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Quando un’anoressica o una bulimica minorenni mi scrivono chiedendo aiuto

Capita alle volte che, attraverso il blog, mi chiedano aiuto ragazze minorenni, in particolare ragazze, che soffrono di anoressia o bulimia. Qualcuna mi fa richieste confuse, qualcun’altra così precise e tanto lucide che a stento si crede possano uscire dalla penna di una quindicenne. Purtroppo non posso rispondere direttamente né alle une né alle altre: la legge me lo vieta. Per cui devo fare considerazioni di massima.

I genitori di queste ragazze non vedono la grave sofferenza della figlia, la sua terribile angoscia. O per ignoranza o per difesa più o meno inconscia, non vedono che si tratta di un grave patologia, con elevato rischio di mortalità e di suicidio. Le richieste di aiuto, che la ragazza rivolge loro soprattutto attraverso i sintomi, vengono trascurate, banalizzate, lette come capriccio o “buon tempo” (“basta che mangi”, “avessi avuto io quello che ha lei!”, “è abituata troppo bene”, “ha buon tempo, provasse a lavorare”). Così la ragazza resta ancora più disperata e sola, chiusa implosivamente nella propria angoscia e in una rabbia crescente e impotente. La cecità dei genitori è il primo vero e grosso “sintomo” di queste situazioni, il primo vero e grosso segno che il problema sta, prima che nella ragazza, nei genitori, nel loro squilibrato rapporto di coppia, nella disfunzione della famiglia e delle sue relazioni. L’anoressia e la bulimia prima di costituire loro il problema o la causa dei problemi, sono la conseguenza dei problemi dei genitori, del loro essere (o non essere) coppia e del loro essere (o non essere) famiglia. Ma i genitori, se non vedono e non “vogliono” vedere i problemi della figlia, meno che meno vedono e “vogliono” vedere i loro problemi, quelli degli altri figli, quelli della intera famiglia. È come se loro avessero “bisogno” di vedere e di pensare quella figlia come una eterna bambina irresponsabili e sciocca, come se avessero “bisogno” di non vederla crescere mai. E lei, sentendovi brutta e incapace, senza volerlo finisce con il dare loro ragione.

Care ragazze, non cascate sempre più in questo gioco. Ribellatevi. La rabbia buttatela non contro voi stesse, ma tiratela fuori. Come e quanto potete; come dice Michela qui sotto, urlate il vostro dolore e il vostro diritto di essere ascoltate e aiutate. Se anche così i vostri genitori non vi vedono e non vi ascoltano e non possono o non vogliono portarvi dove voi vorreste, rivolgetevi a un medico di cui avete fiducia (ma sceglietelo bene!), o a un vostro professore o professoressa che vi possa capire (magari fategli leggere questo articolo), o a una persona autorevole e intelligente, stimata dai vostri genitori, o magari allo psicologo o alla assistente sociale di un Consultorio Familiare (lì potete andare di vostra iniziativa ed essere ascoltate, anche se siete minorenni).

Farvi male, magari tagliandovi (l’autolesionismo è molto diffuso tra le potenziali anoressiche e bulimiche), non serve. Sì, il dolore provocato dalle ferite magari vi libera dall’angoscia e dall’ossessione, vi permette di “sentirvi”, ma – voi lo sapete – dura poco, molto poco. Se invece riuscite a buttare fuori la rabbia magari parlando con qualcuno in gamba, il sollievo dalla rabbia e dall’angoscia è maggiore e, soprattutto, può essere orientato e avere un senso.

Anche suicidarvi non risolve il problema. Darebbe ai vostri genitori soltanto un’occasione in più per farsi compatire loro, per farsi compiangere loro, per dire: “vedi, era lei debole, era proprio stupida, non le mancava niente”. Non capiscono ora, continueranno a non capire dopo. Soprattutto dopo. E intanto voi, dando ragione a loro, vi siete bevuta la vita, alla quale voi avete diritto. Oggi la vostra vita e il vostro corpo non vi piacciono, li sentite brutti, forse sono brutti davvero. Domani potrebbe non essere così. È un po’ quello che succede per il cibo: se lo mangiate, vi pare così insopportabile che preferite o vomitarlo o scaricarlo con i lassativi o evitarlo del tutto; ma sotto sotto sapete che magari qualche cibo potrebbe piacervi, se solo la rabbia ve lo lasciasse godere, se solo qualcuno lo mangiasse un po’ con voi, parlando e ridendo insieme.

Davanti a una delle mail che mi sono giunte, una delle più nitide e dense, quasi da rendere incredibile1 che l’abbia scritta una sedicenne (si firma Anna e dice di fidarsi solo di Ana, il proprio alter Ego), ho chiesto parere a Michela, che, da anoressica, è stata mia paziente a 17 anni e che ora, da donna, è sposa, madre di due figli.

Così Michela mi ha scritto: “se tu le dicessi che non puoi intervenire senza la richiesta dei genitori, la faresti arrabbiare ancora di più facendola sentire etichettata bambina, ciò che fanno già i suoi genitori, incentiveresti il suo bisogno attuale di regredire, rifiutando la crescita, e alimenteresti il desiderio di restare bambina. Lei scrive che si fida solo di Ana, lei che non la abbandonerà mai, ovvero si fida solo di sè stessa dimagrita (o perlomeno di come desirerebbe essere di più al mondo ora): essere magra, essere Ana con una sola “enne”, non più con due, perché anche il suo nome ha dovuto smagrire, le sembra troppo grasso. Non può addossarsi lei la responsabilità di crescere da sola con chi la vincola a meccanismi di autodistruzione, rimanendo cieco di fronte alla palese sofferenza e all’urlo silenzioso che ricerca la verità e rifugge dalle bugie ostentate. Se i suoi genitori stentano, o meglio non vogliono vedere ciò che lei tenta di mostrare ogni momento nei comportamenti, ogni giorno nel deperimento fisico, ogni sguardo nell’assenza dell’incontro, se non vogliono vedere la meticolosa cautela con cui lei cerca di nascondersi (nascondendo sé stessa nel cibo che non vuole ingerire, nascondendo l’amore che non può avere, ancor prima di soffrire per non poterlo avere), di nascondersi da loro, a tal punto da voler sparire, a tal punto da avere paura di non riuscirci tenta di sparire più velocemente possibile, cerca una via più sicura e rapido, il suicidio. Ma come si fa a non voler vedere? E di fronte a tanta realtà oramai innegabile come possono mentirsi ancora?

L’unica via che riesco a vedere come buona l’ho maturata rivivendo il mio percorso. Me lo ricordo bene il giorno in cui è scattata la “scintilla”, sapevo che c’era qualcuno che mi avrebbe potuto ascoltare, che forse non la pensava come i miei genitori, io ormai ero stanca , spaventata, li odiavo e a quel punto tutti risultavano migliori di loro. Così mi sono detta basta, quel giorno ho obbligato mia madre a subire il mio liberatorio pianto e le ho detto che volevo farmi aiutare da qualcuno. Dio mi ha fatto incontrare te e il destino di questa ragazza è oggi molto simile al mio, ha già avuto la fortuna di contattarti. In quel momento, proprio in quel momento è accaduta la vera svolta: io piccola bambina senza valore e senza quasi esistenza (ero 27 chili) ho deciso, lì ho deciso, il mio pianto liberatorio ha posto il primo tassello per l’inversione dei ruoli tra me e i miei genitori, tra vittima e carnefici. Il mio peso , il mio carico di responsabilità, quel controllo ossessivo di tutto, quella negazione emotiva fino ad allora impostami da loro e automaticamente autoimpostami in maniera acuta e autopunitiva hanno cominciato a sgretolarsi lì in quel preciso istante, lì la ruota ha cominciato anche se lentissima a girare nel verso contrario e da lì ha preso sempre più velocità e vigore (grazie anche a te). Se era per loro forse ora non ero indipendente, sposata, con due bimbi, non ero ancora una DONNA o forse chissà? Nessuno può dirlo, di certo in quel momento loro non sarebbero stati in grado di cambiare il giro, di mettersi in discussione, di ammettere di aver sbagliato, di pensare di essere in debito. Sono stata io a voler cambiare gioco e di conseguenza li ho obbligati a fare il mio gioco (quando nella stessa vasca d’acqua ci sono tre palline e una di queste si muove automaticamente le altre sono costrette a subirne il movimento spostandosi nella direzione indotta da essa). Se i suoi genitori non vogliono aprire gli occhi non è giusto che lei li assecondi garantendogli una bugiarda sopravvivenza, sacrificando se stessa; anzi, proprio perché è figlia ha il diritto di farglieli aprire e di farsi lei garantire non solo la sopravvivenza, ma la piena possibilità di vivere. In questo momento credo che lei li odi e metterli in difficoltà è una delle cose che potrebbero portarle sollievo. All’inizio anch’io ho fatto fatica a fidarmi di te, a volte ti ho odiato, ma ricordo ancora nitida e pulita di sensazioni la frase che mi ha permesso di assumerti come alleato, che mi ha permesso di fidarmi di te : “hai tutto il diritto di essere incazzata nera e di odiare i tuoi genitori, loro hanno sbagliato e tu hai ragione”. Impossibile, non credevo alle mie orecchie, qualcuno che mi credeva, qualcuno che non aveva gli occhi chiusi , che credeva a una ragazza di 27 chili arrabbiata con il mondo. Mi dissi: non sarò più costretta a mentirmi, a nascondermi dietro all’altra me, a mentire a tutti, a godere nella sofferenza autopunitiva. Dille di non lasciarsi fregare da quello che i suoi genitori più o meno consciamente vogliono che resti: una bambina, che non cresca, che resti la loro piccola da continuare obbligatoriamente ad accudire, se malata poi ancor di più, per non guardarsi loro in faccia. Vale sempre la pena di provare a vedere cosa ci riserva un nuovo percorso…..io l’ho fatto e non me ne sono mai pentita, anzi è stato sempre un crescendo di emozioni di scoperte, di piacere concesso, tanto di quello che mi ero sempre negata. Un abbraccio caldissimo ad ANNA”.

 

 

1Di fronte alla possibilità che qualcuna di queste mail sia scritta ad arte per trarre in inganno il sottoscritto, Michela saggiamente mi ricorda: “Per la verità, anch’io ho pensato, per un attimo, che qualcuna di queste potrebbe essere una fregatura, ma, anche se lo fosse, vale comunque il rischio di una risposta, perché, se invece la mail è vera, è un chiaro messaggio d’aiuto, e sarebbe un peccato non rispettarlo per quello che è, solo per pregiudizio della verità”.

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One Comment

  1. Non posso che condividere quanto sopra affermato, avendo trovato pieno riscontro nei molteplici casi di indagine che ho trattato. Quasi sempre nella conflittualità di coppia chi riceve i danni maggiori sono i figli spesso testimoni di situazioni aberranti, memori e complici di vicende complesse, giovani che vengono aggrediti dalle più insidiose malattie nella loro fase di crescita. Aiutiamoli a crescere in un mondo migliore.

    Giuseppe Penza
    Investigtore Privato
    http://www.aaroninvestigazioni.it


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