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Category Archives: diversità diverso

Ricevo da Parigi questo commento di Elena, che, mi pare, merita lo spazio di un post.

Caro Gigi,

leggevo il tuo articolo e, prima ancora che tu le citassi, mi sono venute in mente le parole del Vangelo “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ho una relazione così incespicante e piena di buche con la religione, che non sapevo andare più in là nella mia memoria di catechesi, ancor meno avrei saputo dire in quale Vangelo veniva riportata questa frase. No, non sono certo una cattolica eccellente. Però la frase me la ricordavo bene essendo così bella. Sono andata a ricercarla, ed essa dice ancora di più: “Lasciate che i bambini vengano a me, NON GLIELO IMPEDITE”.
Già…
E da nessuna parte c’è scritto che il bambino deve essere biondo, moro, alto, basso, bello, grasso, magro,…
Guardate come si scrive “bambino” sullo schermo del copmuter: è una fila di lettere tonde, rotonde, come abbracci. Ditelo con la voce: bambino..due volte di fila le labbra si posizionano come a dare un bacio.
In questa brutta storia le labbra si sono ritratte come su un volto sdentato e arcigno, schiaffi altro che baci.
Io penso che Gesù si sia incavolato nero visto che neanche a lui è stato permesso quell’incontro, penso che il suo amore rimanga immutato nei confronti di quel bambino,anzi, si sia infuocato ancora di più. Ma a quel bambino…chi glielo spiega? E come glielo spiega? E che spiegazione vuoi dare se la stessa spiegazione è assurda come spazzatura? Chissà che dolore ha provato quel bambino…
Incapace di intendere e volere dicono? E di amare, soffrire, provare emozioni? In tutta questa storia c’è una grande incapacità palese: l’incapacità di amare, da parte di chi predica amore. Certo, il prete coinvolto in prima persona è una presenza fisica alla quale vien voglia (almeno a me) di dare un cazzotto, ma dietro di lui si nasconde (anche molto male) tutto un sistema che si erge su parole svuotate del loro vero senso. E a svuotarle del senso sono le stesse persone che scelgono quelle parole come “loro vangelo” …e parlano ancora di incapacità di intendere e volere?

Elena

 

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Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso. 

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

Ne ho scritto a lungo nel mio libro La tenerezza dell’eros. Il fasciatoio è luogo e tempo formidabili: lì si giocano imprinting decisivi per la costituzione e la strutturazione della personalità, preparandone e suggerendone i comportamenti. Non solo. La relazione d’amore riprenderà le stesse modalità relazionali che quell’individuo da bambino/a ha vissuto sul fasciatoio nella relazione di accudimento con la propria mamma.

Un esempio. Ancora privi di parola, il bambino o la bambina richiamano l’attenzione della mamma, perché stia presente e attenta sempre più e sempre meglio, continuando a stare con loro e per loro. Come?

L’attenzione di qualsiasi essere umano è sempre attivata prima di tutto e soprattutto da ciò che è diverso e nuovo (è ciò che i pubblicitari chiamano il plus di un prodotto: quella caratteristica che, differenziandolo dagli altri, rende unico e riconoscibile quel prodotto). Ne consegue che la madre – consciamente o inconsciamente – “vede” come prima cosa la differenza più evidente del proprio bambino.

Se questo è un maschio, in particolare il primogenito maschio, lo sguardo materno, consciamente o inconsciamente, “vedrà” prima di tutto il pisello del maschietto, soprattutto del primo maschietto, cioè il suo plus. Per questo i maschietti, come primo richiamo dell’attenzione materna, che induca la mamma a re-stare (cioè a “continuare a stare”) sempre più o meglio presente e attenta, attivano l’erezione del pisellino; in tale modo – per dirla con i pubblicitari – evidenziano il plus . Soltanto se la mamma, per propri problemi, non risponde a questa modalità di richiamo, il bambino non la attiverà, inibendola e/o passando ad altre modalità di richiamo. Anche per la selezione delle modalità di richiamo, dunque, il bambino si adatta al tipo di risposta materna.

Se sul fasciatoio c’è una femmina, che è “come” la propria mamma, la bimba dovrà attivare modalità di richiamo d’attenzione più articolate e complesse, che – all’interno della comune femminilità – la rendano attraente e sempre più sé stessa agli occhi della mamma. Di solito queste modalità sono giocate su una valorizzazione della espressione di suoni e di movimenti del viso e del corpo molto più abile, sfumata e ricca di quella solitamente propria del maschio. Per questo, a mio avviso, le femminucce parlano prima e meglio dei maschietti (è molto raro trovare bambine che balbettano, parlano poco, male o in ritardo), hanno una più articolata ed espressiva mobilità del viso e del corpo e sono molto più attente alla lettura e alla interpretazione dello sguardo e della personalità della madre. Se una donna non ha attivato e bene strutturato queste capacità espressive, significa che il rapporto con la madre sul fasciatoio non è stato adeguato o addirittura è stato carente o problematico.

Quindi non mi pare affatto una forzatura affermare che da un lato la capacità di espressione fonetica prima e verbale poi, dall’altro la capacità di mobilità gestuale del viso e del corpo stiano alla femmina quanto l’erezione del pisello sta al maschio. “Servono” come prima, antica e più collaudata modalità del richiamo di attenzione.

Di qui vengono alcune caratteristiche solitamente femminili:

  • la parola non serve soltanto per comunicare qualcosa. In quanto richiamo di attenzione, richiede soprattutto di essere ascoltata attentamente. Prima del problema o dei contenuti che dice, quella parola è presenza di una persona, è la persona, l’anima di quella persona, la sua unicità, la sua bellezza che chiede di essere vista, riconosciuta, amata più di ogni altra e come nessun’altra può esserlo. Prima di chiederti di fare qualcosa per lei, la parola di una donna ti chiede di essere con lei, di vedere lei, di accogliere lei, la sua unicità femminile, il suo esserci, il suo attenderti, il suo aspettarti, il suo mondo di interiorità, il suo viversi attimo per attimo, il suo sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare come nessuna altra donna sa sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare. Ogni parola di donna è il parto di una gravidanza che ti chiama al riconoscimento della intera gestazione, in tutte le sue mille e mille sfaccettature, in ogni sua irripetibile e unica e inimitabile identità;
  • il muoversi del suo viso, del suo collo, del suo busto, del suo bacino. delle sue gambe, di tutto il suo corpo non serve soltanto – come banalmente e riduttivamente crede la maggior parte degli uomini – per sedurre o per “ottenere” qualcosa. È, prima di tutto, la danza poliedrica e fantasmagorica del suo esserci: come persona unica, come storia straordinaria, come irrinunciabile inizio di cammini e mondi che soltanto lei è e può essere, che nessuna altra donna sarà né potrà mai essere.

Quando due donne amiche parlano tra loro, è come se ripetessero tra loro l’esercizio che una figlia e una madre solitamente fanno e dovrebbero potere fare sul fasciatoio. Celebrano il merletto preziosissimo e soficastissimo della reciproca attenzione delle presenze e delle anime, della reciproca articolatissima lettura del sentimento e dell’emozione. È una celebrazione che, al tempo stesso, è esercizio di linguaggio amoroso, è attesa e speranza di una attenzione complice e complessa, quale sperano possa esserci domani tra loro e la persona che amano.

Purtroppo per la maggior parte dei maschi il gioco stupendo della richiesta d’attenzione si esaurisce e limita al “fare sesso”, come se l’erezione del pisello fosse l’unica cosa che conta, l’unica condizione e garanzia dell’amore: per loro le parole di una donna sono soltanto chiacchiere, il suo femminilissimo muoversi sono inutili, noiose, ritardanti moine. Non sanno il tesoro di comunicazione che hanno di fronte. Non colgono il dono del prodigioso mondo promesso e banalmente lo stuprano nell’ignoranza dell’ascolto e dell’accoglienza. E così perdono l’amore, la bellezza e, soprattutto, la persona che li ama, la sua unicità, la sua anima.

Solo l’uomo può illudersi di essere sé stesso soltanto nella dimensione dell’identico, cercare di produrre l’identico, credere – con follia omicida – di omologarsi’all’identico e di essere l’identico. L’uomo giunge così a rendere norma e legge l’identico, a dire e pensare che la diversità è reato, colpa, vergogna.

Dio è identità nella diversità, crea creature tutte tra loro diverse, sempre diverse, divinamente diverse, gioiosamente diverse. Nel soffio di Dio non c’è creatura e non c’è uomo se non nella unicità irripetibile della diverstà, che parli di quella creatura e di quell’uomo come in-segnati dal prodigioso gusto divino della diversità. 

 

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Chi ha subito un danno senza poterlo adeguatamente elaborare, alla fine sarà lui a danneggiare gli altri, più di quanto egli abbia subito e sofferto. Vale per gli individui, per i gruppi sociali, per intere culture, in una tragica inversione di ruoli che fa della storia e delle vicende umane un rifluire ostinato di dolori senza fine, a parti invertite. Le antiche vittime sono ora i nuovi persecutori, ancora più crudeli degli antichi: scaricano sulle nuove vittime il rimbombo devastante delle proprie ferite mai guarite e mai riscattate, soltanto in apparenza dimenticate, in realtà solo rimosse o negate (cioè lasciate vivere negli anfratti patologici dell’anima).

Pensavo a questo riflettendo sulle crudeltà che per esempio gli ebrei d’Israele di frequente infliggono al popolo palestinese, sfrattato dalla propria terra, da ormai tre generazioni sul”orlo della estinzione.

Pensavo a questo guardando l’assurdità di molta gente delle della mia terra bergamasca, per secoli e secoli crocefissa da miserie, da emigrazioni, che hanno lacerato il tessuto sociale con frequenza e intensità inaudite, segnando l’anima di dolore spaesante. Nel mio lavoro di psicoterapeuta vedo i segni ancora sanguinanti di queste crocifissioni tanto presenti, quanto taciute o misconosciute, come di solito succede alle ferite più antiche e profonde dell’anima. Ora in questa mia gente ci sono molti tra i più intolleranti e cattivi razzisti e xenofobi, forse i più rigidi e sordi nelle discriminazioni e nella emarginazioni, loro che hanno ancora nella carne delle loro piaghe sofferenze simili a quelle che oggi producono.

Senza elaborazione delle proprie ferite, si ferisce. Senza abbraccio del proprio dolore, si toglie dall’abbraccio affogando gli altri nel dolore.

Tragicamente ci si proietta a ruoli invertiti nell’altro. Nell’altro si continua a colpire sé stessi. Nella morte dell’altro si ripete la propria morte. Forse vittima e persecutore sono a tale punto l’una dentro l’altro, che solamente l’odio può dare l’illusione della distanza e di una diversificazione che non c’è, dimenticando quanto si è fratelli.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

.

Dedico qui ad Alda Merini alcuni miei aforismi presi da “Frattaglie. Aforismi alla rinfusa con pensieri, battute, slanci, provocazioni e pure qualche ripetizione più o meno voluta“, che godette della “Devota postfazione” di un grande amico della poetessa.

 

l’arte e la follia sono alberi simili

diverso è solo lo stormire delle fronde

 

 

non c’è nulla di più umano

di una umanità negata

 

 

noi siamo

la coscienza che suscitiamo

 

 

abitare la poesia

è vivere da sfrattati

 

 

solo un poeta

sa amare da mortale

 

 

i poeti sono portatori sani

di castità

 

 

Dopo il mio articolo di ieri (Ad Almenno San Salvatore, qui vicino a Bergamo, “educatrice maltratta bimbo disabile, arresti domiciliari”) un amico mi fa notare quanto avessi previsto episodi tipo quello dell’educatrice di Almenno San Salvatore (Bergamo) che ha usate gravi e ripetute violenze su un bambino disabile di nove anni impossibilitato a muoversi, parlare, difendersi. In effetti, alla fine di un mio articolo di settembre (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso) concludevo:

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

Purtroppo sono stato e resto facile profeta.

 

Riporto e poi commento qui il comunicato ANSA battuto da poco:

BERGAMO – Le telecamere a circuito chiuso della cooperativa, dove presta servizio come educatrice, l’hanno colta mentre maltrattava un bimbo di nove anni affetto da una grave malformazione genetica. Dopo la denuncia dei genitori, i carabinieri hanno installato un altro occhio elettronico nella stanza del bambino, e la telecamera ha ripreso la giovane donna mentre esercitava violenza nei confronti del piccolo paziente. Per questo, una ragazza bergamasca di 29 anni residente ad Almenno San Salvatore (Bergamo) è finita agli arresti domiciliari.

A smascherare l’educatrice sarebbe stata una telecamera lasciata inavvertitamente accesa mentre la donna si trovava da sola insieme al piccolo di nove anni, che a causa del suo handicap non è in grado di parlare, né di muoversi ed è costretto a vivere su un passeggino. Quando i genitori si sono accorti dei maltrattamenti, hanno presentato una denuncia ai militari dell’Arma. Nella stanza del piccolo è stata allora installata un’altra telecamera, che nei giorni successivi ha ripreso di nuovo la donna in atteggiamenti violenti nei confronti del giovanissimo paziente.

Il giudice per le indagini preliminari di Bergamo Giovanni Petillo ha emesso dunque un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che i carabinieri hanno eseguito nelle scorse ore”.

Almenno San Salvatore è qui a una manciata di chilometri da casa mia, per cui la notizia mi ha particolarmente sconvolto. So che non è corretto che la nostra reazione all’ingiustizia e alla violenza possa essere più o meno condizionata e dettata dalla vicinanza fisica, emotiva, affettiva o quant’altro. Come ricordava l’anima prodigiosa di don Primo Mazzolari, dovremmo sempre e comunque sentire il dovere e il diritto di protestare contro l’ingiustizia e la violenza, perché ogni ingiustizia e ogni violenza colpiscono e negano l’immagine del Padre che ogni uomo è o – più laicamente – la dignità umana

Ma il pensiero di quel bambino mi turba. Il mio vecchio amico spastico dalla nascita, che ogni tanto ascolto, come ben sanno i lettori di questo blog, mi ha subito telefonato e mi ha chiesto di dire quanto danno possa fare un’ingiustizia e una violenza di questo tipo su di un bambino, soprattutto se sono perpetrate da una persona che dovrebbe aprire il tuo cuore, la tua mente, la tua anima, la tua vita, la tua speranza. Mi ha detto la ferita terribile che procurano e quanti oceani e abissi bisogna poi affrontare per riuscire a elaborare ferite di queste tipo, con il rischio di naufragare a ogni pur lieve battito d’onda. Lui lo sa, perché gli è capitato di dovere subire tali ferite più volte nella vita, spesso proprio da educatori, insegnanti, medici, parenti, cioè proprio da quelle persone che più delle altre dovrebbero aprire alla vita, alla curiosità, al sapere, alla gioia e al diritto di vivere e di essere.

Mi prega di dire ai lettori di intervenire e farsi sentire il più possibile. Mi prega di gridare contro il dilettantismo ideologico e speculativo che troppo spesso informa e identifica l’azione sia di molte non meglio precisate “cooperative” sia di molti politici e amministratori che, a vario titolo e con varia motivazione, si servono di esse, spesso con spirito un po’ mafiosetto, di certo non sempre attento alle reali competenze, qualifiche e motivazioni dei cosiddetti “operatori”. Mi prega di denunciare quanto spesso dietro queste “cooperative” si nascondano logiche di mero accapparamento di posti, di bruto esercizio di potere da parte di gruppi più o meno vicini a partiti o a conventicole vicine ai partiti. Mi invita a ricordare come il vero scopo di molte di queste “cooperative” sia – più o meno dichiarato – quello di svuotare le istituzioni del loro compito, di privarle di senso, eliminando quella possibilità di garantire competenze e qualità di servizio che bene o male le istituzioni sanno comunque garantire, senz’altro più di quanto lo garantiscano molte di queste “cooperative” che facendo leva sulla difficoltà a trovare posti di lavoro assumono troppo spesso in modo sommario, sotto sotto ricattatorio, impedendo a chi ha davvero titoli e competenze di fare valere la propria voce al fine di offrire un vero servizio.

Non so che titolo e che competenza avesse questa non meglio precisata “educatrice” di 29 anni, né che titoli e che competenze avessero quelli che l’hanno selezionata e assunta e non controllata (e che forse senza la denuncia dei genitori e senza le telecamere l’avrebbero pure difesa; di certo non hanno adeguatamente verificato e controllato il suo operato), né che titoli e che competenze avessero gli amministratori o i politici che hanno permesso di lavorare a questa “cooperativa” e a questa “educatrice”.

Non so a che cosa servano gli “arresti domiciliari” ordinati dal giudice Giovanni Petillo, né che senso egli abbia o possa avere della violenza usata su un minore totalmente indifeso e totalmente impossibilitato a sottrarsi alla volenza. Per legge i “domiciliari” non vengono attribuiti (e si finisce perciò in galera) quando si verifica uno o più di questi tre punti: 1) il reato prefigurato è grave e può essere reiterato; 2) esiste il rischio di inquinamento delle prove; 3) c’è pericolo che l’indagato fugga. Se con il magistrato che ha concesso i “domiciliari” posso essere d’accordo sulla non esistenza dei punti 2) e 3), faccio invece molta fatica a pensare che non possa sussistere il punto 1). Chi usa violenza su una persona del tutto indifesa e per giunta dipendente all’interno di un rapporto tanto asimmetrico e carico di responsabilità e di valenze esistenziali, psicologiche, logiche, etiche e morali quale per sua natura è un rapporto di “educazione”, per giunta con un minore indifeso, ha in sé una tale carica di violenza che o è altamente problematico e come tale va urgentemente curato anche e soprattutto a partire dal magistrato, oppure è a elevato rischio di nuova violenza sociale, tale che non so come il magistrato possa escludere la possibilità della reiterazione della violenza. Ripeto, non capisco proprio perché il magistrato abbia concesso i “domiciliari”. Di certo la violenza non sarà ripetuta in quelle stanze o molto probabilmente non la sarà in quella “cooperativa”, ma di certo la violenza tornerà ad esprimersi da parte di chi è giunto a tanto. Che senso del reato ha il giudice Petillo? Avrebbe assegnato i “domiciliari” anche per uno stupro ripetuto su minore? Non sa che una tale violenza ha sulla psiche di un minore indifeso di nove anni lo stesso terribile peso di uno stupro ripetutu e forse molto, molto peggio?

Intanto il bimbo è lì con i propri piccoli nove anni e il proprio enorme fardello di violenza subìta. So benissimo che forse per lui poco muta se la “educatrice” è non ai “domiciliari”, bensì in una casa di cura o in carcere, ma di certo tutto muta primo per i suoi genitori, che hanno il diritto di vedere riconosciuta a pieno l’assoluta violenza subìta dal loro bambino e – in lui – da loro stessi; secondo per tutti quei bimbi che potrebbero anch’essi domani subire una tale ingiusta violenza; terzo per tutti noi che a causa di violenze siffatte ci troviamo a vivere in un mondo sempre più barbaro e vuoto, sempre più deprivato di diritto, di ricchezza, di speranza e di gioia.

Il mio vecchio amico spastico mi ha ritelefonato poco fa e mi ha detto di non badare se Almenno San Salvatore è qui vicino. Mi ha detto che di fronte all’ingiustizia e alla violenza si può e si deve comunque protestare e denunciare, perché, quando l’umanità e la giustizia, si allontanano siamo tutti ugualmente legittimati a denunciare la violenza, a protestare contro l’ingiustizia, a volere un mondo nostro e di tutti, più bello e più vero. Almenno San Salvatore non è soltanto qui vicino a Bergamo. È primo di tutto vicino all’umanità di tutti gli esseri umani e alla dignità del Padre.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Diversità, handicap e “pietà pelosa”. Risposta al commento di Laura1

Che dovrebbero fare un uomo e una donna che sanno ballare, che amano ballare e sanno essere coppia nell’arte della danza, così come sono e per quello che sono? Dovrebbero chiudersi in casa rinnegando la loro arte, perché uno è senza una gamba e l’altra è senza un braccio? Dovrebbero impedire al mondo di essere sempre più bello e ai cuori delle creature di condividere la loro danza e la loro voglia di essere la comunicazione dell’amore? Perché? Per chi?

Allora ogni diversità potrebbe o dovrebbe percepirsi come handicap vergognoso, potrebbe o dovrebbe nascondere sé stessa, rintanarsi nel buio, vergognarsi di dire sé stessa e la propria gioia di danzare l’esserci e di respirare la vita. Uomini e donne dovrebbero nascondersi, in nome di chissà quale difetto, di chissà quale handicap, magari perché per qualcuno non sono belli da vedersi o non sono belli abbastanza. E chi è più bel ragazzo e più bella ragazza di due giovani che vogliano danzare la vita nella vita, non importa quante braccia o quante gambe abbiano?

Sai, Laura, che il confine tra limite e handicap è solo il nostro sguardo a segnarlo? Sai che nessuno nasce handicappato? Sai che “handicap” è una definizione sociale o culturale? Sai che handicappati si diventa soltanto se e quando si incontra uno sguardo come il tuo? Soltanto se e quando la maggior parte degli sguardi diventa come il tuo, incapace di vedere – prima di ogni sua diversità – la persona, quella persona? Soltanto se e quando un essere umano come te, non accettandosi, non accetta; non accogliendosi, non accoglie; non amandosi, non ama; temendosi, aggredisce; rifiutandosi, discrimina?

Questo blog chiede umilmente scusa a Laura e a tutti i fragili lettori dallo sguardo incapace di aprirsi. Chiede scusa, perché ha osato pubblicare l’intervista al diverso Pablo Pineda (Intervista a Pablo Pineda (in italiano)), che per indubbia provocatoria esibizione ha osato – lui, vergognosamente down! – diventare professore (Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda). Chiede scusa, perché, invece di denunciare tanta vergogna, si è incantato ad ammirare un prodigioso artista di strada che a Milano sulla via da san Babila al Duomo senza gambe palleggiava con maestria incredibile delle sue due stampelle una magica palla (c’è un artista strano). Chiede scusa, perché ama spudoratamente ogni diversità, perfino quelle dei caffè (Un buon caffè al Bar della Diversità), e ancora di più tutte quelle diversità umane che sanno giocarsi nel mondo, per farlo più bello, per aggiungere vita alla vita, gioia alla gioia, umanità alla umanità. Chiede scusa, perché, così facendo, ha messo temerariamente in crisi chi, non sapendo gustare il gioco, il mondo, la bellezza, la vita, non può sapere che si può essere sempre più gioco, sempre più mondo, sempre più bellezza, sempre più vita. Chiede scusa, perché ha indegnamente messo in crisi la normalità di chi non può essere altro che normale, di chi ha bisogno di essere normale, di chi teme di non esserlo davvero.

C’è spesso nell’animo umano il “bisogno” della compassione, della commiserazione, della falsa pietà o, all’estremo opposto, del rifiuto – nell’altro – di ogni debolezza, di ogni limite, di ogni diversità. È un “bisogno” importante, irrinunciabile, che serve a molte persone per illudersi di identificarsi e di sopravvivere: compatendo, commiserando, possono sentirsi buoni e bravi, degni magari del Paradiso; rifiutando possono sentirsi finalmente sani, belli, “normali”, omologati. Spesso è un bisogno talmente profondo e inconscio da essere rimosso o addirittura negato: è la dinamica della identificazione proiettiva di cui ho detto in un mio recente post (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso), spiegando che è propria di chi si difende proiettando sull’altro ciò che, senza poterlo ammettere, trova inaccettabile e vergognoso in sé stesso, degno solo di squallida pietà o di totale rifiuto. È un “bisogno” ormai talmente diffuso che, facendoci leva, si possono vincere persino le elezioni,

Se in gioco c’è questa dinamica, lo spettatore ha bisogno di definire la mera presenza del diverso una “esibizione” (vedi il mio post Esibizione, esibizionisti e spettatori della esibizione), leggendola e interpretandola come “quasi offensiva”, come “spettacolarizzazione indebita”, come “provocazione” aggressiva. Allora l’altro, la diversità vanno respinti, nascosti o messi nel burqa discriminante e ghettizzante della compassione e della falsa pietà o in quello più esplicito e, a modo suo, più coerente, del rifiuto intollerante, magari fino alla catarsi della “soluzione finale”.  Chi voleva la “soluzione finale” di ogni diversità, è finito rintanato in un bunker, assediato dal mondo intero, sepolto sotto terra prima ancora di morire, avendo come proprio destino il delirio psicotico e il suicidio impotente.

 

 

 

 

 

Chi vuole vedere un video eccezionale, bellissimo, unico, vada al mio articolo chi è diverso conosce almeno due lingue, dove in allegato al commento di Antigone c’è il video che vi consiglio. Chi voglia poi vederlo direttamente su YouTube, basta che clicchi http://www.youtube.com/watch?v=LnLVRQCjh8c&feature=related.

Sono un appassionato di balletto classico. Di rado ho visto tanta bravura e tanta capacità di emozionare lo spettatore, in senso assoluto, indipendentemente dal fatto che lei sia senza un braccio e lui senza una gamba. Anzi, è proprio il limite fisico dei due ballerini quello che apre l’esecuzione a significati nuovi, più ampi, a quella seconda lingua che arricchisce la lingua della “normalità”, la sprovincializza rendendola più autentica e aperta. Questo pas de deux dice l’essenza della coppia e dell’amore in modo nuovissimo, dove il limite dei due diventa la risorsa della coppia, la possibilità stessa della interazione e dell’affidarsi, la presenza di significati e intuizioni-soluzioni formidabili per l’essere coppia, per l’essere di ogni coppia. Dice come non mai del maschile e del femminile, della sessualità e dell’amore. E c’è ancora chi vorrebbe vietare la sessualità e l’amore a chi è diverso e/o handicappato! Quale innamorato  può essere tanto in gamba? A quale donna si può chiedere la mano, per sposarla in modo tanto assoluto?

La bravura di due ballerini “normali” può rischiare di apparire idealizzazione, astrazione disincarnate. La bravura di questi due ballerini, pure essendo enorme, non corre questo rischio; non impoverisce l’arte, ma la carica di valenze simboliche del tutto nuove e profonde, immuni da ogni rischio di manierismo.

Non solo, dunque, chi è diverso conosce almeno due lingue. Si può anche dire che chi è diverso insegna la seconda lingua a tutti coloro che amano impararla, arricchendosi di dimensione sempre più nuove e profonde.

Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso

Con frequenza crescente e sempre più aspra, la cronaca ci parla di aggressioni, pestaggi, violenze, omicidi ai danni di omosessuali, extracomunitari, rom, barboni, prostitute e tutti coloro che sono in un modo o nell’altro diversi.

La dinamica psichica che sta alla base di tutti questi episodi si chiama “identificazione proiettiva”: si proietta sull’altra persona (il diverso) una parte rifiutata e negata del proprio Sé, così che – una volta proiettata e identificata in lui – possa in lui essere negata, violentata uccisa. È come se l’altra persona fosse lo schermo su cui proiettare, identificare, aggredire il fantasma dei propri mostri interni; è come se nell’altra persona si aggredisse, violentasse, uccidesse sé stessi, la parte più profonda e negata di sé, quella che non si vuole e non si può ammettere di essere. Non a caso, caratteristica comune di questi fatti è l’estremo coinvolgimento del persecutore nei confronti della vittima, la sua estrema violenza e furia o, all’opposto, la sua freddezza glaciale e la sua superficialità disarmante (“l’abbiamo fatto per noia”). Se alla base non ci fosse l’identificazione negata con la vittima, non ci sarebbe né l’estremo coinvolgimento, né l’estrema estraneità. Se l’altro fosse solo altro non ci sarebbe tanto fastidio, tanto trasporto, tanta violenza o, all’opposto, tanta e così totale assenza di empatia.

La parola “omofobia”, che letteralmente significa “paura dell’identico” e che di solito viene attribuita soltanto a chi aggredisce e colpisce gli omosessuali, in realtà potrebbe essere applicata a tutti i soggetti che usano violenza contro chi è diverso, proprio perché a livello profondo il diverso è sé stessi, la propria più profonda identità, quella di cui, appunto, si ha paura.

L’”identificazione proiettiva” è una dinamica psichica difensiva propria di persone che, nella strutturazione della loro psiche, presentano strutturazioni dissociate o nodi dissociativi profondi, spesso tanto profondi che solo l’occhio esperto del clinico può individuarli. Si tratta di personalità con grosse sofferenze mai affrontate, mai elaborate, mai risolte.

Facendoci da specchio, il diverso smuove la parte più profonda del nostro Sé, la provoca, la interroga, la mette in gioco. Se il nostro Sé ha vuoti profondi, ferite mai elaborate, carenze mai colmate, solitudini mai abbracciate, rifiuti o abbandoni mai superati, allora la presenza dell’altro può farli affiorare ed esplodere, proprio perché, nel rapporto con l’altra persona, viene rimesso in atto il rapporto con sé stessi, spesso improvvisamente e con la violenza di un corto circuito inarrestabile.

Come dicono sociologi e psicologi, siamo ormai da tempo nella società e nella cultura del narcisismo, dove la tipologia media delle personalità presenta tipologie di strutturazione estremamente delicate, sempre più fragili, con deficit di strutturazione psichica propri dell’area psicotica e dell’area borderline, dove appunto si annida e vive la dinamica della “identificazione proiettiva”. Di fronte a queste personalità sempre più fragili e destrutturate, la presenza stessa del diverso diventa insopportabile pro-vocazione (che letteralmente significa “richiamare davanti a sé”) di sé a sé stessi. È lì la tragica culla della omofobia e della violenza sul diverso, fenomeni che – facile e terribile previsione – aumenteranno a dismisura.

Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia in sé una non adeguata, affrontata, elaborata identità di genere, di fronte alla presenza della omosessualità o, più in generale, di una sessualità per lui non abituale e non affrontabile (per esempio quella della prostituta o quella degli handicappati) sarà smosso, messo in crisi; proverà vissuti di “fastidio”, “voltastomaco”, tanto più profondi e insopportabili, quanto più non risolta a livello profondo è la sua identità di genere, quanto più profondo, massiccio e urgente è il suo “bisogno” di sentirsi maschio o femmina. Fino alla possibilità della esplosione aggressiva violenta e anche omicida. Dopo una lunga incubazione dei vissuti (spesso nel segno, per esempio, dell’esibizione maschilistica o machista o della ricerca di conferme anche alla propria virilità, quali lunghe ore di palestra cure eccessive e ossessive al proprio corpo ecc.), a fare scattare la violenza è spesso una presenza del diverso vissuta come eccessiva esibizione, come orgoglio indebito, come provocazione intenzionale, come se il diverso con la sua sola presenza fosse lui a colpire, aggredire, offendere.

Altro caso. Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia dentro la profondità magari del tutto dimenticata o mai ammessa del proprio Sé un rifiuto subito o rischiato (per esempio la madre, più o meno inconsciamente, non lo voleva o avrebbe voluto abortirlo o abbandonarlo), di fronte alla presenza della diversità rifiutata o rifiutabile, quale può essere quella di un extracomunitario o di un rom o di un barbone o di un handicappato sarà smosso, messo in crisi e dopo i vissuti di “fastidio” e “voltastomaco”, potrà arrivare alla aggressione o alla violenza.

L’altro ci fa da specchio proprio con la sua diversità. È la grande risorsa dell’essere persone tra persone, creature tra creature. Ma può anche scatenare l’inferno, se l’incontro è tra persone tanto ferite e destrutturate da vedere nell’altro soltanto quell’inferno che hanno dentro di sé.

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

 

 

Nò-ché” ripeteva lo psicotico nell’autobus

Se ne stava lì in mezzo all’autobus, ingombrante, in piedi, un braccio appoggiato alla barra di destra e uno alla barra di sinistra, in modo da impedire il passaggio. Lo sguardo fissava un punto imprecisato, così da non incrociare altri sguardi. A voce medio-alta continuava a ripetere “nò-ché”, scandendo questo due sillabe con un ritmo non ossessivo ma continuo, in una stereotipia vocale ininterrotta. Qui a Bergamo “nò-ché” significa “non qui”.

Era salito proprio davanti a me, salutando il conducente con un tono soltanto leggermente eccessivo e sopra le righe. Se non ci fosse stata la scena successiva, sarebbe potuto addirittura sembrare un saluto aperto o perfino gioviale.

Era un giovane tra i venticinque e i trent’anni vestito a modo, rasato, con occhiali da bravo studente.

Ne parlo, perché oltre a lui mi ha colpito l’atteggiamento dei passeggeri dell’autobus. A Roma o a Napoli di certo qualche accenno di reazione ci sarebbe stato, qualcuno avrebbe tentato qualche abbozzo di interazione, di coinvolgimento, di attenzione espressa, di sguardo rivolto a lui o agli altri. Non qui. Qui il tutto è passato via come se nulla fosse in atto, meno che meno qualcosa di strano o di diverso. Il diverso, lo strano, l’altro sono o dovrebbero essere presenza (e “presenza” significa “l’essere qui davanti”), attenzione (e “attenzione” significa “”tendere verso”: l’attendere è ciò che precede e fonda l’intendere), interrogazione (e “interrogazione” significa “domanda scambiata, rivolta reciprocamente tra più persone”), provocazione (e “provocazione” significa “voce che chiama innanzi, voce per qualcuno, voce pro qualcuno”), dialogo (e “dialogo” significa “parola scambiata, parola che attraversa la distanza”). Sono o dovrebbero esserlo ovunque, dappertutto. Non qui.

L’esperienza da terapeuta mi dice che la psicosi di quel giovane era sì, come tutte le psicosi, una dinamica di difesa, ma in più essa enunciava un alto tasso di reattività. È come se lo psicotico si chiudesse nel proprio mondo non soltanto per difesa o per paura o per umiliante eccesso di svalutazione subìta, ma soprattuto e prima di tutto per protesta, per rifiuto, per provocazione di fronte a un mondo intollerante, che è lui in difesa, lui pieno di paura, lui incapace di riscatto e di dignità. È come se lo psicotico si ribellasse e con la propria chiusura dicesse: “tu, mondo, con me non ce la fai. La tua paura, le tue logiche da servo umiliato e umiliante potranno valere dove vuoi tu, ma non qui, nò-ché. Te lo dico con le uniche due parole che accetto della tua lingua madre e della tua anima: il no e il qui. Ti dico “no” restando “qui” senza essere qui davvero, ma essendo qui in quella scissione lacerante che soltanto noi psicotici sappiamo essere e siamo”. Più che difese, queste psicosi mi paiono invocazione, richiamo, sfida, bestemmia contro i falsi idoli, preghiera. Se si fosse trattato della solita psicosi difensiva, che fugge e cerca la tana e la nicchia, quel giovane forse non sarebbe neppure uscito da solo di casa, di certo non sarebbe mai salito su un autobus così pieno di gente, non avrebbe così apertamente salutato il conducente, non si sarebbe piazzato lì in mezzo occupando tutto il passaggio.

Sono le psicosi per certi versi meno ostiche da curare, perché sottendono quella energia che sempre sostanzia (cioè “sta sotto a”) le provocazioni e le reazioni del Sé; se soltanto un poco il sistema familiare è in grado di mettersi in gioco, il miglioramento o la stessa guarigione arrivano in fretta. Spesso la coppia dei genitori di psicotici di questo tipo è caratterizzata da un lato da madri troppo forti, talora con grossi nodi dissociativi e con elevata rabbia nei confronti del maschile, che aggrediscono in modo espropriante; dall’altro da padri troppo deboli, incapaci di arginare quella violenza della compagna, che così lasciano venga scaricata sul figlio, senza che loro lo sottraggano alla usurpazione materna.

poesia del clandestino

 

vorrei salire su un gommone

rischiare la morte in mezzo al mare

e potere vedere l’Italia

 

come la vedono loro

 

con i loro occhi spalancati

di chi fugge le paure

 

con i loro sguardi di attesa e futuro

di spregiudicata speranza

di fede disperata

 

con la ricchezza

di chi sa rischiare tutto

 

con la povertà

di chi non vuole nulla

perché attende tutto

 

vorrei tenermi in bocca l’Italia

come sanno fare i bambini

quando tengono in bocca il bello e il nuovo

 

vorrei gustarla con l’arguzia

della bocca curiosa

affamata di speranza e futuro

la bocca di un bambino

la bocca balbettante del clandestino

 

vorrei amarla con la loro disperazione

sognarla con il loro coraggio

 

vorrei desiderarla

come loro nelle loro utopie incarnate

sanno desiderare la vita

 

vorrei sposarla

con l’arte del distacco totale

lasciando i padri e le madri

come sanno fare le loro fami e le loro seti

 

con questa terra

vorrei concepire i miei figli

entrando nella vagina delle esclusioni

fecondandola del seme

di chi cerca sé stesso

facendola partorire di popoli nuovi

numerosi come le stelle del cielo

e i granelli di sabbia dei mari

 

sarà bello il giorno dello sbarco

il primo bacio

là sul confine delle onde

dove il tempo dell’attesa

si schiude e sa guardare le epoche

e pregare l’assoluto

 

 

 

Un buon caffè al Bar della Diversità

Caffè macchiato, liscio, normale, corretto, lungo, ristretto, marocchino, americano, macchiatone, turco, irlandese, doppio, moka, d’orzo, decaffeinato, liofiliazzato, amaro, dolce, dolcificato, con cacao, con panna ecc. ecc.? Strano, vero? Siamo più aperti alla diversità dei caffè che non a quella degli esseri umani. Vuoi vedere che gli unici a essere veramente aperti alla meraviglia della diversità sono la tazzina e il cucchiaino del caffè?

 

 

invece sono un uguale

soltanto un uguale

inesorabilmente un uguale

senza più alcun oggi

privo di ciascun adesso

mutilato dei miei fra poco

ignorante di tutti i passati

impotente di qualsiasi futuro

 

qui nel tempo ho perso

ogni non ancora

e ogni già

 

qui in questo attimo disumano

io un uguale

smarrisco Dio

non sono

né sono mai stato un me

 

vorrei essere stato cieco

oggi mi gusterei la luce dell’alba

il rosso dei tramonti

 

vorrei essere stato storpio

ora mi godrei la schiuma dell’onda

camminando là dove la spiaggia

fa l’amore con il mare

 

vorrei essere stato sordo

fra poco mi vibrerebbe l’anima

al sussurro delle fronde

 

vorrei essere stato

tutte le diversità dell’uomo

e tutte le unicità della creatura

Dio mi bacerebbe di ogni sua eternità

 

Rapporto terapeuta-paziente

Questo sito più volte ha accennato al rapporto terapeuta-paziente, sempre però dal punto di vista del terapeuta e sempre parlando di uno psicoterapeuta. Stavolta invece si parla di un episodio che, pure riguardando ancora questo rapporto, lo vede dal punto di vista del paziente e con in gioco un terapeuta medico, specialista in problemi vascolari. L’episodio mi è stato raccontato da un mio vecchio amico spastico dalla nascita, cui non di rado capitano episodi di questo tipo, tutti puntualmente all’interno di ambienti sanitari.

Ieri il mio amico, deambulante e autonomo, si presenta presso una clinica, per un esame “Ecocolor doppler tronchi sovraortici”. Appena entrato nello studio medico, saluta il medico presente. Questi, non rispondendo al saluto, guarda la deambulazione non “normalmente” coordinata del mio amico e gli chiede: “ma lei che cos’ha?”; alla precisa risposta del mio amico (“tetraparesi spastica da parto. Perché me lo chiede?”) aggiunge: “allora fin dalla nascita! Oh, poveretto!”. Al che il mio amico, come gli è solito fare di fronte a esternazioni simili, risponde: “poveretto sarà lei ”.

Tre domande:

  1. quando certi medici capiranno che la loro funzione è quella non di compatire, peraltro non necessitati e non richiesti, ma di curare?;

  2. che capacità e che preparazione hanno i medici in ordine alla relazione medico-paziente?;

  3. le istituzioni accademiche prima e le direzioni sanitarie poi come preparano e verificano la corretta attuazione della relazione medico-paziente?

Se il mio amico non fosse la persona attrezzata che è, se – metti caso – fosse stato un ragazzo timido e insicuro di sé o un adulto con bassa autostima, come si sarebbe sentito a vedersi così gratuitamente compatito? È giusto e corretto che questo accada?

 

 

Ma io voglio vivere in un mondo multietnico. La mia patria è l’incontro delle diversità, è il loro scoprirsi l’una il senso, la bellezza, la ricchezza, l’innamoramento dell’altra.

Voglio che i miei nipoti, pronipoti, propropropronipoti siano meticci, mulatti, neri, bianchi, gialli, rossi, tutti belli, bellissimi, ciascuno unico e stupendo come i figli degli incontri sanno esserlo. Voglio che la loro cultura esca dalla foresta generosa e feconda degli incontri tra le culture più diverse, dallo scrigno delle loro meravigliose e infinite ricchezze.

Voglio che il mondo sia una unica grande patria, dove nessuno è rifiutato o respinto o schedato o rinchiuso o bruciato o buttato a mare. Voglio che il mondo sia l’incontro, l’innamoramento, lo stupore, la curiosità attenta. Voglio che la vera grande risorsa sia la diversità. La diversità è come la verità, è come l’onestà morale e intellettuale: rende liberi. Senza diversità non c’è speranza, verità, amore, vita.

Voglio che tutto quanto ho detto sia il Grande Diritto di tutti e di ciascuno, voglio che sia un diritto come sono diritto l’aria, la vita, la bellezza, l’amore, il pane, la felicità, la gioia.

 

Mondo di Dio e mondo degli uomini

Il mondo di Dio non ha confini o guardiani: è stato facile uscirne, come ben sanno Adamo ed Eva.

Il mondo degli uomini, in cui gli uomini vogliano stare o re-stare (cioè continuare a stare), esige passaporti, certificati di nascita, permessi di soggiorno. Chi sui confini li rilascia, cioè i guardiani del mondo, di solito non ama il mondo e non ne conosce la gioia. Chi difende, non ama. Chi impedisce, non ama. Chi controlla, non ama. E chi non ama, non sa né gusta la gioia.

Chi conosce la gioia, chiama alla festa, sa la condivisione, gusta l’incontro e la diversità, perché è festa, è condivisione, è incontro e diversità.

I guardiani del mondo non amano né chi entra, né chi sta o re-sta, né chi esce. Vogliono loro decidere chi possa o debba entrare, stare, re-stare o uscire. Decidere per gli altri e sugli altri è il loro modo di possedere un mondo che non amano.

C’è poi il mondo che, da in-amorati (cioè da coloro che sono dentro l’amore), siamo nel “tra” della relazione d’amore. Lì non entriamo, né usciamo. Lì non stiamo, né re-stiamo. Lì – semplicemente – siamo.

Come ben sanno gli in-amorati, oggi l’unico modo di ritrovare il legame con il mondo di Dio è quello di essere – nel “tra” della relazione d’amore – il mondo, così che Dio possa – Lui! – entrare, stare e re-stare con noi. Gli in-amorati non esigono passaporti, certificati di nascita, permessi di soggiorno, meno che meno li esigono da Dio. Gli in-amorati sono il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi. Lì, con loro e grazie a loro, Dio può con gioia riprendere e continuare la Creazione.

 

 

Come è l’uomo del narcisismo postindustriale

Già da almeno un paio di decenni gli studiosi dei grandi cambiamenti umani (psicologi, sociologi, esperti della comunicazione, antropologi, filosofi) avevano previsto quanto purtroppo sta puntualmente avvenendo: che la tipologia media dell’indivduo sarebbe stata caratterizzata da tratti narcisistici sempre più pervasivi e patologici. Il ’68, tutti gli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta sono stati abitati da personalità edipiche, caratterizzate dai grandi conflitti tipici delle personalità di area nevrotica: tra dovere e piacere, tra padre e figlio, tra vecchio e nuovo, tra autorità e libertà, tra pubblico e privato, tra sociale e istituzionale, tra ideologia e potere, tra emozione e scienza, tra appartenenza e militanza, tra ideale e materiale, tra fantasia e progettualità. Era come se continuamente due immensi oceani entrassero tra loro in contratto e in conflitto, per usare, allargandola, l’efficace immagine che Giovanni Moro (Anni Settanta, Einaudi, 2008) usa come emblematica in particolare degli anni settanta.

Oggi è tutto diverso. Con il crescente sviluppo e rafforzamento della società del terziario postindustriale, si viene affermando e diffondendo un tipo di personalità dal Sé debole o ipertrofico, comunque squilibrato, incapace di incontri, coinvolgimenti e affetti profondi. Con impressionante velocità, la comunicazione interpersonale aumenta quantitativamente e diminuisce qualitativamente. I vissuti e l’espressione sia delle idee che dei sentimenti e delle emozioni divengono sempre più paratattici: si perde la percezione della diversità tra un’idea e l’altra, tra un sentimento e l’altro, tra una emozione e l’altra; si perde soprattutto il rapporto di continuità e di valore che lega o dovrebbe legare tra loro idee, sentimenti, emozioni. Conta solo l’adesso, l’ hic et nunc: quello che penso adesso, quello che sento adesso, quello che provo adesso. Non importa se, dopo un nulla, la penso esattamente al contrario, odio quello prima amavo, voglio quello che un attimo fa rifiutavo. Poco alla volta la capacità affettiva si svuota, appare inutile, inefficiente, stupida. Conta l’istante e l’affermazione (o la negazione) di sé nell’istante. Non ci sono più sintassi, fuochi prospettici, sogni, ideali. Meno che meno nel segno del conflitto.

I conflitti, a modo loro, presuppongono continuità, durata, ostinazione. Ora i conflitti sono sostituiti da esplosioni improvvise, apparentemente insospettabili, da acting out incontrollabili. Tra un’esplosione e l’altra, tra un acting out e l’altro la sordità immensa e ovattata della bonaccia, l’avvicendarsi di istanti senza storia, di sentimenti senza passione, di emozioni senza profondità.

Il giorno e la notte tendono a rovesciarsi, senza tuttavia mai perdere il crescente senso dello spaesamento. L’angoscia, la paura, il “magone” si fanno sempre più grandi e indeterminati, senza contenuti precisi, come uno sfondo ogni istante tanto più minaccioso e opprimente, quanto più inafferrabile e devastante.

In quanto mi toglie dalla signoria dell’istante, l’altro è il nemico: ogni sua diversità mi produce solo fastidio e insofferenza. Ma è un nemico di cui l’istante dopo non mi interessa nulla. L’altro conta solo perché mi serve adesso, in quanto mi serve adesso; per il resto non me ne frega nulla, neppure continuare a odiarlo o a combatterlo. Dopo l’esplosione che vorrebbe distruggerlo (o santificarlo), l’altro non esiste.

Dire oggi parole come “razzista”, “irresponsabile”, “delinquente” non ha lo stesso senso che poteva esserci venti o trenta anni fa. Chi ora è razzista, fra un istante può inneggiare a Obama; chi la sera prima guidava ubriaco, il giorno dopo può da volontario guidare l’ambulanza che salva un moribondo; chi oggi mi aiuta a salire le scale, domani mi può ammazzare per un parcheggio contestato.

Questa è la società paratattica del narcista postindustriale. Questo è e può ogni giorno di più essere l’uomo d’oggi, un uomo senza più alcuna dimensione.

Quanto viene affermato ora, è negato l’istante dopo. E quanto nego in me, lo proietto sull’altro, identificandolo in lui. La “negazione” e la “identificazione proiettiva” sono le due dinamiche tipiche della psiche caratterizzata da un Sé fragile e/o malato, proprio a partire dal disturbo mentale che va sotto il nome di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Il DNP è e sarà la patologia psichica sempre più diffusa.

 

 

Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda

Clicca qui => http://www.youtube.com/watch?v=DH87iH9TESU

dal convegno internazionale

“L’Emozione di Conoscere e il Desiderio di Esistere”

organizzato dall’Università degli Studi di Bologna nel 1999

(traduzione di Laura dal video messo in rete dal Professor Nicola Cuomo)

 

Nota di Laura: “Non se lo perda,il professore di Pablo, di cui parla anche nell’intervista, Miguel Lopez Melero!
Quando traducevo, lo sapevo che era un tipo speciale e anche pablo nel video precedente dice che è un fenomeno, ma in questo intervento al convegno “L’Emozione di Conoscere e il Desiderio di Esistere”è oltre che super per i contenuti, anche per la pièce comica che si viene a creare con la improbabile traduttrice spagnola….”.

 

La ragione per cui oggi mi trovo qui, è per raccontarvi di come la penso, del mio modo di sentire, delle mie emozioni, di ciò in cui credo, delle mie attitudini,del mio modo di intendere la vita, del senso dell’umano.

E sono qui per ribadire la necessità di conoscere, di comprendere, di valorizzare le persone speciali, anzi no!, eccezionali! Non abbiamo diritto di parlare di handicap, non abbiamo il diritto di parlare di deficienti !

La seconda ragione per cui sono qui, è per dire che nessuno di noi ha diritto di integrare nessuno e che dobbiamo lottare contro la segregazione! Per fare ciò è necessario un cambio di paradigma, nello stile di Kuhn, secondo la rivoluzione scientifica di Kuhn.

 ( Qui interviene il professor Cuomo a spiegare che : “il cambiamento di paradigma lui lo riferisce al filosofo Kuhn che dice che ogni scienza si chiude a un certo punto in un paradigma e non riesce più ad uscire,quindi ritrova la risoluzione del problema dentro sé stesso, Miguel dice che bisogna spezzare il paradigma e trovare nuove soluzioni”).

Siamo quindi dentro il paradigma dove si definisce la persona eccezionale: dalla medicina come un malato, dalla psicologia come un ritardato, dalla sociologia come un subnormale e dalla pedagogia come un deficiente ed hanno costituito un paradigma della deficienza , della “disability”, come dicono gli inglesi.

Bisogna cambiare, rompere, bisogna uccidere questo paradigma! E prendere coscienza che la cultura della diversità è la cultura della legittimazione della persona come persona vera! Dove la si rispetta e la si riconosce come persona. Dove si sottolinea la dignità di essere umano.

Ci ritroviamo allora in un altro paradigma! Dove la persona eccezionale non è un malato. Dove la psicologia evidenzia la differenza di ogni persona, la psicologia della differenza! E la sociologia evidenzia la “normalizzazione”, è la cosa più normale del mondo che esistano persone differenti!

La pedagogia si occupa allora delle competenze e si configura quindi un nuovo paradigma: il paradigma della diversità! Questo è il punto, trovare nuovi valori che umanizzino questo mondo disumanizzato. E qui vi invito alla riflessione per capire in che pianeta stiamo vivendo. Stiamo uccidendo il pianeta! E qui arriva direttamente il problema della cultura della diversità che sembra voler arrivare proprio a quello; sembra che la finalità sia l’uccisione del pianeta.

Tutti abbiamo invece gli stessi diritti e la stessa dignità di esseri umani. Per cui il problema della diversità non è quello di imparare a leggere e a scrivere. Le persone con handicap hanno diritto a non saper leggere e scrivere! Siamo di fronte a un orizzonte nuovo; è un’altra storia. Siamo di fronte alla doppia crisi in cui si trova il mondo, crisi umana, delle relazioni umane e crisi della natura. Questa doppia crisi si crea a causa della sregolatezza delle scienze naturali a svantaggio delle scienze sociali. In questo mondo tecnologico, in questo mondo dove non c’è più axiologia (n.d.t.: significa “filosofia dei valori”), dove  è cambiato il pensiero, le ideologie e l’economia, non esiste più un mondo di valori che non siano il denaro e il potere. Perciò, la cultura della diversità può quindi contribuire a risolvere questa doppia crisi.

E’ necessario costruire dentro al cuore di ognuno dei bambini e delle bambine del mondo, altri nuovi valori. E’ necessario recuperare i valori di verità, bellezza e bontà dell’illuminismo. Perché la modernità non si è ancora conclusa, ma nello stesso tempo ci siamo collocati dentro ad un post-modernismo e in un neoliberismo dove ci sono una serie di caratteristiche per cui si sta producendo una società non solidale, competitiva, ingiusta.

Come potremo umanizzare questo mondo disumanizzato?

Io propongo una scuola, una nuova scuola, che realmente rispetti la persona per come è.

Che formi persone libere, democratiche, colte ed emancipate.

 

 

Segnalo il seguente video http://www.youtube.com/watch?v=EGobklIYmEY (ringrazio Laura che me lo ha proposto). Si parla di un’esperienza sul lavoro, che, a mio avviso, merita di essere considerata.

In particolare mi hanno colpito due momenti del video:

1) quando si afferma che è la persona “disabile” a dovere comprendere la difficoltà del “normale”.

In tale affermazione mi pare trovare conferma un mio vecchio aforisma: chi è diverso conosce almeno due lingue. Se un “normale” conosce soltanto la propria lingua, no problem. Se un “diverso” non è più abile linguisticamente di un “normale”, per lui è la fine. Come dire: puoi essere “disabile cognitivo” (così, purtroppo, lo stesso video chiama la persona con sindrome down) solo se sei cognitivamente e linguisticamente più abile di un “normale”. Paradossale, ma vero.

2) quando si mostra la funzione di mediazione relazionale svolta dal prodotto in vendita.

Ogni relazione interumana è giocata sulla presnza di un oggetto di mediazione, per esempio quella tra la mamma e il bambino. L’attenzione data o ricevuta dall’oggetto di mediazione è il motore stesso della relazione. L’assenza o l’incapacità di attenzione della madre di fronte agli oggetti proposti dal bambino è, per esempio molto presente in relazioni che portano il bambino all’iperattività, con tutti i gravi danni che questo può produrre all’evoluzione del Sè del bambino e alla corretta strutturazione del suo narcisismo. Che persone considerate “disabili cognitive” sappiano non solo proporre oggetti di mediazione all’attezione del “normale”, ma addirittura giocare e gestire sull’oggetto di mediazione l’intera dinamica relazionale, torna a dirla lunga su chi è più abile e su chi lo è meno.

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Una testimonianza (di Laura) da :

LA DIVERSITA’ E’ UN VALORE

 

LA DISABILITA’ UNA RISORSA”

– convegno 30 marzo 2009 Firenze – 

 

 I ragazzi di Sipario e i loro genitori sono stati protagonisti e organizzatori di un intenso pomeriggio  nell’affollatissimo Auditorium messo a disposizione dal quotidiano fiorentino “La Nazione” .

Era partito bene Giuseppe Mascambruno,  direttore del giornale nonché moderatore dell’incontro , parlando  nell’articolata e appassionata introduzione di “comunicare le emozioni-mettere in moto le emozioni” e riconoscendo a “I Ragazzi di Sipario”questa palpabile capacità. E la si sentiva forte e vibrante arrivare dalle prime file dove i ragazzi attentissimi non perdevano una battuta, fino al fondo della sala. Una sentita partecipazione corale. Fino alle inevitabili stonature di inguaribili solisti (l’intervento-babà, zuppo e grondante di stucchevole  politichese  dell’Assessore al Lavoro della Provincia di Firenze, tanto per dirne uno, ma anche, a mio avviso, e purtroppo più deludente ancora perché inaspettato, l’intervento piatto e monocorde – mais très physique-du-rôle codino brizzolato compreso- di un neuropsichiatria che non ha aggiunto nulla di nuovo a ciò che già non sapessimo dell’associazione e del futuro dei ragazzi dopo il 18esimo anno d’età,se non, almeno questa è un’ottima cosa, che si è divertito tanto a giocare a golf con i ragazzi) che hanno sparigliato il coro, direzione: mondi paralleli. Ma dura poco. Per fortuna la bella faccia solare e ridente di Marco Martelli Calvelli, il presidente dell’Associazione, ci riaggancia alla locomotiva di Sipario e ci riporta alla vita vera.

E che cambio di registro quando a guidare la parola è la passione e l’amore per chi e per quanto si fa! Marco oltre che a noi , si rivolge sempre con uno sguardo,con  un sorriso, con una battuta ai suoi ragazzi in platea. Un amorevole e bravo direttore d’orchestra che  sa  anche farsi dirigere da loro e seguirne dolcemente l’onda. Ancora musica , e che musica con gli interventi dei ragazzi! Gli interventi, ci tiene a precisare Marco, sono spontanei!

 

 Parla per primo Francesco dice dell’importanza dei genitori e che “sono contento di sapermi comportare bene”e stare a contatto con la gente. Alza il tono della voce per dire ”la disabilità è un valore!”. Marco lo sollecita, ma tu canti, si mi piace . Ho scritto “Vita privata”, ce la fai sentire? No! Dovete venire al ristorante se la volete ascoltare!

 

E’ la volta di Carla. Deve partorire ogni parola e lo fa con dedizione  guardandoci negli occhi. E’ magnetica, silenzio assoluto e denso mentre parla. E parla a braccio ma con la precisione di una lettura, senza sbagliare o dimenticare una parola. Racconta con una minuziosità che incanta del suo lavoro al ristorante. Dice dell’importanza di aver potuto conoscere tante persone e ribadisce questo senso di comunità, che ciò è “una risorsa per noi e per gli altri”.

 

Arriva “lo chef” che s’incarna nella figura grande e possente di Lorenzo, simpaticissimo e carismatico che subito parla dei “bisticci di lavoro”e quasi a sé stesso,  a farsene una ragione “devo dire che devo andare d’accordo con tutti”. Mette l’accento sulla pericolosità del mestiere del cuoco, che ci si può far male “una volta col batticarne perché pestavo guardando in aria” e mima la scena in maniera efficacissima. Si capisce che si diverte a divertirci. Marco, che evidentemente conosce il suo guascone, lo provoca: qual è il tuo libro preferito? La Guida Michelin! Ma sono sempre alla A.

 

Annunciano “il filosofo”, ma Fabio con serietà e convinzione, ci tiene moltissimo a ribadire che “io non sono un filosofo, sono solo un ragazzo che pensa molto”. Dice: mi piace Sipario perché mi ha dato un’opportunità unica e magnifica. Sipario è una risorsa per noi, abbiamo trovato la nostra dimensione e un lavoro per il futuro. Noi Down siamo un’identità per tanti altri ragazzi. Perché in questa società che va allo scatafascio, in cui mancano valori, noi dobbiamo darci da fare per prospettare un mondo migliore. Che è il mondo della disabilità. Dopo un forte e commosso applauso Marco gli chiede se a Sipario ha trovato la fidanzata. Non lo dico perché sono cose personali. Voglio ringraziare tutti quelli che lavorano al ristorante e me stesso.

 

Nomita, timidissima nel suo bel golfino rosa che fa risaltare i  capelli corvini e la pelle d’ambra, dice quanto le piace il suo lavoro e siccome è cuoca vuole invitare tutti noi che siamo venuti oggi qui alla Nazione a cena da loro. Saluti da Nomita.

 

Impari il confronto dopo simili interventi che più di tante parole ci hanno  incarnato la realtà di questi nostri compagni di viaggio. Ma ci prova il direttore Mascambruno che sostanzialmente ribadisce concetti che i ragazzi ci hanno fatto vedere: la dignità, la serietà, la caparbietà, l’impegno, il saper e voler seguire un metodo, l’affermazione del merito, le contaminazioni che producono i buoni educatori.

A seguito di alcuni interventi di politici locali, la parola passa  al Prof. Lupoi dell’Università di Genova e presidente dell’Associazione Trust in Italia, e ad altri specialisti del tema che illustrano Il Trust come strumento giuridico per tutelare i più deboli quando i genitori o i parenti non ci saranno più. Anche qui, nonostante l’apparente tecnicismo del tema, l’attenzione è al massimo e l’argomento molto interessante, anche per il coinvolgimento evidente dei molti presenti. E poi il professor Lupoi fa un’affermazione intrigante e da approfondire: “ il Trust rende giuridica la Morale”.

Conclude da ultima, ma non ultima Stefania. Appassionata, battagliera dalla sensibilissima anima e  anima stessa dell’associazione di cui suo marito Marco è presidente. Si percepisce il magma che la fa ribollire e che vorrebbe esplodere, ma che viene tenuto a bada da un intervento apposta scritto per non andare a braccio ed arrabbiarsi. Tante sono le cose che spingerebbero a farlo. Tanto per cominciare la mancanza di visibilità per tutto ciò che riguarda il mondo dell’handicap (mondi paralleli …? ). Si continua parlando dell’esperienza del ristorante “I Ragazzi di Sipario” e di puntare sul fatto che Sipario debba dare emozione. Soprattutto in questo momento cruciale della nostra società. A Sipario i limiti esistono, e ci si rilassa. Serve principalmente a noi normodotati.

E qui Stefania si/ci interroga sul ruolo della famiglia del disabile, su chi l’aiuta dopo i 18 anni del figlio. Dice, noi ci siamo rimboccati le maniche, con entusiasmo e fiducia, ma non si trova la stessa fiducia nelle istituzioni (discorso a parte merita il MCL che ha offerto i locali del circolo per il ristorante). Ora abbiamo in organico 7 lavoratori con handicap. Hanno ritardo mentale, e qui sarebbe giusto fare il punto tra handicap fisico e handicap psichico; e ancora mette l’accento sul fatto che chi fa le leggi quasi mai sa, in quest’ambito, di che cosa sta trattando. I politici non conoscono i problemi specifici, manca assolutamente la comunicazione tra i fruitori di quelle leggi e chi le dovrebbe strutturare. I nostri ragazzi sono persone, mentre queste leggi sembra fatte dai politici con funzione auto-referenziale! Dai politici per i politici. Le leggi vigenti li mettono si al lavoro, c’è l’obbligo di assunzione per le aziende, ma soli, spaesati, li si obbliga all’esclusione.

La legge Biagi almeno prevedeva la possibilità di dare commesse a cooperative di tipo B in cui avrebbero potuto lavorare insieme. Fa un’enorme differenza per loro. Bisogna capire cosa è più adatto a loro. Non si può fare di tutta un’erba un fascio in situazioni così difficili e delicate.

I nostri ragazzi sì, hanno imparato, capito il senso civico, i nostri amministratori meno si direbbe!

Un grande caloroso applauso l’abbraccia nel finale del suo intervento.

I ragazzi cuochi e camerieri si sono già trasferiti da un po’ al piano di sopra : il cocktail è servito!