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Category Archives: casa e abitazione

La mail che segue è bellissima. Me la scrive E., una mia ex paziente, che da piccola è stata abusata. Commmenta un articolo di 2 giorni fa de “La Repubblica” (vedi http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/01/11/news/pedofilia_una_14enne_filma_gli_abusi_e_fa_condannare_l_amico_dei_genitori-11101105/index.html?ref=search). Fa considerazioni precise e lucidissime, del tutto condivibili. Ringrazio E. anche a nome dei lettori del blog.

Caro Gigi,
oggi ho sentito una frase che è caduta come un fulmine in quei cieli che apparentemente sembrano azzurri, e che ti sorprendono quando pensavi di ritrovarti al sole e non in un temporale improvviso.
Stavo facendo colazione in compagnia di due persone, che conosco. Sul tavolino del bar c’era La Repubblica odierna, e abbiamo visto l’articolo che riportava la vicenda dell’adolescente che ha denunciato gli abusi, subiti da anni da un “amico” di famiglia, filmando gli abusi stessi. Non so se ha letto l’articolo (ma penso di sì). Solo dal titolo ho provato subito una grande tristezza per quella bambina e il calvario che ha attraversato da sola e che attraverserà ancora, e un sentimento che non so descrivere ma credo di empatia per il coraggio, la forza e il dolore che ha avuto. Deve essere stato terribile per lei. Tutto.
La frase che mi ha colpito, e non in positivo (sebbene capisco he il suo autore la diceva in positivo, tra l’altro dispiaciuto pure lui per la vicenda), frase detta come reazione davanti al titolo dell’articolo e alle prime righe lette velocemente, è stata: “volere è potere”.
ma come?! Non è un pò troppo semplice? Forse chi l’ha detta voleva sottolineare la forza di questa ragazzina. E sicuramente è stata forte. Ma non è allo stesso tempo semplificare un pò tutto? non è forse come dire: se non denunci è perchè non vuoi? Quindi non puoi? Non è ribadire il fatto che in quella poltiglia dell’abuso sei da solo e da solo devi uscirne? Allora condanniamo tutti quelli che questa forza non ce l’hanno. E allo stesso modo è come dire a questa ragazzina: “brava! ti sei mossa da sola, continua a stare da sola che ce la fai”.
Ma per quanto tempo ancora deve essere condannata a stare da sola?!
Alla frase-fulmine è stata aggiunta una cosa che non ho ben colto, ma che considerava il fatto che chi questo “volere-potere” non l’ha, è perchè si trova in una situazione per cui non può averlo.
Anche questa mi sembra una condanna.Forse non bisognerebbe “creare” queste situazioni? O aiutare le persone a crearle insomma. possibile che tutto “è” o “non è” e non ci si può far niente?
Questa sera ho letto l’articolo de La Repubblica per intero, e ho ricercato sul suo sito i suoi interventi sulla pedofilia.
Questa ragazzina non ha parlato inizialmente coi genitori, ma a scuola con amiche ed insegnanti, senza parlare di sè ma di una “sua amica”. Il giornalista scrive, rispetto alla scuola,: “avevano capito che parlava di se stessa”. Ma..?! Nonostante questo, l’azione è partita dalla vittima. Da sola. Ancora da sola. Possibile che tutti avessero le mani a tappare le orecchie? E se è vero che a convincerla è stata un servizio televisivo, non è un’ulteriore testimonianza di quanto questa ragazzina sia stata lasciata sola? Se è la tv che ti parla e in qualche modo sembra essere la sola ad ascoltare quello che tu dici, in più quello che tu hai già detto a persone in carne ed ossa, ma evidentemente più sorde di una tv, non è terribilmente triste? Nell’articolo si parla del filmato come arma che “inchioda” il pedofilo. Ma cosa deve essere costato a quella ragazzina schiacciare il tasto rec ed essere consapevole che in quel filmato veniva immortalata anche lei? Deve essere stata una
decisione enormemente coraggiosa e difficilissima e sofferta. Eppure ho l’impressione che non emerga questa cosa, che il lettore dell’articolo non ci pensi.
Non so se il mio pensiero riesce a farsi chiaro, forse sono troppo arrabbiata perchè ciò avvenga.
Quello che penso è che non sempre volere è potere, o meglio è una scorciatoia che si prende per trovare un lieto fine. Penso che in questa storia il “volere” urlava già a squarciagola quando la vittima parlava a scuola. Perchè allora il “potere” non è scattato di conseguenza? Forse perchè chi era testimone dell’urlo non ha voluto ascoltare? Il potere per ascoltare c’era però. Ma non è stato usato.
A questa ragazzina va tutta la mia ammirazione per la sua forza, tutta la tristezza per tutto quello che ha vissuto, e tutta la speranza che possa incontrare chi è capace di tenerla per mano con vero amore, chi è capace di considerarla e ascoltarla come persona degna di vivere la vita. E vivere la vita deve essere un diritto, ancora prima del volere e del potere.
Non so come chiudere questo sfogo.
E’ tardi, vorrei che questa sera ogni bambino ricevesse l’abbraccio della BUONA notte, così che il suo giorno possa essere migliore.
E.
 
 
 

 

La morte di Sarah, verità e segreti

La confessione dello zio sull’assassinio atroce della 15enne. L’assurdità della notizia in diretta Tv alla madre. Intervista a uno psicoterapeuta esperto nelle relazioni familiari.

Gigi Cortesi: un delitto maturato in famiglia 07/10/2010

Concetta Scazzi (a sinistra), mamma di Sarah, con la sorella Cosima Misseri nella puntata di Porta a Porta del 5 ottobre.

I delitti peggiori, i più inquietanti, sono quelli che avvengono in famiglia. Così è stato per Sarah Scazzi, la ragazzina di Avetrana molestata e uccisa dallo zio Michele Misseri, che lei vedeva da una vita perché frequentava lui, la zia sorella della madre e le cugine come fossero una seconda famiglia. In questi casi ci si chiede se nessuno abbia notato un interessamento morboso dell’uomo verso la ragazzina in fiore, se davvero fatti del genere si possano imputare all’impazzimento di un minuto o se non diano segnali , almeno ai più prossimi.

    Ne parliamo con lo psicologo e psicoterapeuta Gigi Cortesi, che esercita a Bergamo e segue soprattutto la psicoterapia della famiglia e della coppia, con riferimento alla scuola sistemica di Milano fondata da Mara Selvini. «Segnali ce n’erano senz’altro», osserva il dottor Cortesi, «ma in queste famiglie patologiche è fisiologico non vedere il problema dell’incesto: fa parte delle dinamiche della famiglia stessa. L’ultima persona che vede il problema è il padre o la madre, e se lo vedono lo negano. È un dato clinico, accertato da tutta la letteratura scientifica».

Cosa intende per “famiglie patologiche” con dinamiche incestuose”?
«Famiglie che hanno disfunzioni relazionali, che tendono anche a fare un’unica cosa tra lavoro, abitazione, familiarità, affetti. In questo caso lo zio era molto vicino, c’era un rapporto quotidiano con Sarah, e anche di Sara con la zia e la cugina. Una vicinanza anche fisica. Uomini come Misseri sono maschi incapaci di conquistare una femmina fuori dal loro territorio: per questo scattano dinamiche incestuose. Siccome non sanno accostare donne al di fuori, la vittima diventa la femmina più debole, la più controllabile. A monte c’è la chiusura implosiva della famiglia su sè stessa, e questo annulla il tabù dell’incesto, pensato e attuato da tutte le culture proprio a beneficio della famiglia. Il fenomeno della chiusura familiare è in crescita».

    Nella pianura bergamasca e nell’Italia settentrionale, per esempio, sono frequenti le case di 4-5 appartamenti abitate solo da parenti, con abitazione e lavoro tutti insieme. «Viene meno la scansione tra generazioni», prosegue lo psicoterapeuta Cortesi, «la possibilità di incontrare persone esterne: c’è un’implosione della famiglia su sè stessa. Il maschio è sempre più debole e incapace di affrontare donne esterne e la donna, abituata a un uomo debole, perpetua un rapporto da infermiera a paziente, da mamma a bambino. Sopporta il lato debole dell’uomo e non esige che faccia un salto di qualità».

Dossier a cura di Rosanna Biffi

Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

La personalità pedofila ha una strutturazione di personalità gravemente carente, a livello molto profondo, riguardante non l’orientamento sessuale, ma la costituzione, attivazione e strutturazione del Sé.

Il Sé della personalità pedofila può illudersi di ritrovare, contenere e amare sé stesso soltanto proiettandosi al di fuori di sé, in altro individuo rispetto a sé (di solito un bambino o una bambina), in una dinamica strutturalmente dissociativa.

La omosessualità o la eterosessualità sono invece orientamenti sessuali, non dinamiche né di per sé patologiche né di per sé dissociative. Ad affermarlo sono le massime autorità scientifiche, le istituzioni accademiche e cliniche ufficiali, riconosciute a livello internazionale. Chi asserisca il contrario, si pone fuori da quanto la comunità scientifica afferma da decenni.

Quanto al Sé sella personalità pedofila, si tratta di un Sé mai davvero amato dalla madre e/o dal padre, più o meno massicciamente rifiutato da lei e/o da lui, mai veramente contenuto, mai evoluto in una adeguata identificazione di sé. In tale condizioni il processo di identificazione del Sé non può fare altro che seguire i sentieri tragici della dissociazione e della proiezione.

Nel bambino o nella bambina amati, allora il Sé della personalità pedofila proietta, identifica e ama la parte dissociata di sé; si fa patologicamente madre e padre di sé stesso. Scambiandole per tensione e/o orgasmo erotici, la personalità pedofila in realtà persegue l’unità e la identificazione di un Sé dissociato, che si proietta e si identifica nel bambino o nella bambina amati; nella loro nudità e intimità proietta e tenta di identificare, raggiungere e integrare la propria irraggiungibile nudità e la propria irraggiungibile intimità.

Il tutto avviene all’interno di una dinamica strutturalmente compulsiva e delirante, dalla quale il Sé della personalità pedofila può essere improvvisamente distolto proprio dalla imprevista reazione della vittima. In questo caso, il Sé può essere così gravemente destabilizzato, da produrre comportamenti di assoluta violenza omicida.

È rarissimo tuttavia che tale estremo venga toccato. Non per questo si può di certo concludere che la pedofilia, anche qualora non sia omicida, non produca danni gravissimi; anzi, proprio l’apparente incolumità della vittima quasi sempre contribuisce a nascondere e coprire l’evento, impedendo in tale modo la constatazione del fatto e la precocità della terapia e producendo così un gravissimo danno ulteriore.

Il comportamento abituale del Sé dissociato è strutturalmente difensivo e paranoide: per questo il Sé della personalità pedofila ben difficilmente seleziona vittime che anche lontanamente possano lasciare prevedere reazioni non controllate o non controllabili, non previste o non prevedibili, non manipolate o non manipolabili; ben difficilmente si fida di vittime che non siano più che “sicure”. Di fatto, dunque, il Sé della personalità pedofila seleziona le proprie vittime soltanto all’interno di situazioni e – soprattutto – di ambienti vissuti come altamente rassicuranti, dove il rischio dell’imprevisto e dell’imprevedibile è tendenzialmente nullo; per questo gli ambiti abituali dell’azione pedofila sono soprattutto la casa familiare o, comunque, gli ambienti che il Sé sa di potere assolutamente controllare, assoggettare e dominare; per questo le vittime abituali sono persone senza alcun vero potere di resistenza, totalmente succubi e/o passive, del tutto sottoposte o assoggettate alla autorità di chi li sta abusando e violentando: per esempio un figlio o una figlia intimoriti; un bambino o una bambina isolati, tanto poco amati da accettare e subire qualsiasi parvenza di attenzione; un bambino o una bambina sottoposti a forti e indiscutibili vincoli di autorità e sottomissione familiare, affettiva, emotiva, morale, sociale, pedagogica, economica, religiosa; un bambino o una bambina incapaci di esprimersi, impossibilitati a farlo (come, per esempio, un bambino gravemente handicappato), comunque non creduti o non credibili qualora dicano o rivelino qualcosa.

Tutte queste considerazioni non possono non portare ad alcune considerazioni molto rilevanti. Se è vero che di per sé non c’è un rapporto diretto tra celibato e pedofilia, è altrettanto vero che – come si è detto – il Sé della personalità pedofila non agisce se non in ambienti che avverte e vive come totalmente sicuri. Per questo la presenza della sua azione è sempre segno che la famiglia, il luogo, l’ambiente, la struttura o l’istituzione, all’interno dei quali la pedofilia è praticata sono di fatto percepiti e percepibili dal Sé della personalità pedofila come sicuri e/o assolutamente non a rischio. Si tratta di ambienti familiari o di contesti ambientali nei quali la pedofilia è praticata in modo più o meno tacitamente accettato o tradizionalmente subito come abituale, di fatto non contestato. Non necessariamente si tratta di famiglie o di contesti ambientalii culturalmente o socialmente degradati; quasi sempre, invece si tratta di famiglie e di contesti ambientali caratterizzati da dinamiche incestuose per lo più coperte e non necessariamente consumate fiscamente. Spesso le dinamiche patologiche e disfunzionali che da generazioni caratterizzano tali famiglie e tali contesti ambientali subiscono, coprono, rimuovono o negano la stessa presenza del fenomeno, per cui la vittima delle attenzioni pedofile non soltanto non è tutelata, ma, qualora trovi la forza o la possibilità di dire quanto sta subendo, non viene neppure creduta e, purtroppo quasi sempre, viene accusata di inventarsi le cose e di essere – lei, la vittima – un folle, che colpevolmente accusa persone del tutto innocenti. Il che contribuisce, oltre che a isolare gravemente la vittima, a destabilizzarla sempre più, in una inaudita spirale di violenza psicologica, dalla quale è molto difficile potere uscire e non subire danni sempre più gravi.

Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

 

sempre sei tu

la mia sola bambina

piccola e cara e unica e bella

 

 

sempre sei tu

che corri incontro

al ritorno la sera

 

 

e ancora di più

con l’anima rincorri

al mattino

all’uscita da casa

 

 

di sotto in su guardi

rubi il respiro

in te lo tieni fino a sera

 

 

quando

nel bacio

me partorisci

alle nostre notti

in-vidiate dai cieli

 

 

 

Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

Mi scrive Graziella: “Scusi ma, indipendentemente dai problemi personali che una donna/mamma può avere, a lei non sembra che in una famiglia ognuno dovrebbe essere disposto a dare un contributo pratico che consiste anche nell’aiuto per le faccende domestiche da parte dei figli? Lei ritiene che debba sobbarcarsi tutto la mamma in quanto tale? E quanto incide questo sullo stress fisico e psicologico che una mamma è costretta a subire? Avere figlie grandi in casa e dover quasi mendicare per avere qualche saltuario aiuto a Lei non sembra frustrante? Le sembra un bel modo di vivere per una donna che avrebbe anche voglia di stare in un’ambiente pulito senza ammazzarsi di lavoro? Non Le sembra che se fosse meno stanca avrebbe più tempo per pensare un po’ a sè? E magari starebbe meglio anche psicologicamente? Le dico questo perché Lei sembra scaricare la colpa di una figlia ribelle tutta su problemi irrisolti della mamma, ma se a suo tempo questa è cresciuta aiutando in casa, come può pretendere che possa ora accettare il menefreghismo della figlia? Guardi che ci sono periodi difficili anche per le mamme, non solo l’adolescenza è un periodo difficile”.

Cara Graziella, e lei perché mai tiene “figlie grandi” in casa? Come al parto la sua vagina le ha spinte fisicamente nel mondo, perché ora lei non le spinge al mondo anche psicologicamente ed esistenzialmente?

Che aspetta a partorirle? È un problema suo o loro? Sono loro che hanno bisogno di lei oppure è lei ad avere bisogno di loro, continuando a tenerle figlie, a occuparsi di loro al di là di ogni ragionevole termine, magari a mantenerle o a viziale o – purtroppo avviene anche questo! – a pagare loro la dose quotidiana?

Se due “figlie grandi” hanno ancora bisogno della mamma, significa che la mamma non le ha emancipate, rese autonome, fatte comminare con le loro gambe. Che aspetta a farlo?

Se è lei, invece, ad avere bisogno di loro e a continuare a fare la mamma super-impegnata e frustrata, allora il problema è suo, Graziella, solo suo. Significa che lei non sa partorire sé stessa al altri ruoli e ad altri orizzonti che non siano quelli materni. Il fatto che lei sia stanca e frustrata, è non la causa, ma la conseguenza di una vita solo materna. Purtroppo ci sono genitori, soprattutto mamme, che, più o meno inconsciamente, pure di potere fare la vittima e farsi compatire, tengono i figli in una eterna dipendenza di adolescenti o, peggio ancora, di bambini.

Perché nel suo commento non parla del padre delle sue figlie? Fa ancora coppia con lui? Che tipo di coppia siete? Se non fa più coppia con lui, perché non si innamora? Che interessi ha la sua vita, Graziella? Che cosa e chi le dà piacere nella vita? Non è ora di pensare a sé stessa, al suo essere femmina e donna? Che significa per lei essere femmina, essere donna, essere persona, essere creatura? È qualcosa di bello o non lo è? Non è ora di interrogersi un po’ su sé stessa, di crescere, di respirare la vita?

E, quando si deciderà a partorire quelle sue “figlie grandi”, si ricordi di tagliare ogni cordone o cordoncino ombelicale. Altrimenti saranno “grandi” solo di nome o di età, ma non cresceranno mai davvero.

Madre e padre non sono identità, una identità per sempre. Madre e padre sono funzioni a tempo determinato. Solo una “cattiva” madre e un “cattivo” padre restano genitori per sempre. A essere “cattivo” non è mai soltanto il padre o soltanto la madre; sono sempre entrambi i genitori, insieme (magari nel litigio e nel conflitto), a essere “cattivi”, magari l’uno in un modo e l’altra in un altro modo. Troppo facile fare la vittima a vita, addebitando soltanto a lui o a lei la responsabilità di una genitorialità fallimentare. E, se anche fosse soltanto responsabilità di uno solo dei due, a maggiore ragione l’altra o l’altro dovrebbero partorire alla vita e al piacere di vivere prima di tutto sé stesso e, solamente di conseguenza, i figli o le figlie.

Che voglia di vivere e di curare la propria vita possono avere i figli o le figlie, se vedono la madre o il padre sempre incazzati, stanchi, stressati, depressi, demotivati, annoiati? Noi formiamo i nostri figli non per quello che diciamo o facciamo, ma per chi siamo giù nel profondo di noi stessi, là dove spesso, molto spesso, i nostro figli ci vedono e ci conoscono meglio di quanto ci vediamo e ci conosciamo noi stessi. Noi possiamo ingannare molto più facilmente noi stessi che non i nostri figli.

Graziella, che senso ha questa vostra casa per lei, prima che per le sue figlie? È un luogo prezioso, bello, ricco di presenze, oppure è un posto anonimo, senza anima e senza significato? Se gli oggetti e le persone della sua casa sono abitati dalla bellezza e rappresentano momenti belli, continuità, legame fecondo con il mondo e con se stessi, viene normale non soltanto curarli e “tenerli in ordine” (che brutta espressione!), ma addirittura accarezzarli, amarli, guardarli e tenerli in mano con gioia. Allora la cura della casa è piacere per chi la abita davvero. Se finisce con l’essere solo un dovere, allora questa casa non è un luogo di vita, ma un bivacco e due muri privi di senso.

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

Molte madri si lamentano perché le loro figlie adolescenti non aiutano in casa o sono indolenti o studiano poco. Quasi sempre si tratta di madri che non sanno che cosa sia l’adolescenza. La loro storia le ha, per una ragione o per l’altra, private dell’esperienza di questa età. Non sanno che cosa sia. Come possono capire la figlia, confermarla, starle vicino esserle complici e alleate, testimoniarle vicinanza e gioia?

Queste mamme hanno spesso alle spalle un rapporto con la propria madre difficile e conflittuale oppure formale e freddo. Molte di loro, soprattutto dopo l’arrivo di un fratello o di una sorella si sono viste – più o meno inconsciamente – scaricare addosso il padre, del quale hanno dovuto diventare la coniuge compensatoria, la consolatrice antidepressiva, la badante paziente. Se, invece, sono figlie uniche, di solito hanno dovuto arruolarsi nella carriera di brava bambina del papà e della mamma, di ragazzina “a posto” che mai esce dalle righe, di diligente studentessa che è l’orgoglio del papà e non rompe troppo le scatole alla madre, di ordinata giovinetta che mai o quasi ha messo piedi in una discoteca; mai hanno potuto vivere davvero qualcosa di sanamente trasgressivo, di veramente proprio, di giustamente sbagliato, di gioiosamente incazzato.

Di frequente queste madri hanno ingaggiato relazioni di coppia precoci con coetanei, che poi finiscono quasi sempre con lo sposare, più per stanchezza che per passione, più per inerzia affettiva che per autentico innamoramento. In questo modo, con alta probabilità, incappano in partner deboli, che, a propria volta, devono ingaggiare relazioni di coppia immature per compensare vuoti affettivi o per nascondere timidezze anche psicotiche.

Di rado la vita sessuale di queste madri è adeguata e/o soddisfacente. Anche qui, oltre al primo debole e spesso unico partner, di rado incontrano uomini con cui possano intrattenere un rapporto affettivo e sessuale davvero adulto. Facilmente incappano in abili narcisisti più pirotecnici che consistenti, più disposti a sentire sé stessi che ad amare una donna, meno che meno la donna, ancora meno la propria donna. Oppure finiscono con il praticare una specie di randagismo affettivo, che di avvventuretta in avventuretta e di inconsistenza in inconsistenza, le porta a un vuoto esistenziale e morale sempre più insignificante. Di rado conoscono il coinvolgimento vero e profondo, quell’orgasmo dell’anima che dà senso all’amore. Mai – quasi di certo – trovano nel partner un padre adeguato, in grado di fare con loro un buon gioco di squadra genitoriale, così he di solit si trovano a dovere da sole gestire l’intero o quasi della genitorialità, senza peraltro sapere e potere gestire né la maternità né la paternità.

Come faranno queste donne a capire e amare davvero la propria figlia, la sua adolescenza? Potranno al massimo preoccuparsi di lei o – peggio ancora – per lei, controllandola invece che esserle complici, criticandola invece che confermarla da femmina a femmina, inducendola a reagire incazzata piuttosto che essere il punto di riferimento e orizzonte di sicurezza.

Non aiuta mai in casa!”, “Non ha voglia di fare nulla!”, “Studia troppo poco!”, “Quanto è disordinata!”, “Risponde male, da villana e arrabbiata!”, sbottano con moralismo intransitivo più da suocere acide che da madri.

E perché mai dovrebbero aiutare in casa? Mica è loro quella casa. La loro casa sarà quella che, se riusciranno a uscire dalla palude di quella adolescenza e di quella madre, potranno fare con il loro compagno, mettendo su casa con lui. In una casa, che non sia la propria, è bello aiutare soltanto se ci si sente complici e amiche con la donna di quella casa.

E perché dovrebbero avere voglia di fare qualcosa? La volontà è sempre figlia della speranza (non a caso il termine greco elpìs, che indica la speranza è collegato con il verbo latino velle, che significa “volere”). Come possono sperare con una madre così pesante e, appunto, così es-a-sperante (che letteramente significa “lontano, fuori dalla speranza”)? Lo stesso dicasi per la poca voglia di studiare o di essere ordinata.

Quando i figli crescono e raggiungono età nella quali i genitori, soprattutto quello/a del proprio genere, hanno avuto difficoltà e subito ferite, allora i genitori vivono la ri-emergenza dei propri problemi non risolti e delle proprie ferite solo apparentemente richiuse. Allora i genitori o in coppia o da soli possono – grazie a una buona psicoterapia (loro, non del figlio o della figlia!) – sfruttare la preziosa occasione della pro-vocazione del figlio, per riprendere la propria evoluzione individuale, sciogliendo nodi dimenticati, affrontando la antiche ferite, colmando vuoti di esperienza e ricominciando a crescere. Fanno bene a sé stessi e non continuano a fare, involontariamente, danno al figlio o alla figlia.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

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abbiamo parlato stasera

ci siamo fidanzati

come sempre ci capita

quando annusiamo il mistero

 

abbiamo fatto casa

ci siamo incontrati

ci siamo sposati

come sempre ci capita

quando siamo il mistero

 

l’amore è venuto da sé

né io né tu l’abbiamo cercato

né tu né io l’abbiamo chiamato

era lui l’amore a cercare noi

stupito a volerci

fanciullo a chiamarci

di sotto in su a guardarci

 

ed era felice

 

povero amore,

senza di noi come potrà mai

vivere e sorridere

e ridere ridere

e gridare la gioia?

 

povero grande bellissimo amore,

con noi riconoscente

ha bevuto il nostro vino

nel nostro bicchiere

 

e s’è gustato il nostro cibo

sulla tavola dei nostri incontri

 

ora l’amore cammina nel mondo

al ritmo dei nostri passi

danzando l’attesa

e cantando i nostri due nomi

 

 

L’omicidio-suicidio di Rho: marito spara alla moglie e poi si uccide. I due figli assistono alla scena

Un amico mi chiede di “spiegare” le ragioni di questa notizia:

“Marito e moglie sono stati trovati morti per strada questa mattina a Rho, nel Milanese. I coniugi, padre e madre di due figli piccoli, vivevano separati e erano frequenti i litigi. Sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Gli inquirenti pensano ad un omicidio-suicidio per motivi passionali.
Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, Piero Amariti, 34 anni, avrebbe impugnato la pistola e avrebbe sparato almeno un paio di colpi contro la moglie, Cristina Messina, poi avrebbe rivolto l’arma contro di sé. Il dramma a pochi passi dall’abitazione in cui viveva, dopo la separazione, la donna e i loro due figli piccoli un maschio di sei anni e una femmina di 3-4 anni, che hanno assistito alla scena.
Per la donna 33enne, che lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre, e il marito che lavorava in un’agenzia di pratiche assicurative, sono stati inutili i soccorsi del 118: sono morti sul colpo. La coppia, in cui erano frequenti i litigi, avrebbe iniziato a discutere animatamente all’interno dell’abitazione dove viveva solo la moglie con i figli piccoli. Poi, il marito avrebbe impugnato la pistola e lei avrebbe tentato la fuga, durata solo pochi passi. I proiettili l’hanno colpita e uccisa davanti alla loro casa. Poi l’uomo avrebbe rivolto l’arma contro di sé morendo accanto a lei”.

Di suo il mio amico aggiunge: “Io non so spiegarmi questa cosa. Ma un fatto del genere mi fa venire in mente che certe cose possono accadere all’improvviso. Tutto all’improvviso precipita. Insomma, nelle relazioni familiari può accadere ciò che accade a un aereoplano: non funzionano i motori e cade. E’ questo che è scioccante: le relazioni familiari non hanno al loro interno l’antidoto che sappia prevenire questo. Non c’è un meccanismo sicuro che metta al riparo da questo. Le relazioni familiari non sono un baluardo sufficientemente blindato per difendersi da sé stesse. Mi spaventa”.

I cronisti e, in generale, la stampa forniscono dati del tutto parziali, insufficienti per una analisi seria: di fronte a simili notizie posso solo esprimere ipotesi o suggerire dove occorrerebbe avere dati ulteriori.

La mia prima impressione: la coppia in gioco non si è mai davvero costituita. Lei, attaccata al proprio padre, non si è mai davvero “sposata” con lui. Magari, a livello conscio, ha pensato, creduto o, come si usa dire, sentito di amarlo, ma a livello profondo l’attaccamento al padre ha sempre prevalso. Non a caso, “lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre”. Probabilmente questa donna fungeva da «coniuge compensatorio» del proprio padre «Coniuge compensatorio» è espressione tipica della psicologia sistemica. Sta a indicare il ruolo che la figlia svolge, supplendo-sostituendo la propria madre e ponendosi lei come la vera più importante interlocutrice del padre, spesso lasciato solo a sé stesso da una moglie tutta presa dalla funzione materna (di solito concentrata sul primo figlio maschio). Si tratta di un vero e proprio incesto relazionale padre-figlia (spesso, come ho appena suggerito, simmetrico a un incesto relazionale madre-figlio), coperto (cioè nascosto) dal fatto che non c’è l’incesto fisico. In tale situazione la figlia, per lo più inconsciamente, usa il marito come banca dal seme, così da potere dare un figlio al proprio padre. Il nonno sarà perciò il vero padre relazionale del nipote (di solito, come in questo caso, un maschio).

Per dinamiche di questo tipo, la figlia facilmente (e per lo più inconsciamente) seleziona (in coppie siffatte quasi sempre la prima mossa dell’approccio e del corteggiamento non è mai di lui, ma di lei) un maschio debole, spesso con grosse carenze affettive, tali da portarlo prima o poi a comportamenti aggressivi o, comunque, irresponsabili e inadeguati. Questi giustificheranno la separazione di lei da lui. Come per l’approccio e per il corteggiamento, anche la prima mossa della separazione tocca quasi sempre a lei, anche se poi è lui a viverla con più coinvolgimento, spesso con acrimonia molto accentuata e ossessiva.

La crisi di coppia, che porta alla separazione avviene di solito durante la fase edipica del figlio (3-6 anni), che è proprio l’età nella quale il figlio viene psicologicamente e relazionalmente dato al padre psicologico e relazionale.

Di fronte alla crisi di coppia una delle mosse più frequenti è quella di un secondo concepimento, solitamente (come in questo caso) di una bambina. Da parte di lui, il concepimento è il tentativo inconscio di tenere legata lei; da parte di lei è il tentativo inconscio di risarcire lui, quasi di ripagarlo, rimettendo in scena con la bambina quel modello di relazione consolatoria padre-figlia che lei stessa ha vissuto con il proprio padre.

Non sempre, però, quello che ha funzionato o sembrato funzionare nella generazione precedente funziona in quella seguente. Se il gioco delle relazioni familiari non funziona, il passaggio da una generazione all’altra aggrava la situazione, rendendola sempre più patogena ed esplosiva.

Lui, se – come nel caso in questione – è del tutto sprovvisto di adeguate strutture psicologiche di distacco-separazione e di elaborazione del distacco-separazione, può trasformarsi nel persecutore ossessivo di lei. Per lui la dinamica davvero erotica sta nella persecuzione di lei, fino a possederla completamente nell’orgasmo del delirio psicotico: se ti uccido sarai sempre mia; se mi uccido sarò sempre con te e tu non potrai più abbandonarmi. Emerge così la vera natura di lui: un bambino mai accolto, forse rifiutato o abbandonato, che sposta e proietta su di lei quelle dinamiche di dipendenza e di rabbia che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre.

A pagare sono i bambini, figli di due figli mai diventati adulti, spettatori impotenti di eventi troppo grandi per loro, lì su una strada che non esce da nessuna vera casa e non porta a nessuna vera casa.  

 

 

leggere Google a Teheran. Sta cambiando la piazza: dalla tivù a internet

In greco antico il termine che significa “parlare” è agoreuo, che letteralmente indica “fare, vivere, essere piazza”. In grecia nasce la politica, proprio perché la piazza è il luogo decisivo della polis. Lì, come ancora oggi nei villaggi del mediterraneo, durante il giorno stanno i vecchi, depositari della esperienza. Il passo della loro istituzionalizzazione in Gerousia, l’equivalente del latino Senatus, è breve e fisiologico. Nel teatro poi la piazza e la politica troveranno il loro spazio critico, di mediazione e confronto tra l’opinione (la doxa) della polis e la verità (la aletheia) della acropolis, sede degli dei e del loro sacerdozio. Ma, prima di farsi tragedia o commedia nell’azione teatrale, la parola deve tutta giocarsi proprio lì nella piazza, soprattutto nei momenti delle decisioni forte e delle invasioni, quando in piazza arriva anche il resto del popolo, soprattutto i giovani. E proprio i greci scoprono quanto sia importante conoscere le logiche della piazza, i suoi tempi, le sue inerzie e le sue frenesie. La politica è in grande, basilare parte l’arte e la tecnica della piazza.

La piazza è il luogo della convergenza delle strade, il luogo forte dell’incontro tra le generazioni, il luogo delle partenze e dei ritorni. Per questo è il luogo principe della parola: perché è il luogo dell’appartenenza e della identificazione del Sé sociale, verso il quale convergono e trovano senso le appartenenze e le identificazioni individuali. Per questo la piazza e il luogo del potere essere, del potere esistere, del potere parlare, del potere confrontarsi avvolti dalla comune appartenenza alla parola e all’abitare.

La radice più forte della attuale crisi sociale sta nella caduta di tutte le “piazze”, che hanno nei decenni e nei secoli precedenti identificato i popoli e gli individui. Hanno perso sempre più valore i luoghi forti della identità: la stalla contadina, il cortile, l’osteria (chi non ricorda il ruolo dell’osteria nel Ferroviere di Pietro Germi?), il bar di Gaber o di Paoli, l’oratorio. Il mezzo televisivo (si badi bene: il mezzo, non i suoi contenuti) ha poco per volta desertificato tutte queste piazze, svuoltandole e rendendole mute e senza senso. Di questo ho parlato nel mio libro Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, pubblicato nel 1995, ma fatto da articoli della fine degli anni ’70. Non vorrei apparire immodesto, ma è un libro profetico: già più di trent’anni fa dicevo cose che molti sembrano intravedere soltanto oggi. Dicevo per esempio del gravissimo rischio della manipolazione politica elettorale insita nel mezzo televisivo (ripeto: nel mezzo più e prima di ogni contenuto). Ma soprattutto denunciavo l’azione deleteria della tivù in ordine agli spazi e ai tempi sociali, lo scippo relazionale che il mezzo televisivo fa della possibilità di comunicazione e identificazione, il condizionamento delle stesse strutture percettive e logiche. In particolare denunciavo la progressiva caduta di ogni sintassi logica e morale. Poi additavo l’attentato che il mezzo televisivo (ribadisco: il mezzo, non i contenuti) recava alla famiglia: rompendo la geometria relazionale della tavola, del letto, della cucina; rendendo gli uni estranei agli altri, ciascuno assorbito nel proprio unidirezionale ruolo di suddito del mezzo televisivo.

Oggi, io penso, uno dei grandi motivi di speranza è proprio internet. Con tutti i limiti che può avere, con tutta la sua ambivalenza di reale-virtuale, con tutto il rischio di potere essere una trincea psicotica dietro cui nascondersi e difendersi, tuttavia – a modo suo – oggi internet può essere una “piazza” o ‘inizio di una “piazza”. A differenza della televisione che permetteva – quale unica azione o interazione – il telecomando o l’avvio del televideo, internet permette si “connettersi”, “entrare”, “navigare”, “chattare” o “videochattare” per scritto o per parola, “postare” in blog o siti, spedire mail, telefonare gratis, scambiare e (formidabile!) produrre video o canzoni, stampare libri, comprare oggetti, organizzare viaggi e – importantissimo – leggere giornali stranieri, conoscere logiche e mondi diversi. Lo permette con confiini allargati all’inverosimile. Se uno sa l’inglese o altre lingue, poi i confini quasi spariscono.

Quando ritrova la piazza, l’uomo ha l’occasione di ritrovare la politica, quella vera, quella che può diventare il laboratorio del progetto, l’evento della decisione, la voglia della legge e del diritto, il motivo dell’appartenenza e della identificazione, l’inizio della speranza.

Per questo credo in internet, per questo credo in questo blog, per questo sono felice nello scrivere questi articoli e nel ricevere i vostri commenti e le vostre lettere. Mai ho potuto scrivere e pensare tanto liberamente come adesso che scrivo in questo blog e che penso per questo blog. Mai mi sono sentito tanto vero nel dire, libero nel comunicare, uomo in mezzo agli uomini, creatura felice di parlare.

Per questo sono strafelice nel sapere che Obama è stato eletto in gran parte grazie a internet e che in Iran internet per molti rappresenta un po’ quello che per molti italiani durante la guerra è stata Radio Londra.

Sapere che il governo iraniano di Ahmadinejad vieta l’accesso a Google dice quanto internet sia importante, quanto i motori di ricerca siano o possano essere anche motori di speranza e di azione politica.

Quando una coppia non funziona

Quando una coppia non funziona, di solito presenta una o più delle seguenti caratteristiche:

  1. si ride poco;

  2. non si litiga mai;

  3. quando si è più genitori che coppia;

  4. quando si litiga, il litigio non è produttivo, non porta cioè ad alcun passo in avanti (le stesse litigate si ripetono uguali, con la stesse frasi, le stesse accuse, le stesse dinamiche);

  5. si parla troppo poco;

  6. quando si parla, lo si fa sempre in funzione di qualcosa, mai per il semplice piacere di dirsi e ascoltarsi;

  7. quando si parla, si parla unicamente di tre argomenti: figli o parenti, lavoro o soldi, malattie o medicine;

  8. non si esce mai insieme per il gusto di fare una passeggiata;

  9. si abita troppo vicini ai suoi di lui e/o ai suoi di lei;

  10. si lavora insieme, senza prima avere mai verificato se e quanto si sia capaci di lavorare in modo autonomo e in altro ambiente;

  11. si fa sesso solo per routine;

  12. si fa sesso poco o per niente;

  13. non ci si fa mai regali o li si fa solo per anniversari e date stabilite;

  14. si sa tutto l’uno dell’altro (eccessiva trasparenza);

  15. si sa troppo poco della vita dell’altro (eccessiva indifferenza), soprattutto della interiorità, dei sogni, degli ideali, dei desideri;

  16. non si hanno progetti insieme;

  17. uno dei due o entrambi sono incapaci di conquistare un’altra persona, per cui la fedeltà non è frutto di scelta, ma di dipendenza, incapacità di approccio, impotenza a relazionarsi;

  18. quando ci si fida troppo l’uno dell’altro (e così non ci si ascolta, dando tutto per scontato);

  19. quando ci si fida troppo poco l’uno dell’altro (e così non ci si ascolta, dando tutto per inaffidabile)

  20. l’uno si affida troppo all’altro, al punto di dipendere da lui/lei;

  21. l’uno si affida troppo poco all’altro, al punto di non sentire mai il desiderio di lasciarsi andare e di abbandonarsi nelle braccia di lui/lei;

  22. quando uno dei due dipende esclusivamente dall’altro in qualche aspetto rilevante della vita (per esempio non sa uscire di casa da solo, non sa andare in vacanza da solo, non sa lavorare da solo, non sa andare al cinema da solo, non sa stare in casa da solo, non sa mai stare da solo)

  23. quando uno dei due ha il totale controllo finanziario dell’altro;

  24. quando uno dei due non sa proprio nulla delle risorse finanziarie dell’altro;

  25. quando non si attende mai;

  26. quando il ritorno a casa è vissuto con fastidio e/o con difficoltà e/o con forti resistenze interne;

  27. quando, tornando a casa, non si pensa a lui/lei, ma soltanto ai figli;

  28. quando uno dei due o entrambi sono più legati alle famiglie d’origine che al proprio essere coppia;

  29. quando uno dei due o entrambi sono più legati ai figli che al proprio essere coppia;

  30. quando uno dei due o entrambi sono più legati al lavoro che al proprio essere coppia;

  31. quando ci sono troppi rituali (visite a scadenza fissa alla/e famiglia/e d’origine; orari sempre uguali);

  32. quando si invita mai o quasi mai gente nuova in casa;

  33. quando si frequentano solo parenti o colleghi;

  34. quando non si hanno interessi in comune;

  35. quando si hanno tutti gli interessi in comune.

Aggiungi qui sotto, come tuo commento, altre caratteristiche.

 

 

ho preso lo spazio e gli ho detto

“su, diventa piccola casa”

 

poi ho preso il tempo e gli ho detto

“su, fatti giorno e notte”

 

e nella piccola casa te ho portato

e giorno e notte ti ho donato

 

 

poi ho preso un poco di lago d’argento

poi una valle aperta e magica e bella

poi il tutto ho posto

in cima al monte che si specchia nel lago

 

lì ti ho portato una sera di luna

 

e lì nella piccola casa

lì nello spazio racchiuso

abbiamo baciato il tempo

e carezzato le storie

e dolcemente abbracciato le epoche

 

 

 

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

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Perché la donna porta la borsetta. L’incesto madre figlia. La donna maschio

Il maschile e il femminile sono entità relazionali: si identificano proprio perché sono l’uno in relazione all’altro, relazionandosi e identificandosi reciprocamente. Più si relazionano, più si identificano. Più si identificano, più si differenziano. Questo è quanto ci suggerisce sia l’evoluzione delle specie (filogenesi) sia l’evoluzione degli individui (ontogenesi).

Per esempio, una delle prime storiche differenziazioni tra maschile e femminile fu quella che identificò nel maschio il cacciatore e nella femmina la raccoglitrice (l’inseparabile borsa o borsetta è simbolo e retaggio di quella identificazione: la raccoglitrice doveva sempre tenere con sé un contenitore, fino a identificarsi lei stessa – sotto molti aspetti – con l’oggetto tipico della funzione esercitata).

La differenziazione in questo caso fu probabilmente dovuta alla necessità della divisione e specializzazione in due ruoli, l’uno funzionale all’altro: mentre la femmina raccoglieva i frutti spontanei, fondamentali per la sopravvivenza del gruppo, l’uomo doveva proteggerla dagli animali predatori. Prima che un cacciatore in senso stretto, il maschio dovette essere un difensore, dall’occhio lungimirante, pronto e attento al pericolo che minacciasse dall’esterno lo spazio occupato dal gruppo umano (il territorio). La femmina, attenta a scorgere il frutto nascosto tra le foglie e i rami o sotto terra, dovette invece abilitarsi a uno sguardo più concentrato sul particolare, più analitico, che l’aiutasse anche a vedere e intuire la presenza del pericolo interno al territorio, nascosto tra le foglie o sotto le pietre, per esempio il serpente o il ragno, che, come i frutti, si nascondeva tra la vegetazione, vicino alla terra e all’albero, tutt’uno con essi.

Indubbiamente il processo di identificazione reciproca tra maschile e femminile dovette essere in grande parte legato, condizionato, favorito o prodotto dal rapporto che il gruppo umano intratteneva con l’ambiente, al fine di potervi stare e abitare, rendendolo il più umano possibile, facendo dunque dello spazio il luogo dell’uomo (la terre des hommes, per usare l’espressione di Saint Exupéry) e rendendo mondo l’ambiente.

Nella relazione tra maschile e femminile non ci sono mai passi avanti o indietro assoluti e repentini né novità o regressioni assolute e immediate. Ma il trend è questo. Ogni nuova relazione, ogni nuova identificazione, ogni nuova differenziazione fa giustamente i conti con tutte le precedenti, le riprende, torna e impastarle e coniugarle insieme, in un gioco di progressioni e regressioni altamente complesso e ricco di sfumature, tendenzialmente aperto a sempre più feconde identificazioni. Non esistono dunque un maschile e un femminile assoluti e astratti, definiti o predefiniti una volta per tutte (solo una visione rigida e, alla fine, omofobica pretende di affermare ciò).

Soprattutto, maschile e femminile non stanno mai prima della relazione che li identifica e li differenzia, ma stanno nella relazione e dopo la relazione; sono la storia stessa della relazione che li identifica e li differenzia.

Quando sento dire che, per fare coppia, ci vogliono un uomo e una donna, penso che le cose stanno esattamente al contrario: per fare un uomo e una donna, ci vuole una coppia, ci vuole il loro essere coppia e ci vuole la possibilità culturale, sociale, politica, istituzionale e – non da ultimo – religiosa di essere coppia in relazione. Per fare l’uomo e la donna e per definire il maschile e il femminile, ci vuole la coppia e la possibilità di essere coppia in relazione. In principio sta la relazione, quello che i greci chiamavano il logos (en arché estì o logos, “in principio sta il legame che dice”).

Questo significa tante cose:

·       non c’è mai solo la crisi del maschile o la crisi del femminile. Se il maschile va in crisi, prima o poi va in crisi il femminile. E viceversa, perché prima di tutto – se manca la possibilità della relazione di coppia – va in crisi l’umano;

·       la identificazione del maschile e del femminile non si trova nella loro omologazione indistinta, nella riduzione dell’amore a tecnica amatoria tra due entità predefinite, ma nella relazione sempre più intensa e libera dell’uno con l’altro;

·       la relazione inter-genere tra il maschile e il femminile è sempre la diastole di una gioco relazionale più ampio e complesso. La sistole di questo gioco sta in momenti di relazione intra-genere del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. In tutte le culture e nella stessa evoluzione psicologica dell’individuo il momento di sistole è fondamentale ed è propedeutico a quello della diastole.

A mio avviso oggi la donna e l’uomo sono soli, confusi, indeterminati, irrisolti, proprio perché non si relazionano più né con relazioni inter-genere, né – prima di queste e propedeutiche a queste – con relazioni intra-genere. In particolare la donna è sola, perché non ha più vicine a sé madri, sorelle, amiche, compagne, con le quali sia bello riscoprirsi e ritrovarsi donna, donna tra donne e con le donne, in una complicità che è del tutto diversa da quella che potrà avere, dopo, con il suo uomo.

Soprattutto la relazione della figlia con la madre, potente e formidabile inizio e imprinting di ogni altra relazione intra-genere è oggi vissuta spesso solamente nel segno della problematicità e della dipendenza, di una follia a due, che fa dell’una la matrioska dell’altra in un intricato e insuperato gioco di scatole cinesi. Quante depressioni hanno origine proprio lì e solo lì! Manca il gioco complice, felice, esclusivo e – soprattutto – libero, che in molte culture lega tra loro la figlia e la madre. Manca l’orgoglio e la gioia di essere donne insieme. Manca l’esperienza di una madre attenta a te, che cerca e ama la figlia, ma che sa anche partorirla e lasciarla andare. Altrimenti la figlia finisce con il dovere inseguire. cercare, conquistare, sedurre la madre, la sua attenzione distratta, il suo contenimento assente, la sua conferma mancante. In un vortice inappagante e frustrante. Così, troppo spesso ciò che unisce madre e figlia o di conseguenza – più genericamente – donna a donna è lo sfogo falsamente liberatorio, la recriminazione, la reciproca colpevolizzazione, la dipendenza compensatoria, l’erotizzazione sostitutiva fino alla possibilità dell’incesto lesbico madre-figlia.

Se è incapace di una relazione intra-genere adeguata, soddisfacente, gratificante e confermante, come potrà la donna aprirsi alla relazione con il maschile, viverla, trovarvi l’amore e la sempre più ampia identificazione di sé? Finirà con il fare con il maschio quello che ha dovuto fare con la madre: inseguire lei, conquistare lei, sedurre lei, prendere solo lei l’iniziativa. Ma, se farà così, le capiteranno maschi bambini, non autonomi, incapaci – loro – di ogni seduzione, corteggiamento, conquista; oppure le capiteranno maschi narcisisti, che vorranno fare loro le prime donne da inseguire e corteggiare.

Uno dei piaceri più grandi di una donna è essere oggetto d’attenzione e di seduzione da parte di un maschio veramente autonomo, capace di darle sicurezza e amore. Altrimenti toccherà a lei fare tutto, compreso essere e restare sempre più sola.

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

Annunciare la gioia

Ricevuto il più bello e prezioso degli anelli, sfavillante del diamante più puro e prodigioso dell’universo, riuscirebbe mai una fanciulla a tenersi la mano in tasca, nascondendo un tale dono? Non penso proprio. Almeno alle persone più care, alle amiche più vicine al suo cuore mostrerebbe la gioia di tanto gioiello e, soprattutto, il gioiello di tanta gioia, se il dono magari le venisse dalla persona più unica e straordinaria che mai si possa incontrare sotto il sole di questo nostro esistere. L’urgenza di condividere gioia e bellezza sarebbe irresistibile. Come tacere, come non dire al mondo intero? Come non tradurre in annuncio la pienezza di una emozione così incontenibile?

Incontrare l’amore della propria vita, vivere con questa persona il formidabile accadere dell’innamorarsi, decidere di essere casa e Noi per sempre, con un amore “forte come la morte”, volendo generare popoli interi “numerosi come le stelle del cielo e i granelli di sabbia del mare: questo è il gioiello più meraviglioso che la vita possa mai dare – io credo – a una creatura. E allora, se ti capita un tale gioiello, perché tacere, perché, come una fanciulla felice, non andare al mondo e dirgli, urlargli, cantargli che quel gioiello c’è, è lì, sei tu e lei nel vostro amore? Voglio fare così anche io, oggi.

Questo – io credo – è il matrimonio: è il parto della gioia, é dare al mondo e alla luce la gioia più favolosa e sfavillante, così che il mondo sia più bello, più vero, più favoloso, più sfavillante. È dire al mondo: “guarda, mondo, che non puoi più essere lo stesso, perché ora sai che c’è questa gioia, la più grande di tutte. Devi cominciare a pensarti diverso anche tu, caro vecchio mondo!”.

Il matrimonio è l’evento formidabile (non mi viene aggettivo più esplosivo) della comunicazione umana, il più rivoluzionario. Il mondo tutto, la società, la politica, la storia, la cultura, la creazione stessa non possono non essere impattate, trasformate, rigenerate dall’annuncio di un amore deciso, vivente, essente. Per questo l’annuncio del matrimonio è il matrimonio. Per questo il matrimonio è la rivoluzione più destabilizzante e creativa.

Rosi e io, trentacinque anni fa, la mattina del 27 ottobre 1973, siamo stati i rivoluzionari annuncianti il nostro matrimonio. L’abbiamo annunciato alla comunità che per noi era la più bella, viva, dinamica che ci potesse essere: la comunità di chi ha incontrato uno stranissimo uomo, che è riuscito a vincere la morte, a ridare gioia ai colori e a riaprire la Creazione. È un nostro amico. Da trentacinque anni è con noi. vive – addirittura – di noi, ci vuole segno vivente della sua stranissima capacità di essere via e vita insieme. È il primo che stamattina ci ha fatto gli auguri, perché, ogni volta che facciamo l’amore, lui ci fa gli auguri. Abbiamo la casa piena di tutti i suoi infiniti biglietti d’auguri, perché, fosse per lui, ci sposeremmo ogni mattina e ogni attimo.

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

Padre nostro,

che vivi i sorrisi,

sia nei sorrisi il Tuo volere

e tutto si apra alla gioia

come nei sorrisi che sanno

così nelle attese.

 

A ogni tramonto concedi a noi

il gusto delle cose di pane

e libera il cuore dalla paura dell’altro

così come noi apriamo all’altro il cuore.

 

Non darci il confine dell’occhio e dell’anima,

ma aprici gli sguardi al sorriso.

 

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

sfratto e depressione

 

L’esperienza dello sfratto riattiva tutte le ferite che, nel profondo, riguardano le prime accoglienze dell’esistenza di un essere umano: come fu accolto quando fu concepito, come venne vissuta la sua gravidanza, come fu il suo parto, come fu guardato e accolto alla nascita dalla madre, come venne contenuto dal suo abbraccio, con quale attenzione e cura fu accudito  nei suoi primi tre anni, all’interno di quale relazione crebbe (di accettazione, rifiuto, abbandono), se e come cambiò il rapporto con la madre all’arrivo di altri fratelli, all’interno di quale “casa” visse. Anche il tipo di accoglienza e di relazione avute o non avute dal padre e con il padre gioca un ruolo importante, soprattutto per il figlio maschio. Un figlio poco confermato dal padre, per esempio, difficilmente riuscirà a fare ed essere casa in modo pieno; anche se non verrà sfrattato, passerà spesso da una casa all’altra e/o non avrà mai una casa nella quale davvero ritrovarsi e identificarsi. In modo formidabile, poi, gioca il tipo di imprinting che quella persona ha ricevuto dalla coppia dei suoi genitori e dalla relazione che questa coppia era o non era: nel loro relazionarsi hanno fatto casa, sono stati casa calda e accogliente? Se una persona cresce in uno spazio che relazionalmente non è casa, non riuscirà mai a fare e a essere casa, se non a seguito di una adeguata psicoterapia.

La casa, prima e più che una entità fisica e immobiliare, è un evento relazionale. Chi non l’abbia vissuta da figlio, non ne ha l’imprinting e, senza un adeguato percorso terapeutico, difficilmente saprà proporla, costruirla e viverla da coniuge e da genitore

Ben difficilmente uno sfratto è evento casuale, Al di qua delle ragioni oggettive che lo producono, di solito è un evento che, anche quando non venga – più o meno inconsciamente – provocato, viene comunque lasciato accadere o non viene debitamente previsto e adeguatamente anticipato o evitato. È come se, in un modo o nell’altro, la persona avesse bisogno di essere prima o poi sfrattata.

La dinamica che presiede a tali tipi di comportamenti o situazioni si chiama coazione a ripetere; venne identificata da Freud. La psiche o il Sé profondo di una persona hanno bisogno di riproporre – spesso in modo compulsivo – situazioni analoghe a quella vissute nella prime fondamentali relazioni della esistenza, per poterle, affrontandole di nuovo, finalmente superare o – eventualità molto più probabile – ancora subire. Più la ferita è profonda, più il Sé cerca di continuare a subirla, sia pure all’interno di contesti e di situazioni diversi e consciamente non riconducibili alla ferita originaria, da un lato quasi per potere dimostrare a sé stesso l’insuperabilità del proprio essere vittima, dall’altro per potere spostare su chi sta causando ora l’attuale situazione tutta la colpa della propria sofferenza sia di ora che di allora. Lamentandosi di chi sta procurando l’attuale sfratto, inveendogli contro, magari aggredendolo, il Sé inconsciamente sfoga sul malcapitato attuale la rabbia e l’aggressività che a suo tempo non poté orientare sul genitore, sui genitori o sui fratelli, che non lo accoglievano e/o che lo “sfrattavano” da una centralità voluta o dovuta o desiderata o pretesa.

La rabbia e l’aggressività possono essere espresse anche attraverso la depressione. Chi è depresso, con la rinuncia a  vivere prima di tutto aggredisce sé stesso, quasi a dimostrare – paradossalmente – che chi lo sfratta ha ragione e che non si può non finire sfrattati quando si è così tanto sfigati. Poi, aggredisce attraverso i sensi di colpa gli altri. Il depresso è un abilissimo produttore e gestore di sensi di colpa: attraverso di essi si assicura un potere enorme, spingendo o – addirittura – più o meno inconsciamente obbligando (con il ricatto psicologico e/o affettivo e/o morale e/o politico) gli altri a occuparsi di lui, a dargli quella poppata di centralità, attenzione, compassione, aiuto, che altrimenti non avrebbe né potrebbe avere. Spesso dietro e sotto uno sfrattato che si lamenta c’è un Sé bambino che si vendica.

I bambini non ascoltano il cielo 

 

D’estate, da piccolo mi capitava talora di uscire di notte. Andavo dietro casa. Subito c’erano i prati. Si apriva la pianura. E scoprivo il cielo. Nessuno conosce il cielo più della pianura. Come una languida femmina innamorata, si scioglie e spalanca allo sguardo del cielo notturno. Se ne lascia penetrare, così che lui la fecondi di mistero e di racconto, così che lei poi, di giorno, partorisca i fiori, i raccolti, i colori.

Allora non c’erano le luci dei paesi, i segnali delle strade, le insegne che inquinano il buio. La notte non era ferita dalla bestemmia delle luci umane. Il buio era buio, nero, carico di tremore. Mi riportava agli uomini primi; con loro sentivo ancora la bava ansimante del lupo predatore, che spingeva gli uomini alla vicinanza. Nulla più delle paure totali rende fratelli, insegna l’appartenenza, muove l’abbraccio.

E lì, abbracciato ai fratelli di tutti i tempi, sentivo il racconto. A raccontarlo era il cielo. Io mettevo i fili che univano le stelle. Lui metteva il racconto. Diceva del Cigno maestoso, dell’Aquila regale, di Pegaso alato cavallo, dei Pesci, della Balena, del Serpente, della Vergine fanciulla, di Castore e di Polluce, di Perseo, del Delfino, delle due Orse, di Venere vanitosa, dell’ardito Sagittario. Con tutti quei personaggi il cielo tesseva storie incredibili, sempre nuove.

A mano a mano che raccontava, diventava rotonda volta protettiva, paterna, che abbracciava e confermava di gioia il convegno che dai millenni portava i miei fratelli uomini lì vicino a me. Eravamo lì estasiati. Inventavamo nuove mitologie da proiettare là in alto. Le costellazioni prendevano nomi sempre diversi, nuovi, impreveduti. Il cielo si sbizzarriva a raccontare storie ancora più straordiarie. Ogni racconto una mitologia.

Quando racconta, il cielo ti abbraccia e – lui curvo – ti accoglie nella simpatia di un padre prodigioso. Che bello potere diventare una costellazione, così da essere raccontato da lui. Era il mio sogno di allora.

 

Non vedo più i bambini ascoltare il cielo. Poveretti, se ne stanno nelle case a guardare i pollici dei loro televisori. Li credono grandi, quei loro megaschermi piatti, che non conoscono il buio e non sanno i racconti. Ignorano quale anima abbia il grande cielo buio, curvo, capace di dire le stelle, di tradurre l’infinito nell’abbraccio delle storie e delle umanità. Ignorano i sogni, la fantasie, le appartenenze. Né più sanno, poi, dormire e svegliarsi ai colori e alla vita.

 

 

 

 

 

 

 

Signore, fa’ che noi siamo la nostra casa
Che non siano solo i muri a costruirla.
Non solo gli architetti e i muratori a darle vita,
né solo gli urbanisti ad aprirla al mondo e agli uomini.
 

 

 

* * *


Fa’ che ad abitarla e a darle vita
siano i nostri sguardi e le nostre coscienze.

 

Fa’ che in essa i nostri occhi

mai non temano di incontrarsi
e le nostre coscienze sempre amino la trasparenza.

 

Fa’ che le nostre pupille

siano il luogo più nostro della nostra casa,
il luogo dove non ci stanchiamo mai

di innamorarci e di riconoscerci,
di crescere l’uno della vita dell’altro.

 

* * *
 
 

 

Che nella nostra casa  faccia la sua tenda la parola,
il gusto di raccontarci i cammini percorsi.
Che in essa le nostre parole

sappiano farsi veramente carne e vita,
racconto e progetto.
Impedisci, Signore, che nella nostra casa
 

 

abiti il silenzio,
quello sordo della sfiducia e del conflitto,
quello gelido dell’indifferenza.
Fa’ che nessuna parola sia mai scontata,
che nessuna ripetizione nasca dalla noia,
che anche i balbettii siano amore ripetuto, stupore ritrovato.
 

 

 

* * *
La nostra casa sia, Signore,
 

 

la casa delle mani e dei gesti.
Che le nostre dita conoscano la tenerezza.
Che i nostri gesti sappiano sempre
 

 

del senso e del significato.
Che nulla sia perduto.
Che il nostro abbraccio conosca sempre
 

 

l’esatto equilibrio tra aprirsi e accogliere.
Solo così la nostra casa sarà luogo
 

 

di orizzonti e non di confini,

di ristori e non di fughe,
di inizi e non di diaspore,
di ospitalità e non di paura.

 

* * *


Fa’, o Signore, che la nostra casa sia le nostre utopie,
le nostre speranze comunicate e sofferte

e gioite insieme.
Che in essa respiri  la fiducia nella vita e nella gente.
Che in essa le sconfitte siano occasione di crescita,
indicazione verso la saggia ironia.
La nostra casa sia la terra dell’ideale:
tempo e luogo dove l’astratto viva di concretezza,
dove l’ultimo sia il primo,
dove il “tu” sia il primo pronome della nostra vita.

 

 

 

* * *

 
Dacci, o Signore, la gioia di vivere anche le nostre vecchiaie
come crescita e come innamoramento,
come cammino che sempre più ci unisce
conducendoci a Te.
La nostra casa sia, allora, il tempo
 

 

dell’imminenza e dell’immanenza,
del Natale e della Resurrezione,
così che anche le nostre delusioni e le nostre morti
siano attesa, memoria e profezia del Tuo abbraccio,
fino a esserne

– con la tua grazia e nel Tuo perdono –

simbolo e sacramento.

 

* * *

 
Quando, Signore, vedremo il Tuo volto,
fa’ che nei Tuoi occhi possiamo ritrovare,
ancora più bella e vera e nostra,
la casa delle nostre giornate e delle nostre notti.
Che nel Tuo sguardo la nostra casa risorga
come carne e corpo dei nostri legami
e del nostro aprirci quotidiano alla vita.