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Ricevo dal Veneto questa mail di C.:

Caro Gigi,

sono C., vorrei tanto sottoporti lo strano caso, o meglio, la strano comportamento di una mia “prof”. Questa strana signora dall’inizio dell’anno in modo del tutto gratuito ci fa sentire umiliati. Ti faccio qualche piccolo esempio.

Per esempio oggi, sosteneva che nessuna di noi si lava; la nostra scarsa igiene, a detta, sua, la disturba alquanto; così si premunisce di coprire il cancellino della lavagna (usato anche da noi) con il fazzoletto e, quando prende, metti caso, i nostri quaderni, li sfoglia con aria molto schifata, apre la finestra coprendo la maniglia con uno straccio che si porta da casa, non possiamo neppure tossire, cosa che in questo periodo è molto difficile evitare, visto che siamo tutti raffreddati. Questo è solo un piccolo assaggio del suo comportamento.

Passa le sue ore con noi a farci sentire umiliati, paragonandoci ad animali, per lo più animali da circo, sostiene che non avremo mai un futuro, e via dicendo; a quanto pare, di questa sua considerazione non godiamo solo noi studenti, ma anche i cosiddetti suoi colleghi, che – anch’essi – a pazienza paiono essere agli sgoccioli.

Ormai mi sono resa conto che l’insegnante “strano” annuale non mancherà mai; arriveremo a fine anno, se arriveremo, tutte col debito nella sua materia, trascinandoci questa palla al piede, che, almeno questa!, è in grado di farci sentire “grandi” in quanto a pazienza e sopportazione.

Caro Gigi una tizia del genere perché ha scelto di insegnare?

E soprattutto perché non possiamo liberarci di lei? Perché lei è tutelata e noi no? Ti mando un grande abbraccio, C.”.

Ecco quanto ho risposto a C.:

Cara C.,

leggendo quello che scrivi, viene da pensare che la tua insegnante forse avrebbe bisogno di un po’ di terapia. A grandi linee, sempre stando a quanto mi dici di lei, mi rammenta il protagonista di un film molto bello, che ti consiglio di vedere: Qualcosa è cambiato, con Jack Nicholson e Helen Hunt. Guardalo.

Quanto alla tua domanda (“una tizia del genere perché ha scelto di insegnare?”) e soprattutto sul perché si comporta come tu dici, posso solo fare ipotesi. Chi non sa chiedere aiuto e farsi sostenere e cambiare grazie a una terapia, spesso finisce con l’usare la vita come luogo per sfogare la parte incontenibile e disturbata di sè, proprio quella che invece potrebbe – con profitto di tutti – essere aiutata dalla terapia. Così quella persona finisce con il peggiorare sè stessa e con il danneggiare gli altri. Perché proprio nella scuola? Probabilmente perché questa persona non sa affrontare altri mondi; probabilmente perché sotto sotto è ancora una bambina che soltanto tiranneggiando gli altri può illudersi di non essere più una allieva (ecco perché ci tiene così tanto a creare una barriera fobica tra sé e voi allievi) e in tale modo illudersi di essere una persona adulta; probabilmente è una persona molto sola e impaurita dal mondo, dal lavoro e dalla propria inadeguatezza ad affrontarli, così si nasconde dietro la paranoia delle proprie mille fobie, proiettando su di voi quel senso di insoddisfazione e di schifo che molto probabilmente abita dentro di lei (le serve proiettare su di voi quanto non accetta in sé stessa); probabilmente sa toccare maniglie e fogli e mondo soltanto attraverso lo straccio delle proprie paure , straccio“materno e familiare” (che, come un protettivo cuscino di Linus, si porta dietro da casa). Poveretta! Ogni tanto, se ti riesce, lasciati sfuggire un sorriso per lei. E, se per caso le capita di fare una buona lezione, diglielo con sincerità. Forse nessuno è mai stato sincero con lei, neppure le autorità scolastiche che dovrebbero garantire società, cittadini, allievi e – perché no? – insegnanti.

Gigi”.

Per completezza di discorso, vorrei aggiungere alcune considerazioni.

A quanto vedo sia nella mia esperienza clinica sia in quella riportatami dai colleghi che mi si rivolgono in supervisione, sono frequenti i casi di insegnanti disturbati e/o problematici che fanno sentire umiliati gli allievi o addirittura li tiranneggiano con comportamenti quanto meno discutibili. Proprio oggi i giornali portano notizia della condanna di una insegnante di Palermo che fece scrivere per cento volte a un alunno la frase «Sono un deficiente» sul suo quaderno. Per quanto doveroso fosse il suo intervento (pare che il ragazzo avesse comportamenti di bullismo e omofobia), la risposta educativa data dall’insegnate non era certo quella di convincerlo di “essere un deficiente”.

Non è facile essere buoni o, anche soltanto, adeguati insegnanti. Ma, proprio per questo, sarebbe opportuno che ci fossero buoni o, anche soltanto, adeguati monitoraggi e sostegni circa la corretta salute mentale degli insegnanti.

Riporto qui quanto ho già scritto in A proposito di scuola, post di questo blog, pubblicato parechcio tempo fa:

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolante nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico. Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la sua patologia, con il suo bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della sua famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i propri allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?”.

A quanto già ho detto nel passo appena citato, mi pare utile aggiungere quanto – almeno nelle conseguenze e nei disagi prodotti – il DNP sia assimilabile per esempio al Disturbo Ossessivo Compulsivo. Del resto anche quadri comportamentali più tipicamente nevrotici, quali quelli fobici, non paiono garantire quel minimo di serenità e di empatia che ogni insegnante dovrebbe potere avere e garantire.

Nella mia risposta a C. le ho consigliato di dare un sorriso all’insegnante e di dirle qualche volta “Brava”. So perfettamente di avere di fatto consigliato a C di fare lei con l’insegnante quanto l’insegnante dovrebbe fare con gli allievi: conosco molto bene sia C., sia la sua maturità, sia la grande presenza formativa e la capacità elaborativa dei suo due genitori, per cui il consiglio mi pare utile a C. e alla sua crescita. Volevo che fosse chiaro a C. che il problema non è lei, ma l’insegnante, così che fosse evitata a C. ogni possibile deriva di frustrazione e di caduta di stima in sé stessa in particolare e nella scuola in generale. Se non si chiarisce ai ragazzi che molte volte il problema non sono loro ma l’insegnante, si finisce con il fare un grosso danno ai ragazzi: quello di non testimoniare che la scuola non è – genericamente – negativa, ma che negativi sono soltanto “alcuni” comportamenti e “alcuni” insegnanti; quello di distogliere ogni passione e ogni entusiasmo dei ragazzi dalla scuola e dallo studio; quello alla fine di demotivarli a tale punto da privarli dello studio e della scuola in quanto tali.

2 Comments

  1. Splendido resoconto di un quadro purtroppo reale, a danno dei nostri figli,che involontariamente vengono privati del diritto di approcciare serenamente allo studio con la giusta prospettiva di entusiasmo alla conoscenza e al sapere.
    Grazie per le belle frasi,ma ciò non ci mette nella posizione di poterci confrontare in modo civile ad un confronto genitori-insegnanti,in quanto entrambi educatori di nuove generazioni.
    Maurizio

  2. e che dire di chi cambia verità ogni volta che cambia interlocutore?

    Terribile che proprio la scuola possa essere luogo di sofferenza!


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