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Category Archives: corpo

Ricevo da Parigi questo commento di Elena, che, mi pare, merita lo spazio di un post.

Caro Gigi,

leggevo il tuo articolo e, prima ancora che tu le citassi, mi sono venute in mente le parole del Vangelo “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ho una relazione così incespicante e piena di buche con la religione, che non sapevo andare più in là nella mia memoria di catechesi, ancor meno avrei saputo dire in quale Vangelo veniva riportata questa frase. No, non sono certo una cattolica eccellente. Però la frase me la ricordavo bene essendo così bella. Sono andata a ricercarla, ed essa dice ancora di più: “Lasciate che i bambini vengano a me, NON GLIELO IMPEDITE”.
Già…
E da nessuna parte c’è scritto che il bambino deve essere biondo, moro, alto, basso, bello, grasso, magro,…
Guardate come si scrive “bambino” sullo schermo del copmuter: è una fila di lettere tonde, rotonde, come abbracci. Ditelo con la voce: bambino..due volte di fila le labbra si posizionano come a dare un bacio.
In questa brutta storia le labbra si sono ritratte come su un volto sdentato e arcigno, schiaffi altro che baci.
Io penso che Gesù si sia incavolato nero visto che neanche a lui è stato permesso quell’incontro, penso che il suo amore rimanga immutato nei confronti di quel bambino,anzi, si sia infuocato ancora di più. Ma a quel bambino…chi glielo spiega? E come glielo spiega? E che spiegazione vuoi dare se la stessa spiegazione è assurda come spazzatura? Chissà che dolore ha provato quel bambino…
Incapace di intendere e volere dicono? E di amare, soffrire, provare emozioni? In tutta questa storia c’è una grande incapacità palese: l’incapacità di amare, da parte di chi predica amore. Certo, il prete coinvolto in prima persona è una presenza fisica alla quale vien voglia (almeno a me) di dare un cazzotto, ma dietro di lui si nasconde (anche molto male) tutto un sistema che si erge su parole svuotate del loro vero senso. E a svuotarle del senso sono le stesse persone che scelgono quelle parole come “loro vangelo” …e parlano ancora di incapacità di intendere e volere?

Elena

 

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Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

Ne ho scritto a lungo nel mio libro La tenerezza dell’eros. Il fasciatoio è luogo e tempo formidabili: lì si giocano imprinting decisivi per la costituzione e la strutturazione della personalità, preparandone e suggerendone i comportamenti. Non solo. La relazione d’amore riprenderà le stesse modalità relazionali che quell’individuo da bambino/a ha vissuto sul fasciatoio nella relazione di accudimento con la propria mamma.

Un esempio. Ancora privi di parola, il bambino o la bambina richiamano l’attenzione della mamma, perché stia presente e attenta sempre più e sempre meglio, continuando a stare con loro e per loro. Come?

L’attenzione di qualsiasi essere umano è sempre attivata prima di tutto e soprattutto da ciò che è diverso e nuovo (è ciò che i pubblicitari chiamano il plus di un prodotto: quella caratteristica che, differenziandolo dagli altri, rende unico e riconoscibile quel prodotto). Ne consegue che la madre – consciamente o inconsciamente – “vede” come prima cosa la differenza più evidente del proprio bambino.

Se questo è un maschio, in particolare il primogenito maschio, lo sguardo materno, consciamente o inconsciamente, “vedrà” prima di tutto il pisello del maschietto, soprattutto del primo maschietto, cioè il suo plus. Per questo i maschietti, come primo richiamo dell’attenzione materna, che induca la mamma a re-stare (cioè a “continuare a stare”) sempre più o meglio presente e attenta, attivano l’erezione del pisellino; in tale modo – per dirla con i pubblicitari – evidenziano il plus . Soltanto se la mamma, per propri problemi, non risponde a questa modalità di richiamo, il bambino non la attiverà, inibendola e/o passando ad altre modalità di richiamo. Anche per la selezione delle modalità di richiamo, dunque, il bambino si adatta al tipo di risposta materna.

Se sul fasciatoio c’è una femmina, che è “come” la propria mamma, la bimba dovrà attivare modalità di richiamo d’attenzione più articolate e complesse, che – all’interno della comune femminilità – la rendano attraente e sempre più sé stessa agli occhi della mamma. Di solito queste modalità sono giocate su una valorizzazione della espressione di suoni e di movimenti del viso e del corpo molto più abile, sfumata e ricca di quella solitamente propria del maschio. Per questo, a mio avviso, le femminucce parlano prima e meglio dei maschietti (è molto raro trovare bambine che balbettano, parlano poco, male o in ritardo), hanno una più articolata ed espressiva mobilità del viso e del corpo e sono molto più attente alla lettura e alla interpretazione dello sguardo e della personalità della madre. Se una donna non ha attivato e bene strutturato queste capacità espressive, significa che il rapporto con la madre sul fasciatoio non è stato adeguato o addirittura è stato carente o problematico.

Quindi non mi pare affatto una forzatura affermare che da un lato la capacità di espressione fonetica prima e verbale poi, dall’altro la capacità di mobilità gestuale del viso e del corpo stiano alla femmina quanto l’erezione del pisello sta al maschio. “Servono” come prima, antica e più collaudata modalità del richiamo di attenzione.

Di qui vengono alcune caratteristiche solitamente femminili:

  • la parola non serve soltanto per comunicare qualcosa. In quanto richiamo di attenzione, richiede soprattutto di essere ascoltata attentamente. Prima del problema o dei contenuti che dice, quella parola è presenza di una persona, è la persona, l’anima di quella persona, la sua unicità, la sua bellezza che chiede di essere vista, riconosciuta, amata più di ogni altra e come nessun’altra può esserlo. Prima di chiederti di fare qualcosa per lei, la parola di una donna ti chiede di essere con lei, di vedere lei, di accogliere lei, la sua unicità femminile, il suo esserci, il suo attenderti, il suo aspettarti, il suo mondo di interiorità, il suo viversi attimo per attimo, il suo sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare come nessuna altra donna sa sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare. Ogni parola di donna è il parto di una gravidanza che ti chiama al riconoscimento della intera gestazione, in tutte le sue mille e mille sfaccettature, in ogni sua irripetibile e unica e inimitabile identità;
  • il muoversi del suo viso, del suo collo, del suo busto, del suo bacino. delle sue gambe, di tutto il suo corpo non serve soltanto – come banalmente e riduttivamente crede la maggior parte degli uomini – per sedurre o per “ottenere” qualcosa. È, prima di tutto, la danza poliedrica e fantasmagorica del suo esserci: come persona unica, come storia straordinaria, come irrinunciabile inizio di cammini e mondi che soltanto lei è e può essere, che nessuna altra donna sarà né potrà mai essere.

Quando due donne amiche parlano tra loro, è come se ripetessero tra loro l’esercizio che una figlia e una madre solitamente fanno e dovrebbero potere fare sul fasciatoio. Celebrano il merletto preziosissimo e soficastissimo della reciproca attenzione delle presenze e delle anime, della reciproca articolatissima lettura del sentimento e dell’emozione. È una celebrazione che, al tempo stesso, è esercizio di linguaggio amoroso, è attesa e speranza di una attenzione complice e complessa, quale sperano possa esserci domani tra loro e la persona che amano.

Purtroppo per la maggior parte dei maschi il gioco stupendo della richiesta d’attenzione si esaurisce e limita al “fare sesso”, come se l’erezione del pisello fosse l’unica cosa che conta, l’unica condizione e garanzia dell’amore: per loro le parole di una donna sono soltanto chiacchiere, il suo femminilissimo muoversi sono inutili, noiose, ritardanti moine. Non sanno il tesoro di comunicazione che hanno di fronte. Non colgono il dono del prodigioso mondo promesso e banalmente lo stuprano nell’ignoranza dell’ascolto e dell’accoglienza. E così perdono l’amore, la bellezza e, soprattutto, la persona che li ama, la sua unicità, la sua anima.

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Rita1 non riusciva a rimanere incinta. Per anni si era sottoposta all’inseminazione artificiale, ma regolarmente aveva ogni volta perduto il bambino dopo pochi giorni, con grave frustrazione assommata alla lunga sequela di visite e visite e alla lacerante esperienza della laparotomia. Il marito di Rita, un uomo con un Sé poco confermato2 e una autostima non molto adeguata, intratteneva con la moglie una relazione giocata solo sulla paura di perderla e sul controllo, non tale cioè da avviare un dialogo che potesse aiutarli in funzione strutturante e identificativa e tale da dare profondità a entrambi. La struttura di personalità di Rita presentava, d’altro lato, una certa dose di rabbia isterica aggravata da alcuni nodi di area psicotica dovuti a forti carenze nella relazione con una madre3 non molto adeguata e incapace di contenere emotivamente e affettivamente la figlia.

Rita a livello inconscio profondo presentava una percezione del Sé corporeo come di un’unica vaga e indistinta cavità, percezione tale da darle, sempre a livello profondo e inconscio, la percezione di una altrettanto vaga e indistinta sovrapponibilità dei tre orifizi (bocca, vagina, ano), che fungevano d’accesso o d’uscita nei confronti di quell’unica cavità. Non a caso Rita parlava molto e a getto immediato e continuo, del tutto incapace di tenere un segreto, un’emozione; mangiava in fretta; defecava subito e spesso, vittima di una “colite cronica”; e, come si è detto, abortiva ripetutamente, a pochi giorni dal concepimento. Era come se l’unica vaga e indistinta cavità, che a livello profondo costituiva il suo Sé corporeo, non potesse contenere né segreti e parole, né feci, né frutti di concepimento; era come se da parte di tutti e tre gli orifizi fosse impossibile trattenere i contenuti.

Con questa donna i medici da una decina d’anni imperversavano fino, da ultimo, a giungere a prognosi del tutto negative e sconfortanti circa la possibilità di portare a termine una gravidanza, non vedendo, a mio parere, che la vera radice del problema di Rita era non medica o fisica, ma psicologica e relazionale.

Bastò infatti una psicoterapia di pochi mesi, che abituasse Rita a sapere tacere, unendo il gusto del silenzio a quello della parola (sapere tacere o anche soltanto sapere rinviare nel tempo una comunicazione fu per lei una enorme, decisiva conquista), avviandola a una più equilibrata e più consaputa gestione relazionale della sua bocca e della sua comunicazione verbale. Fondamentale fu per lei la prescrizione di non dire nulla ad alcuno del contenuto delle sedute, in particolare al marito, che, controllante, voleva sapere ogni cosa, e alla sorella, suo vero e proprio alter ego.

Rita scoprì il gusto di “tenersi dentro”4 qualcosa, tenendolo almeno per un po’ tutto per sé, senza buttarlo fuori subito; scoprì il gusto di potere elaborare dentro di sé le cose che “si teneva dentro”, di poterci ragionare su per una settimana intera prima di poterne riparlare con me in seduta. Questo le diede il gusto della propria intelligenza e della propria ragione e soprattutto le diede la percezione e il vissuto in un primo tempo della seduta terapeutica e in un secondo tempo di sé stessa come di una cavità definita, trasformante, piacevolmente elaborante, capace di “tenere dentro” e di “fare proprio”. Corollario non insignificante, il marito dovette, a sua volta, imparare a elaborare nuove tecniche relazionali con la moglie, cominciando a sostituire gli abituali interrogatori controllanti con approcci più rispettosi e più capaci di attenzione e ascolto, più mirati a cogliere le intenzioni di Rita che a carpirne le informazioni (in parallelo la psicoterapia lavorò sull’autostima del marito, così da portarlo a viversi come persona interessante, tale da non essere obbligato a controllare Rita, temendo di perderla). Dopo solo quattro o cinque sedute Rita cominciò, guarda caso, a mangiare con più gusto, sedendosi con calma a tavola e prendendo piacere dai cibi e dalla compagnia del marito; la colite poi quasi magicamente sparì del tutto, alla faccia della sua dichiarata “cronicità”. Cinque mesi dopo Rita era incinta, non più timorosa di perdere la gravidanza, ma piacevolmente presa da questa sua esperienza, curiosa di questo suo “tenere dentro”, come se si trattasse del suo primo vero concepimento e della sua prima vera gravidanza. Dopo nove mesi esatti dal concepimento è nata Giada, una bellissima bambina dagli occhi di cerbiatto.

1 È figlia primogenita, con una sorella di poco più giovane.

2 Si tratta di Vincenzo, un secondogenito concepito non molto volentieri dalla madre, quando il fratello primogenito non aveva ancora compiuto l’anno; pochi mesi dopo la nascita di Vincenzo, venne poi concepito il terzogenito. Come si può notare anche solo da questa rapida sequenza di concepimenti e di nascite, per Vincenzo non ci fu molta possibilità di essere oggetto della attenzione e dell’abbraccio materni: la madre appoggiava il biberon sul cuscino, così che Vincenzo doveva da solo arrangiarsi a succhiare senza che nessuno lo abbracciasse e sostenesse sia lui che il suo biberon.

3 La madre di Rita fu una bambina poco amata e guardata e, come spesso capita alle figlie poco amate e guardate, fu vittima di un abuso in età preadolescenziale, di cui nessuno si preoccupò e che solo la terapia in atto fece emergere dal buio dei ricordi; con entrambe le figlie ebbe scarsa capacità di contenimento e di empatia; non a caso, quando l’unica sorella di Rita da bimba venne a sua volta abusata, non ne parlò con il marito e si limitò a inviare la figlia solo un paio di volte da un sedicente psicologo, senza peraltro dirgli il perché gli inviava la figlia.

4 Giocai molto, nel corso della psicoterapia, sull’uso di questa espressione, rinforzandola spesso con gesti delle braccia e delle mani che contribuissero a dare l’idea visiva del contenere, dell’avvolgere; accompagnavo spesso la parola al disegno, facendo, come se fosse per caso, cerchi sul foglio che stava sul tavolo tra me e Rita, cerchi sempre più grandi e dalla circonferenza sempre bene marcata. Le parole, le espressioni e i gesti, se bene posti e riproposti, hanno un forte valore strutturante, sinesteticamente poi interrogano più livelli coscienziali e percettivi.

Una carezza può essere abitata dallo stupore più emozionante e carico di creazione, ma può anche generare fastidio o dolore laceranti. Può portare ed essere gioia raccolta, inebriante piacere, vita totale, panico amore; ma anche morte o solitudine assolute.

La stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante fino alla esaltazione o devastante fino alla pietrificazione: dipende da quanta integra sia o possa essere la pelle di chi la riceve; da quanto questa persona abbia o non abbia attivato, costituito e strutturato il proprio Sé durante la relazione di gravidanza e di accudimento. È in questo periodo evolutivo che prende corpo il Sé, cioè il nucleo di fondo della personalità di un individuo. La pelle è prima la possibilità e poi la capacità del Sé di essere corpo nel mondo, comunicante con il mondo, aperto al mondo e all’alterità di tutti quegli incontri, che fanno e sono il mondo. Un Sé non bene attivato o non adeguatamente costituito e strutturato si presenterà come un corpo senza pelle o con la pelle ferita, squarciata, ustionata, che lascia il Sé in un urlo senza protezione. Allora anche la carezza più delicata e rispettosa, più tenera e stupita, più generosa e innamorata aggiungerà ferita a ferita, squarcio a squarcio, ustione a ustione, in una sofferenza drammatica e insopportabile.

Ma anche per un’altra ragione la stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante o devastante fino alla morte: dipende da quanto transitivo oppure intransitivo sia o possa essere il gesto di chi esprime e dà la carezza; da quanto questa persona sappia o possa arrivare alla alterità della persona amata. Se prima e più che intuire, sfiorare, toccare l’alterità dell’altro, la mano di chi carezza sente – soltanto o primariamente o prevalentemente – sé stessa, il proprio timore e tremore, la propria timidezza o inadeguatezza, oppure il proprio bisogno di possesso, la propria volontà di invadere ed espropriare, la propria necessità di esibire l’affetto o l’amore, di recitarli, mostrarli, senza mai poterli o saperli davvero vivere ed essere. Allora anche la carezza più espressiva e tecnicamente più ineccepibile rischia di non giungere e destinazione, di essere e restare gesto impotente, alibi d’amore, inganno di affetto e tenerezza, mero pretesto, comunicazione mai davvero attivata, che – sotto l’apparenza o l’illusione dell’incontro e del contatto – lascia nella solitudine la profondità del Sé sia di chi dà la carezza sia di chi la riceve.

Ci sono così carezze che danno corpo e carezze che prendono corpo, come se lo rubassero, lo bestemmiassero, lo devastassero, lo annullassero. Ci sono carezze che infondono anima e carezze che la spengono. Ci sono carezze che possono e sanno solleticare nel riso la pelle, incendiarla di piacere, inebriarla di passione, bagnarla di soavissimi orgasmi; e ci sono carezze che desertificano l’animo, assetano la pelle senza mai inumidirla di rugiada, affamano il cuore senza mai toglierlo e riscattarlo dalla nausea, in un gioco sadico e folle di promesse mai mantenute, di attese inesorabilmente mancate, di illusioni ossessivamente ripetute e sempre più alienanti.

Ci sono carezze più proprie dell’uomo e carezze più proprie della donna.

Le carezze di un uomo sanno o possono confermare e decidere quanto sia bella una donna, ma possono anche scavarne l’anima e lacerarne la carne. Ogni carezza di uomo sa o può confermare il Sé della donna , sa vestirlo di fecondità e spogliarlo nella identità e nella tenerezza; sa dargli bellezza, intensità, luce, acqua, vento, respiro, in un gioco, che, qualora sia libero e adulto, è il “tra” che apre il mondo all’essere e l’essere al mondo.

Le carezze di una donna sono un piccolo utero o una gravidanza ripetuta intensa, che può dare nome, corpo, vita al Sé dell’uomo, fino all’accoglienza che concepisce e al contenimento che partorisce. Ogni carezza di donna sa o può essere concepimento, gravidanza, parto, concepimento, accudimento, in un gioco che, qualora si liberi dall’infantilismo, può essere profondità d’amore, ricreante tenerezza dell’eros.

Quando è data con sapienza, la carezza di un uomo è azione di spazio e di utopia. Quella di una donna è evento di tempo e di creazione.

Quando è ricevuta, per l’uomo può essere inizio esplosivo o regressiva implosione, talora un addio o, un aborto subiti. Per la donna può essere prezioso vestito, incandescente identità, entusiasmo di speranza, sistole di fede e prodigio: oppure furto, scippo, rapina, stupro che espropria il corpo e sfratta l’anima, cancro che scava, estingue, uccide.