d’argento, già fornita la diagnosi per lo meno relazionale di quella famiglia.

 

Il tragico paradosso dell’incesto del padre con la figlia

 

Paradossalmente soltanto l’incesto permette a un genitore (il padre) di essere fisicamente dentro la propria figlia con il pene e con il seme. Si tratta in effetti di un tragico paradosso, dato che il genitore è già nella figlia, in quanto la figlia ha gia in sé il padre, anzi – meglio ancora – lei è il seme del padre restituito al padre unito a quello della madre.

Da questa ultima intuizione si può peraltro cogliere, a mio avviso, la ragione psicodinamica di un aspetto di estremo rilievo presente nelle dinamiche incestuose tra padre e figlia: nella restituzione la madre investe nodi o livelli dissociati di sé, che identifica nella figlia, così che, quando la figlia vive l’incesto con il padre, è la madre che, in lei, ama il padre, sia pure all’interno di una dinamica di identificazione proiettiva, tipica di personalità più o meno caratterizzate da eventi dissociativi. In questo vedrei una non irrilevante motivazione del fatto per cui solitamente la madre da un lato non pare proprio accorgersi dell’accadere dell’incesto, dall’altro tende a negarne all’estremo la possibilità e comunque a difendere il padre. Del resto, come potrebbe la madre accusare chi, in certo senso, ha fatto l’amore non tanto con la figlia quanto con quella parte dissociata di sé, che la madre ha proiettato e identificato nella figlia?

Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc

Vista la frequentissima, enorme e crescente richiesta sul problema dell’incesto fisico o psicologico, che sta – attraverso i motori di ricerca – caratterizzando l’accesso dei lettori a questo blog, da oggi raccolgo in una rubrica(“Incesto e dinamiche incestuose ”) gli articoli di questo sito che a vario titolo riguardano il fenomeno. Penso con ciò di facilitare il lettore e la discussione; al tempo stesso voglio evidenziare la rilevanza del fenomeno e dei problemi sottesi.

Ricordo che, come già da anni i sociologi e gli psicologi prevedevano e come con doverosa insistenza oggi sottolineano, si sta attuando sempre più il mutamento da una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità edipiche a una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità narcisistiche. Si è passati da problematiche proprie dell’Io e del Super-Io a problematiche riguardanti il Sé, la sua difficile attivazione, costituzione, strutturazione.

Non a caso, dunque, si stanno più che mai diffondendo i disturbi di personalità, in particolare quelli di tipo narcisistico e di tipo borderline (secondo una delle due prevalenti scuole di pensiero tutti di disturbi di personalità sono da considerarsi come aspetti di un unico disturbo, quello bordeline). I disturbi di personalità sono disturbi mentali notevoli, che hanno alla loro radice una problematica e prevaricata costituzione e strutturazione del Sé, che in maniera pervasiva condiziona in modo molto pesante la vita emotiva, affettiva, sessuale della persona, la sua possibilità e capacità relazionale in tutti gli eventi dell’esistenza, dal lavoro alla vita di coppia e di famiglia, alla modalità di affermazione professionale, sociale e politica, spesso con gravissimi danni loro e di chi abbia a che fare con loro o – cosa ancora più grave – debba dipendere da loro e dalla loro tanto abile (è tipico della loro patologia) quanto devastante capacità di manipolazione degli altri (per esempio a livello affettivo, sessuale, professionale, politico). Sono disturbi mentali che pochi clinici sanno davvero affrontare e trattare (per molti è difficile perfino la loro stessa identificazione diagnostica). A mio parere, soltanto una metodologia terapeutica che parta da un’ottica sistemica può garantire interventi efficaci e il più possibile risolutivi.

Non a caso, dunque e ancora più in profondità, il Sé sta più che mai rischiando la dissociazione psicotica e schizofrenica (quando lo scompenso psicotico esprime i cosiddetti “sintomi positivi” del delirio e della allucinazione per una durata di almeno sei mesi scatta la diagnosi di schizofrenia) o perfino la frantumazione del Sé. Ricordo un giovane ventenne: in una seduta di poco più di un’ora espresse ben 27 “voci”, segno di una drammatica frantumazione del Sé in un arcipelago di 28 frammenti (le 27 voci e il “soggetto” parlante). Anche nel caso delle psicosi (non dimentichiamo che pure l’anoressia restrittiva e quella bulimica sono processi psicotici gravi) e delle schizofrenie ritengo che soltanto una terapia su base sistemica possa essere efficace e risolutiva. Rammento al proposito che il metodo sistemico trova una delle sue ragioni d’essere e forse la prima radice della sua elaborazione nel fatto che difficilmente lo psicotico accede di propria iniziativa alla terapia, per cui solamente lavorando sul sistema familiare si può davvero accedere a lui, alla sua terapia e alla sua guarigione.

La presenza dell’incesto e delle dinamiche incestuose – che peraltro riguarda tutti i tipi di società e di cultura passate e attuali – assume in un quadro sociale come l’attuale particolare gravità e complessità, riaffermandosi in possibilità di attuazione sempre più drammatiche  pervasive e, oserei dire, epidemiche, con pericolosissime ricadute sulla vita familiare, sociale e politica. Il potere patologico di una personalità disturbata narcisisticamente o invischiata in più o meno gravi processi psicotici può essere micidiale per la sua famiglia, la sua e nostra società, il suo e nostro stato. Spesso evidenziare dinamiche di tipo incestuoso può essere doloroso riscontro, ma può anche rappresentare un prezioso segnale, di cui si farebbe bene a tenere conto.

Come in un panico incesto globale

È davvero impressionante il numero di persone che accedono a questo sito cliccando richieste sull’incesto. Nonostante siano molti i temi trattati o trattabili nei post di questo blog, più della metà delle richieste d’accesso riguardano l’incesto. Credo sia il segno, l’emergenza di una richiesta molto profonda, di una curiosità che non è solo accademica. Fatti di incesto sono sempre più frequenti. Immagini e video più o meno dichiaratamente incestuosi sono sempre più cliccati in internet.

Come ho già detto, mi stupisco che i grandi media non si accorgano di come siano centrali la presenza e il tema dell’incesto, le domande sull’incesto. Eppure, il tema è decisivo, la richiesta ultimativa e ben più ampia del pure tragico fenomeno inteso in stretto senso fisico. Che altro sono il dissesto eco-ambientale, l’implosione mondiale della finanza, se non il tentativo di negare alle nuove generazioni la vita? Come in un panico incesto globale, le generazione dei figli, dei nipoti, dei pronipoti sono possedute e negate da quelle dei padri e dei nonni. E che altro è l’incesto se non la possessione e la negazione delle nuove generazioni da parte delle vecchie? La possessione incestuosa non consiste soltanto nel mettere fisicamente il vecchio pene del padre nella vagina della figlia, o nel prendere il sempre meno eretto pisello del figlio nelle grandi labbra materne.

Non credo sia un caso che, dopo l’incesto, le richieste più cliccate riguardino il deficit d’erezione maschile e “come conquistare un cinquantenne”. A quanto pare, dunque, ai maschi giovani “non tira più”; alle giovani femmine appare appetibile soltanto il vecchio e ben funzionante cinquantenne.

Manca nel maschio giovane la tensione erotica, la capacità – sia fisica che simbolica – di eiaculare il proprio seme nel grembo della femmina nuova, del futuro, della vita. Altro che decreto Carfagna! Per molti giovani di venti, venticinque, trent’anni sarebbe già un successo riuscire ad andare con una prostituta. Alcuni riescono solo a masturbarsi, con ossessiva fatica, in un’impotenza sempre più avvolgente e solitaria. Altri, molti di più, riescono a rivolgere la parola alla coetanea solo se hanno bevuto o hanno preso la pasticca, la coca. Vagano con la birra in mano come bambini spauriti; hanno soltanto sostituito il succhiotto con la bottiglia, in una oralità infantile insuperabile, preedipica, afasica. Come possono desiderare, amare, penetrare una giovane donna, costruendo con lei il Noi di una coppia che voglia, possa, sappia essere il mondo nuovo, il desiderio di cieli e terre nuove, la voglia di generare popoli più numerosi delle stelle del cielo e dei granelli di sabbia del mare? L’unica cosa che sanno fare è farsi inseguire da qualche madre più o meno castrante e direttiva, con la quale – per un verso – psicoticamente confliggere all’interno delle mura domestiche, con la quale – per altro verso – incestuosamente fondersi abitando con lei, facendosi accudire a tempo indeterminato da lei, essendo mantenuti a oltranza da lei. Se non ci vanno anche a letto insieme, è perché la loro sessualità è spesso talmente preedipica che neppure è attivata o attivabile.

Manca nella giovane femmina il potere di accogliere e trasformare in sé il nuovo, il bello, il giovane; manca il sogno fresco, che la ingravidi di utopia, che la faccia concepire di avventura, di progetto, di sfida, di vita, di gioia, di generazione. Sono bambine smarrite; cercano solo stampelle di sicurezza; vivono soltanto il bisogno di conferme ed esibizioni infantili, all’interno di autostime sempre più basse. Non hanno pelle e corpo. Come possono accogliere, amare, concepire? Possono solo sposare il vecchio. Incapaci di trasformare l’amato, cercano di farsi loro trasformare da lui, dal suo nome, dal suo potere, dal suo denaro. Con questa logica, che sessualità possono mai avere? Senza corpo, come possono davvero essere penetrate? Senza pelle, come possono davvero essere accarezzate? Senza anima, come possono davvero essere amate? Senza futuro, come possono davvero diventare madri, essere madri? Senza sogni e senza interiorità, come possono davvero essere spose complici, capaci di continuità, di casa, di ripresa, di accoglienza che dà alla luce, al mondo, alla vita?

 

Due padri incestuosi, due figlie bulimiche e due madri che non vedono

 

Primo caso.

Siamo all’aeroporto. Delia sta per partire per la Germania, con una importante borsa di studio. È la realizzazione del sogno.

Il padre, Piero, a parole è contento; però da più giorni se ne sta stranamente triste. Più si avvicina la partenza di Delia, più lui a parole è felice, ma nei fatti è sempre più abbattuto. Dalla sera prima della partenza, non parla più. Mentre accompagna Delia all’aeroporto, continua a tacere, E così, zitto, se ne sta fino all’ultima chiamata per il volo. Quando la chiamata arriva, Piero prende la mano di Delia: il gesto è quello del saluto, l’atteggiamento è quello del cane abbandonato, gli occhi e lo sguardo – di sotto in su – sono quelli della supplica a restare. Piero con la mano pare incollato a Delia, come se non riuscisse proprio a staccarsi da lei; piange silenziosamente. Intanto la madre leggiadra sta lì accanto, ma è come se fosse il personaggio di un’altra storia, che non c’entra nulla con quanto sta avvenendo  sotto i suoi occhi; non vede, non può vedere. Del resto come potrebbe vedere la tristezza e l’abbandono in un evento per lei tanto bello, che, se fosse capitato a lei, chissà quanto l’avrebbe resa felice. In questo periodo, poi, per lei va tutto più che bene: ha finalmente trovato il lavoro che tanto desiderava e che la gratifica al massimo, che la fa sentire importante, bella, “realizzata” come non mai (lei che nessuno nella sua famiglia d’origine prendeva mai in considerazione). Lei legge il silenzio e il pianto di Piero solo come segni di una semplice, normalissima commozione. Non ne può intuire il dramma. Il loro rapporto di coppia non ha mai raggiunto grandi e profondi livelli di intimità. Pur volendosi bene, non si conoscono veramente, meno che meno si sono mai veramente affidati l’uno all’altra. Solo la terapia li porterà a conoscersi, a frequentarsi veramente, a innamorarsi. Per ora, fino a lì in quell’aeroporto, lei non ha mai veramente preso in sé il bambino solitario, incompreso, ferito che sta dentro Piero, un bambino mai confermato dal padre e mai voluto fino in fondo dalla madre, un bambino che più volte ha subito abusanti attenzioni sessuali da un vicino di casa, senza che mai nessuno si accorgesse, che mai nessuno chiedesse, che mai nessuno permettesse a Piero di elaborare il danno subito. Solo Delia ha inconsciamente avvertito, sentito, percepito quel bambino; nelle lunghe ore in cui la madre restava al lavoro, c’era solo lei in casa con quel padre tanto complesso, con quel suo bambino nascosto dentro. Come non essere affettivamente presa, come non prenderlo emotivamente in sé, come non ingravidarsi psicologicamente di lui, di quel bambino abbandonato che nessuno – meno di tutti la madre – ha mai davvero visto e amato. Per una donna, soprattutto per una figlia, non è certo necessario fare l’amore, per ingravidarsi della debolezza bambina del proprio papà, per prendersi carico di lui. Le dinamiche incestuose sanno possedere molto più di un incesto realmente consumato. Basta un suo sguardo da cane abbandonato e solo, ed ecco il gioco è fatto e la sua debolezza bambina ingravida psicologicamente la figlia,

A Delia si bloccheranno le mestruazioni, il sintomo bulimico la farà da padrone, dopo pochi mesi tornerà a casa, vivendo il tutto come dovuto a una propria colpevole e devastante incapacità.

In realtà, come la terapia mostrerà, la coppia genitoriale, incapace di vera intimità e di vera autonomia, inconsciamente da un lato aveva delegato a Delia la gestione ingravidante della parte bambina di Piero, dall’altro aveva richiamato Delia, così che, tornando, potesse di nuovo gestire il proprio ruolo di incestuosa interlocutrice del padre e di provvidenziale liberatrice della madre.

 

Secondo caso.

Gianni, il papà di Erica, è stato anche lui abusato psicologicamente, da un “prefetto”, quando ragazzino era entrato in seminario, provocando in lui un terribile e insuperato corto circuito tra bene e male, tra moralità e immoralità, tra piacere e disgusto, tra identità maschile e omosessualità, tra fede e trasgressione, tra purezza e bestialità. Anch’egli, come Piero, non ha mai potuto né comunicare né elaborare quella esperienza, così che il danno in lui si è dilatato, fino a diventare paura di sé stesso, debolezza, incapacità a farsi valere effettivamente (non sa gestire la rabbia; sa solo litigare, per dispetti fatti e subiti, proprio come fanno i bambini sfigati). Gianni non sa davvero conquistare una donna, ha paura di prendere l’iniziativa, si sente sporco, brutto, inadatto. Anche della sessualità ha una percezione solo abbozzata, confusa; confonde il piacere con la trasgressione e con l’animalità del gesto. Meno che meno sa instaurare con la donna un rapporto di intimità profonda e vera, così che ogni sua relazione prima o poi si rivela inadeguata, non sa mettere radici, dare ed essere continuità. Incapace a prendere in mano la propria vita, di fatto lascia che siano gli eventi e le situazioni a decidere per lui (è questo un tratto frequente nelle personalità abusate).  Ha sposato Lella, la mamma di Erica, sostanzialmente per tre motivi (naturalmente più inconsci che consci): 1) Lella, nevrotica come era, finiva comunque per prendere lei l’iniziativa in tutto, liberando Gianni dalla incapacità a decidere e ad agire; 2) la famiglia di Lella stava del tutto antipatica alla famiglia di Gianni, così che, sposandola, lui riusciva – in quel modo – a ribellarsi a una madre troppo invadente e a un padre inetto, buttando fuori un po’ di quella rabbia e di quei fantasmi che ribollivano in lui; 3) Lella era molto occupata ed emotivamente ingaggiata nel suo lavoro di intellettuale, cosa questa che finiva con il difendere Gianni, preservandolo da ogni rischio di vera intimità con lei.

Anche in questo secondo caso, la coppia genitoriale finisce senza rendersi conto con il delegare alla figlia la gestione della parte bambina del padre, così da renderla di fatto la vera interlocutrice del padre, quella con la quale il padre fa davvero coppia a livello emotivo e affettivo. Anche qui l’incesto non è fisico, ma anche qui la figlia viene psicologicamente ingravidata da questo padre bambino. Per un po’ cerca di sottrarsi a questa dinamica attraverso la modalità difensiva tipica della anoressia restrittiva: va in amenorrea, ha un corpo che attraverso la magrezza tende a “volere” negare l’accesso alla femminilità piena, sta con un ragazzo che difficilmente può interrogarla e farla evolvere come femmina e come donna. Poi, quando Lella – in occasione di un viaggio all’estero – si deve allontanare da casa per una intera settimana, Erica – uniti alla amenorrea – manifesta anche i sintomi bulimici. Che è avvenuto? L’assenza prolungata di Lella (il “prolungata” è naturalmente relativo alla percezione della durata dell’assenza tipica di sistemi familiari disfunzionali) ha di fatto permesso al bambino Gianni di esibire ancora di più la propria tristezza e la propria solitudine e in questo modo di ingravidare Erica di sé. Il vomito bulimico per un verso è la conferma dell’avvenuto ingravidarsi di Erica, per altro verso è il suo inconscio desiderio di liberarsi di quel padre bambino, di vomitarlo fuori, di abortirlo attraverso il vomito e le aride labbra di una bocca invasa dai lancinanti dolori prodotti dai succhi gastrici.