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Category Archives: arte

E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso. 

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

Tre passi – il primo di Saffo di più di 2.500 anni fa, gli altri due di Fernando Pessoa del secolo scorso – tornano in questi giorni a interrogarmi sul rapporto tra scissione del Sé e grande poesia, fra spaesamento del Sé e arte. 

Voi che ne dite?

Eccoli qui:

non so che fare

al mio Sé sono due pensieri

SAFFO, framm. 51 (traduz. mia)

Io sono due, e entrambi distanti – fratelli siamesi non congiunti.”

FERNANDO PESSOA, Il libro dell’inquietitudine, 9, Newton, Roma, 7a ediz., p. 18(traduz. di Piero Ceccucci e Orietta Abbati)

Noi non ci realizziamo mai.

Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.”

FERNANDO PESSOA, Ibidem, 10

 

 

Si cercano miracoli. Si implora per ottenerli. Si usano come “prove” per le santificazioni. E poi ci si dimentica che già li viviamo e che già li siamo. Basta guardare le stupende stalattiti e stalagmiti delle nostre interiorità e delle nostre complessità, i cieli delle nostre giornate, gli occhi dei nostri incontri. Stamattina un bacio di Rosi valeva mille Lourdes.

E poi chi l’ha detto che sia un miracolo guarire da qualche malattia? Prima di lamentarcene e di chiederne la miracolosa guarigione, perché non proviamo a viverla come il sentiero prodigioso che può donare noi a noi stessi, agli altri, al mondo, a Dio? Anche quella che noi chiamiamo malattia, può essere un miracolo da vivere e da donare, magari proprio a Dio. Vivere è essere l’arte del miracolo, la presenza del suo stupore. La morte stessa può essere vissuta come il grande miracolo della presenza e dell’incontro.

Dio non ha bisogno di santuari o di santi più o meno patentati per creare il miracolo. Nè ne abbiamo bisogno noi per essere miracolo.

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

Un lettore mi chiede per email che libro stia leggendo. Non leggo mai un libro per volta. Ne ho sempre almeno una ventina sotto mano, che mi gusto passando dall’uno altro. Solo sulla tavolozza i singoli colori prendono anima, si incontrano, si provocano l’un l’altro, si mischiano, si ritrovano, si inventano in sfumature incredibili.

Attualmente ho ripreso in mano l’Antigone e il Filottete di Sofocle. Ero provocato dalla vicenda di due miei pazienti. Lì sto trovando risposte formidabili.

Mi sto gustando il De rerum, natura di Lucrezio. Mi entusiasma la sua abilità di dire filosofia in poesia, la sua disperazione, il suo bisogno di certezza e di entusiamo. Meraviglioso.

Non perdo giorno senza almeno un’occhiata dare al Don Chisciotte, al Gargantua e Pantaguel e all’Orlando Furioso. Come fa la gente a perdersi godurie del genere?

Qualche pagina al dì non mi faccio poi mancare né del De consolatione philosophiae del dolce Severino (Boezio) né del De Trinitate del mio immancabile Agostino

Ho ripreso da qualche giorno La fortezza vuota e Sopravvivere di Bruno Bettelheim. Ogni due o tre anni me lo vado a rimangiare. Idem per Paradosso e controparadosso della mia maestra Mara Selvini Palazzoli; era un po’ che non me lo rivedevo. Sempre un bellissimo ritrovarsi.

Travolgenti interroganti libri di questi giorni sono poi Alcune mie vite di Varlam Salamov, Per questo di Anna Politkovskaja. Grondano sangue e pregano libertà. Li sto leggendo insieme alla rilettura di Sommersi e Salvati di Primo Levi e di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque. Quanto prego leggendo questi libri! Quanto bisogno di salvezza e di redenzione!

La bellezza e l’inferno di Saviano ormai è quasi finito. Spunti forti e belle intuizioni dell’anima e dello spirito.

Istruttiva l’indagine sul folle mondo dei pellegrinaggi di Medjugorie e del Rinnovamento nello Spirito Santo mi è fornita da Cattolicesimo magico. Un’indagine etnografica, un intelligente libretto di Marco Marzano, che mi si dice insegni proprio qui all’università di Bergamo.

Anche se li avevo rivisti poco più di un paio d’anni fa, ho di nuovo aperto le pagine di Segnavia e di Sentieri interrotti di Heidegger. Mi piace il suo modo di procedere, di argomentare, di guardare le cose e il mondo.

Quel che è di Cesare è un interessante libro-intervista di Rosy Bindi. Mi piace quest’anima di donna e di politica. Forse non ce la meritiamo.

Sarà antipatico come persona, ma è davvero accattivante come stratega e storico. Sto parlando di Edward Luttwark di cui sto leggendo il chiarissimo La Grande Strategia dell’Impero Romano.

Mi sto poi godendo da qualche tempo i rapidi libretti che accompagnano i DVD di Invito al balletto, che la De Agostini sta pubblicando sul balletto classico. Un vero paradiso per gli occhi, le orecchie e l’anima.

Nè può mancare la poesia. Ora è il turno di Tutte le poesie di Garcia Lorca. Le accompagna la rilettura di Poemi Africani di Léopold Senghor, grande politico e enorme poeta della negritude.

Sto poi leggendo Memorie di un monaco di Bruno Vergano, uno scritto disincantato su una devastante esperienxza con i Memores Domini di CL.

Immancabile poi la lettura di don Primo Mazzolari: mi sto rileggendo La pieve sulll’argine. È una vera metafora della chiesa d’oggi e di chi ci vive.

Sempre aperta sulla mia scrivania poi ci stanno l’Odissea, la Divina Commedia e la Bibbia. Ora, per esempio, sono lì aperte all’incontro tra Odisseo e Nausicaa, al primo canto del Paradiso e al capitolo terzo del Qoelet.

l’abitudine è un lusso pericoloso:

può rendere scontato il prodigio

noioso il genio

invisibili le primavere

stupido lo stupore

impotente l’amore

 

Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante – questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola,  prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.

Dedico qui ad Alda Merini alcuni miei aforismi presi da “Frattaglie. Aforismi alla rinfusa con pensieri, battute, slanci, provocazioni e pure qualche ripetizione più o meno voluta“, che godette della “Devota postfazione” di un grande amico della poetessa.

 

l’arte e la follia sono alberi simili

diverso è solo lo stormire delle fronde

 

 

non c’è nulla di più umano

di una umanità negata

 

 

noi siamo

la coscienza che suscitiamo

 

 

abitare la poesia

è vivere da sfrattati

 

 

solo un poeta

sa amare da mortale

 

 

i poeti sono portatori sani

di castità

 

 

Diversità, handicap e “pietà pelosa”. Risposta al commento di Laura1

Che dovrebbero fare un uomo e una donna che sanno ballare, che amano ballare e sanno essere coppia nell’arte della danza, così come sono e per quello che sono? Dovrebbero chiudersi in casa rinnegando la loro arte, perché uno è senza una gamba e l’altra è senza un braccio? Dovrebbero impedire al mondo di essere sempre più bello e ai cuori delle creature di condividere la loro danza e la loro voglia di essere la comunicazione dell’amore? Perché? Per chi?

Allora ogni diversità potrebbe o dovrebbe percepirsi come handicap vergognoso, potrebbe o dovrebbe nascondere sé stessa, rintanarsi nel buio, vergognarsi di dire sé stessa e la propria gioia di danzare l’esserci e di respirare la vita. Uomini e donne dovrebbero nascondersi, in nome di chissà quale difetto, di chissà quale handicap, magari perché per qualcuno non sono belli da vedersi o non sono belli abbastanza. E chi è più bel ragazzo e più bella ragazza di due giovani che vogliano danzare la vita nella vita, non importa quante braccia o quante gambe abbiano?

Sai, Laura, che il confine tra limite e handicap è solo il nostro sguardo a segnarlo? Sai che nessuno nasce handicappato? Sai che “handicap” è una definizione sociale o culturale? Sai che handicappati si diventa soltanto se e quando si incontra uno sguardo come il tuo? Soltanto se e quando la maggior parte degli sguardi diventa come il tuo, incapace di vedere – prima di ogni sua diversità – la persona, quella persona? Soltanto se e quando un essere umano come te, non accettandosi, non accetta; non accogliendosi, non accoglie; non amandosi, non ama; temendosi, aggredisce; rifiutandosi, discrimina?

Questo blog chiede umilmente scusa a Laura e a tutti i fragili lettori dallo sguardo incapace di aprirsi. Chiede scusa, perché ha osato pubblicare l’intervista al diverso Pablo Pineda (Intervista a Pablo Pineda (in italiano)), che per indubbia provocatoria esibizione ha osato – lui, vergognosamente down! – diventare professore (Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda). Chiede scusa, perché, invece di denunciare tanta vergogna, si è incantato ad ammirare un prodigioso artista di strada che a Milano sulla via da san Babila al Duomo senza gambe palleggiava con maestria incredibile delle sue due stampelle una magica palla (c’è un artista strano). Chiede scusa, perché ama spudoratamente ogni diversità, perfino quelle dei caffè (Un buon caffè al Bar della Diversità), e ancora di più tutte quelle diversità umane che sanno giocarsi nel mondo, per farlo più bello, per aggiungere vita alla vita, gioia alla gioia, umanità alla umanità. Chiede scusa, perché, così facendo, ha messo temerariamente in crisi chi, non sapendo gustare il gioco, il mondo, la bellezza, la vita, non può sapere che si può essere sempre più gioco, sempre più mondo, sempre più bellezza, sempre più vita. Chiede scusa, perché ha indegnamente messo in crisi la normalità di chi non può essere altro che normale, di chi ha bisogno di essere normale, di chi teme di non esserlo davvero.

C’è spesso nell’animo umano il “bisogno” della compassione, della commiserazione, della falsa pietà o, all’estremo opposto, del rifiuto – nell’altro – di ogni debolezza, di ogni limite, di ogni diversità. È un “bisogno” importante, irrinunciabile, che serve a molte persone per illudersi di identificarsi e di sopravvivere: compatendo, commiserando, possono sentirsi buoni e bravi, degni magari del Paradiso; rifiutando possono sentirsi finalmente sani, belli, “normali”, omologati. Spesso è un bisogno talmente profondo e inconscio da essere rimosso o addirittura negato: è la dinamica della identificazione proiettiva di cui ho detto in un mio recente post (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso), spiegando che è propria di chi si difende proiettando sull’altro ciò che, senza poterlo ammettere, trova inaccettabile e vergognoso in sé stesso, degno solo di squallida pietà o di totale rifiuto. È un “bisogno” ormai talmente diffuso che, facendoci leva, si possono vincere persino le elezioni,

Se in gioco c’è questa dinamica, lo spettatore ha bisogno di definire la mera presenza del diverso una “esibizione” (vedi il mio post Esibizione, esibizionisti e spettatori della esibizione), leggendola e interpretandola come “quasi offensiva”, come “spettacolarizzazione indebita”, come “provocazione” aggressiva. Allora l’altro, la diversità vanno respinti, nascosti o messi nel burqa discriminante e ghettizzante della compassione e della falsa pietà o in quello più esplicito e, a modo suo, più coerente, del rifiuto intollerante, magari fino alla catarsi della “soluzione finale”.  Chi voleva la “soluzione finale” di ogni diversità, è finito rintanato in un bunker, assediato dal mondo intero, sepolto sotto terra prima ancora di morire, avendo come proprio destino il delirio psicotico e il suicidio impotente.

 

 

 

 

 

Chi vuole vedere un video eccezionale, bellissimo, unico, vada al mio articolo chi è diverso conosce almeno due lingue, dove in allegato al commento di Antigone c’è il video che vi consiglio. Chi voglia poi vederlo direttamente su YouTube, basta che clicchi http://www.youtube.com/watch?v=LnLVRQCjh8c&feature=related.

Sono un appassionato di balletto classico. Di rado ho visto tanta bravura e tanta capacità di emozionare lo spettatore, in senso assoluto, indipendentemente dal fatto che lei sia senza un braccio e lui senza una gamba. Anzi, è proprio il limite fisico dei due ballerini quello che apre l’esecuzione a significati nuovi, più ampi, a quella seconda lingua che arricchisce la lingua della “normalità”, la sprovincializza rendendola più autentica e aperta. Questo pas de deux dice l’essenza della coppia e dell’amore in modo nuovissimo, dove il limite dei due diventa la risorsa della coppia, la possibilità stessa della interazione e dell’affidarsi, la presenza di significati e intuizioni-soluzioni formidabili per l’essere coppia, per l’essere di ogni coppia. Dice come non mai del maschile e del femminile, della sessualità e dell’amore. E c’è ancora chi vorrebbe vietare la sessualità e l’amore a chi è diverso e/o handicappato! Quale innamorato  può essere tanto in gamba? A quale donna si può chiedere la mano, per sposarla in modo tanto assoluto?

La bravura di due ballerini “normali” può rischiare di apparire idealizzazione, astrazione disincarnate. La bravura di questi due ballerini, pure essendo enorme, non corre questo rischio; non impoverisce l’arte, ma la carica di valenze simboliche del tutto nuove e profonde, immuni da ogni rischio di manierismo.

Non solo, dunque, chi è diverso conosce almeno due lingue. Si può anche dire che chi è diverso insegna la seconda lingua a tutti coloro che amano impararla, arricchendosi di dimensione sempre più nuove e profonde.

Donna e dono: difficile splendido connubio

Per una donna solo se è atto d’amore, il dono è gradito. Non può essere un banale pro forma, un doveroso e burocratico rispetto di un anniversario, un esteriore “presente” di una storia vuota.

Quando coglie nel segno, il dono è sorpresa e interpretazione dell’anima. Sorprende perché esce dalle premesse, travolge le promesse, annulla le routines, rompe gli schemi, scuote il tempo, squarcia l’eternità, afferma il Paradiso dell’inaspettato, dice la decisione del prendere e l’ardire del chiedere. Interpreta perché testimonia quanto l’hai pensata e conosciuta nel profondo, quanto l’hai guardata e capita nel cuore, quanto l’hai ascoltata e letta nello spirito, quanto l’hai anticipata e legittimata nei desideri, quanto l’hai realizzata nelle proprie attese.

Quando coglie nel segno, il dono è pienezza di gesto d’amore: sa entrare nella sua anima e nella sua interiorità, là dove nessuno pisello da solo può mai saper giungere; conosce i suoi tempi e le sue attese, più di qualsiasi slancio di passione; ingravida di complicità vissuta e di attenzione ricevuta le sue giornate e le sue notti, molto più di un’abile carezza; inspira il suo essere e ogni suo esistere, meglio di un tenero bacio rubato.

Perché colga nel segno, il dono deve sapere essere evento di relazione. Non è qualcosa che io da a te e che tu ricevi da me. È noi; è il nostro essere in relazione; è il sempre che noi siamo; è il “tra” che ci dà vita e nome; è il figlio che già parla tra noi e di noi.

 

 

Il folle gesto d’incesto e la ricerca del padre: Lucio Fontana in mostra a Palazzolo sull’Oglio

Non so nulla o quasi di Lucio Fontana, né mi curo di saper di lui più che tre cose: aveva una madre attrice di teatro, un padre scultore, fece opere in cui bucò o tagliò le tele. Ciò mi basta per lavorare d’immaginazione sull’arte sua e sulla sua poetica.

Che c’è di più bello dell’ignoranza che alimenta l’immaginazione? Non sono peraltro uso a far tale esercizio; di solito il rigore mi sostiene e voglio che mi sostenga. Ma qui mi piace interpretare così come viene, solo perché così mi viene, godendo d’ignoranza. Il lettore, stavolta, pensi quel che gli aggrada; a me aggrada solamente dire quel che sto per dire.

La tela è la madre. Le attrici sono di tela, sono tela: non quella dei quadri, ma quella dello schermo non usurpata dall’olio unto del dipinto, ma sfiorata dalla farfalla dell’immagine proiettata, baciata dal suo volare inconsistente. Questa mi pare la tela per Fontana, tela da schermo, non da quadro; da cinema, più ancora che da teatro. Un’attrice è sempre un po’ scissa, ma lì su quello schermo di tela rende aerea la sua dissociazione, la trasforma in sogno imprendibile, in fotogramma d’illusione, che non lascia segno. Allora lì il punteruolo fallico che buca o il rasoio dissacrante che penetra consacrano il gesto d’incesto del figlio, lo ammettono, lo permettono, lo salvano, lo purificano, fino all’arte e all’epistrofé del simbolo.

Solo così la madre è obbligata a partorire il figlio, a lasciarlo nascere, a non possederlo più. Solo con questa gestazione d’incesto il figlio si libera della sua stretta, e finalmente può andare al padre e al mondo. Muore la tela, muore la pittura, nasce la forma che della scultura è materia e anima.

La scultura sta oltre il buco e il taglio. Solo in questo trans-gredire la forma è per-messa e il padre è ra-g-giunto. Solo in quest’arte l’incesto è parto e vita, è la cecità saggia di chi a Colono parla ai padri e li ri-trova.

Questo mi è sovvenuto in quel di Palazzolo, vedendo le tagliate tele di Lucio Fontana, un artista di cui so solo le tre cose che ho detto e l’emozione che sempre provo al godermi le opere sue.

L’occasione mi è stata offerta dalla mirabile mostra “Spazio, colore, immagine. Emblemi d’arte contemporaneia: da Hartung a Fontana, da Tàpies a Warhol”, frutto di coraggio e genio da parte del curatore Paolo Campiglio e della provvida Fondazione Ambrosetti, a Palazzolo sull’Oglio, in via Matteotti al 53. Un solo rammarico: oltre a Rosi e a me nessuno respirava con noi quelle splendide sale. Solitaria è l’arte vera. Soltanto ci accompagnava la grazia gentile di Chiara, la custode vestale fanciulla che ci ha dispensato l’ambrosia di sì bella visita.

Consiglio ai miei lettori il piacere di tanta avventura: la mostra dura fino al 30 luglio.

Eros ha mandato allo sballo

il mio diaframma

come vento si avventa

giù dal monte

sulle querce

(trad. mia)

 

 

Preghiera per la festa della mamma

In morte di Colomba, mamma del mio amico Carlino

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non va in ansia per i suoi figli,

perché ha piena fiducia in loro e li stima.

E così ottiene due importanti risultati:

ha figli in gamba,

e lei vive serena fino all’età dei tramonti

lontani e profetici.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non teme di lasciare soli i suoi figli,

perché ha dato loro non legami soffocanti e dipendenze,

ma autonomia e autenticità.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli conoscono la verità che rende liberi,

e lei con gusto può raggiungere le nuove terre

e i cieli nuovi della Città celeste.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non dubita dei suoi figli né li controlla,

perché crede in loro e li incoraggia

nelle loro ricerche e nei loro cammini.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli sanno sperare al di là di ogni speranza,

anche quando gli altri disperano,

e, là dove finisce il sentiero,

lei può incontrare il volto sperato di Dio .

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non pretende che i suoi figli

si volgano indietro a consolarla,

perché sa quanto è bello darli al mondo e alla vita.

E così ottiene due importanti risultati:

gli occhi dei suoi figli portano consolazione

e amore al mondo intero,

e lei alla sera della vita vede il grande Consolatore.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Anche Dio, che è dolce, saggio e simpatico,

non va in ansia, non teme, non dubita, non pretende,

quando alla fine di questa vita

una creatura torna a Lui e gli chiede

di essere abbracciata e accolta nella gioia,

perché anche Dio ama essere abbracciato e accolto.

Per questo ha creato le mamme.

E così ha ottenuto due importanti risultati:

ha dato una mamma a ogni uomo,

e, attraverso lo Spirito Santo, in Gesù,

ha potuto avere una mamma anche Lui,

una mamma dolce, saggia e simpatica.

Proprio come la nostra

tenerissima Colomba.

 

eraldo-pasqua1

Tanti auguri di Pasqua da me e da tre miei efficacissimi amici antidepressivi:

  1. l’arte pasticciera di Eraldo Gamba, un genio della pasticceria di Dalmine (BG),

  2. la sua simpatica allegria,

  3. le sue favolose e splendide sculture di cioccolato.

 

 

Intervista a GIGI CORTESI

di Daniela Lussana

 

Chi è Gigi Cortesi?

Sono uno psicoterapeuta sistemico-relazionale esperto in “Psicologia Clinica” e in

“Mediazione Familiare e Culturale”. Ho uno studio privato e lavoro soprattutto su sistemi

familiari che presentano sofferenze psicotiche (anoressie, bulimie, dipendenze gravi,

schizofrenie).

 

Arte e psicologia in che rapporti sono?

L’arte e la follia sono alberi simili. Diverso è solo lo stormire delle fronde.

 

Perché è tanto importante lo studio dell’arte dal punto di vista psicologico?

Forse nulla più dell’arte e dell’amore vivono di anima e di follia. E “psicologia” significa

“parola dell’anima e sull’anima”.

 

Come avvengono a livello pratico gli studi della psicologia dell’arte?

Per me “livello pratico” significa lavoro clinico. Lì mi capita di incontrare e analizzare due

“arti” straordinarie: quella della persona in-amorata (nel senso francese di tomber

amoureux) e quella della persona folle. Sia l’una che l’altra usano codici di una creatività

incredibile e mirabile, che esige da parte mia un esercizio di ascolto e lettura di pari livello

creativo. Ogni volta, che ci riesco, mi si riempie l’animo di stupore. L’essere umano è

infinita, profondissima, caleidoscopica complessità. Non è complicato; è complesso,

divinamente complesso. Cogliere questa complessità è davvero stupefacente.

 

Ogni essere umano è un potenziale artista?

Sì, perché ogni uomo è anima e follia. A stupirmi non è la presenza di artisti, ma il loro

numero limitato. Se ogni uomo è unico e irripetibile, ogni uomo ha in sé la possibilità unica

e irripetibile dell’arte, di un’arte del tutto unica e irripetibile. Che solo pochi attuino tale

possibilità, questa è la vera tragica follia.

 

Che finalità ha l’arte nella psiche dell’essere umano?

Dare tempo al tempo, spazio allo spazio, mondo al mondo, vita alla vita, anima all’anima,

umanità all’umanità.

 

La follia è forza creatrice o è un vincolo che distrugge e appiattisce l’energia

umana?

Semmai, oggi, a essere distrutta è l’umanità del folle, quando viene negata dallo

psicofarmaco o non ascoltata e aiutata da terapie, famiglie, società assurde.

 

Quali sono i limiti che può porre una malattia mentale in un artista? Ed a che stato

la malattia è un limite?

A potere aiutare l’arte sono non il disturbo mentale, ma semmai la elaborazione e la

strutturazione della sua presenza e dei suoi dati. L’elaborazione e la strutturazione di ogni

esperienza della unicità e della diversità, sono l’emergenza di codici nuovi e, perciò,

aprono alla possibilità dell’arte.

Chi è diverso – e il folle lo è – deve per forza di cose conoscere almeno due codici, il

proprio e quello del “normale”. Se gli è data la possibilità di elaborare, strutturare e

coniugare tra loro questi due codici, allora l’arte è probabile.

 

Quando le opere di un’artista sono frutto delle sue carenze psichiche?

Quando in gioco ci sono non le “carenze psichiche”, ma la loro elaborazione e

strutturazione. Vedi la risposta precedente.

Cosa significa “sublimazione creativa” e come essa si manifesta?

Sublimazione è strategia difensiva, che cerca di aggirare magicamente gli ostacoli posti al

fluire del Sé. Di per sé è impotenza, urlo disperato, mistica bestemmia, folle castrazione.

Solo se elaborata e strutturata può aprire alla creatività.

 

Molti artisti di oggi e del passato sono soggetti malati mentalmente. C’è chi sostiene

che Van Gogh, se non fosse stato psicotico, non avrebbe prodotto l’arte che

conosciamo, altri sostengono che la sua arte sarebbe stata comunque quella anche

con una piena lucidità. Molti artisti sono vittime delle loro malattie e le loro

produzioni artistiche rappresentano questi mali. Frida Kalo, Munch, Kandindkij,

Ligabue, Pollock… solo per fare alcuni nomi tra i più noti.

Come ho già detto, il disturbo mentale può, se elaborato, aprire all’arte. Ma anche la

“normalità”, se elaborata, può aprire all’arte. Certo, in questo caso il cammino è più lungo,

l’esito artistico meno probabile. Il “normale” non ha alcuna urgenza né nello scoprirsi

unico, né nel forzare il codice della propria unicità. Tendenzialmente il “normale” è piatto,

troppo omologato. Come può spingere i codici all’assoluto?

 

Cosa è la creatività? Da cosa nasce? Ve ne sono differenti forme?

Creare è proprio di Dio. E Dio, a modo suo, è il primo vero grande folle, dato che nessuno

è meno “normale” di Lui e che nessun codice è più altro e unico del Suo. Il Suo codice è

così creativo che dà ed è l’essere. Quanto più un essere umano scava nella propria

diversità unica, quanto più la vive, la ascolta, la apre alla diversità degli altri, tanto più in lui

si apre la possibilità non di dare ed essere l’essere, ma di dare vita alla vita e mondo al

mondo. Dio crea il mondo, l’uomo può esserlo: nel tra della relazione d’amore e nel

travaglio artistico. Essere il mondo e i mondi: questa è la creatività.

 

Chaitin Gregory in un’intervista di Obrist sostenne per rispondere ad una domanda

in merito all’ispirazione di un artista: “secondo me è il subconscio che continua a

lavorarci sopra come un matto, perfino quando non ce ne accorgiamo – se si è

davvero posseduti da quello che si tenta di fare – perfino quando crediamo di non

lavorarci”. Cosa ci dice in merito?

La nozione di possessione può aprire all’alibi romantico dell’artista come “tempesta e

assalto” rifuggenti dalle regole. L’arte non è anarchia, ma piena possibilità espressiva del

codice, sua capacità di tradurre e di tradursi, fino a essere il mondo.

Quanto l’arte vista come libertà creativa ed emozionale può influenzare la crescita di

un giovane?

Quando quel giovane elabora la propria ferita, la propria unicità, il proprio codice, il proprio

amore, con cuore puro, cioè con assoluta sfida, con ostinata fedeltà, con piacere totale,

con fatica inestinguibile.

Restando in campo giovanile, a che età l’arte si trasforma e passa da gioco ludico a

creazione d’opera vera e propria?

A decidere non è l’età, ma il mestiere, il lungo, appassionato, infaticabile, irriducibile,

ostinatissimo mestiere.