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Monthly Archives: gennaio 2011

Da Gerri ricevo questo commmento:

Caro dott. Gigi, in occasione delle feste natalizie ho partecipato ad un viaggio organizzato in pullman in una bellissima regione italiana. I partecipanti erano donne e uomini soli, coppie mature e coppie di mezza età ….con figli già adulti. In particolare hanno attirato la mia attenzione due giovani: una ragazzo ed una ragazza di età compresa tra i 20 e i 30 anni, sempre vicini ai propri genitori (a tavola erano seduti in mezzo a papà e mamma!!!), che hanno socializzato pochissimo e a me parevano molto tristi e depressi. Se fossero stati con i loro coetanei non sarebbero stati più felici? Gradirei un suo parere in merito. Grazie”.

Quanto scrive Gerri merita un commento molto, molto sottolineato. Ringrazio Gerri che me ne offre la possibilità.

Questo blog ha un’intera rubrica dedicata al tema dell’incesto (vedi Incesto e dinamiche incestuose e, come premessa, leggi Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc ), più volte ha denunciato sia la taciutissima diffusione dell’incesto vero e proprio, sia la presenza patogena di dinamiche incestuose alla base delle psicosi e delle anoressie e bulimie in particolare. Ho parlato più volte di “neandertalizzazione” della società (vedi Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza. ) come del gravissimo fenomeno che sta alla base della attuale crisi non solo culturale ed etica dell’occidente e della società italiana in particolare. Prima della pure deplorevole e vergognosa corruzione di molti politici e della micidiale diffusione delle mafie e della delinquenza grande e piccola, la vergogna a mio avviso più grave della nostra società è il permanere ad oltranza dei figli, anche oltre ai 30 e 40 anni, nella famiglia d’origine.

Come durante il parto la vagina della madre spinge fuori il figlio, così la coppia genitoriale dovrebbe spingere fuori di casa il figlio o la figlia già grandi. Se non li si spinge fuori, difficilmente se ne vanno, difficilmente cercano e trovano lavoro, casa, autonomia. Ci sono figli che, adulti, dormono ancora con la madre (vedi i miei due post Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico e Per lui è “normale” dormire con la mamma. Secondo caso: quando il figlio è disturbato a livello psicotico o narcisistico ). La difficoltà a trovare casa e lavoro sono denunciate come cause del problema, mentre ne sono la conseguenza e l’alibi.

Quando un figlio non sa divenire autonomo all’età giusta significa che i genitori non hanno svolto la loro funzione genitoriale, cioè non hanno “dato al mondo” il figlio. Altro che bravi genitori!

Noi siamo la gioia che comuniciamo

e – ancora di più –

 noi comunichiamo la gioia che siamo

Di solito, quando si parla di stalking, si pensa alla persecuzione d’amore operata per lo più da un innamorato nei confronti di una ragazza che lo abbia o rifiutato o abbandonato. Nessuno parla mai di altri tipi di stalking, per esempio di quello che chiamerei stalking terapeutico (ST). Difatti anche i terapeuti possono essere vittime di stalking da parte a) di pazienti che vedano finire la terapia, b) di partners di pazienti che confermati e resi più assertivi dalla terapia lascino il loro compagno o la loro compagna. Non rari gli esiti anche mortali dello ST, come testimoniano i casi di colleghi uccisi o aggrediti gravemente, anche se abitualmente lo ST si limita ad attuarsi attraverso un indebito continuo e ossessivo tentativo di comunicare con il terapeuta o di incontrarlo, oppure attraverso il tentativo altrettanto ossessivo di svalutarlo o diffamarlo. Si tratta di azioni ripetute, ossessive appunto, sempre giocate nella ambivalenza del “mi nascondo, ma voglio che tu mi scopra”, “ti colpisco, così resto in contatto con te e non ti perdo del tutto”, proprio come fa uno stalker innamorato deluso e impotente nei confronti della persona amata e vissuta come irraggiungibile. Per i vissuti di personalità infantili e/o profondamente disturbate nel Sé, distruggere e svalutare o – come dicono e vivono loro – “smerdare” l’oggetto del loro stalking impotente tende a coincidere con il possesso d’amore, come se la distruttività del loro Sé di “merda” venisse proiettata sulla persona perseguitata, così che in tale modo resti loro legata e da loro sia posseduta. Non a caso in personalità dal Sé o dsturbato o carente o non adeguatamente strutturato la dinamica del transfert terapeutico può richiamare il transfert presente in molte dinamiche d’amore: l’aggressore trasferisce sulla vittima (nel caso dello ST il terapeuta) quell’odio-amore e quella rabbia persecutoria che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre. Per un Sé carente o problematico importa relativamente che la vittima sia una donna o un terapeuta: siccome il transfert in gioco rinvia al rapporto figlio/a-madre, l’oggetto del transfert può avere o il genere della madre (come nel caso della donna inseguita dallo stalker abitualmente inteso) o una funzione di conferma e di tipo materni (è in tale ottica che viene vissuto il terapeuta da parte di taluni pazienti con problematiche di area psicotica, non importa di che genere sia il terapeuta).

L’attore dello stalking e dello ST è comunque una personalità pre-edipica, con una sessualità bloccata o non definita, comunque problematica, mai affrontata nella sua problematicità e/o mai efficacemente elaborata e integrata. Quasi sempre è un individuo isolato o con tratti paranoidi, che non ha mai vissuto un adeguato rapporto affettivo e che quasi sempre è incapace di una autentica e adulta affermazione sociale e/o professionale di sé. Spesso purtroppo tali persone finiscono con ritiri sempre più massicci, soli, vuoti, incapaci di costruirsi una esistenza significativa, talora a rischio di cadute dissociative anche gravi; anche per questo hanno bisogno di avere una vittima da perseguitare e da colpire. “Perseguito e/o distruggo, quindi sono”, questo sembra essere l’unico motto che li possa tenere in vita. Poveretti!

Spesso l’attore dello stalking e dello ST soffre di un Disturbo di Personalità, in particolare di un Disturbo Borderline di Personalità (DBP o BPD) o di un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o NPD), disturbi caratterizzati proprio da carenti o non adeguate attivazioni e/o costituzioni della struttura psichica dell’attaccamento e/o del distacco. In particolare, propria del DBP è l’incapacità a distinguere tra loro l’espressione della affettività e quella sessualità (non ha caso il curriculum affettivo-sessuale di queste persone è molto movimentato, spesso caratterizzato da promiscuità, rotture, abbandoni fatti e subiti), per cui da parte di queste personalità disturbate l’attaccamento al terapeuta può venire vissuto come innamoramento, così che il distacco dalla terapia e dal terapeuta può essere visusto come tradimento d’amore. Propria dell’individuo che soffra di DNP è invece l’incapacità a distinguere tra il proprio Sé e il Sé del terapeuta, per cui la distanza o il distacco dal terapeuta possono essere vissuti come angosciante perdita della integrità del Sé; per questo risulta loro molto difficile o addirittura impossibile accettare la fine della terapia.

Purtroppo sia lo stalking abitualmente inteso, sia lo ST tenderanno ad aumentare, visto che la nostra società è sempre più la società del Sé e del Sé disturbato. A pagare il prezzo più elevato dello ST saranno soprattutto i terapueti miglliori, quelli che più degli altri sanno arrivare al Sé del loro paziente.

La mail che segue è bellissima. Me la scrive E., una mia ex paziente, che da piccola è stata abusata. Commmenta un articolo di 2 giorni fa de “La Repubblica” (vedi http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/01/11/news/pedofilia_una_14enne_filma_gli_abusi_e_fa_condannare_l_amico_dei_genitori-11101105/index.html?ref=search). Fa considerazioni precise e lucidissime, del tutto condivibili. Ringrazio E. anche a nome dei lettori del blog.

Caro Gigi,
oggi ho sentito una frase che è caduta come un fulmine in quei cieli che apparentemente sembrano azzurri, e che ti sorprendono quando pensavi di ritrovarti al sole e non in un temporale improvviso.
Stavo facendo colazione in compagnia di due persone, che conosco. Sul tavolino del bar c’era La Repubblica odierna, e abbiamo visto l’articolo che riportava la vicenda dell’adolescente che ha denunciato gli abusi, subiti da anni da un “amico” di famiglia, filmando gli abusi stessi. Non so se ha letto l’articolo (ma penso di sì). Solo dal titolo ho provato subito una grande tristezza per quella bambina e il calvario che ha attraversato da sola e che attraverserà ancora, e un sentimento che non so descrivere ma credo di empatia per il coraggio, la forza e il dolore che ha avuto. Deve essere stato terribile per lei. Tutto.
La frase che mi ha colpito, e non in positivo (sebbene capisco he il suo autore la diceva in positivo, tra l’altro dispiaciuto pure lui per la vicenda), frase detta come reazione davanti al titolo dell’articolo e alle prime righe lette velocemente, è stata: “volere è potere”.
ma come?! Non è un pò troppo semplice? Forse chi l’ha detta voleva sottolineare la forza di questa ragazzina. E sicuramente è stata forte. Ma non è allo stesso tempo semplificare un pò tutto? non è forse come dire: se non denunci è perchè non vuoi? Quindi non puoi? Non è ribadire il fatto che in quella poltiglia dell’abuso sei da solo e da solo devi uscirne? Allora condanniamo tutti quelli che questa forza non ce l’hanno. E allo stesso modo è come dire a questa ragazzina: “brava! ti sei mossa da sola, continua a stare da sola che ce la fai”.
Ma per quanto tempo ancora deve essere condannata a stare da sola?!
Alla frase-fulmine è stata aggiunta una cosa che non ho ben colto, ma che considerava il fatto che chi questo “volere-potere” non l’ha, è perchè si trova in una situazione per cui non può averlo.
Anche questa mi sembra una condanna.Forse non bisognerebbe “creare” queste situazioni? O aiutare le persone a crearle insomma. possibile che tutto “è” o “non è” e non ci si può far niente?
Questa sera ho letto l’articolo de La Repubblica per intero, e ho ricercato sul suo sito i suoi interventi sulla pedofilia.
Questa ragazzina non ha parlato inizialmente coi genitori, ma a scuola con amiche ed insegnanti, senza parlare di sè ma di una “sua amica”. Il giornalista scrive, rispetto alla scuola,: “avevano capito che parlava di se stessa”. Ma..?! Nonostante questo, l’azione è partita dalla vittima. Da sola. Ancora da sola. Possibile che tutti avessero le mani a tappare le orecchie? E se è vero che a convincerla è stata un servizio televisivo, non è un’ulteriore testimonianza di quanto questa ragazzina sia stata lasciata sola? Se è la tv che ti parla e in qualche modo sembra essere la sola ad ascoltare quello che tu dici, in più quello che tu hai già detto a persone in carne ed ossa, ma evidentemente più sorde di una tv, non è terribilmente triste? Nell’articolo si parla del filmato come arma che “inchioda” il pedofilo. Ma cosa deve essere costato a quella ragazzina schiacciare il tasto rec ed essere consapevole che in quel filmato veniva immortalata anche lei? Deve essere stata una
decisione enormemente coraggiosa e difficilissima e sofferta. Eppure ho l’impressione che non emerga questa cosa, che il lettore dell’articolo non ci pensi.
Non so se il mio pensiero riesce a farsi chiaro, forse sono troppo arrabbiata perchè ciò avvenga.
Quello che penso è che non sempre volere è potere, o meglio è una scorciatoia che si prende per trovare un lieto fine. Penso che in questa storia il “volere” urlava già a squarciagola quando la vittima parlava a scuola. Perchè allora il “potere” non è scattato di conseguenza? Forse perchè chi era testimone dell’urlo non ha voluto ascoltare? Il potere per ascoltare c’era però. Ma non è stato usato.
A questa ragazzina va tutta la mia ammirazione per la sua forza, tutta la tristezza per tutto quello che ha vissuto, e tutta la speranza che possa incontrare chi è capace di tenerla per mano con vero amore, chi è capace di considerarla e ascoltarla come persona degna di vivere la vita. E vivere la vita deve essere un diritto, ancora prima del volere e del potere.
Non so come chiudere questo sfogo.
E’ tardi, vorrei che questa sera ogni bambino ricevesse l’abbraccio della BUONA notte, così che il suo giorno possa essere migliore.
E.
 
 
 

 

 “Sei la migliore donna che poteva uscire dalla mia pancia”, questa è la frase che Ambra Angiolini trovò scritta su un post-it giallo attaccato dalla madre alla porta del bagno dove Ambra di solito andava a vomitare. Secondo l’attrice questa frase fu decisiva nel suo superamento della bulimia. Lo confessa in una intervista a “La Repubblica” (vedi http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/ambra-confessa-cosi-ho-vinto-la-bulimia/59817?video).

Non so che terapia abbiano seguito la madre di Ambra ed Ambra stessa, né so in seguito a quale cambiamento la madre abbia deciso di pensare e di scrivere quella frase, ma di certo le sue parole sono decisamente agli antipodi del solito atteggiamento delle madri delle ragazze bulimiche, madri che abitualmente sono molto controllanti e colpevolizzanti riguardo al sintomo bulimico (vomito compulsivo e il più delle volte autoprovocato). Al controllo e alla colpevolizzazione di solito si accompagna l’ansia e l’autocompatimento materni. Niente di tutto questo: stando alle parole che scrive, la madre di Ambra si mostra vicina alla figlia, ma in modo del tutto confermante e valorizzante.

Non insignificante poi il termine da lei usato nel riferirsi alla figlia: “sei la migliore donna”. Anche questo va contro l’abituale atteggiamento infantilizzante delle madri delle bulimiche, che, non a caso, di solito chiamano perennemente “bambina” la loro figlia, così svalutandola e mantenendola di fatto infantile. In ciò queste madri non fanno altro che continuare a subire e continuare a confermare il gioco psicotico, che produce la psicosi bulimica: il padre ributta sulla madre la figlia, svalutando la madre e lasciando bambina la figlia; la madre, subendo questa dinamica paterna, ne diventa complice ed esecutrice.

La terapia sistemica interviene subito lì, cercando di confermare prima di tutto la madre, così che questa non si faccia caricare di ansia materna, di dubbi, di sensi di colpa da parte del padre della ragazza. Finché la madre subisce questo gioco, la spirale della bulimia continua a risucchiare in sé la ragazza, aumentando il conflitto tra madre e figlia e facendo della bulimia il campo di battaglia di questo conflitto (è come se con il proprio comportamento la figlia dicesse alla madre: “tanto tu mi controlli e tanto io ti frego continuando a vomitare il cibo e nel cibo a vomitare te fuori di me”; in tale modo, sotto la copertura e l’alibi del conflitto, la figlia mantiene la proria dipendenza infantile dalla madre). L’aggressività paterna nei confronti della madre dunque, oltre ad aumentare il controllo ansioso e svalutante della madre, rompe la relazione tra madre e figlia.

La frase della madre di Ambre ricostituisce la relazione tra lei e la figlia, definisce la figlia ocme la “la migliore donna”. Se tutto ciò si fonda, come parrebbe, su un autentico cambiamento della madre, allora il gioco è fatto e la possibilità di guarigione è del tutto aperta. La madre deve cambiare prima di tutto nei confronti di sé stessa e della propria autostima di donna e di madre: la frase, mi pare, lo rivela benissimo, dicendo della “pancia” come culla della “migliore donna”. Solo una madre riconciliata con la propria fisicità femminile e materna può vivere, pensare e dire una frase del genere e può permettere alla figlia di rimettersi nella relazione con la madre. Ripeto, non so come la madre di Ambra sia arrivata a tanto; so però che 1) molto difficilmente una tale frase viene vissuta, pensata e scritta dalla madre di una ragazza bulimica senza un preventivo cammino terapeutico, 2 è lì che uno psicoterapeuta sistemico intende portare le madri della ragazze bulimiche.

Sempre dalla mia amica Laura ricevo una nuova domanda:

Caro Gigi,

ho deciso di non darti tregua e di farti fare molto straordinario! Voglio infatti provocarti con un altro quesito.Fino a che punto e’ influente la coppia genitoriale nel caso di un serio problema di tossicodipendenza? Soprattutto quando riguarda il primo figlio maschio? Forse azzardo ma secondo me ci sono molte analogie con l’anoressia. Grazie di cuore.

Ecco la mia risposta.

Cara Laura,

sì, è proprio come tu pensi: c’è grande sovrapponibilità tra il gioco relazionale disfunzionale che sta a monte di una anoressia femminile e quello che sta a monte di una tossicodipendenza maschile (di area psicotica).

Per esempio, a fronte di un padre, spesso disturbato a livello narcisistico, gravemente e abitualmente svalutante nei confronti della moglie/compagna, incapace di testimoniare il diritto della figlia e del figlio a emanciparsi, c’è di solito una madre molto debole, “incassatrice”, incapace di assertiva autoaffermazione e di autonomia, tanto succube del marito da lasciarsi colpevolmente e ansiosamente ributtare addosso il figlio o la figlia, mantendnedone così la dipendenza e l’impotenza a emanciparsi. La relazione di coppia poi è costantemente in stallo, al punto che il problema del figlio viene usato per colpevolizzarsi a vicenda: “è colpa tua se è così” si ripetono continuamente i due genitori più propensi a viversi come vittima l’uno dell’altro, che non ad affrontare il loro problema di coppia. È come se entrambi avessero bisogno della problematicità del figlio (e anche – purtroppo – della sua stessa morte) per continuare a colpirsi all’infinito. Il loro bisogno di questo sado-masochistico stallo di coppia è talmente forte che a esso sacrificano il loro figlio o la loro figlia.

Per questo, secondo me, non ci può essere efficace terapia della anoressia e della tossicodipendenza (di area psicotica) se non all’interno di una terapia familiare, che prima di tutto lavori sulla coppia genitoriale e sui bisogni psichici più profondi dei genitori. In parecchi casi il lavoro sui genitori può già – da solo – portare alla soluzione del problema del figli o della figlia, soprattutto quando 1) il problema del figlio o della figlia non si è ancora cronicizzato e 2) la situazione relazionale della coppia e/o dell’intero sistema familiare non sia eccessivamente rigida (specialmente per quanto riguarda l’invischiamento dei due genitori con le rispettive famiglie d’origine).

Rispondo a Laura, una mia amica ginecologa, che mi scrive:

caro Gigi, ho letto con interesse alcuni articoli sul tuo sito che trovo estremamente interessanti. Anche io vorrei porti una domanda perché dopo il parto tanto spesso le donne vanno incontro ad una depressione profonda. Non credo affatto che gli ormoni possano giocare un ruolo cosi determinante, o quanto meno essi possono creare disturbi dell’umore in forma contenuta. Io invece faccio riferimento alla depressione vera, quella che causa il vere dolore della mente, il pensiero ossessivo che pensa e che non lascia tregua alla donna. In attesa ti ringrazio per il tempo che vorrai dedicarmi”.

Cara Laura,

anch’io penso che l’aspetto ormonale sia tutt’al più una conseguenza di quello psicologico, per cui ritenere di potere curare e/o risolvere la Depressione Post Partum (DPP) con la somministrazione di ormoni è una pericolosa illusione, un po’ come chi creda di farlo con l’anoressia.

Ma veniamo all’aspetto più propriamente psicologico. A quanto posso vedere nel mio lavoro clinico di terapeuta e di supervisore di colleghi, la psicoterapia e la psichiatria tradizionali ben difficilmente colgono gli aspetti relazionali che portano una giovane madre alla DPP. Ancora più difficilmente, a quanto mi risulta, sono in grado di operare una diagnosi relazionale, capace di individuare il gioco relazionale familiare che porta una donna alla DPP; bene che vada si fermano a una diagnosi nosografica (danno cioè l’«etichetta» al problema, limitandosi a dire quale “disturbo” o quale “malattia” ha l’individuo in questione, in questo caso la povera madre depressa, come se soltanto lei e la sua depressione fossero il problema); inoltre molto, molto di rado producono una diagnosi strutturale della poveretta depressa, dicendo quali strutture psichiche sono carenti e in rapporto a quali dinamiche relazionali le strutture psichiche si configurino e si strutturino.

Dato che, per la mentalità comune, la psicoterapia e la psichiatria tradizionali sono di fatto le uniche voci presenti e ascoltate, finisce con il passare il messaggio che la DPP è un evento che sostanzialmente o esclusivamente riguarda soltanto colei che è “colpita” da DPP.

Al contrario, uno psicoterapeuta sistemico-relazionale guarda subito alla diagnosi relazionale come al primo fondamentale dato di riferimento: la madre depressa è non tanto “il” problema, quanto – prima di tutto – la vittima del problema, cioè di un gioco relazionale familiare che non funziona e che produce patologia. Prima e più della povera madre, a essere “malato” è il sistema relazionale formato dalla coppia e, a monte, dalle due famiglie d’origine, che più o meno pesantemente condizionano la vita relazionale della coppia e/o interferiscono su di essa.

Sono soprattutto due i deficit relazionali che stanno alla base di una DPP:

  1. la mancanza di una corretta presenza e di una adeguata funzione della nonna materna (la madre della vittima del DPP). Come saggiamente indicano alcune lingue, la nonna (soprattutto, in questo caso, quella materna) è la “grande madre” (la grand-mère dei francesi, la grosse Mutter dei tedeschi, la grandmother degli inglesi) che fa da sfondo alla maternità della figlia, offrendole una rassicurante presenza, oltre che di sostegno emotivo e affettivo, soprattutto di contenimento dell’ansia e della auto-stima, all’interno di una complicità e di una solidarietà di genere che nessun maschio può offrire. Invece, bene che vada, molte nonne materne si limitano a una presenza e a una vicinanza solo funzionali, spesso nel segno prevaricante della supplenza e/o della invasione di ruolo, sostituendosi alla figlia e di fatto svalutandola o escludendola dall’esercizio della sua maternità. Molto spesso – ancora più tragicamente – la nonna materna risulta addirittura assente o ampiamente latitante, lasciando di fatto sola, inesorabilmente sola la figlia. Di solito a monte di queste assenze e latitanze c’è una relazione problematica o perfino patologica tra le due donne (spesso la figlia è stata poco voluta dalla madre, in alcuni casi è stata addirittura rifiutata o abbandonata; in altri casi rispetto alla figlia è stato ed è preferito un altro figlio, di solito il primo figlio maschio);
  2. la mancanza di una corretta presenza e di una adeguata funzione maschile del partner della vittima di DPP. Sempre più spesso il partner è una personalità con problemi narcisistici più o meno gravi, abituata non tanto a dare quanto a ricevere attenzione, centralità, sostegno, rassicurazione, vicinanza, empatia, aiuto. Come farà una personalità di questo tipo a stare vicino alla giovane madre, a aiutarla, a rassicurarla, a sostenerla, a incoraggiarla? Più facilmente, vedrà nel figlio un rivale che gli toglie colei che prima si dedicava a lui, magari subendone l’infantilismo, i capricci, la prepotenza, la violenza; tenderà così a colpevolizzare la giovane donna, forse anche a usarle maggiore violenza. In altri casi, al contrario, il narcisismo malato del partner si nasconderà sotto la rassicurante parvenza del “mammo” solerte e onnipresente, “tanto bravo” da fare lui la mamma, di fatto sostituendosi alla compagna, espropriandola della maternità e della femminilità, di fatti svalutandola e dichiarandola inutile.

Di solito, a livello strutturale, il deficit legato al rapporto non adeguato con la madre è, oltre che il più arcaico e profondo, anche il più decisivo nel caos di una DPP, ma spesso è il meno evidente, quasi sempre tanto misconosciuto quanto coperto dal dissidio di coppia con il partner (il papà del neonato), come se quest’ultimo fosse il vero e unico responsabile della depressione della giovane madre.

Di fronte a una DPP pertanto consiglio una terapia familiare sulle tre generazioni (neonato, genitori, nonni), che riporti funzionalità al gioco relazionale.

A commento del mio articolo quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata e richiamandosi a un precedente commento di Lisa, Rosa mi scrive:

VORREI POTERE AVERE L’INDIRIZZO DI LISA.
DEVO PARLARTI.
VORREI SAPERE COME STAI
SE NE SEI USCITA
STO VIVENDO UN INCUBO X UN NARCISISTA CHE MI HA LASCIATA
MI HA DISTRUTTA PSICOLOGICAMENTE E MORALMENTE MA NE SONO DIPENDENTE
E MI MANCA
AIUTATEMI!!!!”.

Non è infrequente ricevere commenti-appelli di questo tipo. Di solito, purtroppo, non sono autentiche richieste di aiuto dettate da una reale motivazione e da un vero desiderio di cambiamento. A quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, di solito l’unico scopo che Rosa e le altre hanno è quello di essere compatite.

Non a caso Rosa chiede l’indirizzo di Lisa, che in un precedente commento allo stesso articolo ha intonato un ritornello simile a quello di Rosa. Rosa non vuole aiuto, vuole solo com-pianto. Piangere insieme, sentirsi con Lisa sorella, in nome di una sofferenza comune e simile. Spesso, troppo spesso è soltanto questo l’unico più o meno inconscio obiettivo di donne che, come Rosa, sono o si dicono vittime di uomini con Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se davvero chiedesse aiuto e volesse cambiare, Rosa non si limiterebbe a chiedere l’indirizzo di Lisa, ma si rivolgerebbe a me o a qualche mio collega, verificando se davvero è possibile uscire dalla palude di un masochismo incapace di reagire e chiedendoo aiuto vero. Invece no: Rosa non chiede aiuto; anzi,m a scanso di equivoci, ha solo premura di ribadire che, anche se sta “vivendo un incubo” e lui l’ha “distrutta psicologicamente e moralmente”, lei ne è e ne resta “dipendente” e lui le “manca”.

La ricerca del com-pianto femminile con una compagna di sventura è questo in molti casi l’unico vero esito di esperienze come quelle di Rosa. Troppo spesso si tratta di donne che cercano nella compagna di com-pianto quella madre che non hanno mai avuto e che – proprio nel com-pianto e proprio grazie al com-pianto – sperano finalmente di potere avere, di avere il dritto di avere. Se questo è il loro reale obiettivo (e quasi sempre lo è), come possono cambiare e lasciare il loro persecutore? Se lo facessero, perderebbero il bonus di abilitazione al com-pianto.