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Pino Pignatta, giornalista di “Famiglia Cristiana” che ha coordinato il dossier sull’argomento Sarah Scazzi sull’edizione online, continua a interessarsi del caso e mi chiede di approfondire in ottica sistemico-relazionale l’argomento ponendomi queste tre domande:

  1. Dottor Cortesi, proviamo a entrare nella casa degli orrori, con tutta la pietas che si deve ai protagonisti della vicenda, e soprattutto alla vittima. Gli inquirenti parlano di movente sessuale. Ipotizzando il peggiore dei quadri relazionali possibili, quale potrebbe essere il vero fondo del barile, cioè il vero volto della dinamica incestuosa?
  2. Perché due ore fa, quando la madre della cugina Sabrina è uscita dalla Questura, dove è stata interrogata come persona informata dei fatti, la gente le ha urlato “assassina”? Perché la gente si spinge fino a questo livello non avendo in mano alcun fondamento probatorio? Che cosa c’è nella “pancia” di chi osserva questo delitto di tanto oscuro da urlare inconsiamente una grave accusa che troverebbe fondamento solo da una seria disamina sistemico-relazionale?
  3. L’incesto è l’incubo della famiglia. Perché se ne parla così poco? E’ semplice sottovalutazione culturale o c’è ci sono centri di potere che hanno interesse a ridurne l’impatto mediatico? E la “cattolicità” di un Paese, intesa come stratificazione dell’assunto che la famiglia è sempre santa e sempre bella, tende a soffocare l’emersione dell’incesto in tutta la sua gravità?

Per ora rispondo alla prima domanda:

Il richiamo alla pietas mi pare, oltre che moralmente doveroso, anche clinicamente molto corretto (soprattutto se a pietas si attribuisce non un significatico pietistico, ma per esempio quello altamente etico che, nel mondo latino, le attribuiva Virgilio). La psicologia sistemico-relazionale si basa su un’affermazione molto importante: che tutti (sottolineo: tutti, nessuno escluso) i protagonisti di un «gioco psicotico», quale è senza dubbio questo di Avetrana, prima che attori del «gioco», ne sono le vittime. Tutti, nessuno escluso.

Il vero protagonista e l’assoluto responsabile degli eventi, in questo caso tragici fino all’orrore, è proprio lui, il «gioco psicotico», cioè – occorre precisarlo – quel meccanismo di relazioni disfunzionali che condiziona a tale punto le relazioni di un sistema familiare (o anche sociale e/o culturale), fino a determinare in toto o quasi non soltanto le relazioni degli individui, ma anche i loro comportamenti. Gli attori del «gioco» si illudono di essere essi a decidere, volere, agire; in realtà gli attori sono proprio degli “illusi”, cioè sono – secondo il significato letterale della parola “illusi” – trascinati dentro al gioco, invischiati nel gioco; le loro decisioni, volontà, azioni solo in parte e/o in apparenza sono pienamente decise, volute, agite da loro. In realtà il vero, micidiale, nascosto e, perciò, potentissimo attore del «gioco» è il «gioco» stesso. Tanto più il gioco è nascosto, tanto più è micidiale il suo potere sui «giocatori» e su quanti cerchino di capirli e/o di curarli con altre ottiche diagnostiche e/o terapeutiche, che non siano quella sistemico-relazionale.

Di più: ogni altra ottica è facile preda del «gioco» e finisce con l’esserne prima o poi complice e parte, con ulteriore grave danno dei «giocatori» e alla faccia dei titoli clinici o accademici di quanti a propria volta si illudano di capire e/o curare. Mi rendo conto di quanto nuovo e rivoluzionario possa risultare un discorso come questo, soprattutto oggi, in epoca di sempre più convinto individualismo e soggettivismo, per cui si pensa e si crede (e si fa di tutto perché lo si pensi e lo si creda) che l’individuo sia l’unico protagonista dei propri comportamenti e delle proprie azioni.

Se, a distanza di più di cent’anni dagli scritti di Freud, la mentalità corrente fa ancora fatica ad accettare il dato scientifico e clinico della incidenza dell’inconscio sui comportamenti consci e “voluti”, si può immaginare quanto e come possa essere difficile accettare che – quale vero e proprio inconscio familiare – ci sia un «gioco» che a loro insaputa muove e gioca i «giocatori», in un gioco che non a caso è detto “a transazione schizofrenica”, tale cioè da rompere fino alle profondità più remote la psiche degli individui.

Eppure il merito forse più grande di tutta la riflessione e di tutta la ricerca linguistica, scientifica, filosofica, epistemologica, sociologica e antropologica dalla seconda metà dell’ottocento a tutto il novecento (e che in pochissimo tempo pare essersi dissolto) è proprio questo: avere evidenziato che, per dirla alla De Saussure, tout se tient, cioè tutto fa sistema, tutto è sistema e che ogni «sistema» ha come proprio primo e fondamentale principio quello di mantenere sé stesso (questo principio si chiama omeostasi), magari dando l’impressione che tutto cambi, mentre in realtà, per dirla con Tomasi da Lampedusa, tutto cambia o pare cambiare così che nulla cambi. Addirittura il filosofo Emanuele Severino, il teoreta più lucido e grande che io abbia mai letto e conosciuto (ho anche avuto la fortuna di esserne allievo e di averlo incontrato di persona in altre due o tre occasioni), anche nel proprio bellissimo ultimo straordinario libro (L’intima mano, Adelphi, 2010), ribadisce come l’intera filosofia occidentale sia essa stessa «giocata» da una follia di base, che – standosene nascosta da Socrate, Platone e Aristotele fino ai giorni nostri – inquina e decide in modo micidiale tutto il pensiero e tutta la storia dell’occidente.

È stato il genio di Gregory Bateson ad applicare la teoria dei sistemialla psicologia, permettendo, per primo, terapie in grado di guarire la schizofrenia e le psicosi, dando origine alla psicologia sistemica. Colei che ha portato in Italia il metodo sistemico, contribuendo anche ad accrescerne a livello mondiale l’efficacia teorica e clinica, è stata Mara Selvini Palazzoli, donna di intelligenza e coraggio rarissimi, con la quale ho avuto il privilegio di completare la mia formazione psicoterpaeutica.

Ma veniamo ad Avetrana. Il vero volto della dinamica incestuosa che colpisce tutti i protagonisti della tragedia (e non solo loro, come si vedrà nelle risposte alla seconda e terza domanda) è quella dinamica implosiva che colpisce la famiglia e di cui questo blog ha più volte parlato (vedi in particolare in “Problemi Psichici” tutti gli articoli della rubrica “Incesto e dinamiche incestuose”), cercando pure di darle un nome: “neandertalizzazione”. La specie umana Uomo di Neanderthal, a differenza di quella Homo Sapiens, si è estinta non perché sia stata distrutta da un nemico, ma perché mancava del tabù dell’incesto, che al contrario è l’unico tabù, che accomuna fino a oggi tutte le culture passate e presenti della storia dell’Homo Sapiens. Grazie al tabù dell’incesto i gruppi e le comunità umane si sono finora aperti alla diversità e al diverso, come alla risorsa che li partoriva alla vita, al rinnovamnento, alla novità, a ogni tipo di acquisizione, per esempio a quella genetica o tecnologica o cognitiva o, anche, artistica.

Oggi stiamo purtroppo assistendo alla implposiva neandertalizzazione della società, soprattutto di quella occidentale e, ancora più in particolare di quella italiana. Le famiglie si chiudono sempre più in sé stesse, tendono a diventare un assoluto autoreferenziale, nel quale casa, lavoro, generazioni, affetti, sesso fanno tutt’uno, escludendo tutto ciò e tutti quelli che possono scalfire questo assoluto (a mio parere, crisi del lavoro, dell’impresa, dell’economia non sono altro che aspetti di questo più generale fenomeno). Più che essere la politica della chiusura a produrre la neandertalizzazione della società, è quest’ultima a produrre, io ritengo, la prima; poi tra le due si produce un tremendo circolo vizioso, così che l’una produce e rinforza l’altra.

Per esempio, la scelta coniugale, che dovrebbe essere il motore di apertura più forte della famiglia, tende sempre più a essere disinnescata da ogni potenziale di apertura: si scelgono maschi deboli, di casa, facilmente controllabili e/o demonizzabili e/o eliminabili, privi di ogni vera reale capacità di conquistare la femmina esterna al territorio, per cui sono sempre più freqenti l’abuso intra-familiare, l’incesto, l’omicidio (a modo proprio l’omicidio è una modalità di impotente possesso sessuale). Sotto l’apparenza di maschi scorbutici e violenti, si celano maschi sempre più fragili, incapaci di autonomia, scelta, iniziativa, conquista, affermazione e auto-affermazione; sotto l’apparenza di un patriarcato abitato da padri padroni violenti e despoti, si cela un matriarcato di supplenza, coperto (cioè non affermato, anzi negato), a volte violentemente subdolo, caratterizzato dalla lamentela che subisce, dal masochismo tanto imbelle quanto resistente e persistente, segnato dalla mancanza di un vero senso di appartenenza e di complicità femminili, di piacere del femminile e nel femminile, in cui le donne si alleano non per piacere di essere il femminile e di stare nel femminile ma per punire, castigare, colpire, uccidere oltre al maschio, soprattutto colei che – magari un po’ più femminile delle altre – potrebbe destabilizzare amiche, sorelle, cugine, madri, figlie.

In questi sistemi familiari la sessualità è sempre nascosta e avvolta nel segreto o, al contrario, esibita, reattiva. Raramente conosce la profondità della intimità vera; questa viene semmai evitata sempre più sistematicamente, usata più come sfogo o pretesto o modalità manipolatoria, spesso dimessa e precocemente dismessa, avvertita più come un peso o un dovere o una pratica o una performance che come il luogo dell’incontro, della identificazione, della verità, del respiro più veri e propri. Molto frequenti sono le somatizzazioni che impediscono l’intimità o patologie prevelentemente aggressive quali per molti possono essere l’eiaculazione precoce o lo stupro o il vaginismo, o patologie prevalentemente difensive quali per molti possono essere l’impotenza, il deficit erettivo, il feticismo, l’endometriosi, l’amenorrea, le irregolarità mestruali, o patologie prevalentemente regressive e/o dissociative quali per molti possono essere l’onanismo ossessivo, l’ossessione sessuale, la pedofilia, l’abuso su minore. Il sesso è molto spesso vissuto come fissazione in cui isolarsi, con cui consolarsi, in cui sentirsi (senza sentire); è molto spesso “usato” come mezzo di possesso, di controllo, di strumentalizzazione, di possessione sostitutiva di una identità che non si ha più o non si ha affatto o non si può avere. Il sesso è sempre meno piacere e identificazione, sempre più dolore, masochismo, ricerca dello smarrimento, vissuto di angoscia o di negazione dell’angoscia, paurosa e agorafobica negazione della vita.

Ormai da molti decenni patologie quali la dipendenza, le psicosi alimentari (anoressia e bulimia), la psicosi in genere dicono allo psicoterapueta sistemico della presenza sempre più massiccia di dinaniche incestuose per lungo tempo e in genere soltanto psicologiche. Ma guai per chi cercasse di porre a tema il problema, di mostrare quanto e come la dinamica d’incesto anche se è “solo” psicologica è tutt’altro che trascurabile e che il passo dalla dinamica psicolgica a quella fisica ed effettiva è brevissimo.

Così poco alla volta il tabù dell’incesto ha perso il proprio carattere di superlegge che non ha neppure il bisogno di essere scritta. Gli antichi greci ponevano l’incesto come tema teatrale (e allora il teatro era il luogo principe della coscienza sociale, politica, culturale), cioè ne parlavano, ne discutevano, prendevano così consapevolezza di cosa significasse; forti di questo in-segnamento i greci hanno costruito una civiltà che ora, dimentica di tutto ciò, si sta sempre più neandertalizzando. È questo il “vero fondo del barile”. Da un lato si è sempre più idealizzato la maternità, sempre più dimenticando la femminilità; dall’altro si è sempre più protetto il maschio, togliendo ogni prova di iniziazione, togliendo ogni allontanamento da casa e dalla mamma, in tale modo impedendogli di “farsi le palle”, di diventare uomo, di sapere affermarsi e confermarsi al di fuori del territorio materno e familiare.

Tutto ciò è stato il vero detonatore di fatti quali quello di Avetrana. Se c’è qualcosa che, sulla base della mia esperienza clinica, mi stupisce in eventi come questo non è che accadano, ma che ne accadano ancora così pochi.

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One Trackback/Pingback

  1. […] un’intervista da parte di “Famiglia Cristiana”, che feci ben volentieri (vedi Avetrana, l’incesto, l’omicidio, il sesso (prima risposta a un giornalista di “Famiglia Crist… ); venni pure invitato al programma pomeridiano di Barbara D’Urso, invito che naturalmente […]

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