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Bacio e Adolescente. Due capitoletti da mio libro La tenerezza dell’eros (dal capitolo sul Bacio)

 

1.1.1.3. – Non è la sensazione del piacere a dare significato al bacio

 

Nella nostra cultura è molto forte la convinzione che i gesti d’amore siano belli perché danno piacere. È vero il contrario: è perché sono belli che danno piacere.

Legare il piacere alla sensazione, identificarlo con essa è una delle illusioni tipiche della nostra cultura, giocata sulla separazione tra sensazione e significato, persuasa che nell’uomo possano esserci sensazioni a sé stanti e assolute, astratte dal mondo relazionale della persona, dalla sua storia, dai suoi significati. Non è così. Se così fosse, non si capirebbe, per esempio, perché spesso un piccolo bacio appena accennato possa dare più piacere di un bacio insistito e prolungato.

La nostra cultura, avendo rinunciato al legame profondo che unisce gesti e significati, è poi costretta a esasperare la logica del fare, a trasformare le azioni in tecnica, e i gesti nella tecnica di loro stessi, nell’illusione che la tecnica alla fin fine coincida con il significato, sia il significato. È un’illusione in fondo necessaria per la nostra cultura: ci si condanna sì a una ricerca ossessiva e mai paga di una tecnica sempre più allenata ed esasperata, ma al tempo stesso ci si dà l’alibi per non pensare, per non guardare al fondo della solitudine e della disperazione che ci abitano.

Così, ormai convinti che la tecnica sia l’essenza delle cose e al tempo stesso l’unica sicura porta all’omologazione e al piacere, spesso, di fronte a un gesto d’amore, ci blocchiamo, nel timore di non possedere abbastanza tecnica per esprimerlo. Come mostra l’episodio che vado a raccontare.

 

 

1.1.1.4. – Un episodio significativo

 

Una ventina di anni fa, in un paese dell’estrema periferia metropolitana di Milano un episodio mi mise di fronte all’inevitabile constatazione di quanto ormai tutto ciò fosse diffuso.

Durante una mia piccola conferenza a giovanissimi preadolescenti, un ragazzino di dieci anni si alzò e in tutta tranquillità sua e dell’uditorio dei suoi coetanei mi chiese: “Quando si può cominciare a baciare con la lingua una ragazza?”. La sua preoccupazione era rivolta ai tempi e alla tecnica del gesto, non certo al suo significato soprattutto relazionale, non certo alla ragazza, meno che meno al desiderio e al piacere di parlare con lei, di conoscerla, di relazionarsi con il suo mondo. Per lui il bacio non era un gesto di comunicazione, ma semplicemente una performance. L’unico significato che poteva essere sotteso a quel gesto era la conferma narcisistica di sé di fronte alla paura della inadeguatezza, della incapacità di essere autore di quella performance. Con quel gesto appiattito a tecnica egli non comunicava né con la ragazza né con il mondo dei significati e, in fondo, neppure ricavava piacere; soltanto e senza certo esserne consapevole, attraverso quel gesto, tentava una impotente risposta alle proprie paure non soltanto di preadolescente, ma già di uomo d’occidente. In tale modo perdeva tutto quel mondo di significati e di relazioni che con timore e tremore un bacio, il primo bacio d’adolescente, ha magicamente in sé. Aveva paura di una incapacità, e stava perdendo la magia del bacio.

Quel ragazzino aveva dieci anni, lo sguardo aperto e vivace, l’espressione intelligente. E già la nostra cultura ne condizionava i gesti, impedendone la fruizione dei significati.

 

 

 

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