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In gravidanza è davvero necessario sapere come sarà il bambino?

Perché mai volere scoprire e sapere a tutti i costi di che sesso sarà il figlio? Perché non lasciarlo, almeno per nove mesi, in quel suo essere vissuto e pensato come mistero? Perché non ammettere che essere vissuti, almeno per nove lune, come mistero è altamente strutturante per il bambino, gli dice che è atteso in sé, comunque esso sia, chiunque esso sia, senza condizione.

Mi chiedo se non sia forse il caso di chiederci quanto siano davvero così utili e così necessari tutti gli esami tesi a diagnosticare, prima della sua nascita, sesso, eventuali malattie o malformazioni del bambino. So quanto questa mia domanda vada controcorrente. So quanto una diagnosi precoce possa aiutare al meglio l’intervento curativo. Ma so che anche per questo c’è un prezzo. Siamo proprio così certi che una maggiore sicurezza diagnostica e curativa sia un bene assoluto? Togliere al bambino la possibilità di essere e sentirsi vissuto per nove mesi in quanto totale mistero e di essere e sentirsi vissuto in quanto atteso in ogni caso e indipendentemente da come si sia e si stia, è davvero un prezzo così insignificante? Non rischiamo di attribuire all’evitamento della malattia e alla necessità della salute una rilevanza eccessiva, elevandoli a criterio assoluto di vita e di morte, a obiettivo indiscutibile? Non finiamo con il dare a tutti noi il messaggio che si è attesi, accolti, accettati, amati solo se non si è malati o malformati? Che rischi comporta tutto ciò a livello etico, culturale, sociale, politico, legale, morale, esistenziale? Che visione abbiano della malattia e della «malformazione»[1], del loro rapporto con l’esistenza, la salute, la vita, la definizione di uomo? Possiamo davvero definire l’uomo e l’umano? Definirlo non è finirlo?

Se il bambino non è percepito in quanto misterioso e straniero, la gravidanza non è più, in tutta la sua intensità relazionale,  né «attesa»”[2] né «tempo dell’attesa». È proprio il mistero in cui il bambino è avvolto a dare alla gravidanza tensione e in-tenzione, cioè senso. Al contrario, una gravidanza priva di mistero sarebbe segnata da una preoccupante caduta di tensione e di in-tenzione. Naturalmente, qui parlo di tensione e di in-tenzione relazionali, non necessariamente emotive[3]. Qui tensione e, meno che meno, in-tenzione non hanno dunque alcun valore negativo. Tutt’altro.


[1] Metto tra virgolette questa parola perché vorrei sapere che cosa si intenda davvero quando la si pronuncia. Quale criterio la definisce: estetico, funzionale, relazionale, statistico, storico, politico, giuridico? O che altro? E chi definisce come criteri questi criteri?

[2] Attesa deriva dal latino: dalla preposizione ad, che indica movimento e avvicinamento verso qualcosa o verso qualcuno, e dal verbo tendo. È quindi termine di tensione, di ricerca di senso.

[3] La tensione e in-tenzione relazionali riguardano il tra, sono evento del tra, si situano nel tra. Quindi riguardano non i vissuti emotivi dei due soggetti in relazione, ma, appunto, il loro tra relazionale. La “tensione emotiva”, invece, sta nel soggetto.

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2 Comments

  1. Da mamma in attesa sottoscrivo in pieno questo post. Ho notato che, oltre ai medici, spesso sono i futuri papa’ quelli piu’ preoccupati di ottenere tutte le informazioni possibili riguardo alla salute del bambino. Pensa che sia piu’ difficile per i padri vivere un’accoglienza incondizionata?

  2. Gregor Samsa.
    Mi si è materializzato immediatamente fin dalla lettura delle prime righe. Così come la sensazione spiazzante che si avverte leggendo della sua metamorfosi raccontata da Kafka.
    Spiazzante ma non così aliena penso,a tutti i Gregor Samsa che per sopravvivere a quell’assenza di vera attesa durante i nove mesi di mistero,si sono trasformati dentro la corazza in cui hanno dovuto ri-partorirsi, fino a morirne.


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