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Category Archives: il divino

So da fonte certa (che – come spesso capita a chi è giornalista – non posso citare) che non è vero che parroco e vicario di Porto Garibaldi (Ferrara) non volessero negare l’Eucaristia al bambino disabile; a farli recedere dalla decisione presa sono state la ferma e sacrosanta reazione dei genitori e la indignata presa di posizione dei giornali e della rete. Altrimenti parroco e vicario avrebbero continuato a fare passare sotto silenzio l’intera vicenda, il che la dice lunga in primis sulla lucidità e sulla onestà teologico-pastorali dei due signori in veste talare e in seconda battuta sulla correttezza e dirittura morale ed etica dei giornali “cattolici”, che si sono comportati con diverse sfumature: dalla difesa a spada tratta di parroco e vicario da parte di alcune testate all’ambiguo ‘dico e taccio’ o ‘devo dire ma se potessi tacerei’ da parte di altre testate. Come cristiano mi sento umiliato e mortificato di fronte a tale comportamento della stampa cattolica. Dove sono finiti la fedeltà alla verità, il rispetto della parola vera, la testimonianza non negoziabile della verità? Questi giornali dovrebbero fare proprio quanto, con ben altro scrupolo morale, diceva a sé stesso san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (1, 17; traduzione CEI): “Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì, sì» e «no, no»?”. Dimenticano che tradire la verità è tradire e uccidere Gesù, che è “la via, la verità, la vita”? Dimenticano quanto dice Gesù (Matteo, 1, 37): “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”? Pare proprio che per questa stampa, che si definisce “buona stampa”, ciò che conta sia non disturbare il quietismo sordo e cieco di grande parte dei propri lettori, non disturbare l’ansiolitica acriticità dei perbenisti cattolici e dei parroci che oltre a “non volere casini” sottoscrivono gli abbonamenti tra la sacrestia (che non paga l‘IMU) e l’oratorio (che non paga l’IMU). Stampa cattolica come lexotan, come tavor o, per dirla in modo per loro più trasgressivo, come cannabis delle coscienze, alla faccia di Gesù e di chi più gli è vicino (il bambino e il disabile)!

Patetico in questo senso il comportamento di Famiglia Cristiana, che in piena bagarre sulla Eucaristia negata non trova di meglio che aprire il proprio sito online parlando delle sofferenze di un povero padre affetto da figlio handicappato. Che messaggio complessivo ne esca lascio intuire a chi sta leggendo. Purtroppo più conosco il cosiddetto “mondo cattolico”, più mi convinco che a questo mondo il disabile serve solo come strumento di sofferenza salvifica per chi lo sopporta e gli vive accanto. Guai se il disabile chiede o – come osa? – pretende rispetto e considerazione umana o professionale pari a quelli dovuti al “normale”. «Se sei disabile, fa’ il disabile e lascia tranquilli gli altri», questo pare il messaggio che trapela più o meno esplicitamente dagli ambienti cattolici, a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. Se il disabile, chiede rispetto o riconoscimento delle proprie capacità non da disabile, sotto sotto viene trattato come un gay che chieda il riconoscimento delle coppie di fatto o del diritto alla genitorialità, sempre a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. «Come osano “esibire” la propria umanità?»: così viene letto ogni tentativo di affermazione non disabile del disabile. Il disabile non può né deve fare o essere altro che disabile! Non parliamo poi di un disabile che voglia parlare di teologia. Apriti cielo! A paragone l’omofobia nei confronti dei gay è acqua fresca.

Tornando al bambino cui è stata negata l’Eucaristia, altre considerazioni vanno ulteriormente notate e aggiunte a quanto ho già detto nel mio post Anche la chiesa discrimina i disabili? Pensieri a margine della cronaca: negata l’Eucaristia a un bambino disabile. Lo suggerisce bene Elena nel post Ancora sull’Eucaristia negata al bambino disabile: “Non glielo impedite!”.

Leggiamo bene Luca 18, 15-17 (confronta anche il sinottico Marco, 10, 13-16): “Gli presentavano anche i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. Allora Gesù li fece venire avanti e disse:  «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà»”.

Da questa citazione di Luca emergono, a mio avviso, alcune affermazioni molto importanti:

  • E’ Gesù a volere che i bambini vadano a lui: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ecco perché nel mio post precedente dicevo che l’Eucaristia in certo modo è risposta al Battesimo e suo compimento: come l’uomo nel Battesimo si immerge in Gesù, così Gesù nella Eucaristia si immerge nella umanità di ogni uomo che vada a Lui. Nella Eucaristia e con la Eucaristia Gesù fa esercizio di Incarnazione, diventando cibo, carne e sangue di ogni uomo. Negare l’Eucaristia significa perciò impedire a Gesù questo suo formidabile esercizio di immersione nell’umano e di incarnazione nell’umano;  
  • è Gesù a volere che ciò non sia impedito: “non glielo impedite”, dice agli apostoli. Non solo, dunque, è Lui a volere che i bambini vadano a Lui, ma è Lui a esigere che ciò non sia impedito dai vescovi (che, come ben si sa, sono i “successori degli apostoli”) e, di conseguenza dalla gerarchia ministeriale, dunque anche dal parroco e dal vicario di Porto Garibaldi. Gesù capovolge pertanto quanto è avvenuto nel ferrarese: il parroco e il vicario dovevano essere e sentirsi spinti a dare e a non impedire l’Eucaristia al bambino non dai genitori, dai giornali e dalla rete, ma da Gesù stesso. Mi si permetta qui di notare il vuoto di presenza da parte dell’autorità episcopale, che, in quanto continuazione dell’azione degli apostoli, sarebbe dovuta intervenire di persona, con piena e calda umanità, non impedendo che Gesù nella Eucaristia accarezzasse quel bambino. Dove era il vescovo di Ferrara, dove erano i vescovi italiani? Possibile che “Avvenire”, l’organo di stampa dei vescovi italiani, fosse più preoccupato di difendere l’indifendibile e di parare i fondelli di parroco e vicario che non a seguire la volontà di Gesù, che dice: “Non glielo impedite!”.  Povera funzione apostolica! Neppure le più becere logiche lobbistiche sarebbero scese a tanto. Povera CEI! Bagnasco, dove eri?
  • è Gesù a porre come modello di coscienza e di apertura coscienziale il bambino: “a chi è come loro appartiene il regno di Dio”; “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà”. Altro che “capacità di intendere e volere”! Come proprio solito, Gesù capovolge le logiche umane, soprattutto quelle delle dogane, dei controlli, delle patenti di idoneità o dei certificati di abilitazione umana. Gesù non dice al bambino di aver una coscienza già in certa misura adulta, ma – bene al contrario – dice all’adulto di accogliere il regno di Dio come un bambino, di essere come un bambino. Non dice al bambino disabile di essere almeno un poco adulto; al contrario dice a tutti gli adulti, al parroco e al vicario di Porto Garibaldi, al loro vescovo, ai vescovi italiani e in primis al Papa che è il primo vescovo di essere come bambini, magari cominciando da quel bambino disabile che con i suoi compagni va da Gesù nella Eucaristia e, con la Eucaristia, permette a Gesù di accarezzarlo di divina umanità, proprio come soltanto Gesù sa e può fare. Chi lo impedisce toglie umanità a Gesù stesso.

 

Ricevo da Parigi questo commento di Elena, che, mi pare, merita lo spazio di un post.

Caro Gigi,

leggevo il tuo articolo e, prima ancora che tu le citassi, mi sono venute in mente le parole del Vangelo “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ho una relazione così incespicante e piena di buche con la religione, che non sapevo andare più in là nella mia memoria di catechesi, ancor meno avrei saputo dire in quale Vangelo veniva riportata questa frase. No, non sono certo una cattolica eccellente. Però la frase me la ricordavo bene essendo così bella. Sono andata a ricercarla, ed essa dice ancora di più: “Lasciate che i bambini vengano a me, NON GLIELO IMPEDITE”.
Già…
E da nessuna parte c’è scritto che il bambino deve essere biondo, moro, alto, basso, bello, grasso, magro,…
Guardate come si scrive “bambino” sullo schermo del copmuter: è una fila di lettere tonde, rotonde, come abbracci. Ditelo con la voce: bambino..due volte di fila le labbra si posizionano come a dare un bacio.
In questa brutta storia le labbra si sono ritratte come su un volto sdentato e arcigno, schiaffi altro che baci.
Io penso che Gesù si sia incavolato nero visto che neanche a lui è stato permesso quell’incontro, penso che il suo amore rimanga immutato nei confronti di quel bambino,anzi, si sia infuocato ancora di più. Ma a quel bambino…chi glielo spiega? E come glielo spiega? E che spiegazione vuoi dare se la stessa spiegazione è assurda come spazzatura? Chissà che dolore ha provato quel bambino…
Incapace di intendere e volere dicono? E di amare, soffrire, provare emozioni? In tutta questa storia c’è una grande incapacità palese: l’incapacità di amare, da parte di chi predica amore. Certo, il prete coinvolto in prima persona è una presenza fisica alla quale vien voglia (almeno a me) di dare un cazzotto, ma dietro di lui si nasconde (anche molto male) tutto un sistema che si erge su parole svuotate del loro vero senso. E a svuotarle del senso sono le stesse persone che scelgono quelle parole come “loro vangelo” …e parlano ancora di incapacità di intendere e volere?

Elena

 

Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

 

a lei piacciono i tuffi

 

dentro Gesù

domani si tuffa felice

Matilde

nell’acqua bella

e viva e vera

dove nascono i mondi

sgorgano i cieli

tracima nell’esserci l’Essere

 

 

a lei piace l’immergersi

 

domani

subacquea d’infinito

Matilde

vedrà le prodigiose profonde caverne

di Dio

con Gesù parlerà l’intimità

bella del Padre

e l’amerà con Gesù del loro Amore

 

 

a lei piace l’acquea fluidità dei suoni

 

infante Matilde

prima dell’Umano

parlerà domani il Trinitario

lingua di Dio

e le sue parole mai più

saranno scontate

sempre fradice di stupore

diranno la dolcissima anima sua

 

sai, Matilde,

Gesù è la spiaggia

dove la terra e il mare

l’umano e il divino

fanno l’amore

si carezzano dell’onda

di ogni loro incontrarsi

 

su quella spiaggia

e di quella spiaggia

si ingravidò Maria

 

nella mattina felice

sia fatto”

disse e respirò di Dio

 

con Maria

su quella spiaggia domani

Matilde

bacerai i tempi e le epoche

saprai la continuità

conoscerai

come solo la donna conosce

 

domani la tua intimità

Matilde si tufferà

nelle intimità di Dio

dove il Padre e la Parola

l’uno dell’altro si in-amorano

con-fluiscono e vivono

 

l’anima tua

Matilde

sarà domani

la grande presenza di Dio

le sue sterminate grotte d’abisso

le sue cime inebriate d’infinito

le sue nebbie avvolgenti

la sue rugiade di mistero vicino

 

nel tuffo vedrai

Matilde

quanto è bello essere anima

quanto grande può essere il canto

e canterai le umide sante canzoni

che dicono l’uomo

e concepirai le amniosi e gli infiniti

e vivrai il dono

fino a esserlo

 

 

un giorno

Matilde

incontrerai un’anima

ti stupirai del suo stupore

ti innamorerai della sua carezza

che sfiorerà i tuffi

profondissimi della tua anima

inspirerai in te il suo stupore

ti ingraviderai del suo sguardo

e darai al mondo popoli nuovi

 

già quel tuo amore è qui

 

nel tuffo domani

Matilde

il tuo amore ti bacerà

e sarai già sua sposa

 

 

capisci, Matilde?

domani nel tuffo

sarai spiaggia e orizzonte

parola di Dio e con Dio

intimità di infinito

complicità di creazione

amore di ogni amore

innamoramento di ogni innamorarsi

stupore di ogni stupirsi

genesi di ogni creazione

vicinanza di ogni lontano

aprirsi di ogni nodo

abbraccio di ogni diversità

perdono di ogni paura

vita di ogni morte

inspirazione di ogni respiro

umanità di ogni umanità

umanità di Dio e divinità dell’uomo

 

grande il tuo tuffo

Matilde domani

 

in Gesù sarai anche tu

sorgente e ruscello

torrente e fiume

mare e oceano

cascata e galassia

immersione e salvezza

 

lasciati andare

immergiti in tutta la sua profondità

godine ogni attimo e ogni eternità

cantane ogni sillaba

annunciane ogni gioia

dinne ogni impercettibile goccia

vivine ogni fessura

inondati di ogni sua pioggia

brilla di ogni sua rifrazione

 

 

è felice Gesù

 

quando gli ho detto

che domani

dentro di lui

tu Matilde

ti tuffi

mi ha guardato

come se solo allora sapesse

quanto da sempre lui sa

e mi ha detto:

nell’attesa

porta un piccolo bacio

d’annuncio

a Matilde

e vedrai domani

che tuffo farà:

un tuffo perfetto

un tuffo di gioia

un tuffo … da dio

 

a lei – lo sai –

piacciono i tuffi”

E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso. 

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

Si cercano miracoli. Si implora per ottenerli. Si usano come “prove” per le santificazioni. E poi ci si dimentica che già li viviamo e che già li siamo. Basta guardare le stupende stalattiti e stalagmiti delle nostre interiorità e delle nostre complessità, i cieli delle nostre giornate, gli occhi dei nostri incontri. Stamattina un bacio di Rosi valeva mille Lourdes.

E poi chi l’ha detto che sia un miracolo guarire da qualche malattia? Prima di lamentarcene e di chiederne la miracolosa guarigione, perché non proviamo a viverla come il sentiero prodigioso che può donare noi a noi stessi, agli altri, al mondo, a Dio? Anche quella che noi chiamiamo malattia, può essere un miracolo da vivere e da donare, magari proprio a Dio. Vivere è essere l’arte del miracolo, la presenza del suo stupore. La morte stessa può essere vissuta come il grande miracolo della presenza e dell’incontro.

Dio non ha bisogno di santuari o di santi più o meno patentati per creare il miracolo. Nè ne abbiamo bisogno noi per essere miracolo.

Solo l’uomo può illudersi di essere sé stesso soltanto nella dimensione dell’identico, cercare di produrre l’identico, credere – con follia omicida – di omologarsi’all’identico e di essere l’identico. L’uomo giunge così a rendere norma e legge l’identico, a dire e pensare che la diversità è reato, colpa, vergogna.

Dio è identità nella diversità, crea creature tutte tra loro diverse, sempre diverse, divinamente diverse, gioiosamente diverse. Nel soffio di Dio non c’è creatura e non c’è uomo se non nella unicità irripetibile della diverstà, che parli di quella creatura e di quell’uomo come in-segnati dal prodigioso gusto divino della diversità. 

 

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

non ho mai visto l’eternità

e già la rimpiango

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Un lettore mi chiede per email che libro stia leggendo. Non leggo mai un libro per volta. Ne ho sempre almeno una ventina sotto mano, che mi gusto passando dall’uno altro. Solo sulla tavolozza i singoli colori prendono anima, si incontrano, si provocano l’un l’altro, si mischiano, si ritrovano, si inventano in sfumature incredibili.

Attualmente ho ripreso in mano l’Antigone e il Filottete di Sofocle. Ero provocato dalla vicenda di due miei pazienti. Lì sto trovando risposte formidabili.

Mi sto gustando il De rerum, natura di Lucrezio. Mi entusiasma la sua abilità di dire filosofia in poesia, la sua disperazione, il suo bisogno di certezza e di entusiamo. Meraviglioso.

Non perdo giorno senza almeno un’occhiata dare al Don Chisciotte, al Gargantua e Pantaguel e all’Orlando Furioso. Come fa la gente a perdersi godurie del genere?

Qualche pagina al dì non mi faccio poi mancare né del De consolatione philosophiae del dolce Severino (Boezio) né del De Trinitate del mio immancabile Agostino

Ho ripreso da qualche giorno La fortezza vuota e Sopravvivere di Bruno Bettelheim. Ogni due o tre anni me lo vado a rimangiare. Idem per Paradosso e controparadosso della mia maestra Mara Selvini Palazzoli; era un po’ che non me lo rivedevo. Sempre un bellissimo ritrovarsi.

Travolgenti interroganti libri di questi giorni sono poi Alcune mie vite di Varlam Salamov, Per questo di Anna Politkovskaja. Grondano sangue e pregano libertà. Li sto leggendo insieme alla rilettura di Sommersi e Salvati di Primo Levi e di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque. Quanto prego leggendo questi libri! Quanto bisogno di salvezza e di redenzione!

La bellezza e l’inferno di Saviano ormai è quasi finito. Spunti forti e belle intuizioni dell’anima e dello spirito.

Istruttiva l’indagine sul folle mondo dei pellegrinaggi di Medjugorie e del Rinnovamento nello Spirito Santo mi è fornita da Cattolicesimo magico. Un’indagine etnografica, un intelligente libretto di Marco Marzano, che mi si dice insegni proprio qui all’università di Bergamo.

Anche se li avevo rivisti poco più di un paio d’anni fa, ho di nuovo aperto le pagine di Segnavia e di Sentieri interrotti di Heidegger. Mi piace il suo modo di procedere, di argomentare, di guardare le cose e il mondo.

Quel che è di Cesare è un interessante libro-intervista di Rosy Bindi. Mi piace quest’anima di donna e di politica. Forse non ce la meritiamo.

Sarà antipatico come persona, ma è davvero accattivante come stratega e storico. Sto parlando di Edward Luttwark di cui sto leggendo il chiarissimo La Grande Strategia dell’Impero Romano.

Mi sto poi godendo da qualche tempo i rapidi libretti che accompagnano i DVD di Invito al balletto, che la De Agostini sta pubblicando sul balletto classico. Un vero paradiso per gli occhi, le orecchie e l’anima.

Nè può mancare la poesia. Ora è il turno di Tutte le poesie di Garcia Lorca. Le accompagna la rilettura di Poemi Africani di Léopold Senghor, grande politico e enorme poeta della negritude.

Sto poi leggendo Memorie di un monaco di Bruno Vergano, uno scritto disincantato su una devastante esperienxza con i Memores Domini di CL.

Immancabile poi la lettura di don Primo Mazzolari: mi sto rileggendo La pieve sulll’argine. È una vera metafora della chiesa d’oggi e di chi ci vive.

Sempre aperta sulla mia scrivania poi ci stanno l’Odissea, la Divina Commedia e la Bibbia. Ora, per esempio, sono lì aperte all’incontro tra Odisseo e Nausicaa, al primo canto del Paradiso e al capitolo terzo del Qoelet.

 a chi per primo toccherà

 

(vorrei toccasse a me il dovere)

 

prenderà sette sassi

bianchi colore del latte

e segnerà il sentiero

che porta là

dove tutto è bello

e canto e danza

 

ogni mille dei nostri amori

un passo

ogni mille dei nostri amori

un sasso

tutti bianchi

colore del tuo abito da sposa

 

intento starò in attesa

a cantare i nostri respiri

contento di inspirare

come sempre amore

 

l’altro verrà presto

 

(e sarai tu tenera bambina

come sempre a seguirmi)

 

lesta la danza dei sassi

con i tuoi passi volerai 

 

ogni mille delle nostre albe

un passo

ogni mille delle nostre albe

un sasso

di colore bianco

come le luci che destano i giorni 

 

là dove il sentiero si compie

ci guarderemo ancora

e sarà come allora

 

si guarderanno

nude le nostre anime

 

dentro il tuo sorriso

sette saranno i cieli

di colore bianco e bello

come i nostri infiniti

e come Dio

 

Lui ogni eternità

parlerà con noi

e uno a uno

i sette sassi

bacerà

 

 

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

.

Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante – questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola,  prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.

abbiamo parlato stasera

ci siamo fidanzati

come sempre ci capita

quando annusiamo il mistero

 

abbiamo fatto casa

ci siamo incontrati

ci siamo sposati

come sempre ci capita

quando siamo il mistero

 

l’amore è venuto da sé

né io né tu l’abbiamo cercato

né tu né io l’abbiamo chiamato

era lui l’amore a cercare noi

stupito a volerci

fanciullo a chiamarci

di sotto in su a guardarci

 

ed era felice

 

povero amore,

senza di noi come potrà mai

vivere e sorridere

e ridere ridere

e gridare la gioia?

 

povero grande bellissimo amore,

con noi riconoscente

ha bevuto il nostro vino

nel nostro bicchiere

 

e s’è gustato il nostro cibo

sulla tavola dei nostri incontri

 

ora l’amore cammina nel mondo

al ritmo dei nostri passi

danzando l’attesa

e cantando i nostri due nomi

 

 

Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.

L’essere umano è complesso, non complicato

Nel mio lavoro di terapeuta ogni giorno tocco con mano abissi di profondissima complessità. L’essere umano – mi trovo spesso a dire – non può non essere creatura divina. Se non lo fosse, sarebbe soltanto un banale, complicatissimo meccanismo di 60-70 chili d’acqua. Non saprebbe, come sa, di disperazione e di gioia, di noie sorde e di inquiete attese. Né le sue angosce sarebbero tanto assurde. Né saprebbe di paniche sorprendenti taciute speranze. Prima dell’uomo sono preghiera la sua disperazione illimitata, le sue paure urlanti, la sua infinita angoscia, la sua stessa stupefacente stupita stupidità, il suo tenerissimo timidissimo bisogno di affidarsi, la sua voglia così negata e ostinata di tenera dolce in-amorante spaesante carezza.

 

 

Preghiera al Padre

 

Restituirò a te, Padre,

ogni mia umanità,

riporrò me stesso

nel tuo gesto d’inizio,

nel tuo stupore di Parola e di Soffio.

Imploderò in te.

Finalmente godrò gli attimi

contemplati nell’eterna continuità,

finalmente vivrò le eternità

nella gioia brillante

degli attimi di un unico attimo.

 

Una solitudine nuova

oggi sbrana l’uomo:

più non si identifica l’individuo,

l’impotenza vive della identità,

l’angoscia inspira dello smarrito spaesarsi

dei mondi.

 

Nel tuo stupore riprenderò

il gioco saggio del simbolo

Rosi aspettando,

abbandonato in te

come bambino

in un sonno gustato.

 

quando arriverò là in cima

 

quando arriverò là in cima

come sempre

guarderò nei suoi occhi

fisso e fermo

e vedrò che senso

hanno avuto la sfida e la lotta

 

quando arriverò là in cima

come sempre

scaverò il suo abisso

e io anima di carne

aprirò la carne divina della sua anima

 

gli chiederò il perché

 

poi sul labbro della sua risposta

stupito tremante

starò ad attendere

Rosi la bella

 

 

 

io invece di questo stupore sono sicuro

 

anche se penso alle età

non ricordate

dell’infanzia

ho nella carne questo stupore

che a tutto guardava

spalancandosi

 

    già nell’utero

    – ne sono sicuro –

guardavo e intuivo

la luce

stupito

 

 

scritta a Neuchâtel alla Cafeteria della Cité Universitaire il 3 luglio 1972, dopo avere riletto Agostino, Confessiones, I VII 12.

 

vorrei che ci fossero ancora le montagne

quelle grandi e alte

sconosciute agli schiavi

ci salirei per essere uomo

 

vorrei che ci fossero ancora

le coscienze pulite

canterei con loro le canzoni più belle

quelle dove l’anima danza la gioia

e respira la grande speranza

 

vorrei che ci fossero ancora i sentieri

dove solitari camminano

gli innamorati

lì incontreremmo Dio

parleremmo con Lui

e anche Lui sarebbe felice

 

 

 

Giovedì Santo – In cena Domini 

e mentre cenava con loro

prese il pane e rese grazie

 

  

le dita, stasera, frantumavano

le essenze

e in-dicavano l’Altro

 

stasera, quando il paradosso

guarisce e redime l’assurdo

 

 

 

Eros ha mandato allo sballo

il mio diaframma

come vento si avventa

giù dal monte

sulle querce

(trad. mia)

 

 

Mondo di Dio e mondo degli uomini

Il mondo di Dio non ha confini o guardiani: è stato facile uscirne, come ben sanno Adamo ed Eva.

Il mondo degli uomini, in cui gli uomini vogliano stare o re-stare (cioè continuare a stare), esige passaporti, certificati di nascita, permessi di soggiorno. Chi sui confini li rilascia, cioè i guardiani del mondo, di solito non ama il mondo e non ne conosce la gioia. Chi difende, non ama. Chi impedisce, non ama. Chi controlla, non ama. E chi non ama, non sa né gusta la gioia.

Chi conosce la gioia, chiama alla festa, sa la condivisione, gusta l’incontro e la diversità, perché è festa, è condivisione, è incontro e diversità.

I guardiani del mondo non amano né chi entra, né chi sta o re-sta, né chi esce. Vogliono loro decidere chi possa o debba entrare, stare, re-stare o uscire. Decidere per gli altri e sugli altri è il loro modo di possedere un mondo che non amano.

C’è poi il mondo che, da in-amorati (cioè da coloro che sono dentro l’amore), siamo nel “tra” della relazione d’amore. Lì non entriamo, né usciamo. Lì non stiamo, né re-stiamo. Lì – semplicemente – siamo.

Come ben sanno gli in-amorati, oggi l’unico modo di ritrovare il legame con il mondo di Dio è quello di essere – nel “tra” della relazione d’amore – il mondo, così che Dio possa – Lui! – entrare, stare e re-stare con noi. Gli in-amorati non esigono passaporti, certificati di nascita, permessi di soggiorno, meno che meno li esigono da Dio. Gli in-amorati sono il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi. Lì, con loro e grazie a loro, Dio può con gioia riprendere e continuare la Creazione.

 

 

Aforismi di Pasqua

 

importa non tanto che noi crediamo in Dio

quanto che Lui creda in noi

 

 

sulla gioia non si pagano ancora le tasse

 

 

scandalo non è la vita che risorge

scandalo è la vita che muore

 

 

 

Sabato Santo – In absentia Domini

“Erano lì, davanti al sepolcro”

 

 

ma la canzone hai del Pane e del Vino nelle tue carni

e quella canzone sei

 

nel vuoto del Simbolo

agisce il Simbolo

 

e tu sei il Simbolo

 

e i cammini folli delle morti

scavi e ripercorri e rinvii alla vita

 

e – morto e assente – sei mangiato e bevuto

e dai la vita

 

et tu in absentia praesens per nos personare vis

 

tu che la canzone hai del Pane e del Vino nelle tue carni

e quella canzone sei

 

Venerdì Santo – In passione Domini

 

“e Gesù, emesso un alto grido, spirò”

 

e il Simbolo muore

e dentro a sé stesso è gettato

e dentro a sé stesso implode

 

nell’estrema asfissia

dentro all’ultimo urlo-voragine

è risucchiato Dio nell’uomo

e l’uomo in Dio

 

come nel bacio tra Maria la Fanciulla

e lo spirare di Dio

in lei innamorato-morente

 

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