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Sembra che l’84% dei lettori del “Corriere della Sera” non abbia trovato razzista l’espressione “vu cumprà” usata dal ministro [sic!] Angiolino Alfano. A parte il fatto che usare le percentuali come criterio di verità non mi pare corretto fin dai tempi di Socrate e di Barabba-Gesù, il mio solito amico spastico dalla nascita mi assicura quanto sia razzista e discriminante essere individuato e chiamato per il proprio modo di parlare (“ti guardano subito come un minus habens, ti danno subito del Tu in modo del tutto gratuito, distolgono immediatamente, lo sguardo e, se per caso sei in compagnia di qualcuno, si rivolgono subito a quest’altra persona proprio come se tu non contassi nulla e non capissi nulla. A me dopo 67 anni, lauree, specializzazioni, vincite di concorsi nazionali, capita ancora quotidianamente e vi assicuro che iniziare così ogni giornata significa vivere continuamente una corsa ad handicap, significa dovere dimostrare sempre che esisti e che non sei scemo, significa non sentirsi mai a pieno titolo persone del proprio mondo (…)”.
Caro lettore mio, prova dunque ad avere un difetto di pronuncia (che, tra l’altro, chiunque in un paese straniero avrebbe, 84% dei lettori Corsera compresi) e a essere individuato, chiamato e considerato in base a questo tuo difetto e vedrai quanto è bello e divertente, verificherai quanto è altamente discriminante e umiliante.
 Vuoi (bada bene, non ti dico “vu”!) anche un riferimento culturale? I greci antichi o, come amavano appellarsi loro, gli Elleni chiamavano gli altri popoli “barbari” che etimologicamente è onomatopeicamente significa “balbettanti” dalla allitterazione della “b”e della “a”, consonante e vocale tanto praticate dal linguaggio infantile. Dunque i cari Elleni, padri dell’Occidente, discriminavano “gli altri” in base al loro modo di parlare, proprio come facciamo noi quando chiamiamo qualcuno “vu cumprà”, proprio come fa l’ineffabile ministro Alfano (mi piacerebbe sentirlo parlare Kazako!), proprio come fa l’84% dei lettori del Corsera, che evidentemente non sa neppure lontanamente immaginare l’origine delle parole e dei pregiudizi che usa.

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