Salta la navigazione

La depressione è prima di tutto un problema e una patologia della famiglia

Nota preliminare: Qui per “depressone” si intende non tanto o non soltanto il comportamento depresso, quanto quel deficit strutturale profondo che, stando alla base di vissuti o atti depressivi di un individuo, li configuri come patologia di area psicotica. La precisazione è d’obbligo, visto che troppo spesso il comportamento depresso (per esempio in situazioni di depressione fisiologica quali un lutto o la perdita di un amore o il non superamento di un esame) viene confuso e curato come se fosse di per sé una patologia, senza peraltro molto sottilizzare se di area nevrotica, borderline o psicotica; basta un comportamento depresso, ed ecco che qualche medico di base subito prescrive antidepressivi (spesso associati ad ansiolitici) di grosso impatto e a rischio di suicidio.

Prima di essere un problema e una patologia dell’individuo, la depressione è problema e patologia del sistema familiare. Qualsiasi tipo di intervento si faccia (psicofarmacologico e/o psicoterapeutico), senza un previo e decisivo intervento terapeutico sul sistema familiare e senza un radicale cambiamento nel gioco delle relazioni familiari, gli eventuali “miglioramenti” del depresso sono destinati a essere solo momentanei o apparenti. Prima o poi la depressione riemerge.

È come se il sistema familiare non potesse fare a meno della presenza del depresso. Nonostante tutti si lamentino di lui e dei gravi condizionamenti prodotti dalla sua presenza, di fatto tutto il gioco familiare si fonda proprio su questa presenza, su questi condizionamenti, su queste lamentele. So quanto sia difficilissimo, per chi lo viva, accettare queste affermazioni sul sistema familiare del depresso, ma purtroppo le cose stanno così. La presenza di un depresso esercita un fortissimo risucchio omeostatico su tutti i membri del sistema: colpevolizza e delegittima ogni presa di distanza dal depresso e dalla sua sofferenza, di fatto impedendo e/o ostacolando ogni mossa di svincolo, allontanamento, presa d’autonomia. Come possono i figli andare a ballare, fidanzarsi sposarsi, essere felici, quando il papà o la mamma “soffrono così tanto”? Come possono un marito o una moglie pensare alla affermazione professionale, a un piacere qualsiasi, a una piccola vacanza solitaria oppure a un tradimento, alla separazione, quando il coniuge soffre i dolori di quel “male oscuro”? Come possono un fratello o una sorella pensare a farsi una famiglia, quando c’è tanto dolore in casa e “i genitori hanno così bisogno di aiuto nella cura di quel figlio tanto sofferente”?

Quando un gioco così si radica fino a diventare consuetudine, mentalità, schema di comportamento, modalità relazionale abituale, allora quel sistema familiare in realtà non può più fare a meno di quel depresso, del quale a livello conscio tanto si desidererebbe la guarigione. Nulla crea maggiore dipendenza di un gioco familiare disfunzionale. E, per chi la subisca, nulla è più invisibile di questa dipendenza. Così la dipendenza cresce e il sistema familiare diventa sempre più depresso-centrico, aumentando sempre più la propria disfunzionalità psicotica.

Da parte sua, chi soffre di depressione, ha – proprio in quanto depresso – una serie di “vantaggi”, che in quanto tali non contribuiscono certo a motivare l’impegno a guarire:

·       è al centro dell’attenzione dell’intera famiglia; chi non lo considerasse, non gli fosse attento, non si prendesse cura di lui, si sentirebbe in colpa e/o cadrebbe nella disapprovazione oltre che della famiglia anche del gruppo sociale. Al contrario la persona depressa, proprio in quanto depressa non può è deve prendersi cura di alcuno;

·       può anche limitare o annullare il proprio impegno lavorativo e il proprio ingaggio sociale; in nome del proprio essere depresso, prima o poi pone di fatto i familiari nella condizione di dovere essere loro a sbrigare tutta una serie di incombenze che “lui, poveretto, non riesce a fare”: guidare la macchina, andare negli uffici, partecipare all’assemblea condominale, fare le spese, accudire i figli, la casa, perfino sé stesso;

·       nelle relazioni affettive, non deve necessariamente darsi da fare, prendere l’iniziativa, confrontarsi fino in fondo con le attese e i bisogni dell’altro; di fatto ciò gli permette di evitare la piena assunzione di funzione e di responsabilità soprattutto nelle due relazioni più coinvolgenti e impegnative: quella coniugale o di coppia e quella genitoriale. Senza potere essere accusato di sottrarsi ai propri compiti, può così evitare di fidanzarsi, sposarsi, fare il genitore, essere coniuge o partner: sulla identità di coniuge e sulla funzione di genitore finiscono con il prevalere e con il legittimarsi per esempio quelle di malato da curare, di scoraggiato da incoraggiare, di debole da sostenere, di demotivato da stimolare, di potenziale suicida da controllare, di incompreso sofferente da comprendere e consolare.

A fondare, mantenere e legittimare l’affermarsi di questi “vantaggi”, è l’enorme potere di colpevolizzare che la persona depressa ha nei confronti di chi gli vive accanto: chi non gli dia attenzione, compassione, cura, sostegno, aiuto, subisce automaticamente un giudizio sociale e, prima di tutto, familiare del tutto negativo e stigmatizzante. Naturalmente, se colpevolizzare funziona, significa che quel sistema familiare – spesso senza che neppure lontanamente i diretti interessati se ne rendano conto – accetta, subisce e legittima il potere del depresso e della sua presenza colpevolizzante:

·       riconoscendo e privilegiando la sofferenza come il segnale di richiamo d’attenzione più sicuro ed efficace (“solo se soffri, ti vedo e mi occupo di te”);

·       riconoscendo e privilegiando l’assistenza e la compassione come le modalità relazionali più nobili e “sante” (“solo se aiuto chi soffre, esisto e ho valore”);

·       riconoscendo e privilegiando la presenza della malattia o del disagio come i mezzi più opportuni per ottenere la considerazione sociale (“solo chi è poveretto, soffre e si lamenta, può ottenere qualcosa dagli altri”).

Questi sistemi familiari, tanto patologicamente disfunzionali, spesso vivono all’interno di società e di culture che colludono con la logica e con i codici del sistema familiare, di fatto ulteriormente consolidandoli. Sono società e culture per cui la compassione vale più della simpatia, subire risulta più efficace che agire e affermare, chiudersi nella lamentela e nella supplica è più facile che aprirsi alla ricerca assertiva.

In tali situazioni ambientali e culturali ricorrere allo psicofarmaco è la strategia più frequente, perché conferma la logica disfunzionale:

·       conferma che il vero e unico “malato” è non il sistema, ma la persona depressa;

·       conferma che i familiari non possono fare altro che subire con rassegnazione il tutto, senza minimamente mettere in discussione sé stessi e, meno che meno, la logica del sistema;

·       conferma come unico e legittimo il potere medico e psicofarmacologico;

·       conferma e legittima una visione organicistica della depressione;

·       conferma e legittima una visione filosofico-religiosa fatalistica, che dice del caso come dell’unica ragione del disturbo mentale (come direbbe il personaggio del Manzoni: “a chi la tocca, la tocca”) e, più in generale, della malattia;

·       conferma e legittima un potere sociale, culturale, politico e religioso che si fondi sul fatalismo e sulla rassegnazione.

La terapia sistemica ribalta tali logiche, dichiarandone e dimostrandone l’inefficacia terapeutica, l’insufficienza epistemologica, la manipolazione ideologica; distoglie il sistema familiare dal vecchio riferimento depresso-centrico, aprendolo alla vita, allargando gli interessi degli individui, in-segnando nuovi codici e nuove modalità relazionali.

 

Annunci

6 Comments

  1. Egr: Dott: Cortesi,
    non sono d’accordo con lei quando dice che il depresso ha una serie di “vantaggi” che in quanto tali non contribuiscono a motivare l’impegno a guarire. Per me.. nessun vantaggio, anzi, alla fine poi mi ritrovavo con un sacco di lavoro arretrato. E forse anche per evitare questo spesso cercavo di resistere, di compiere il mio dovere anche se stavo male, con la conseguenza che alla fine crollavo (forse era il mio corpo che mi chiedeva una pausa, una specie di letargo… per poi potermi ricaricare). Da lì però riuscivo ad uscirne solo coi farmaci.
    Concordo con lei che la depressione, prima di essere una patologia dell’individuo, è patologia del sistema familiare. Tanti condizionamenti, per troppo tempo, mi hanno inconsapevolmente portato a farmi del male. Di psicofarmaci ne ho provati tanti, per tanto tempo, ma poi puntualmente ci ricadevo.
    Ora credo di essere diventata consapevole dei miei limiti, dei miei bisogni…tutto questo grazie all’aiuto della psicoterapia che ho voluto provare circa 4 annia fa(nessuno me l’aveva mai proposta). Ora da una anno non prendo più farmaci.. mi capita a volte di restare impigliata nei vecchi condizionamenti, ma poi mi accorgo e cerco di uscirne… non è facile, però ci riesco.
    Per concludere credo che per la depressione è opportuno indagare sul sistema familiare per conoscerne le cause e lavorare poi su questo, altrimenti, come dice lei ci potranno essere solo miglioramenti temporanei.
    Distinti saluti.

  2. Caro Mario, grazie del commento.
    Purtroppo, in ciò che affermi, manca un dato fondamentale: non dici se e quanto tu e il tuo sistema familiare abbiate mai fatto una efficace psicoterapia sistemica. Se questa non è stata fatta, il tuo commento finisce per forza di cose con l’essere soltanto una “dichiarazione di voto”. Il che è doppiamente strano: primo perché da medico non dovresti limitarti al “bisogno” di dissentire, ma dovresti motivare le tue affermazioni, appoggiandole su precisi dati clinico-scientifici; secondo perché, da quanto dici, sei parte in causa (“soffro da una decina di anni di depressioni ricorrenti”).
    Soprattutto in situazioni di depressione con nodi di area psicotica (tipico di queste situazioni è il bisogno di negare, di dissentire senza motivare), chi è parte in causa è l’ultima persona a potere “vedere” il problema nella sua realtà, meno che meno è la persona più motivata a “volere” davvero cambiare. Come ho detto in questo sito e in questo stesso articolo, il depresso, soprattutto di area psicotica, ha una serie di “vantaggi” a mantenersi, in modo stabile o ricorrente, depresso (e, prima di lui, ha “vantaggi” il sistema familiare).
    Non ti sei mai chiesto perché le tue “depressioni ricorrenti” non sono state risolte? Non verrebbe più logico dire: “ok, se c’è una possibilità terapeutica nuova, proviamola davvero, con impegno”? Dopo, caso mai, è lecito e logico dissentire. Se lo si fa prima, la cosa risulta poco credibile, più funzionale al mantenimento della situazione familiare in atto che a una reale volontà di cambiamento.
    Permettimi un’ultima domanda. Non è un po’ troppo frettoloso attribuire la familiarità della depressione a “una predisposizione familiare, forse genetica”? Quanto meno, a mio avviso, occorrerebbe prima analizzare – a livello di anamnesi ampia e corretta – se ci sia o non ci sia una situazione relazionale familiare tale da produrre – essa, non i geni – il comportamento depresso. In parole povere, se prima non chiedo e non verifico quanto umida sia la casa in cui le persone abitino, non posso concludere che i reumatismi ricorrenti di una famiglia siano dovuti a “una predisposizione familiare, forse genetica”. Se lo dico senza un adeguato supporto anamnestico, significa che la mia affermazione nasce non da un dato clinico-scientifico, ma da un “bisogno” psichico mio e del mio sistema familiare.

  3. Carissimo Gigi,
    complimenti per il tuo interessante ed utilissimo sito (l’ho scoperto attraverso un articolo su Famiglia cristiana).
    Dissento però,almeno parzialmente,dalla tua impostazione nell’affrontare la problematica depressiva.Ne parlo anche per esperienza diretta,sono un medico cinquantenne neuropsichiatra infantile e soffro da una decina di anni di depressioni ricorrenti (ho una predisposizione familiare,forse genetica??,con altri familiari affetti)e trovo giovamento,oltre che da una psicoterapia,da una adeguata e congrua terapia psicofarmacologica.
    Indubbiamente le componenti sistemico relazionali sono importanti,ma probabilmenti non sono le uniche a poter spiegare in toto le complessià della galassia “depressione”.
    Con molta stima e cordialità.
    Mario

  4. Risposta a Rita. Da quanto dici, ci sono due interventi in atto, uno psichiatrico su tua madre e uno psicoterapeutico su di te. Non mi pare proprio la strategia corretta. Se il problema – come sembra – è del sistema, va curato partendo da lì: dal sistema. Già ho detto in altri post su questo stesso blog quello che penso dello psicofarmaco (di solito gli psichiatri lo prescrivono) circa la sua inutilità terapeutica in ordine a patologie che trovino la loro genesi nella disfunzione del sistema familiare. Ciò vale in particolare per la depressione. Anche lavorare su di te senza avere prima lavorato sul sistema mi pare scorretto: è come mettere il carro davanti ai buoi. In effetti, se il lavoro terapeutico che stai facendo fosse adeguato alla sistuazione, le domande che fai qui a me le faresti in seduta al tuo terapeuta e con lui elaboreresti il tutto. Ti consisglio di mettere l’intero problema nelle mani di un terapeuta sistemico. Auguri. Un abbraccio.

  5. sto vivendo questo esatto problema.
    dopo la morte di mio padre mia madre è caduta in una forte depressione e si è letteralmente attaccata a me.
    il sistema familiare è depresso centrico.
    sono convinta e questo me lo hanno onfermato gli psichiatri dell’asl che queste sue continue lamentele sono per evitare che l’attenzione venga meno.
    non ne posso più. qualsiasi cosa faccio non è mai sufficiente
    di fondo mia madre non accetta che me ne vada via di casa (anche se a parole si) e per un pò di tempo le ho dato corda perchè stava soffrendo e stava male.
    ora non ce la faccio più. mi fa stare male e sto malea anch’io (anch’io sto facendo facendo una terapia cognitivo comportamentale).
    a 70 anni mia madrea non smetterà di porre in essere questo atteggiamento, ma io come posso proteggermi?
    l’istinto è quello di abbandonarla e di fuggire lontano da lei.
    non voglio farlo ma non posso nemmeno annullare la mia vita per lei.
    datemi un aiuto o un consiglio.

    • Mi accodo all’intervento di Rita.
      Ho 19anni e mia madre soffre di depressione ricorrente da quando ne avevo sette.. Non accetta nessun aiuto e colpevolizza chi cerca di farlo. Credo che le cause siano varie (la morte di un parente, la disoccupazione o l’obesità,), ma quando mi ritrovo a pensare al peso di questo disagio mi sento precipitare inevitabilmente nell’egoismo e nell’apatia desiderando il sostegno e il conforto di una madre “normale”.. Anche per me c’è il desiderio di allontanarmi il più possibile sperando che mia madre non si possa frapporre come ostacolo tra me e la mia crescita o nella semplice vita quotidiana. E’ molto dura. Mi sento impotentente e nel mio egoismo talvolta mi ritrovo a temere di cadere nella medesima malattia.. Non sono nemmeno riscita a diplomarmi, tanto che sto pensando di iscrivermi a una scuola convitto per ‘cercare di finire gli studi in pace’.. Sono conscia sul fatto del libero arbitrio, ma sono molto confusa. Gradirei un cosiglio ..grazie


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: