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Monthly Archives: aprile 2012

Venerdì 20 aprile 2012

ogni tanto il Padre Eterno
mi dà un’avvitatina all’insù
(Gigi Cortesi)

Questo è accaduto venerdì 20 aprile 2012 in quel di Como. L’associazione Acàrya ha ospitato Gigi Cortesi e le sue bellissime parole, dette e scritte, e sempre palpitanti.
Ho avuto il piacere di accompagnare Gigi come lettrice e credo che il pubblico presente, persone che hanno saputo cogliere una bella occasione, ed io stessa, siamo usciti dall’incontro un paio d’ore dopo con un paio di centimetri di vita all’insù: una bella avvitatina che dà il benvenuto come un fiore alla primavera.
Un bel regalo decisamente!
Grazie Gigi!
Tante sono le parole e le immagini che hanno popolato l’aria venerdì, e un riassunto non saprebbe ridare la stessa magia: per gustarla occorre viverli certi istanti.
Ma mi piacerebbe lasciare qualche pennellata di colore a ricordo di un bel quadro vivente.
Logos…parola…aria-energia che esplode dalla bocca, che dice tanto a chi sa ascoltare e per chi conosce il valore della parola.
Gigi ci ha accompagnato per mano alla radice dell’incontro con l’alterità, ci ha svelato la ricchezza emotiva e strutturante di parole che chiamano e dicono, come “papà”, “mamma”, braccia aperte al mondo (per chi ha goduto di questa verità svelata, quelle parole ora profumeranno di pane appena sfornato).
Ci ha accolto nel sua sfera intima facendoci partecipi di 20 gradini che profumano di amore per una donna, per la sua donna. E’ stato un invito a celebrare l’incontro fra due anime che si prendono per mano, ad essere felici per loro e insieme a loro. Eh sì, perché ognuno di noi ha la possibilità di avere, trovare e salire i propri 20 gradini e là sentire il profumo del cielo. E quando si trovano, quando si arriva su in cima…si può avere solo voglia di cantare la propria felicità, di dirla agli altri perché anche gli altri vivano di una gioia così piena. “Ehi! Ma lo sapete che amare, amare per davvero nella pienezza del nome e dell’altro non è un’utopia?! Si può! Coraggio! Lanciatevi anche voi nell’incontro!” Questa per me era l’immagine delle poesie “Adesso salgo di sopra”. E sentendo il respiro del pubblico che ci seguiva…penso che ciascuno dei presenti abbia trovato la sua molla per salire su.. per trovare la sua “avvitatina”!
E con una sferzata di colore rosso allegro, indaco di leggerezza e verde di gioventù, abbiamo giocato con le parole, poesie di colore, di animali che portavano l’allegria di vivere.
Ed aforismi, allegri, profondi, scherzosi, piccanti, per invitare alla riflessione, a non lasciare scivolare via le giornate, ma vivere ogni alba e tramonto con parole che sanno dare un nome tutto suo alla giornata vissuta, un bel nome proprio e unico!
Il tutto condito con grande saggezza e conoscenza, cultura e ironia, e tanta, ma tanta voglia di stare insieme all’altro e dirsi: ma sai che l’essere umano quando vuole è proprio bello?!
E quale grande regalo ci ha fatto la presenza e la partecipazione di un grande amico: il fantastico pittore Gianni Bolis che per l’occasione ha letto due poesie, e per incanto l’arte che Gianni sa sprigionare con le proprie mani si è disegnata nell’aria con le sua voce, regalandoci una vibrante emozione!
Questo è un altro aspetto bello e sorprendente degli incontri con Gigi: non si è uno sopra l’altro, uno di fronte l’altro, ma uno con l’altro, uno insieme all’altro. E così la parola e l’ascolto si fondono in una relazione concreta, e ogni voce che si alza a cantare insieme è un battesimo da festeggiare, note su uno spartito che unite compongono musica.
L’incontro si intitolava “D’amor parlando”, e in tutto il titolo è stato rispettato e vissuto. E se mi chiedeste un’azione che descriva quanto accaduto…mi toglierei le scarpe e camminerei su un prato a piedi nudi, sentendo il profumo della terra penetrare nella pelle, i fili verdi carezzare le dita e l’umidità di sole farmi ringiovanire.
Anzi…adesso lo faccio proprio! Quindi…vi saluto qui!
Mi auguro avremo altre e tante occasioni per vivere e inzupparci di incontri così, sempre nuovi e sorprendenti. Dai Gigi! Facci volare nei prati!
E in questa domenica pomeridiana di cielo blu, invito tutti a una salutare camminata a piedi nudi!

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So da fonte certa (che – come spesso capita a chi è giornalista – non posso citare) che non è vero che parroco e vicario di Porto Garibaldi (Ferrara) non volessero negare l’Eucaristia al bambino disabile; a farli recedere dalla decisione presa sono state la ferma e sacrosanta reazione dei genitori e la indignata presa di posizione dei giornali e della rete. Altrimenti parroco e vicario avrebbero continuato a fare passare sotto silenzio l’intera vicenda, il che la dice lunga in primis sulla lucidità e sulla onestà teologico-pastorali dei due signori in veste talare e in seconda battuta sulla correttezza e dirittura morale ed etica dei giornali “cattolici”, che si sono comportati con diverse sfumature: dalla difesa a spada tratta di parroco e vicario da parte di alcune testate all’ambiguo ‘dico e taccio’ o ‘devo dire ma se potessi tacerei’ da parte di altre testate. Come cristiano mi sento umiliato e mortificato di fronte a tale comportamento della stampa cattolica. Dove sono finiti la fedeltà alla verità, il rispetto della parola vera, la testimonianza non negoziabile della verità? Questi giornali dovrebbero fare proprio quanto, con ben altro scrupolo morale, diceva a sé stesso san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (1, 17; traduzione CEI): “Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì, sì» e «no, no»?”. Dimenticano che tradire la verità è tradire e uccidere Gesù, che è “la via, la verità, la vita”? Dimenticano quanto dice Gesù (Matteo, 1, 37): “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”? Pare proprio che per questa stampa, che si definisce “buona stampa”, ciò che conta sia non disturbare il quietismo sordo e cieco di grande parte dei propri lettori, non disturbare l’ansiolitica acriticità dei perbenisti cattolici e dei parroci che oltre a “non volere casini” sottoscrivono gli abbonamenti tra la sacrestia (che non paga l‘IMU) e l’oratorio (che non paga l’IMU). Stampa cattolica come lexotan, come tavor o, per dirla in modo per loro più trasgressivo, come cannabis delle coscienze, alla faccia di Gesù e di chi più gli è vicino (il bambino e il disabile)!

Patetico in questo senso il comportamento di Famiglia Cristiana, che in piena bagarre sulla Eucaristia negata non trova di meglio che aprire il proprio sito online parlando delle sofferenze di un povero padre affetto da figlio handicappato. Che messaggio complessivo ne esca lascio intuire a chi sta leggendo. Purtroppo più conosco il cosiddetto “mondo cattolico”, più mi convinco che a questo mondo il disabile serve solo come strumento di sofferenza salvifica per chi lo sopporta e gli vive accanto. Guai se il disabile chiede o – come osa? – pretende rispetto e considerazione umana o professionale pari a quelli dovuti al “normale”. «Se sei disabile, fa’ il disabile e lascia tranquilli gli altri», questo pare il messaggio che trapela più o meno esplicitamente dagli ambienti cattolici, a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. Se il disabile, chiede rispetto o riconoscimento delle proprie capacità non da disabile, sotto sotto viene trattato come un gay che chieda il riconoscimento delle coppie di fatto o del diritto alla genitorialità, sempre a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. «Come osano “esibire” la propria umanità?»: così viene letto ogni tentativo di affermazione non disabile del disabile. Il disabile non può né deve fare o essere altro che disabile! Non parliamo poi di un disabile che voglia parlare di teologia. Apriti cielo! A paragone l’omofobia nei confronti dei gay è acqua fresca.

Tornando al bambino cui è stata negata l’Eucaristia, altre considerazioni vanno ulteriormente notate e aggiunte a quanto ho già detto nel mio post Anche la chiesa discrimina i disabili? Pensieri a margine della cronaca: negata l’Eucaristia a un bambino disabile. Lo suggerisce bene Elena nel post Ancora sull’Eucaristia negata al bambino disabile: “Non glielo impedite!”.

Leggiamo bene Luca 18, 15-17 (confronta anche il sinottico Marco, 10, 13-16): “Gli presentavano anche i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. Allora Gesù li fece venire avanti e disse:  «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà»”.

Da questa citazione di Luca emergono, a mio avviso, alcune affermazioni molto importanti:

  • E’ Gesù a volere che i bambini vadano a lui: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ecco perché nel mio post precedente dicevo che l’Eucaristia in certo modo è risposta al Battesimo e suo compimento: come l’uomo nel Battesimo si immerge in Gesù, così Gesù nella Eucaristia si immerge nella umanità di ogni uomo che vada a Lui. Nella Eucaristia e con la Eucaristia Gesù fa esercizio di Incarnazione, diventando cibo, carne e sangue di ogni uomo. Negare l’Eucaristia significa perciò impedire a Gesù questo suo formidabile esercizio di immersione nell’umano e di incarnazione nell’umano;  
  • è Gesù a volere che ciò non sia impedito: “non glielo impedite”, dice agli apostoli. Non solo, dunque, è Lui a volere che i bambini vadano a Lui, ma è Lui a esigere che ciò non sia impedito dai vescovi (che, come ben si sa, sono i “successori degli apostoli”) e, di conseguenza dalla gerarchia ministeriale, dunque anche dal parroco e dal vicario di Porto Garibaldi. Gesù capovolge pertanto quanto è avvenuto nel ferrarese: il parroco e il vicario dovevano essere e sentirsi spinti a dare e a non impedire l’Eucaristia al bambino non dai genitori, dai giornali e dalla rete, ma da Gesù stesso. Mi si permetta qui di notare il vuoto di presenza da parte dell’autorità episcopale, che, in quanto continuazione dell’azione degli apostoli, sarebbe dovuta intervenire di persona, con piena e calda umanità, non impedendo che Gesù nella Eucaristia accarezzasse quel bambino. Dove era il vescovo di Ferrara, dove erano i vescovi italiani? Possibile che “Avvenire”, l’organo di stampa dei vescovi italiani, fosse più preoccupato di difendere l’indifendibile e di parare i fondelli di parroco e vicario che non a seguire la volontà di Gesù, che dice: “Non glielo impedite!”.  Povera funzione apostolica! Neppure le più becere logiche lobbistiche sarebbero scese a tanto. Povera CEI! Bagnasco, dove eri?
  • è Gesù a porre come modello di coscienza e di apertura coscienziale il bambino: “a chi è come loro appartiene il regno di Dio”; “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà”. Altro che “capacità di intendere e volere”! Come proprio solito, Gesù capovolge le logiche umane, soprattutto quelle delle dogane, dei controlli, delle patenti di idoneità o dei certificati di abilitazione umana. Gesù non dice al bambino di aver una coscienza già in certa misura adulta, ma – bene al contrario – dice all’adulto di accogliere il regno di Dio come un bambino, di essere come un bambino. Non dice al bambino disabile di essere almeno un poco adulto; al contrario dice a tutti gli adulti, al parroco e al vicario di Porto Garibaldi, al loro vescovo, ai vescovi italiani e in primis al Papa che è il primo vescovo di essere come bambini, magari cominciando da quel bambino disabile che con i suoi compagni va da Gesù nella Eucaristia e, con la Eucaristia, permette a Gesù di accarezzarlo di divina umanità, proprio come soltanto Gesù sa e può fare. Chi lo impedisce toglie umanità a Gesù stesso.

 

Ricevo da Parigi questo commento di Elena, che, mi pare, merita lo spazio di un post.

Caro Gigi,

leggevo il tuo articolo e, prima ancora che tu le citassi, mi sono venute in mente le parole del Vangelo “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ho una relazione così incespicante e piena di buche con la religione, che non sapevo andare più in là nella mia memoria di catechesi, ancor meno avrei saputo dire in quale Vangelo veniva riportata questa frase. No, non sono certo una cattolica eccellente. Però la frase me la ricordavo bene essendo così bella. Sono andata a ricercarla, ed essa dice ancora di più: “Lasciate che i bambini vengano a me, NON GLIELO IMPEDITE”.
Già…
E da nessuna parte c’è scritto che il bambino deve essere biondo, moro, alto, basso, bello, grasso, magro,…
Guardate come si scrive “bambino” sullo schermo del copmuter: è una fila di lettere tonde, rotonde, come abbracci. Ditelo con la voce: bambino..due volte di fila le labbra si posizionano come a dare un bacio.
In questa brutta storia le labbra si sono ritratte come su un volto sdentato e arcigno, schiaffi altro che baci.
Io penso che Gesù si sia incavolato nero visto che neanche a lui è stato permesso quell’incontro, penso che il suo amore rimanga immutato nei confronti di quel bambino,anzi, si sia infuocato ancora di più. Ma a quel bambino…chi glielo spiega? E come glielo spiega? E che spiegazione vuoi dare se la stessa spiegazione è assurda come spazzatura? Chissà che dolore ha provato quel bambino…
Incapace di intendere e volere dicono? E di amare, soffrire, provare emozioni? In tutta questa storia c’è una grande incapacità palese: l’incapacità di amare, da parte di chi predica amore. Certo, il prete coinvolto in prima persona è una presenza fisica alla quale vien voglia (almeno a me) di dare un cazzotto, ma dietro di lui si nasconde (anche molto male) tutto un sistema che si erge su parole svuotate del loro vero senso. E a svuotarle del senso sono le stesse persone che scelgono quelle parole come “loro vangelo” …e parlano ancora di incapacità di intendere e volere?

Elena

 

Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.