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Criminalizzare il branco?

 

Sempre più di frequente il termine branco è usato in modo negativo: ci si riferisce a un gruppo di maschi (rarissimo il caso di branchi femminili) in età adolescenziale, che agiscono in modo anche gravemente delinquenziale. Di queste azioni la cronaca ci parla con trend crescente. Branco è un termine, che richiama i lupi, il loro agire predatorio; e con i lupi evoca le paure profonde dell’infanzia, il mondo spesso terrificante del mito e della fiaba. Anche questo lascia il tutto in un confuso alone, che non tocca le radici del problema.

A quanto dice la cronaca, le azioni delinquenziali del branco colpiscono in quattro direzioni:

1.  contro la donna; in questo caso l’azione si connota di significati e comportamenti sessuali; l’esito abituale è lo stupro di gruppo, talora culminante con l’uccisione della vittima;

2.  contro il diverso; in questo caso l’azione è finalizzata alla derisione e alla umiliazione (anche sessuale) della vittima; l’esito abituale è il pestaggio, ma anche qui, non di rado si giunge allo stupro e alla uccisione della vittima; le diversità più colpite paiono essere quelle dell’handicappato, dell’omosessuale, del trans, dell’homeless, dell’appartenente a gruppi etnici più emarginati o più oggetto di negativa attenzione mediatica. In quanto diversa, la donna può riguardare, invece che il punto 1., questo punto 2.;

3.  contro branchi rivali; qui l’azione è finalizzata alla affermazione territoriale del branco, alla supremazia nei confronti di chi, proprio in quanto simile, può risultare pericoloso; l’esito abituale è il pestaggio reciproco; rispetto ai primi tra punti è meno raro che si arrivi all’uccisione della vittima e, che io sappia, non si arriva quasi mai allo stupro del rivale;

4.  contro la cosa pubblica, contro gli oggetti, i simboli, le persone dell’autorità sociale e istituzionale; l’azione è finalizzata alla distruzione e alla negazione di tutto ciò che, in quanto autorità, limita il potere e la legge del branco; l’azione può portare a eventi omicidi, ma di solito si esaurisce nella rissa, nel pestaggio, nella devastazione delle cose e degli oggetti; pure qui, che io sappia, non si arriva allo stupro della vittima.

Come si può intuire guardando i 4 punti, in gioco c’è tutto ciò che in vario modo provoca l’adolescente (in particolare l’adolescente maschio), lo obbliga ad affrontare l’altro, a confrontarsi da un lato con la sua inquietante alterità, d’altro lato con la sua non meno minacciosa identità, dall’altro ancora con la forza limitante della sua presenza e delle sue logiche.

Ogni adolescenza ha dovuto fare i conti con provocazioni di questo tipo. Oggi, però, si giunge alla adolescenza con un deficit di strutturazione di personalità, sconosciuto agli adolescenti di altre epoche, di altre società, di altre culture. Per questo il confronto con l’altro risulta estremamente angosciante: sul desiderio dell’incontro e del confronto prevale la paura. E, troppo spesso, il branco rappresenta per l’adolescente l’unico interlocutore possibile, l’unica realtà in cui si sente accolto e accettato per quello che egli vive e sa di sé, l’unico motore di realtà e di azione praticabile e accessibile.

Lo svincolo adolescenziale oggi accade senza che le precedenti fasi evolutive abbiano prodotto una adeguata strutturazione degli affetti, delle emozioni, delle intenzioni, delle relazioni. Né la famiglia nucleare, né quella allargata, né la comunità sociale che sta intorno alla famiglia riescono a dare e a formare le strutture fondamentali non solo dell’Io, ma addirittura del Sé. La famiglia nucleare è sempre più evanescente, spesso formata da genitori immaturi (a loro volta con problemi anche gravi), incapaci di vivere sia come coppia di sposi sia come coppia di genitori. La famiglia allargata spesso data dall’incrociarsi di più famiglie, indefinite nelle loro storie e nelle loro identità, incapaci di rapportarsi tra loro così da offrire all’adolescente un interlocutore identificabile e praticabile. È poi difficile potere individuare l’esistenza di una comunità sociale che sia lo sbocco e la continuazione dell’azione familiare: non ci sono ormai più spazi e tempi sociali, quali una volta erano la cascina, la casa a ringhiera, il cortile, il rione, il quartiere, il paese o – per altri versi – la stalla, la piazza, l’oratorio, il bar.

Un tempo l’accesso al branco o, per usare un’espressione, migliore e più corretta, al gruppo dei pari era fase evolutiva fisiologica e positiva; costituiva l’anello di passaggio dall’identità di fanciullo e di figlio a quella di giovane e adulto. Formato da personalità già adeguatamente evolute, il gruppo dei pari graduava e aiutava il completarsi della strutturazione della personalità, era cioè una preziosa risorsa affettiva (molte vere amicizie nascevano lì), emotiva (era il luogo delle confidenze più aperte, impossibili con i genitori), cognitiva (si imparavano cose prima sconosciute, abilità mai fino allora praticate), relazionale (si conoscevano e strutturavano modelli relazionali diversi da quelli appresi nella famiglia d’origine). Se per la femmina questa fase evolutiva era scandita dal succedersi delle varie “amiche del cuore”, per il maschio il gruppo era l’alveo corretto della evoluzione adolescenziale.

Per tutto quanto ho detto, mi pare pericoloso limitarsi a criminalizzare il branco. Prima bisognerebbe permettere un adeguato accesso al gruppo dei pari.

 

Tutti i testi presenti nel sito sono di Gigi Cortesi e sono coperti da copyrught.

One Comment

  1. si parla sempre di branco e poco di individui; sono una mamma che cerca di crescere i propri figli con degli ideali e principi morali che per la maggior parte delle volte si scontrano con una realtà assai lontana; cerco di inculcare nei miei figli che l’essere “diverso”, inteso come persona umana normale, non è fuori dalla realtà, anzi è una caratteristica rara che spesso la si mette da parte per dare spazio a tutto ciò che è comune, quando comune non lo è. Penso che alla fine il branco è composto da individui disorientati, ai quali i genitori non hanno insegnato delle regole, oppure non li hanno valorizzati per quello che realmente sono. Ho paura per i miei figli, ho paura che non siano in grado di difendersi e di essere persone vere, persone con un’anima libera e propria. grazie.


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