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Sto guardando la liberazione dei 33 minatori cileni. Bellissimo ed emozionante. Spero proprio che tutti rinascano alla luce e al mondo.

Un rammarico però mi prende.

Perché siamo tanto bravi, solidali, uniti nei momenti delle liberazioni (e neppure in tutti), e perché siamo così incapaci di goderci la libertà conquistata? Eppure il nostro vero destino è la gioia della libertà (e la libertà della gioia). Perché facciamo così fatica, dopo esserci liberati, a essere liberi? Perché facciamo così fatica a essere la gioia?

E poi perché accanto a tanta fantastica gioia per la liberazione dei 33 simpaticissimi cileni, c’è tanta violenta indifferenza per le migliaia e migliaia di giovani e meno giovani che se ne stanno da anni nelle profonde disperazioni della disoccupazione, del precariato, dell’impossibilità di futuro, oppure nei tunnel abissali della paura di aprirsi alla vita, all’incontro, alla diversità, al mondo, oppure nelle cave nascoste della rabbia violenta, della voglia di picchiare, uccidere, prevaricare, gettare fango?

Ogni attimo di libertà goduto è una liberazione stupenda di identità e di umanità. Ogni istante di gioia condiviso è una avventura di futuro e di meraviglia. Il vero peccato e la colpa più profonda e devastante di noi uomini sono l’omissione della libertà e la negazione della gioia.

Almeno per oggi, auguro a tutti noi di goderci a pieno la libertà e la gioia. Se ci si abitua, non è difficile.

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