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Monthly Archives: novembre 2008

Prova di risposta a  Maria, una bambina spaventata da un’inattesa e terrificante macchia di sangue (a proposito di menarca)

 

Nel commento al post che parla dell’uso di festeggiare il menarca, uso proprio di moltissime culture, non più – purtroppo – della nostra, Maria scrive: “In realtà, non so quanto una bambina spaventata da un’inattesa e terrificante macchia di sangue sulla sua biancheria possa aver voglia di festeggiare. A volte è qualcosa di spaventoso che forse qualcuno dovrebbe spiegare con delicatezza”.  Mi ci provo, rivolgendomi alla “bambina spaventata”, che è ancora lì oggi con tutto quel panico spaesamento che le esperienze grandi e inattese provocano nella carne e nell’animo, fermando e mortificando il tempo.

Cara, tenera bambina, quello che stai vivendo è il dolcissimo affiorare del grande potere della femmina. Che messaggero sia il sangue, sta a dire quanto vera, radicale, umanissima sia la tua signoria sulla vita. L’uomo può solo viverlo o spargerlo il sangue. Tu puoi esserlo e donarlo, dando vita, essendo vita.

Questo messaggero giunge inatteso e spaventoso, perché chi ti circonda non ama più la vita e non sa più, né vive più lo stupore della vita, la prodigiosa forza della natura e del tempo, il quieto immenso tornare della luna e delle maree. Hanno smarrito la sapienza del tempo che ritorna e promette, che riprende e trasforma, che accoglie e dà al mondo e alla luce.  

Se amassero, sapessero, vivessero la grande meraviglia della vita, tua madre – con il complice dignitoso sussurro che di generazione in generazione identifica e consacra la femmina – ti avrebbe preparato all’evento, ti avrebbe dato il fremente gioire dell’attesa e ora ti abbraccerebbe orgogliosa e sorella; tuo padre ti velerebbe con uno sguardo nuovo, mettendosi a distanza, abitato dalla stupita protezione di quel sacro e di quel vero che tu ora sei; le tue compagne ti circonderebbero di ammirata simpatia o del fremente desiderio di essere anche loro come te; la tua comunità ritroverebbe in te la gioia della festa e della continuità, la promessa di nuovi generanti incanti; il mondo intero canterebbe in te e con te la vita. E tu non avresti paura di te stessa. Con gioia tu ameresti, sapresti e vivresti il tuo divenire donna, la bellezza del tuo corpo adulto, il tuo potere di femmina nuova che esce dal mare bambino e si fa oceano potente e immenso. Non avresti la paura di non essere più bambina, perché il tuo nuovo nome di donna vestirebbe la tua identità di inebrianti attese e di inattese profondità. Certo, per un attimo, resteresti lì sola, come per un attimo si resta soli e sbigottiti davanti all’incontro con il nuovo e con il meraviglioso. Ma poi saresti felice e con te avresti per sempre la sacra appartenenza al potere della vita.

Tu, da adesso, avrai il primo grande potere di ogni storia. Da adesso, tu potrai essere donna e madre. Un misterioso straniero, balbettante di stupore, un giorno ti chiederà di essere la sua donna, cercherà di rinascere nella pupilla del tuo sguardo potente, saprà per te vincere da uomo forte e adulto tutte le sue paure, sognerà di perdersi e di morire in te, per rinascere da te e dal tuo potere di trasformazione vivificante. E tu – non più bambina – conoscerai il bambino che abiterà in te; sentirai il suo primo impercettibile esserci, il suo muoversi in te, il suo crescere al ritmo del tuo respiro e al suono del battito del tuo cuore, così che – dopo la magia delle nove lune – vorrà venire al mondo, per vederti, conoscerti, imparare a te il gusto del latte, le tenerezze degli abbracci, la gioia della parola e del primo camminare. E tu gli darai nel parto l’abbraccio orientante della tua vagina; con le spinte del tuo partorire gli dirai: “vai al mondo, conoscilo, amalo anche tu, così come io l’ho amato, conoscendovi lo stupore dell’uomo straordinario che si è fatto in me e solo in me bambino. Va’, conosci il mondo, abitalo, arricchiscilo della tua bellezza. Tu sei bellissimo, perché sei figlio di un amore bellissimo”.

 

In gravidanza è davvero necessario sapere come sarà il bambino?

Perché mai volere scoprire e sapere a tutti i costi di che sesso sarà il figlio? Perché non lasciarlo, almeno per nove mesi, in quel suo essere vissuto e pensato come mistero? Perché non ammettere che essere vissuti, almeno per nove lune, come mistero è altamente strutturante per il bambino, gli dice che è atteso in sé, comunque esso sia, chiunque esso sia, senza condizione.

Mi chiedo se non sia forse il caso di chiederci quanto siano davvero così utili e così necessari tutti gli esami tesi a diagnosticare, prima della sua nascita, sesso, eventuali malattie o malformazioni del bambino. So quanto questa mia domanda vada controcorrente. So quanto una diagnosi precoce possa aiutare al meglio l’intervento curativo. Ma so che anche per questo c’è un prezzo. Siamo proprio così certi che una maggiore sicurezza diagnostica e curativa sia un bene assoluto? Togliere al bambino la possibilità di essere e sentirsi vissuto per nove mesi in quanto totale mistero e di essere e sentirsi vissuto in quanto atteso in ogni caso e indipendentemente da come si sia e si stia, è davvero un prezzo così insignificante? Non rischiamo di attribuire all’evitamento della malattia e alla necessità della salute una rilevanza eccessiva, elevandoli a criterio assoluto di vita e di morte, a obiettivo indiscutibile? Non finiamo con il dare a tutti noi il messaggio che si è attesi, accolti, accettati, amati solo se non si è malati o malformati? Che rischi comporta tutto ciò a livello etico, culturale, sociale, politico, legale, morale, esistenziale? Che visione abbiano della malattia e della «malformazione»[1], del loro rapporto con l’esistenza, la salute, la vita, la definizione di uomo? Possiamo davvero definire l’uomo e l’umano? Definirlo non è finirlo?

Se il bambino non è percepito in quanto misterioso e straniero, la gravidanza non è più, in tutta la sua intensità relazionale,  né «attesa»”[2] né «tempo dell’attesa». È proprio il mistero in cui il bambino è avvolto a dare alla gravidanza tensione e in-tenzione, cioè senso. Al contrario, una gravidanza priva di mistero sarebbe segnata da una preoccupante caduta di tensione e di in-tenzione. Naturalmente, qui parlo di tensione e di in-tenzione relazionali, non necessariamente emotive[3]. Qui tensione e, meno che meno, in-tenzione non hanno dunque alcun valore negativo. Tutt’altro.

 


[1] Metto tra virgolette questa parola perché vorrei sapere che cosa si intenda davvero quando la si pronuncia. Quale criterio la definisce: estetico, funzionale, relazionale, statistico, storico, politico, giuridico? O che altro? E chi definisce come criteri questi criteri?

[2] Attesa deriva dal latino: dalla preposizione ad, che indica movimento e avvicinamento verso qualcosa o verso qualcuno, e dal verbo tendo. È quindi termine di tensione, di ricerca di senso.

[3] La tensione e in-tenzione relazionali riguardano il tra, sono evento del tra, si situano nel tra. Quindi riguardano non i vissuti emotivi dei due soggetti in relazione, ma, appunto, il loro tra relazionale. La “tensione emotiva”, invece, sta nel soggetto.

 

libero è non chi se ne va,

ma chi lascia andare

sé e gli altri

 

Diverso rapporto della madre con la femmina e con il maschio

Mi pare che la mamma, di fronte alla sua bambina, sia portata a lasciare come scontate molte affermazioni, come se, sotto sotto, dicesse alla figlia: “figlia mia, tanto tu queste cose le sai, è inutile che te le dica”. In questo modo, senza volerlo, non la lascia bambina, la vede e la vuole già donna. Al contrario, mi pare, la mamma si rivolge al bambino in modo tendenzialmente più didascalico, come se fosse necessario spiegargli tutto. In questo modo, senza volerlo, lo vede bambino e, sempre senza volerlo, lo lascia bambino. Capita qualcosa di simile, quando incontriamo uno straniero (per certi versi succede lo stesso anche con altre forme di diversità, per esempio con l’handicappato. Anche quando il suo handicap non ha nulla a che fare con problemi di comprensione, si tende, in modo tanto inconsapevole quanto gratuito, a essere didascalici con lui, come se lui non capisse): senza che neppure ce ne accorgiamo, ci mettiamo a parlare più lentamente, scandendo meglio le parole, usando i vocaboli più correnti e facili, le sintassi più semplici, accompagnando il più possibile il gesto alla parola, aumentando la tensione, la in-tenzione e la espressività dello sguardo. Appena pensiamo che sia di un’altra lingua, cominciamo noi per primi a usare una lingua così didascalica da essere diversa da quella che usiamo abitualmente. Nel momento stesso in cui vogliamo essergli vicini, paradossalmente gli dichiariamo quanto è distante da noi, quanto è straniero e diverso.

Non a caso mi è capitato di notare che a essere più didascaliche con il figlio maschio sono in particolare le mamme ferite nel loro rapporto con il maschile: spesso hanno avuto padri percepiti come molto autoritari e distanti o, per altri versi, come deboli e insignificanti; spesso hanno subito abusi o sono vissute in ambienti sociali e culturali caratterizzati da nette separazioni tra maschile e femminile.

Forse le più didascaliche con il figlio maschio sono proprio le mamme che vengono da esperienze di abuso subito. Sono quelle che, nel momento stesso in cui si sforzano di educare il figlio al meglio, così che non diventi “come tutti gli altri”, proprio in questo modo finiscono con l’infantilizzarlo di più, con il renderlo straniero anche a sé stesso. Senza volerlo, anzi volendo esattamente il contrario, gli danno dell’incapace a vita e lo caricano di rabbia nei confronti del femminile. Per cui, quando alla fine si troveranno di fronte un figlio tanto lontano da quello che esse si erano proposte e immaginate, finiranno sconsolatamente con il concludere: “vedi, è inutile, i maschi sono tutti così, sono così di natura, non c’è proprio niente da fare, sono irrecuperabili, dobbiamo solo sopportarceli e sopravvivere con loro alla meno peggio”. E, quasi sempre, l’interlocutore di queste loro lamentazioni sarà una donna con le loro stesse condizioni e con le loro stesse lamentazioni, che non potrà non lasciarle in una intrascendibile incapacità di vera interlocuzione eterosessuale.

 

 

I figli capiscono i genitori di più di quanto i genitori capiscano i figli

 

Un figlio sta fisicamente dentro la propria madre per tutta la gravidanza, per nove decisivi mesi, sentendone i respiri e le emozioni, le ansie e le estasi. Al contrario una madre ha contenuto il figlio e gli ha dato gli imprinting strutturanti, ma non è mai stata dentro di lui; l’ha sì sentito dall’interno di sé stessa, ma non è stata mai fisicamente dentro il proprio figlio.

Come stupirsi allora se molto spesso i figli capiscono i genitori più e meglio di quanto i genitori capiscano i figli? Contrariamente alla mentalità comune che idealizza ed esalta la capacità di comprensione dei genitori, in particolare della madre, la terapia sembra suggerirci e confermarci che a capire di più sono quasi sempre i figli.

È raro che non intuiscano il malessere del genitore e la sua crisi di coppia molto prima che questi eventi vengano loro comunicati a parole o addirittura molto prima che avvengano in tutta la loro chiarezza. Sovente sanno cogliere con lucidità la sostanza e le radici del disagio individuale e coniugale del genitore, in particolare quello della madre, che, guarda caso, è il genitore all’interno del quale hanno abitato durante la gravidanza.

Si tratta tuttavia di un capire profondo, che non sempre e non necessariamente sa e può raggiungere il livello della coscienza riflessa e della verbalizzazione. Le radici di questo capire stanno infatti nell’area evolutiva più antica, quella appunto dei tempi della gravidanza, quando il bambino, stando dentro la madre, ha cominciato ed imparato a sentirla.

Ben difficilmente però il figlio ha la possibilità di esprimere a sé stesso e agli altri il suo competente sentire e capire il genitore, la madre in particolare. Ciò che viene sentito e capito a livello profondo viene addirittura, fin troppo spesso, negato o rimosso dal figlio come pensiero colpevole, brutto, non degno (con ricadute negative e spesso molto pesanti sulla sua autostima). Da parte dei genitori è poi rarissimo che venga anche solo lontanamente accettata l’idea che il figlio sia più competente sul genitore (la madre in particolare) di quanto lo sia il genitore sul figlio. Tutto questo può purtroppo portare il figlio a disturbi psichici impegnativi o comunque a sofferenze enormi, a grandi difficoltà nell’evoluzione e identificazione di sé.

Una buona psicoterapia mira a riconoscere e a utilizzare la competenza del figlio sul genitore, spesso liberando il figlio dal senso di colpa di avere pensato male del genitore o, comunque, riconoscendone il diritto di vedere e accettare il limite del genitore, cosa questa necessaria per l’accesso del figlio alla adolescenza e alla giovinezza. Tra l’altro, per il terapeuta, risulta illuminante e prezioso affidarsi alla competenza che il figlio ha del genitore, in particolare la competenza dei figli più piccoli. Se un terapeuta sa ascoltare e leggere quanto vivono e a modo loro sanno i figli, ecco lì, su un piatto d’argento, già fornita la diagnosi per lo meno relazionale di quella famiglia.

 

Il tragico paradosso dell’incesto del padre con la figlia

 

Paradossalmente soltanto l’incesto permette a un genitore (il padre) di essere fisicamente dentro la propria figlia con il pene e con il seme. Si tratta in effetti di un tragico paradosso, dato che il genitore è già nella figlia, in quanto la figlia ha gia in sé il padre, anzi – meglio ancora – lei è il seme del padre restituito al padre unito a quello della madre.

Da questa ultima intuizione si può peraltro cogliere, a mio avviso, la ragione psicodinamica di un aspetto di estremo rilievo presente nelle dinamiche incestuose tra padre e figlia: nella restituzione la madre investe nodi o livelli dissociati di sé, che identifica nella figlia, così che, quando la figlia vive l’incesto con il padre, è la madre che, in lei, ama il padre, sia pure all’interno di una dinamica di identificazione proiettiva, tipica di personalità più o meno caratterizzate da eventi dissociativi. In questo vedrei una non irrilevante motivazione del fatto per cui solitamente la madre da un lato non pare proprio accorgersi dell’accadere dell’incesto, dall’altro tende a negarne all’estremo la possibilità e comunque a difendere il padre. Del resto, come potrebbe la madre accusare chi, in certo senso, ha fatto l’amore non tanto con la figlia quanto con quella parte dissociata di sé, che la madre ha proiettato e identificato nella figlia?

Inseguendo l’utopia (o l’illusione)
non t’ho guardato crescere
o non t’ho guardato tanto quanto t’ho amato.

Forse è questo l’essere padre:

vedere il figlio già cresciuto.
E lì, solo lì, dargli l’abbraccio
da uomo a uomo.

 

E’ lì che ci si incontra. 

 

Lì ti ho sempre incontrato e amato e ringraziato.
Lì sempre ti incontrerò,
orgoglioso d’esserti padre.

Ma stasera rimpiango i giochi che con te non ho fatto.
E odio l’utopia.

 

Moni oggi è stata al suo primo film

 

ora nel sonno sta volando

sulla carrozza-di-zucca di Cenerella

 

il suo principe danza con lei

nelle pupille del sogno

 

le nuvole d’estate

le gemme

l’aria sottile delle viole

e la luna

se ne stanno qui con me mentre guardo

questo nostro visino tutto da amare

 

con me la parola si ferma

per un attimo

sul nasino di Monica

nel centro del mondo e del sogno

 

Di quei quattro giorni
che ci tocca passare qui ‘n terra
quasi tre (o forse già un pochetto di più)
se ne sono andati.

Dopo ci saranno le stelle
e con loro sarà bello parlare

la Rosi aspettando

ed imparando intanto a balbettar l’Eterno,

ch’è la lingua
che s’usa là su
a tu per tu con le tre persone.

 

le fiabe, guai a toccarle

specie al mattino

specie in fondo alle giornate

 

guai a sfiorarle

guai impudico a guardarle

 

le fiabe esistono

eppure

se mi guardo e un vecchio

mi appare

non sono io a guardare

né sono io a essere guardato

 

è solo un vecchio capitato lì

per caso

 

mi prende per il naso

e si specchia nel viso della mia giovinezza

con l’ebbrezza vecchia

di un narciso

 

e solo lui si sente in paradiso

ci sto bene, Rosi, nel tuo grembo

 

lì sono i due occhi di Monica spillo

di Agostino pane

e di Chiara volpe

 

lì imparo ogni sera amore

ogni mattina vivo resurrezioni

ogni notte respiro infiniti

 

lì dipingo i colori

plasmo le forme

ricreo gli spazi e i tempi

 

lì Dio mi guarda

e poi se ne torna lassù

felice di quanto ha fatto quaggiù

 

ci sto bene, Rosi, nel tuo grembo

 

è bella la vita

quando si guarda in faccia l’impossibile

lì in fondo alle pupille della gioia

vedi e sei le galassie e gli spazi

e gli infiniti

e il gesto magico d’inizio

 

lì dentro al labbro di Dio

c’è il bacio di Rosi

invidiato dagli angeli

 

ha girato intorno al mondo

il mio pensiero

compiendo l’intera sfera degli stupori

amando ogni sintassi

 

sempre la bocca aperta spalancata

 

ma poi

arrivato a te

è lì che gira ancora su se stesso

 

in un clamoroso casqué

non sapevo che di notte i gabbiani

volano ancora

 

vista nell’oscurità dalla Giudecca

Venezia è un segmento nero

di contro al cielo

 

mi innamoro di un riflesso anch’io

come un gabbiano

Psicosi e ricorso a santoni, maghi, sensitivi ecc.

 

Prima di essere il problema di un individuo il processo psicotico è problema ed evento del sistema familiare e delle relazioni che lo costituiscono. Per usare un’immagine mutuata dal mondo dell’elettricità, il sovraccarico o la carenza di tensione, prima di essere un problema della singola lampadina, è un problema del circuito. Se voglio proteggere le lampadine, devo perciò intervenire subito sul circuito e garantirne il regolare funzionamento.

Ricordo come per questo sito la psicosi è non uno stato, ma un processo, che, come tale, può ulteriormente aggravarsi o regredire. Ciò vale per l’individuo e, a monte, per il sistema familiare e per il gioco relazionale che lo caratterizza. La regressione e il superamento del processo psicotico (cioè la sua “guarigione”) possono – a parere di chi scrive – essere correttamente ottenute soltanto grazie a un intervento di psicoterapia sistemica, che giunga all’individuo proprio a partire dal sistema. Altrimenti l’individuo finisce con il sottrarsi alla possibilità di essere aiutato.

Uno dei parametri diagnostici, forse il primo e più evidente, della gravità del processo psicotico in atto in un sistema è la negazione – da parte dell’intero sistema o di uno o più individui del sistema – di ogni richiesta d’aiuto o, più radicalmente ancora, di ogni necessità di riferimento a figure esterne al sistema e/o al suo bisogno di  vero cambiamento: o non ci si fa aiutare per nulla o – se ci si fa aiutare – si ricorre a terapeuti o a metodologie terapeutiche che non modificheranno in nulla l’equilibrio relazionale del sistema e che accetteranno come paziente soltanto la persona designata come problematica dalla famiglia, di fatto legittimando con ciò la patologia relazionale del sistema. Non a caso nella terminologia sistemica colui che la famiglia presenta come “il problema” è chiamato “capro espiatorio”.

Molto, troppo spesso il sistema interessato da giochi psicotici si rivolge anche a figure non competenti o non legalmente riconosciute, quali maghi, santoni, cartomanti, sensitivi e via dicendo. Non è raro, purtroppo, il caso in cui la famiglia e/o gli individui ricorrano a un uso patologico e patogeno della religione, vissuta in modo distorto e letta – sotto sotto – come fatto magico, superstizioso, isterico, permeato di un misticismo solo emotivo e con tratti quasi alllucinatorii. Anche qualora questi maghi o santoni siano in buona fede (cosa peraltro rarissima), il ricorso a essi quantomeno ritarda e rinvia nel tempo il ricorso a figure davvero competenti. Tale ritardo o rinvio è gravemente dannoso, proprio perché collude di fatto con il procedere e il radicarsi del processo psicotico.

 

Là dove io combattevo i confini,
tu eri e sei e sarai già con me,
tu, la donna che non ama i confini e vede gli infiniti.

 

Là dove io mi cerco,
tu eri e sei e sarai,
perché fin dal midollo dell’eternità
tu sei il mio nome.

E là dove io mi trovo,
tu sei e sei e sei,
e in te risuona la mia voce
e le angosce sono sogni
e gli abissi splendide caverne dalle magiche stalattiti
e le vette piccoli occhi che cinguettano azzurro.

Tu eri e sei e sarai la mia identità,
tu, la vivente,
tu, l’utopia carezzante,
tu, la gioia di ogni adesso,
tu, quando l’attimo riattinge i cieli.

Come la morte,
ti porta al di là di ciò che ti dice,
evidenzia la linea essenziale
(come nel disegno il caricaturista).

L’ironia appartiene ai mattini,
come la rosa, dopo che ne è baciata,
appartiene per sempre alla rugiada
e la rugiada le dà nome

e “fiore della rugiada” la chiama.

E’ l’ironia almeno per un po’ mattino

e riapparire increduto della luce
e ridiffondersi dei colori
sulle immobili cose.

 

 

Vorrei anch’io morire da sveglio,
dentro la sofferenza,
infradiciato di sofferenza,
quando la coscienza è più acuta
e l’uomo è più uomo
e sa, lui solo, che significhi
soffrire e morire come un cane.

Sposerò in quell’attimo
la coscienza.

Vorrei anch’io morire da sveglio
in un grande giorno di sole,
di quel sole che ti disidrata fin nelle midolla,
in ogni del corpo e del cuore più riposta papilla.

Oppure vorrei morire,
ma sempre e inesorabilmente da sveglio,
in una notte fresca di luna.
Quelle lune piene totali mi diranno
chi è la fanciulla coscienza
e quanto la seguì l’errante pastore (e l’insanato deserto).

In quell’attimo sveglio vedrò gli occhi di Silvia,
fuggitivi e ridenti,
e in essi le pupille buone e mai perdute del pane e di Rosi.

Sposerò in quell’attimo
la coscienza.