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Monthly Archives: agosto 2009

Un legame profondo e bello unisce i gesti della relazione d’amore a quelli della relazione di accudimento. Questo legame dà tenerezza all’eros, ne fa l’evento più vivo e strutturante, più umano e bello, forse il più vero.

In fondo, il messaggio delle pagine che seguono è tutto qui.

Il discorso si snoda in due volumi, il presente sottotitolato Gesti d’accudimento e gesti d’amore e il prossimo, che verrà pubblicato a breve, sottotitolato Il Sé, la nudità, il corteggiamento. In realtà i due volumi costituiscono le due sezioni di un’unica opera e, come tali, sono indicate nei rinvii interni. La Sezione Prima è più apodittica: uno alla volta, mostra come ogni gesto d’amore, rinviando al gesto d’accudimento, lo riprenda1, mantenendone i significati originari e al tempo stesso aprendoli in ricchezza insospettata. La Sezione Seconda è più concettuale o, se si preferisce, teoretica2: rilegge quanto è stato detto, a partire da alcune nozioni chiave, quali il Sé, la nudità e il corteggiamento.

Le due Sezioni si fondano e, in certo qual modo, si completano a vicenda; possono anche essere lette ciascuna per conto proprio, così che ciascuno dei due volumi, che le contiene, può godere di vita autonoma.

Anche il linguaggio e il suo andamento variano. Dove si racconta e si mostra, la parola è più colloquiale, immediata; si presta a una lettura veloce; a tratti chiede al lettore di essere un po’ fanciullo, complice, sognatore. Dove si riflette, la parola prende distanza, chiede e vuole la mediazione del concetto, talora della competenza, spesso della riflessione. Chiedo scusa al lettore della non omogeneità e dei passaggi a volte repentini da una parola all’altra. Non sono riuscito a fare di meglio.

 

* * *

 

Mentre svolgo il mio lavoro di psicoterapeuta, cerco il più possibile di pensare come chi mi sta di fronte fosse da piccolo, quale bambino sia stato, che concepimento, gravidanza, parto, accudimento abbia avuto. Dai suoi gesti, vissuti e atteggiamenti attuali cerco di immaginarmi la modalità relazionale dei gesti, dei vissuti e degli atteggiamenti, con i quali è stato concepito e partorito, grazie ai quali ha cominciato a respirare, parlare, camminare, mangiare, dormire, svegliarsi, vivere, soffrire, gioire. Ogni volta trovo conferma di quanto siano legati tra loro gesti d’amore e gesti d’accudimento3. Ne sono sempre più convinto: tutti gli individui fanno l’amore con le stesse modalità relazionali con cui sono stati accuditi4; e viceversa. È come se si potesse dire: dimmi come fai l’amore oggi, da adulto, e ti dirò come sei stato accudito in passato, da bambino; o al contrario: dimmi come sei stato accudito e ti dirò come ami e come amerai. Certo, il tutto non è così meccanico come potrebbe apparire; perciò occorre inoltrarsi in queste pagine.

Il gesto d’amore è gesto originario e al tempo stesso ulteriore: sta al di qua, ma anche al di là della parola e di ogni altro gesto; è insieme gesto generante (allora sta al di qua) e gesto generato (allora sta al di là). Il gesto d’accudimento invece sta soltanto al di qua di ogni futuro gesto e di ogni futura parola, in quanto ne è la condizione e ne determina l’imprinting. Ecco perché il gesto d’amore rinvia a quello d’accudimento, ma subito lo trascende (non può dunque esaurirsi in esso), proprio come fa il simbolo5 con il dato concreto al quale si riferisce e al quale rinvia: lo riprende, ne scava i significati, allargandoli senza mai perderli o tradirli, fino a volerne intendere l’origine. Tuttavia, in certa maniera, anche il gesto d’accudimento si radica sul gesto d’amore, in un gioco complesso di rimandi e rinvii; addirittura, come si vedrà, nel caso del concepimento, in un attimo decisivo, gesto d’amore e gesto d’accudimento sono i due aspetti di un evento unico.

Questo libro è un po’ un’ottica nuova di guardare l’amore, un sentiero che tenta di inoltrarsi nella tenerezza e nelle passioni, così che se ne interpretino meglio i gesti, proprio nel doppio significato che il verbo interpretare ha in italiano: leggere con esattezza e agire con fedeltà ai significati. Si sospende il modo abituale di vedere (o non vedere) i gesti d’amore, per renderli più vicini alla vita e più godibili nel cuore e nella mente. Così, li si scopre strettamente legati ai gesti dell’accudimento da un tenerissimo continuo rinvio: per questo ne sono il simbolo. Il confine tra gesto d’amore e gesto d’accudimento è sottile e non così scontato come parrebbe a primo intuito. Soltanto la coscienza simbolica, tenace e appassionata esploratrice dei simboli, può, a mio avviso, indicarlo con deciso delicato rispetto.

 

* * *

 

Quanto riceviamo dalla vita, spesso ci pare a volte un castigo immeritato, una pena inutile, un limite doloroso. Per riuscire a leggere la vita non come mancanza deludente, ma come straordinario esserci, ci vuole, a volte, l’intera esistenza; talora neppure questa basta. Anche sapere leggere l’amore e vivere la presenza dei suoi significati, è terribilmente raro. Così molti amori si perdono e muoiono; di frequente finiscono nell’odio, nell’indifferenza o, a sentire la cronaca, pure nel sangue. Se si guardasse e vivesse l’amore con occhi diversi6, forse si starebbe meglio; magari si sarebbe felici.

1 Su questo principio, a quanto mi risulta, le culture formidabilmente concordano, pure nella diversità delle loro scelte e sottolineature. I gesti d’amore, quasi ripetendoli, si radicano sui gesti dell’accudimento, così che la relazione d’amore, riprendendo la relazione d’accudimento, rifonda la storia dei due amanti, la strutturazione dei loro imprinting più decisivi. È come se il loro amarsi fosse genitore dei due amanti, quasi a renderli fratelli di quel comune rinascere, che è il loro amarsi in-amorato. Forse per questo il Cantico dei Cantici chiama i due amanti “fratello” e “sorella”. Lo si vedrà nel corso dei capitoli.

2 Per teoresi intendo l’esplicarsi della ricerca concettuale, al fine di vederci sempre più chiaramente: ragionando sui concetti, si può meglio contemplare la bella verità degli eventi e del loro accadere ed esserci.

3 Quando guardo all’essere umano e alla tenerezza dell’eros, il mio animo gioisce di stupore. Vedo in ogni essere umano il bambino, come stava nel pancione di sua mamma, davanti a lei sul fasciatoio o, più radicalmente ancora, dentro all’amore che l’ha concepito. Non riesco a non vedere nel muoversi dell’oggi il convergere prodigioso delle danze che, di amore in amore, hanno portato al concepimento di quella creatura, fino ad avviarla a sua volta all’esperienza d’amore. So che ogni persona, nella più profonda e fedele verità del suo Sé, è il suo concepimento (vedi il Capitolo Quarto).

4 A meno che, naturalmente, non intervenga una adeguata azione terapeutica, l’unica capace di portare al cambiamento, qualora le modalità relazionali apprese siano disfunzionali o patogene.

5 Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro (“Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”; trad. di PieroPucci da PLATONE, Opere complete, vol. 3, Laterza, Bari, 1971, p. 175). A questo significato di rinvio, di ripresa di unità, di richiamo di senso, mi rifaccio anch’io quando uso la parola simbolo.

Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto – in questo libro – relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere.

6 In questo senso, penso, la storia e l’esistenza sono perdono nel senso letterale di per-dono: per esse, attraverso di esse, l’amore può dirsi come dono, cioè come quel dare senza del quale non è possibile alcun ricevere.

Endometrio, donne e Piero Angela

Ieri sera uno dei capitoli forti della trasmissione di Piero Angela (Superquark, su RAI 1) riguardava i problemi dell’endometrio. Nessun accenno alla psicologia e alla situazione psicologica delle donne di cui si parlava. Ironia (o sarcasmo?) della sorte, il servizio successivo riguardava “l’intelligenza dei cani” ed era tutto svolto in chiave psicologica. Come dire: solo i cani hanno diritto alla psiche, cioè all’anima, le donne no.

Tutto il discorso sull’endometrio si concludeva puntualmente con l’indicazione – quale unico rimedio suggerito – del ricorso alla pillola, quella che solitamente viene detta “pillola anticoncezionale” (di questa il blog ha già parlato nell’articolo Pillola e femminilità, nel quale viene riportato anche il parere di Eleonora, un bravissimo medico). Di fatto, in parole povere, la conclusione di Piero Angela è questa: se hai problemi con la tua femminilità, congelali con la pillola o, come direbbe Eleonora, “soffoca le tue quattro femminilità” (vedi l’articolo).

L’endometrio è la mucosa che ricopre la parete dell’utero. Di solito, con le mie pazienti, sono uso chiamarla la pelle della interiorità femminile. Ebbene, secondo quanto mi dice l’esperienze clinica, non c’è organo più psichico della pelle e, per le donne, di questa magica pelle interiore che è l’endometrio. Quando le pazienti cominciano a risolvere i problemi della loro anima (insisto con l’indicare la psiche con il proprio significato originario), puntualmente guarda caso le mestruazioni si regolarizzano e diventano via via meno dolorose, il corpo sta bene e acquista in bellezza, la loro pelle esteriore e interiore è sempre più e sempre meglio abitata dalla dolce carezza della conciliazione con la femminilità. Stanno davvero meglio “nella loro pelle”.

I sintomi più specificamente ginecologici, in particolare quelli riguardanti l’endometrio, sono molto spesso l’unica voce che resta all’inconscio di molte donne per potere farsi sentire, per emergere e chiedere aiuto. Se soffochiamo questa preziosissima voce, che senso ha essere e rimanere femmine, donne? Perché non ascoltarla attraverso una buona psicoterapia? Perché non legittimarne le indicazioni, strutturarne e superarne il grido, la protesta, la paura, l’angoscia?

Nel servizio di Angela, quasi marginalmente, si accennava al rapporto tra problemi all’endometrio e sistema immunitario. Perché non si è scavato in quella direzione? Anche il medico più sprovveduto non può non sapere quanto strettamente siano legati psiche e sistema immunitario e quanto in particolare gli eventi depressivi agiscano negativamente sul sistema immunitario. La depressione (non necessariamente – occorre ribadirlo – coincide con comportamenti depressi) è dovuta a un rapporto non adeguato e non elaborato tra la madre e il bambino dal concepimento fino a tutto l’accudimento. È lì che bisogna intervenire e agire attraverso una buona psicoterapia. Il rapporto con la propria madre è per la donna la via di accesso al rapporto con la propria identità femminile: se non si affrontano i nodi non risolti di questo rapporto, prima o poi emerge qualche sintomo legato agli aspetti più femminili della donna. Di questo quasi sempre si dà – a livello conscio – colpa o al partner o al caso e -ironia della sorte – ci si va quasi sempre a lamentare con la propria madre, che, sia pure involontariamente (di solito), è la causa dei propri problemi.

A margine una piccola notazione: gli unici a trarre vantaggio da una trasmissione come quella di ieri sera sono i budget delle case farmaceutiche, che producono la pillola, e die farmacisti, che la vendono. E poi dicono che la RAI fa poca pubblicità palese o nascosta.

 

 

Dimmi come ti vesti e chi cura i tuoi vestiti; ti dirò chi sei

Nella mia esperienza clinica ho notato quanto possa essere illuminante – in chiave sia di anamnesi che di diagnosi e prognosi – chiedere al paziente il racconto di quando e come sono avvenuti la scelta e l’acquisto del primo vestito scelto e/o acquistato in proprio. Per quanto incredibile possa sembrare, sono moltissime le persona, anche apparentemente molto evolute e autonome, che non hanno mai scelto o/e acquistato in proprio un vestito. Portare il paziente a scegliersi o/e acquistarsi in proprio un vestito, può costituire – in molti casi – una mossa terapeutica efficace e rilevante.

Per esempio, uno dei segni prognostici più signifcativi di fronte a una crisi in coppia sta nel vedere chi compra, lava e gestisce i vestiti del coniuge che si allontana (ma anche di quello che viene lasciato). Se, come spesso accade, è la madre o la sorella, significa che in gran parte quel coniuge o non si è mai davvero «sposato» o è massicciamente regredito, tornando nel mondo dal quale sarebbe dovuto essere ormai fuori. Né valgono a giustifica di ciò le ragioni di praticità o utilità che di solito vengono addotte. In realtà queste ragioni, lungi dall’essere la causa del comportamento, sono a loro volta la conseguenza di uno svincolo mai davvero attuato o, come si diceva, di una regressione massiccia in atto.

Decisivo è poi il momento in cui un figlio comincia a vestirsi a modo suo, lasciando e perdendo i vestiti che il genitore gli aveva messo. Che questo avvenga nel segno del piacere e non del conflitto solo lacerante caratterizzato spesso da modalità reattive nel figlio e di imposizione nel genitore, è ovviamente più che auspicabile. Dimmi con quanto piacere sai e puoi vestirti, e ti dirò quanto autonomo e libero sei, e quanta capacità di amore hai. Naturalmente, quanto qui sto dicendo in ordine al rapporto famigliare tra il figlio e il genitore, vale anche in ordine al rapporto sociale tra la generazione degli adolescenti o dei giovani e quella degli adulti, con tutte le sporgenze ideologiche, religiose, politiche ed economiche che tale ampliamento di livello sottende (per esempio non va ignorato, quanto e come il vestire sia campo di azione dell’industria, oltre che manifatturiera, anche culturale e degli interessi, oltre che economici, anche politici, ideologici e religiosi).

 

L’essere umano è complesso, non complicato

Nel mio lavoro di terapeuta ogni giorno tocco con mano abissi di profondissima complessità. L’essere umano – mi trovo spesso a dire – non può non essere creatura divina. Se non lo fosse, sarebbe soltanto un banale, complicatissimo meccanismo di 60-70 chili d’acqua. Non saprebbe, come sa, di disperazione e di gioia, di noie sorde e di inquiete attese. Né le sue angosce sarebbero tanto assurde. Né saprebbe di paniche sorprendenti taciute speranze. Prima dell’uomo sono preghiera la sua disperazione illimitata, le sue paure urlanti, la sua infinita angoscia, la sua stessa stupefacente stupita stupidità, il suo tenerissimo timidissimo bisogno di affidarsi, la sua voglia così negata e ostinata di tenera dolce in-amorante spaesante carezza.

 

 

TRADIMENTI: UNA COPPIA SU TRE FINGE DI NON VEDERE

Spicca tra le news di stamattina:

«Le coppie italiane chiudono gli occhi di fronte ai tradimenti. Trionfa l’ipocrisia e l’omerta’ a fin di “bene”. (…) un corposo 30% decide di “soprassedere”. Questa è la novità che emerge da uno studio condotto dall’associazione Donne e Qualita’ della Vita, presieduta dalla psicologa Serenella Salomoni su un campione di 800 coppie italiane di età compresa tra i 25 e i 70 anni. Sono le donne, con il 45%, a essere più restie e a “riconoscere” il tradimento, ma anche gli uomini non scherzano, infatti, ben il 30% e’ pronto a voltare lo sguardo e fingere che non sia accaduto nulla. Una sorte di gioco delle tre scimmiette che tra le coppie sposate raggiunge il suo massimo, con il 55% delle mogli e il 38% dei mariti che preferiscono far finta di non sapere e negare le evidenze. Una resa al tradimento che le donne motivano in modo più nobile degli uomini. Per il gentil sesso la scelta di chiudere gli occhi sta nella salvaguardia della famiglia per il 31%, segue il bene dei figli con il 28%, terzo la stabilità per il 18%, la paura di perdere il benessere raggiunto per l’11% e infine, il 3% del campione dichiara di non ritenerlo una colpa grave e su cui decide di sorvolare. C’e’ anche un sincero 8% che lo fa per pura ipocrisia sociale. Tra gli uomini è l’orgoglio la motivazione principale, ben il 37% nega l’evidenza per non ferire la propria virilità, il 26% lo fa perché spaventato dall’incertezza di trovare una nuova compagna, seguono la salvaguardia della famiglia (16%), il bene dei figli (12%) e anche per il macho italiano pare che ormai l’esser tradito non sia il peggiore dei mali (2%)».

Il mio commento:

Le ragioni dichiarate e consce di un fenomeno solitamente sono funzionali al fenomeno stesso, in certo modo lo sorreggono e lo giustificano, soprattutto se e quando – come in questo caso – il fenomeno interroga in profondità il Sé, l’intimità, la nudità, il sesso, l’identità, quanto di più profondo è l’essere umano. Molto facilmente, dunque, la ragione vera è altra rispetto ai vissuti e alla loro verbalizzazione.

Secondo quanto l’esperienza clinica mi suggerisce, alla base del tradimento c’è un bisogno difensivo. È come se, attraverso il tradimento, la coppia paradossalmente difendesse sé stessa. È come se paradossalmente i due dicessero a loro stessi: “se ci tradiamo, esistiamo”, “se è ferita e proprio perché è ferita, la coppia allora esiste”.

In questo modo (dando cioè l’illusione alla coppia di esistere) il tradimento nasconde il vero dramma: la non esistenza della coppia, la sua mancata costituzione, la sua incapacità di essere e di strutturarsi come il luogo della identificazione del Noi.

Da un lato le famiglie d’origine troppo risucchianti, dall’altro le personalità molto fragili dei partners rendono sempre più raro e acrobatico lo stupendo e straordinario costituirsi e viversi del Noi (ne ho parlato nel mio ultimo libro La tenerezza dell’eros, al quale rinvio).

Allora tradire può dare alla coppia l’illusione comunque di esistere, di esserci. Può persino dare l’illusione di potersi separare, magari proprio a causa – guarda caso – di un tradimento. Molte separazioni, in realtà, altro non sono che la formalizzazione della non esistenza della coppia. Ma guai a dirlo!

La vita è bellissima

La vita è bellissima. Ogni attimo uno stupore, ogni giorno una gioia, ogni istante una contemplazione. Non c’è nulla che non possa sbocciare in corolle prodigiose. Se solo avessimo polmoni tanto grandi e diaframmi così profondi, potremmo respirarla tutta in tutto, ogni volta tutte le volte.

Ma si può goderla a pieno anche con i nostri polmoncini, i nostri piccoli diaframmini. Basta inspirarla un pochino per volta, come le poppatine sapienti di un neonato. E farci sonni potenti, abitati dal sogno, cullati dalla vita, colorati dall’amore. Al risveglio poi sarà un piacere dare realtà ai sogni, vita alla vita, colore e amore al mondo.

 

aforisma della fragilità femminile

c’è una fragilità femminile

tenerissima e profonda

che, per fortuna di quasi tutte le donne,

di rado gli uomini conoscono

e che, per delizia di alcune,

solo qualche uomo sa davvero amare

 

 

Coppia e famiglie di origine (un capitoletto dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros)

1.7.3.1. – Coppia e famiglie d’origine

Quando i due in-amorati sono uniti dal gesto d’amore dello sguardo di stupore, nel tra della loro relazione d’amore essi sono il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi. Perciò, quando giungono al gesto d’amore dello sguardo di stupore, dovrebbero essere autonomi rispetto alle famiglie d’origine, averle già lasciate, non appoggiandosi ai genitori, ma affidandosi l’uno all’altro, confidando nell’identificante forte potere della loro relazione. Riportarsii al padre e alla madre dovrebbe essere inutile, proprio nello stesso modo in cui la placenta, dopo il parto, diventa inutile per il bambino. Per i due in-amorati la unica vera famiglia è il loro essere coppia, a partire dal gesto d’amore dello sguardo di stupore che li fa in-amorareii. La famiglia d’origine va lasciata; il suo ruolo è solo di formazione e di avvio. Se essa trattiene oltre il necessario, significa che non ha adeguatamente svolto il proprio compito.

Proprio come la madre non è il figlio, così la famiglia d’origine non è la vera famiglia di un individuo che si identifichi nel suo destino di in-amorato. La nostra vera famiglia è quella non dalla quale partiamo, ma alla quale siamo chiamati dalla possibilità della relazione d’amore.

Finita la propria funzione formativa, la famiglia d’origine lascia andare il figlio, lascia che il figlio la lasci, lo partorisce alla sua adolescenzaiii e giovinezza e alla sua vera famiglia. I genitori possono allora finalmente tornare a essere, in tutto e per tutto, quello che mai avrebbero dovuto dimenticare e cessare di poter essere: i due amanti uniti tra loro dal gesto d’amore dello sguardo di stupore. Dismessi il ruolo e la funzione genitoriali, possono a pieno rituffarsi nel poter essere la loro identità di in-amorati.

Tra l’altro, soltanto tornando a poter essere amanti, essi compiono fino in fondo la loro funzione di genitori, perché pre-senziano al figlio, che se ne va, l’esperienza viva della possibilità di essere coppia, di vivere in continuità l’avventura straordinaria dello stupore d’amore. Gli danno non soltanto la struttura relazionale dell’essere coppia, ma con questa struttura e in questa struttura gli danno l’imprinting della speranza, dell’amore come sguardo di stupore e come continuità di in-amorarsi. E – quel che è straordinario – compiono così la loro funzione, proprio non pensando più a essa, cessando di svolgerla, tornando alla pienezza della loro possibile dinamica d’amoreiv. Grazie a ciò, muore del tutto il figlio e nasce del tutto l’uomo. Proprio come ha fatto Dio, che, morendo alla possibilità di vedere il proprio mondo come l’unico mondo possibile, si è messo nelle mani e nelle carni dell’uomo, permettendogli di essere lui il mondo e l’infinita possibilità dei mondi e delle storie.

iUso qui riportarsi in contrapposizione a rinviare. Riportarsi comporta quel bisogno di tornare ai genitori tipico di famiglie dalle storie incompiute, dalle dipendenze non riscattate, dalle autonomie non raggiunte, dove i figli restano figli senza diventare mai adulti, in un rapporto ambivalente con le figure genitoriali: mentre pare siano i figli ad avere ancora bisogno di sostegno, in realtà, a livello tanto profondo quanto misconosciuto, sono i genitori, che non ricevendo la loro identificazione primaria dalla propria relazione di coppia, hanno bisogno di mantenersi nel ruolo genitoriale, per potere garantirsi – grazie al ruolo – l’identità; è come se la funzione genitoriale dovesse compulsivamente continuare, mantenersi miticamente all’infinito, asservendo a sé il figlio, trattenendolo, prevaricando la sua possibilità di essere una storia nuova. Al contrario, rinviare sé ai genitori è dinamica di libertà propria della coscienza simbolica: avendo la vicenda dei genitori senso in sé stessa, il figlio nella propria nuova identità di adulto può ri-prendere quanto della vita e dell’esistenza dei genitori ci poteva essere di bello e positivo, così da trarne in-spirazione e tentare, nella propria storia, un’ulteriore acquisizione di felicità.

iiAppartenendo lo sguardo di stupore alla dimensione dell’originario, ne deriva che la vera famiglia di un bambino non è tanto quella in cui è, quanto quella che egli potrà essere nella sua relazione di coppia. Se, con cultura e ottica nuove, si potesse vivere e sentire questo, molte vicende di dolore, dipendenza e non identificazione forse non ci sarebbero.

iiiIntendo qui adolescenza in senso ampio, comprendendo tutta l’età post-edipica.

ivL’esperienza terapeutica mi suggerisce una esortazione sempre utilissima: che i genitori tornino totalmente alla loro possibile identità di amanti non in funzione del figlio, ma in funzione di loro stessi; non perché questo aiuta il figlio, ma perché lì sta la culla della loro vera identità. Se lo facessero in funzione del figlio, non cesserebbero di fare i genitori e tratterrebbero, in modo ancora più sottile, il figlio, impedendone lo svincolo nel momento stesso in cui credono o cercano di permetterlo o perfino di facilitarlo, oltretutto attivando o accentuando un patogeno contesto di messaggi paradossali (“ci amiamo, perché dobbiamo amarci”) e a doppio legame (“ci ameremo finché tu sarai autonomo, per cui, se vuoi che noi continuiamo ad amarci, non devi essere autonomo”). Lo svincolo del figlio, invece, avviene proprio perché i genitori, non pensando a lui, vivono a pieno la propria relazione di coppia in tutto il suo crescente voltaggio relazionale.

stanotte alle 3,52 dell’11 agosto 2009

è nata Matilde,

creatura stupenda di Dio,

figlia di Daniele e Monica

e nipote di Rosi e Gigi.

Grazie alla Madonnina di Lourdes,

a S. Monica e S. Chiara,

ai bisnonni Ginetta, Sandro ed Emilio.

Grazie per la vicinanza e l’affetto

a Claudia e Alessandra.

Oggi 11 agosto 2009 le visite al blog

hanno raggiunto quota 100.000 !!!!

Bacio e Adolescente. Due capitoletti da mio libro La tenerezza dell’eros (dal capitolo sul Bacio)

 

1.1.1.3. – Non è la sensazione del piacere a dare significato al bacio

 

Nella nostra cultura è molto forte la convinzione che i gesti d’amore siano belli perché danno piacere. È vero il contrario: è perché sono belli che danno piacere.

Legare il piacere alla sensazione, identificarlo con essa è una delle illusioni tipiche della nostra cultura, giocata sulla separazione tra sensazione e significato, persuasa che nell’uomo possano esserci sensazioni a sé stanti e assolute, astratte dal mondo relazionale della persona, dalla sua storia, dai suoi significati. Non è così. Se così fosse, non si capirebbe, per esempio, perché spesso un piccolo bacio appena accennato possa dare più piacere di un bacio insistito e prolungato.

La nostra cultura, avendo rinunciato al legame profondo che unisce gesti e significati, è poi costretta a esasperare la logica del fare, a trasformare le azioni in tecnica, e i gesti nella tecnica di loro stessi, nell’illusione che la tecnica alla fin fine coincida con il significato, sia il significato. È un’illusione in fondo necessaria per la nostra cultura: ci si condanna sì a una ricerca ossessiva e mai paga di una tecnica sempre più allenata ed esasperata, ma al tempo stesso ci si dà l’alibi per non pensare, per non guardare al fondo della solitudine e della disperazione che ci abitano.

Così, ormai convinti che la tecnica sia l’essenza delle cose e al tempo stesso l’unica sicura porta all’omologazione e al piacere, spesso, di fronte a un gesto d’amore, ci blocchiamo, nel timore di non possedere abbastanza tecnica per esprimerlo. Come mostra l’episodio che vado a raccontare.

 

 

1.1.1.4. – Un episodio significativo

 

Una ventina di anni fa, in un paese dell’estrema periferia metropolitana di Milano un episodio mi mise di fronte all’inevitabile constatazione di quanto ormai tutto ciò fosse diffuso.

Durante una mia piccola conferenza a giovanissimi preadolescenti, un ragazzino di dieci anni si alzò e in tutta tranquillità sua e dell’uditorio dei suoi coetanei mi chiese: “Quando si può cominciare a baciare con la lingua una ragazza?”. La sua preoccupazione era rivolta ai tempi e alla tecnica del gesto, non certo al suo significato soprattutto relazionale, non certo alla ragazza, meno che meno al desiderio e al piacere di parlare con lei, di conoscerla, di relazionarsi con il suo mondo. Per lui il bacio non era un gesto di comunicazione, ma semplicemente una performance. L’unico significato che poteva essere sotteso a quel gesto era la conferma narcisistica di sé di fronte alla paura della inadeguatezza, della incapacità di essere autore di quella performance. Con quel gesto appiattito a tecnica egli non comunicava né con la ragazza né con il mondo dei significati e, in fondo, neppure ricavava piacere; soltanto e senza certo esserne consapevole, attraverso quel gesto, tentava una impotente risposta alle proprie paure non soltanto di preadolescente, ma già di uomo d’occidente. In tale modo perdeva tutto quel mondo di significati e di relazioni che con timore e tremore un bacio, il primo bacio d’adolescente, ha magicamente in sé. Aveva paura di una incapacità, e stava perdendo la magia del bacio.

Quel ragazzino aveva dieci anni, lo sguardo aperto e vivace, l’espressione intelligente. E già la nostra cultura ne condizionava i gesti, impedendone la fruizione dei significati.

 

 

 

Preghiera al Padre

 

Restituirò a te, Padre,

ogni mia umanità,

riporrò me stesso

nel tuo gesto d’inizio,

nel tuo stupore di Parola e di Soffio.

Imploderò in te.

Finalmente godrò gli attimi

contemplati nell’eterna continuità,

finalmente vivrò le eternità

nella gioia brillante

degli attimi di un unico attimo.

 

Una solitudine nuova

oggi sbrana l’uomo:

più non si identifica l’individuo,

l’impotenza vive della identità,

l’angoscia inspira dello smarrito spaesarsi

dei mondi.

 

Nel tuo stupore riprenderò

il gioco saggio del simbolo

Rosi aspettando,

abbandonato in te

come bambino

in un sonno gustato.

 

Aforisma sconsolato sulla coppia

se spesso nella scelta del partner

i maschi non fossero stupidi superficiali

e le donne inguaribili masochiste

forse ben poche coppie si formerebbero

 

quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata

Fiore mi scrive: ”Un narcisista mi ha distrutto per due volte nella mia vita a distanza di 20 anni. C’e’ una forma di schizofrenia in questa patologia, ho letto svariati libri, ma ho esperimentato sulla mia pelle il dolore che provocano questi tipi di persone, sopravvivere al loro comportamento che fa impazzire una donna è fuori dalle regole, ma sono persone speciali, sono gradevoli quando sono nel momento si, ma poi sono delusivi, è come colpire un muro di gomma, sono sordi, non sentono , hanno paura di vivere, ma sono grandi manipolatori e si riscattano nel lavoro che e’ l’unica cosa positiva nella loro vita. Io mi sono stufata , non c’è modo di comunicare con loro…..tu hai una ricetta???”.

Cara Fiore, hai descritto perfettamente il narcisista: abilissimo seduttore dalla sordità e dalla cecità affettive totali. Aggiungerei: colpevolizzante e micidiale manipolatore di inguaribili masochiste (spesso sono donne con storie di abusi o violenze non elaborate in terapia) e/o di presuntuose presunte salvatrici di chi non vuole per nulla essere né salvato né cambiato. Dimenticavo: il narcisista seduce non perché è interessato alla “vittima”, ma perché più vittime ha più bella figura fa (come penne sempre più numerose nella ruota del pavone).

L’unica persona che per lui conti davvero è sé stesso, intrascendibilmente sé stesso, inesorabilmente sé stesso. Gli altri – soprattutto le donne – sono soltanto oggetti da manipolare, usare, esibire, orpelli della sua vanagloria; oppure sono schermi su cui proiettare e scaricare – spesso con violenza – la propria rabbia radicale e il proprio profondo disprezzo nei confronti della donna.

Se, come parrebbe, la persona di cui parli ha un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), si tratta veramente di una grossa “patologia” psichica, che pochi terapeuti sanno trattare con competenza ed efficacia. Oltretutto il DNP difficilmente accede a una terapia e ancora più raramente si affida al terapeuta (“chi mi può capire?”, “che vuoi che capiscano gli altri di uno come me?”, “io non ho bisogno di nessuno”, “che vuoi che capisca il terapeuta? Sono più bravo io a capire lui”). Come hai bene intuito tu quando parli non del tutto appropriatamente di “schizofrenia”, c’è un indubbio fondo dissociativo nella persona sofferente di DNP, che può portare a deliri di onnipotenza maniacale, non di rado preludio al suicidio.

La riuscita professionale della persona colpita da DNP è frutto di solito – come quasi tutto nella loro vita – di manipolazione e di seduzione strumentale. Il successo sociale, professionale o finanziario, se c’è, nasce dal suo bisogno di conferme sociali, di consenso, di popolarità; come tale, affondando le radici in un bisogno che può strutturarsi come dipendenza, il suo successo sfocia spesso in catastrofiche rovine e in clamorose smentite. Dall’Impero a Waterloo. Dalle stelle alle stalle.

Vuoi un consiglio? Scappa a gambe levate, fin che sei in tempo. Ma ti conviene lasciargli l’impressione che sia lui a lasciare te; altrimenti cercherà in tutti i modi di distruggerti, pur di non vedersi sminuito da te o, meglio, dal tuo rifiuto. In ogni caso, fa in modo di uscire discretamente e completamente dall’orizzonte del suo universo, altrimenti tenderà comunque a “usarti”, non importa in che modo.

Come suggerisce la stessa mitologia greca, la donna di Narciso, che non a caso si chiamava Eco, finisce con l’essere la pietrificata ripetitrice delle parole altrui, totalmente svuotata di carne e di anima. L’esperienza clinica mi conferma sempre più spesso la grande valenza e saggezza di quanto dice la mitologia: noto l’enorme frequenza di morti per cancro al seno e/o all’utero nelle donne di questi uomini. In effetti nulla può rispecchiare l’immagine di Eco pietricata più del corpo di una donna scavata dal cancro e mortificata nella propria femminilità, ridotta soltanto a fare il megafono della sua vanità: lui è l’unica “prima donna” che conti. La altre – tu, per prima – che crepino pure!

 

 

Luna, spazio, sfida, limite e speranza

A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.

Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.

L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.

È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.

Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).

La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.

La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.

Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.

La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.

Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.