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Monthly Archives: gennaio 2010

Anche i simboli

risalgono il fiume

e là, alla sorgente,

ci partoriscono

 

 

molti si separano

senza mai essersi davvero sposati

 

 

sposarci davvero

è lasciare che il futuro

si innamori di noi

 

 

sposarsi davvero è godere

l’uno dello stupore dell’altro,

stupirsi l’uno degli stupori dell’altro

 

 

sposarsi davvero

è dire grazie al futuro che ti guarda

dentro la sua pupilla

 

 

Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

Neppure il più geniale dei creativi

sa e può essere tanto imprevedibile

quanto un banalissimo cretino.

 

 

Di solito chi è intelligente

non è mai del tutto intelligente.

Di rado chi è cretino

non è mai del tutto cretino.

 

 

Non si può essere cretini part time.

 

 

 

Commentando il post “quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata”, Valentina mi chiede: “Conosco bene gli aspetti della personalità narcisistica, avendola anche mio padre…sarebbe un errore mandare questa email nella quale gli faccio presente i suoi comportamenti e lo invito a riflettere?”.

Non so se e quanto il padre di Valentina soffra di una patologia del Sé, né se questa sia configurabile come Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se di questo si tratta, ben difficilmente un invito alla riflessione, per quanto tenero e amorevole possa essere, otterrà risultati positivi. E, dicendo “ben difficilmente”, uso sicuramente un eufemismo.

Chiedere a una persona sofferente di DNP di guardarsi dentro, di riflettere su sé stesso e magari di ammettere la propria patologia, è come chiedere a un cieco di vedere o a una persona priva di gambe di camminare.

Il DNP è un disturbo psichico tra i più impegnativi, sia per il paziente che ne soffre, sia per il terapeuta che cerchi di guarirlo, sia per i familiari che gli sono o che debbano essergli vicini.

Difficilmente la persona colpita da DNP accede o accetta di accedere a una terapia. Non può ammettere che ci sia qualcuno che sia all’altezza di capirla. meno che meno di aiutarla e curarla. Anche soltanto la possibilità di una tale ammissione viene vissuta come assurdo attentato alla propria grandezza. Come può una simile grande persona essere anche soltanto malata? Figuriamoci se può essere curata o aiutata! Semmai saranno gli altri a essere malati, a dovere essere curati e guariti, a cominciare dai terapeuti o da chiunque possa non adorarli. Gli altri, qualunque altro, esistono soltanto come oggetti manipolabili, come spettatori da sedurre o plagiare, come strumenti da usare. Se qualcuno gli resiste, lo fa solo per invidia della sua grandezza. Solo chi gli è schiavo, sa amare. Gli altri sanno solo odiare e, come tali, vanno – giustamente e santamente! – svalutati, umiliati, sporcati, distrutti, annientati.

Nei rari casi in cui si affacci a una terapia, la persona con DNP lo fa soltanto perché è convinta di potere manipolare anche il terapeuta, soprattutto il terapeuta, a conferma che lui è più bravo e potente di tutti i terapeuti, è più terapeuta di qualsiasi terapeuta, specialmente di chi goda la fama di essere un bravo terapeuta. Se per qualche ragione il terapeuta non risponde alle sue aspettattive, allora lo svaluta, cercando di annientarne la professionalità, di svalutarne il nome, di boicottarne l’attività, con modalità ed esiti simili a quelli di chi fa stalking.

Per questa ragione molti terapeuti ci pensano cento volte prima di prendere in carico pazienti con DNP o pazienti che debbano essere protetti da persone narcisisticamente disturbate E non si tratta di certo dei terapeuti peggiori o più sprovveduti.

Per questo dico a Valentina di non procedere con l’intenzione espressa. Se soffre di DNP, il padre – ammesso che voglia davvero farsi curare – può essere aiutato soltanto da un bravo terapeuta, disposto al peso di una terapia molto difficile e rischiosa. Lei, Valentina, pensi a sopravvivere. Senza sentirsene in colpa, stia il più lontano possibile da tanto padre, viva la propria vita e i propri affetti, senza lasciarsi né colpevolizzare, né plagiare, né manipolare, né umiliare.

Non sarà facile per Valentina resistere all’azione erosiva di un padre che sia affetto da DNP. Per questo consiglio a lei e a chi si trovi in situazioni come la sua di farsi sostenere, indirizzare e aiutare da un bravo terapeuta. La psicoterapia serve non soltanto a curare e a guarire i propri disagi o i propri disturbi; serve anche a proteggersi dalla follia di chi ci sta vicino, Spesso gli unici veri matti sono quelli che fanno impazzire gli altri, soprattutto chi, cominciando dai figli, abbia la malaugurata sorte di vivere con loro o addirittura di amarli.

Mi scrive Graziella: “Scusi ma, indipendentemente dai problemi personali che una donna/mamma può avere, a lei non sembra che in una famiglia ognuno dovrebbe essere disposto a dare un contributo pratico che consiste anche nell’aiuto per le faccende domestiche da parte dei figli? Lei ritiene che debba sobbarcarsi tutto la mamma in quanto tale? E quanto incide questo sullo stress fisico e psicologico che una mamma è costretta a subire? Avere figlie grandi in casa e dover quasi mendicare per avere qualche saltuario aiuto a Lei non sembra frustrante? Le sembra un bel modo di vivere per una donna che avrebbe anche voglia di stare in un’ambiente pulito senza ammazzarsi di lavoro? Non Le sembra che se fosse meno stanca avrebbe più tempo per pensare un po’ a sè? E magari starebbe meglio anche psicologicamente? Le dico questo perché Lei sembra scaricare la colpa di una figlia ribelle tutta su problemi irrisolti della mamma, ma se a suo tempo questa è cresciuta aiutando in casa, come può pretendere che possa ora accettare il menefreghismo della figlia? Guardi che ci sono periodi difficili anche per le mamme, non solo l’adolescenza è un periodo difficile”.

Cara Graziella, e lei perché mai tiene “figlie grandi” in casa? Come al parto la sua vagina le ha spinte fisicamente nel mondo, perché ora lei non le spinge al mondo anche psicologicamente ed esistenzialmente?

Che aspetta a partorirle? È un problema suo o loro? Sono loro che hanno bisogno di lei oppure è lei ad avere bisogno di loro, continuando a tenerle figlie, a occuparsi di loro al di là di ogni ragionevole termine, magari a mantenerle o a viziale o – purtroppo avviene anche questo! – a pagare loro la dose quotidiana?

Se due “figlie grandi” hanno ancora bisogno della mamma, significa che la mamma non le ha emancipate, rese autonome, fatte comminare con le loro gambe. Che aspetta a farlo?

Se è lei, invece, ad avere bisogno di loro e a continuare a fare la mamma super-impegnata e frustrata, allora il problema è suo, Graziella, solo suo. Significa che lei non sa partorire sé stessa al altri ruoli e ad altri orizzonti che non siano quelli materni. Il fatto che lei sia stanca e frustrata, è non la causa, ma la conseguenza di una vita solo materna. Purtroppo ci sono genitori, soprattutto mamme, che, più o meno inconsciamente, pure di potere fare la vittima e farsi compatire, tengono i figli in una eterna dipendenza di adolescenti o, peggio ancora, di bambini.

Perché nel suo commento non parla del padre delle sue figlie? Fa ancora coppia con lui? Che tipo di coppia siete? Se non fa più coppia con lui, perché non si innamora? Che interessi ha la sua vita, Graziella? Che cosa e chi le dà piacere nella vita? Non è ora di pensare a sé stessa, al suo essere femmina e donna? Che significa per lei essere femmina, essere donna, essere persona, essere creatura? È qualcosa di bello o non lo è? Non è ora di interrogersi un po’ su sé stessa, di crescere, di respirare la vita?

E, quando si deciderà a partorire quelle sue “figlie grandi”, si ricordi di tagliare ogni cordone o cordoncino ombelicale. Altrimenti saranno “grandi” solo di nome o di età, ma non cresceranno mai davvero.

Madre e padre non sono identità, una identità per sempre. Madre e padre sono funzioni a tempo determinato. Solo una “cattiva” madre e un “cattivo” padre restano genitori per sempre. A essere “cattivo” non è mai soltanto il padre o soltanto la madre; sono sempre entrambi i genitori, insieme (magari nel litigio e nel conflitto), a essere “cattivi”, magari l’uno in un modo e l’altra in un altro modo. Troppo facile fare la vittima a vita, addebitando soltanto a lui o a lei la responsabilità di una genitorialità fallimentare. E, se anche fosse soltanto responsabilità di uno solo dei due, a maggiore ragione l’altra o l’altro dovrebbero partorire alla vita e al piacere di vivere prima di tutto sé stesso e, solamente di conseguenza, i figli o le figlie.

Che voglia di vivere e di curare la propria vita possono avere i figli o le figlie, se vedono la madre o il padre sempre incazzati, stanchi, stressati, depressi, demotivati, annoiati? Noi formiamo i nostri figli non per quello che diciamo o facciamo, ma per chi siamo giù nel profondo di noi stessi, là dove spesso, molto spesso, i nostro figli ci vedono e ci conoscono meglio di quanto ci vediamo e ci conosciamo noi stessi. Noi possiamo ingannare molto più facilmente noi stessi che non i nostri figli.

Graziella, che senso ha questa vostra casa per lei, prima che per le sue figlie? È un luogo prezioso, bello, ricco di presenze, oppure è un posto anonimo, senza anima e senza significato? Se gli oggetti e le persone della sua casa sono abitati dalla bellezza e rappresentano momenti belli, continuità, legame fecondo con il mondo e con se stessi, viene normale non soltanto curarli e “tenerli in ordine” (che brutta espressione!), ma addirittura accarezzarli, amarli, guardarli e tenerli in mano con gioia. Allora la cura della casa è piacere per chi la abita davvero. Se finisce con l’essere solo un dovere, allora questa casa non è un luogo di vita, ma un bivacco e due muri privi di senso.

Leggo in cronaca: “Ha usato uno stratagemma davvero insolito per non passare le feste in casa. Un incensurato di 35 ha tentato una rapina di caramelle e gomme da masticare con un taglierino si è fatto arrestare dai carabinieri. In precedenza si era rivolto senza successo agli stessi carabinieri chiedendo di passare la notte in caserma

Pur di non partecipare alla festa di San Silvestro con la moglie e i suoi familiari si è fatto arrestare con una rapina di caramelle e gomme da masticare. E’ accaduto la sera del 31 a Barrafranca , dove Massimiliano M., disoccupato di 35 anni, incensurato, si è presentato alla stazione dei carabinieri chiedendo di essere arrestato perchè preferiva trascorrere il Capodanno in cella piuttosto che con i parenti.

I militari gli hanno spiegato che non potevano arrestarlo perchè non aveva commesso alcun reato, e l’uomo a questo punto è uscito dalla caserma, è entrato nella tabaccheria di fronte, ha estratto un taglierino dalla tasca e minacciando i titolari si è impossessato di alcune caramelle e di un pacchetto di gomme da masticare. Poi ha atteso l’arrivo dei carabinieri che a quel punto lo hanno arrestato in flagranza di rapina aggravata. Non sono chiari i contrasti familiari che hanno spinto l’uomo a preferire il carcere alla sua casa”.

Non conosco né il protagonista, né le persone in gioco, ma l’episodio mi pare di sana, paradossale, quasi simpatica follia. Proviamo a immedesimarci un po’ nel trentacinquenne di Barrafranca.

Che altro puoi fare, se ti capita una moglie tutta appiccicata alla mamma e alla famiglia d’origine? Cominci a chiederti che cosa ti abbia sposato a fare, che cosa conti davvero tu, a che servi, che vita stai facendo, nella selva oscura dei tuoi 35 anni da disocucpato. Ti senti un allegato non richiesto, come certi inserti che ti obbligano a comprare quando prendi il giornale. Vorresti dire basta, ma come fai? Se gridi e protesti, sei violento e non capisci niente. Se ti fai l’amica o soltanto ti fai consolare qualche minuto da una povera prostituta di strada, sei un degenerato. Se sconsolato ti butti sulla bottiglia o ti fai una canna, sei un ubriacone e un drogato. Se vai a farti una partitella di calcetto con gli amici, sei un adolescente mai cresciuto o forse un po’ ti piacciono i maschi. Sfogarti nel lavoro non puoi, perché il lavoro a 35 anni neppure ce l’hai.

Non puoi neppure esplodere, accoppare tutti, come pare tragicamente andare di moda. E poi, in fondo, tu le vuoi bene. Vorresti solo che anche lei si accorgesse di te, che almeno qualche volta mettesse te in pole position o – miracolo! – stesse sola con te. Voi due e basta. Che bello! Almeno qualche volta, almeno una volta! Guardarsi negli occhi, ridere un po’, qualche coccola, lì voi due, solo voi due.

Invece sempre là, solo là, inesorabilmente là. E per “là” si intende a casa dai suoi, dove ancora di più sarà evidente che tu conti e vali poco.

Cari vecchi carabinieri, tenetemi qui con voi, non fatemi tornare, liberatemi da quel “là” dove non sono nessuno. Voi mi sembrate meno peggio di un grido disperato, di una amante, di una prostituta, di un gruppo di sfigati calcettisti, di un’ubriacatura, di una canna. Siete senz’altro meno peggio di una strage familiare. Dai, tenetemi qui con voi! Starò lì buono, in cella, non vi darò fastidio. Se volete, vi pago anche il pernottamento, ma lasciatemi qui. Meglio qui con voi che “là”.

Non potete farlo? Non ho commesso alcun reato? Sono un bravo uomo, incensurato? Non ho il permesso di soggiorno per una vostra cella? Non esiste lo status di “rifugiato familiare”, da tutelare secondo i diritti umani? Non sono neppure un clandestino da arrestare in attesa di espulsione? Avete ragione, sono troppo bravo, troppo regolare, troppo sano, troppo infelice, troppo troppo. Sono un Troppo-Troppo. Come potete arrestare un Troppo-Troppo?

Devo rubare qualcosa, Lo so, poveri tabaccai, ne subiscono tante di rapine!, magari si spaventano, poveretti. Però se vedono che voglio rubare solo qualche caramella o qualche chewing gum, forse non si spaventano; forse capiscono che sotto sotto ho solo bisogno di dolcezza; forse intuiscono che si tratta soltanto di una formalità, per potere stare un po’ in una bella cella.

Tutte belle sono le celle.

Meglio di cognate e sorelle.

Meglio con i carabinieri

che vivere come ieri.

Meglio stare carcerato

che vivere ingabbiato.

Meglio restare qua,

che tornare ancora “là”.