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Category Archives: legge e psiche

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il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

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Troverai anche altri tre miei libri.

 

Un lettore mi chiede per email che libro stia leggendo. Non leggo mai un libro per volta. Ne ho sempre almeno una ventina sotto mano, che mi gusto passando dall’uno altro. Solo sulla tavolozza i singoli colori prendono anima, si incontrano, si provocano l’un l’altro, si mischiano, si ritrovano, si inventano in sfumature incredibili.

Attualmente ho ripreso in mano l’Antigone e il Filottete di Sofocle. Ero provocato dalla vicenda di due miei pazienti. Lì sto trovando risposte formidabili.

Mi sto gustando il De rerum, natura di Lucrezio. Mi entusiasma la sua abilità di dire filosofia in poesia, la sua disperazione, il suo bisogno di certezza e di entusiamo. Meraviglioso.

Non perdo giorno senza almeno un’occhiata dare al Don Chisciotte, al Gargantua e Pantaguel e all’Orlando Furioso. Come fa la gente a perdersi godurie del genere?

Qualche pagina al dì non mi faccio poi mancare né del De consolatione philosophiae del dolce Severino (Boezio) né del De Trinitate del mio immancabile Agostino

Ho ripreso da qualche giorno La fortezza vuota e Sopravvivere di Bruno Bettelheim. Ogni due o tre anni me lo vado a rimangiare. Idem per Paradosso e controparadosso della mia maestra Mara Selvini Palazzoli; era un po’ che non me lo rivedevo. Sempre un bellissimo ritrovarsi.

Travolgenti interroganti libri di questi giorni sono poi Alcune mie vite di Varlam Salamov, Per questo di Anna Politkovskaja. Grondano sangue e pregano libertà. Li sto leggendo insieme alla rilettura di Sommersi e Salvati di Primo Levi e di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque. Quanto prego leggendo questi libri! Quanto bisogno di salvezza e di redenzione!

La bellezza e l’inferno di Saviano ormai è quasi finito. Spunti forti e belle intuizioni dell’anima e dello spirito.

Istruttiva l’indagine sul folle mondo dei pellegrinaggi di Medjugorie e del Rinnovamento nello Spirito Santo mi è fornita da Cattolicesimo magico. Un’indagine etnografica, un intelligente libretto di Marco Marzano, che mi si dice insegni proprio qui all’università di Bergamo.

Anche se li avevo rivisti poco più di un paio d’anni fa, ho di nuovo aperto le pagine di Segnavia e di Sentieri interrotti di Heidegger. Mi piace il suo modo di procedere, di argomentare, di guardare le cose e il mondo.

Quel che è di Cesare è un interessante libro-intervista di Rosy Bindi. Mi piace quest’anima di donna e di politica. Forse non ce la meritiamo.

Sarà antipatico come persona, ma è davvero accattivante come stratega e storico. Sto parlando di Edward Luttwark di cui sto leggendo il chiarissimo La Grande Strategia dell’Impero Romano.

Mi sto poi godendo da qualche tempo i rapidi libretti che accompagnano i DVD di Invito al balletto, che la De Agostini sta pubblicando sul balletto classico. Un vero paradiso per gli occhi, le orecchie e l’anima.

Nè può mancare la poesia. Ora è il turno di Tutte le poesie di Garcia Lorca. Le accompagna la rilettura di Poemi Africani di Léopold Senghor, grande politico e enorme poeta della negritude.

Sto poi leggendo Memorie di un monaco di Bruno Vergano, uno scritto disincantato su una devastante esperienxza con i Memores Domini di CL.

Immancabile poi la lettura di don Primo Mazzolari: mi sto rileggendo La pieve sulll’argine. È una vera metafora della chiesa d’oggi e di chi ci vive.

Sempre aperta sulla mia scrivania poi ci stanno l’Odissea, la Divina Commedia e la Bibbia. Ora, per esempio, sono lì aperte all’incontro tra Odisseo e Nausicaa, al primo canto del Paradiso e al capitolo terzo del Qoelet.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

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Dopo il mio articolo di ieri (Ad Almenno San Salvatore, qui vicino a Bergamo, “educatrice maltratta bimbo disabile, arresti domiciliari”) un amico mi fa notare quanto avessi previsto episodi tipo quello dell’educatrice di Almenno San Salvatore (Bergamo) che ha usate gravi e ripetute violenze su un bambino disabile di nove anni impossibilitato a muoversi, parlare, difendersi. In effetti, alla fine di un mio articolo di settembre (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso) concludevo:

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

Purtroppo sono stato e resto facile profeta.

 

Riporto e poi commento qui il comunicato ANSA battuto da poco:

BERGAMO – Le telecamere a circuito chiuso della cooperativa, dove presta servizio come educatrice, l’hanno colta mentre maltrattava un bimbo di nove anni affetto da una grave malformazione genetica. Dopo la denuncia dei genitori, i carabinieri hanno installato un altro occhio elettronico nella stanza del bambino, e la telecamera ha ripreso la giovane donna mentre esercitava violenza nei confronti del piccolo paziente. Per questo, una ragazza bergamasca di 29 anni residente ad Almenno San Salvatore (Bergamo) è finita agli arresti domiciliari.

A smascherare l’educatrice sarebbe stata una telecamera lasciata inavvertitamente accesa mentre la donna si trovava da sola insieme al piccolo di nove anni, che a causa del suo handicap non è in grado di parlare, né di muoversi ed è costretto a vivere su un passeggino. Quando i genitori si sono accorti dei maltrattamenti, hanno presentato una denuncia ai militari dell’Arma. Nella stanza del piccolo è stata allora installata un’altra telecamera, che nei giorni successivi ha ripreso di nuovo la donna in atteggiamenti violenti nei confronti del giovanissimo paziente.

Il giudice per le indagini preliminari di Bergamo Giovanni Petillo ha emesso dunque un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che i carabinieri hanno eseguito nelle scorse ore”.

Almenno San Salvatore è qui a una manciata di chilometri da casa mia, per cui la notizia mi ha particolarmente sconvolto. So che non è corretto che la nostra reazione all’ingiustizia e alla violenza possa essere più o meno condizionata e dettata dalla vicinanza fisica, emotiva, affettiva o quant’altro. Come ricordava l’anima prodigiosa di don Primo Mazzolari, dovremmo sempre e comunque sentire il dovere e il diritto di protestare contro l’ingiustizia e la violenza, perché ogni ingiustizia e ogni violenza colpiscono e negano l’immagine del Padre che ogni uomo è o – più laicamente – la dignità umana

Ma il pensiero di quel bambino mi turba. Il mio vecchio amico spastico dalla nascita, che ogni tanto ascolto, come ben sanno i lettori di questo blog, mi ha subito telefonato e mi ha chiesto di dire quanto danno possa fare un’ingiustizia e una violenza di questo tipo su di un bambino, soprattutto se sono perpetrate da una persona che dovrebbe aprire il tuo cuore, la tua mente, la tua anima, la tua vita, la tua speranza. Mi ha detto la ferita terribile che procurano e quanti oceani e abissi bisogna poi affrontare per riuscire a elaborare ferite di queste tipo, con il rischio di naufragare a ogni pur lieve battito d’onda. Lui lo sa, perché gli è capitato di dovere subire tali ferite più volte nella vita, spesso proprio da educatori, insegnanti, medici, parenti, cioè proprio da quelle persone che più delle altre dovrebbero aprire alla vita, alla curiosità, al sapere, alla gioia e al diritto di vivere e di essere.

Mi prega di dire ai lettori di intervenire e farsi sentire il più possibile. Mi prega di gridare contro il dilettantismo ideologico e speculativo che troppo spesso informa e identifica l’azione sia di molte non meglio precisate “cooperative” sia di molti politici e amministratori che, a vario titolo e con varia motivazione, si servono di esse, spesso con spirito un po’ mafiosetto, di certo non sempre attento alle reali competenze, qualifiche e motivazioni dei cosiddetti “operatori”. Mi prega di denunciare quanto spesso dietro queste “cooperative” si nascondano logiche di mero accapparamento di posti, di bruto esercizio di potere da parte di gruppi più o meno vicini a partiti o a conventicole vicine ai partiti. Mi invita a ricordare come il vero scopo di molte di queste “cooperative” sia – più o meno dichiarato – quello di svuotare le istituzioni del loro compito, di privarle di senso, eliminando quella possibilità di garantire competenze e qualità di servizio che bene o male le istituzioni sanno comunque garantire, senz’altro più di quanto lo garantiscano molte di queste “cooperative” che facendo leva sulla difficoltà a trovare posti di lavoro assumono troppo spesso in modo sommario, sotto sotto ricattatorio, impedendo a chi ha davvero titoli e competenze di fare valere la propria voce al fine di offrire un vero servizio.

Non so che titolo e che competenza avesse questa non meglio precisata “educatrice” di 29 anni, né che titoli e che competenze avessero quelli che l’hanno selezionata e assunta e non controllata (e che forse senza la denuncia dei genitori e senza le telecamere l’avrebbero pure difesa; di certo non hanno adeguatamente verificato e controllato il suo operato), né che titoli e che competenze avessero gli amministratori o i politici che hanno permesso di lavorare a questa “cooperativa” e a questa “educatrice”.

Non so a che cosa servano gli “arresti domiciliari” ordinati dal giudice Giovanni Petillo, né che senso egli abbia o possa avere della violenza usata su un minore totalmente indifeso e totalmente impossibilitato a sottrarsi alla volenza. Per legge i “domiciliari” non vengono attribuiti (e si finisce perciò in galera) quando si verifica uno o più di questi tre punti: 1) il reato prefigurato è grave e può essere reiterato; 2) esiste il rischio di inquinamento delle prove; 3) c’è pericolo che l’indagato fugga. Se con il magistrato che ha concesso i “domiciliari” posso essere d’accordo sulla non esistenza dei punti 2) e 3), faccio invece molta fatica a pensare che non possa sussistere il punto 1). Chi usa violenza su una persona del tutto indifesa e per giunta dipendente all’interno di un rapporto tanto asimmetrico e carico di responsabilità e di valenze esistenziali, psicologiche, logiche, etiche e morali quale per sua natura è un rapporto di “educazione”, per giunta con un minore indifeso, ha in sé una tale carica di violenza che o è altamente problematico e come tale va urgentemente curato anche e soprattutto a partire dal magistrato, oppure è a elevato rischio di nuova violenza sociale, tale che non so come il magistrato possa escludere la possibilità della reiterazione della violenza. Ripeto, non capisco proprio perché il magistrato abbia concesso i “domiciliari”. Di certo la violenza non sarà ripetuta in quelle stanze o molto probabilmente non la sarà in quella “cooperativa”, ma di certo la violenza tornerà ad esprimersi da parte di chi è giunto a tanto. Che senso del reato ha il giudice Petillo? Avrebbe assegnato i “domiciliari” anche per uno stupro ripetuto su minore? Non sa che una tale violenza ha sulla psiche di un minore indifeso di nove anni lo stesso terribile peso di uno stupro ripetutu e forse molto, molto peggio?

Intanto il bimbo è lì con i propri piccoli nove anni e il proprio enorme fardello di violenza subìta. So benissimo che forse per lui poco muta se la “educatrice” è non ai “domiciliari”, bensì in una casa di cura o in carcere, ma di certo tutto muta primo per i suoi genitori, che hanno il diritto di vedere riconosciuta a pieno l’assoluta violenza subìta dal loro bambino e – in lui – da loro stessi; secondo per tutti quei bimbi che potrebbero anch’essi domani subire una tale ingiusta violenza; terzo per tutti noi che a causa di violenze siffatte ci troviamo a vivere in un mondo sempre più barbaro e vuoto, sempre più deprivato di diritto, di ricchezza, di speranza e di gioia.

Il mio vecchio amico spastico mi ha ritelefonato poco fa e mi ha detto di non badare se Almenno San Salvatore è qui vicino. Mi ha detto che di fronte all’ingiustizia e alla violenza si può e si deve comunque protestare e denunciare, perché, quando l’umanità e la giustizia, si allontanano siamo tutti ugualmente legittimati a denunciare la violenza, a protestare contro l’ingiustizia, a volere un mondo nostro e di tutti, più bello e più vero. Almenno San Salvatore non è soltanto qui vicino a Bergamo. È primo di tutto vicino all’umanità di tutti gli esseri umani e alla dignità del Padre.

Aforisma su buon umore e ottimismo

su buon umore e ottimismo

non si pagano ancora le tasse.

Essere depressi non conviene

neppure fiscalmente

 

 

QUESTO BLOG ADERISCE ALLO SCIOPERO DI PROTESTA CONTRO IL DDL ALFANO CHE IN MODO GRAVISSIMO IMBAVAGLIA I BLOG E UCCIDE LA LIBERTA’ DI PENSIERO E DI ESPRESSIONE

leggere Google a Teheran. Sta cambiando la piazza: dalla tivù a internet

In greco antico il termine che significa “parlare” è agoreuo, che letteralmente indica “fare, vivere, essere piazza”. In grecia nasce la politica, proprio perché la piazza è il luogo decisivo della polis. Lì, come ancora oggi nei villaggi del mediterraneo, durante il giorno stanno i vecchi, depositari della esperienza. Il passo della loro istituzionalizzazione in Gerousia, l’equivalente del latino Senatus, è breve e fisiologico. Nel teatro poi la piazza e la politica troveranno il loro spazio critico, di mediazione e confronto tra l’opinione (la doxa) della polis e la verità (la aletheia) della acropolis, sede degli dei e del loro sacerdozio. Ma, prima di farsi tragedia o commedia nell’azione teatrale, la parola deve tutta giocarsi proprio lì nella piazza, soprattutto nei momenti delle decisioni forte e delle invasioni, quando in piazza arriva anche il resto del popolo, soprattutto i giovani. E proprio i greci scoprono quanto sia importante conoscere le logiche della piazza, i suoi tempi, le sue inerzie e le sue frenesie. La politica è in grande, basilare parte l’arte e la tecnica della piazza.

La piazza è il luogo della convergenza delle strade, il luogo forte dell’incontro tra le generazioni, il luogo delle partenze e dei ritorni. Per questo è il luogo principe della parola: perché è il luogo dell’appartenenza e della identificazione del Sé sociale, verso il quale convergono e trovano senso le appartenenze e le identificazioni individuali. Per questo la piazza e il luogo del potere essere, del potere esistere, del potere parlare, del potere confrontarsi avvolti dalla comune appartenenza alla parola e all’abitare.

La radice più forte della attuale crisi sociale sta nella caduta di tutte le “piazze”, che hanno nei decenni e nei secoli precedenti identificato i popoli e gli individui. Hanno perso sempre più valore i luoghi forti della identità: la stalla contadina, il cortile, l’osteria (chi non ricorda il ruolo dell’osteria nel Ferroviere di Pietro Germi?), il bar di Gaber o di Paoli, l’oratorio. Il mezzo televisivo (si badi bene: il mezzo, non i suoi contenuti) ha poco per volta desertificato tutte queste piazze, svuoltandole e rendendole mute e senza senso. Di questo ho parlato nel mio libro Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, pubblicato nel 1995, ma fatto da articoli della fine degli anni ’70. Non vorrei apparire immodesto, ma è un libro profetico: già più di trent’anni fa dicevo cose che molti sembrano intravedere soltanto oggi. Dicevo per esempio del gravissimo rischio della manipolazione politica elettorale insita nel mezzo televisivo (ripeto: nel mezzo più e prima di ogni contenuto). Ma soprattutto denunciavo l’azione deleteria della tivù in ordine agli spazi e ai tempi sociali, lo scippo relazionale che il mezzo televisivo fa della possibilità di comunicazione e identificazione, il condizionamento delle stesse strutture percettive e logiche. In particolare denunciavo la progressiva caduta di ogni sintassi logica e morale. Poi additavo l’attentato che il mezzo televisivo (ribadisco: il mezzo, non i contenuti) recava alla famiglia: rompendo la geometria relazionale della tavola, del letto, della cucina; rendendo gli uni estranei agli altri, ciascuno assorbito nel proprio unidirezionale ruolo di suddito del mezzo televisivo.

Oggi, io penso, uno dei grandi motivi di speranza è proprio internet. Con tutti i limiti che può avere, con tutta la sua ambivalenza di reale-virtuale, con tutto il rischio di potere essere una trincea psicotica dietro cui nascondersi e difendersi, tuttavia – a modo suo – oggi internet può essere una “piazza” o ‘inizio di una “piazza”. A differenza della televisione che permetteva – quale unica azione o interazione – il telecomando o l’avvio del televideo, internet permette si “connettersi”, “entrare”, “navigare”, “chattare” o “videochattare” per scritto o per parola, “postare” in blog o siti, spedire mail, telefonare gratis, scambiare e (formidabile!) produrre video o canzoni, stampare libri, comprare oggetti, organizzare viaggi e – importantissimo – leggere giornali stranieri, conoscere logiche e mondi diversi. Lo permette con confiini allargati all’inverosimile. Se uno sa l’inglese o altre lingue, poi i confini quasi spariscono.

Quando ritrova la piazza, l’uomo ha l’occasione di ritrovare la politica, quella vera, quella che può diventare il laboratorio del progetto, l’evento della decisione, la voglia della legge e del diritto, il motivo dell’appartenenza e della identificazione, l’inizio della speranza.

Per questo credo in internet, per questo credo in questo blog, per questo sono felice nello scrivere questi articoli e nel ricevere i vostri commenti e le vostre lettere. Mai ho potuto scrivere e pensare tanto liberamente come adesso che scrivo in questo blog e che penso per questo blog. Mai mi sono sentito tanto vero nel dire, libero nel comunicare, uomo in mezzo agli uomini, creatura felice di parlare.

Per questo sono strafelice nel sapere che Obama è stato eletto in gran parte grazie a internet e che in Iran internet per molti rappresenta un po’ quello che per molti italiani durante la guerra è stata Radio Londra.

Sapere che il governo iraniano di Ahmadinejad vieta l’accesso a Google dice quanto internet sia importante, quanto i motori di ricerca siano o possano essere anche motori di speranza e di azione politica.

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

Sarà il confine, come sempre, luogo e tempo del vero:

lì le risposte avrò,

e le ricerche saranno il loro senso.

 

Lì, sul confine, delle leggi saprò la radice antica,

quella cui Socrate sacrificò la vita

e che sorelle dice e terra e nuvola.

 

Lì vedrò Orfeo che ancora canta il disperato amore

e, con lui, Psiche curiosa.

 

Lì dell’amore gusterò il vero e forte annuncio,

quello che già con te vivo,

 

quando, di sotto in su lo sguardo al tuo occhio levando,

 

ricomincerò con te, come ogni mattina,

il nostro linguaggio a sussurrare.

 

 

Una testimonianza (di Laura) da :

LA DIVERSITA’ E’ UN VALORE

 

LA DISABILITA’ UNA RISORSA”

– convegno 30 marzo 2009 Firenze – 

 

 I ragazzi di Sipario e i loro genitori sono stati protagonisti e organizzatori di un intenso pomeriggio  nell’affollatissimo Auditorium messo a disposizione dal quotidiano fiorentino “La Nazione” .

Era partito bene Giuseppe Mascambruno,  direttore del giornale nonché moderatore dell’incontro , parlando  nell’articolata e appassionata introduzione di “comunicare le emozioni-mettere in moto le emozioni” e riconoscendo a “I Ragazzi di Sipario”questa palpabile capacità. E la si sentiva forte e vibrante arrivare dalle prime file dove i ragazzi attentissimi non perdevano una battuta, fino al fondo della sala. Una sentita partecipazione corale. Fino alle inevitabili stonature di inguaribili solisti (l’intervento-babà, zuppo e grondante di stucchevole  politichese  dell’Assessore al Lavoro della Provincia di Firenze, tanto per dirne uno, ma anche, a mio avviso, e purtroppo più deludente ancora perché inaspettato, l’intervento piatto e monocorde – mais très physique-du-rôle codino brizzolato compreso- di un neuropsichiatria che non ha aggiunto nulla di nuovo a ciò che già non sapessimo dell’associazione e del futuro dei ragazzi dopo il 18esimo anno d’età,se non, almeno questa è un’ottima cosa, che si è divertito tanto a giocare a golf con i ragazzi) che hanno sparigliato il coro, direzione: mondi paralleli. Ma dura poco. Per fortuna la bella faccia solare e ridente di Marco Martelli Calvelli, il presidente dell’Associazione, ci riaggancia alla locomotiva di Sipario e ci riporta alla vita vera.

E che cambio di registro quando a guidare la parola è la passione e l’amore per chi e per quanto si fa! Marco oltre che a noi , si rivolge sempre con uno sguardo,con  un sorriso, con una battuta ai suoi ragazzi in platea. Un amorevole e bravo direttore d’orchestra che  sa  anche farsi dirigere da loro e seguirne dolcemente l’onda. Ancora musica , e che musica con gli interventi dei ragazzi! Gli interventi, ci tiene a precisare Marco, sono spontanei!

 

 Parla per primo Francesco dice dell’importanza dei genitori e che “sono contento di sapermi comportare bene”e stare a contatto con la gente. Alza il tono della voce per dire ”la disabilità è un valore!”. Marco lo sollecita, ma tu canti, si mi piace . Ho scritto “Vita privata”, ce la fai sentire? No! Dovete venire al ristorante se la volete ascoltare!

 

E’ la volta di Carla. Deve partorire ogni parola e lo fa con dedizione  guardandoci negli occhi. E’ magnetica, silenzio assoluto e denso mentre parla. E parla a braccio ma con la precisione di una lettura, senza sbagliare o dimenticare una parola. Racconta con una minuziosità che incanta del suo lavoro al ristorante. Dice dell’importanza di aver potuto conoscere tante persone e ribadisce questo senso di comunità, che ciò è “una risorsa per noi e per gli altri”.

 

Arriva “lo chef” che s’incarna nella figura grande e possente di Lorenzo, simpaticissimo e carismatico che subito parla dei “bisticci di lavoro”e quasi a sé stesso,  a farsene una ragione “devo dire che devo andare d’accordo con tutti”. Mette l’accento sulla pericolosità del mestiere del cuoco, che ci si può far male “una volta col batticarne perché pestavo guardando in aria” e mima la scena in maniera efficacissima. Si capisce che si diverte a divertirci. Marco, che evidentemente conosce il suo guascone, lo provoca: qual è il tuo libro preferito? La Guida Michelin! Ma sono sempre alla A.

 

Annunciano “il filosofo”, ma Fabio con serietà e convinzione, ci tiene moltissimo a ribadire che “io non sono un filosofo, sono solo un ragazzo che pensa molto”. Dice: mi piace Sipario perché mi ha dato un’opportunità unica e magnifica. Sipario è una risorsa per noi, abbiamo trovato la nostra dimensione e un lavoro per il futuro. Noi Down siamo un’identità per tanti altri ragazzi. Perché in questa società che va allo scatafascio, in cui mancano valori, noi dobbiamo darci da fare per prospettare un mondo migliore. Che è il mondo della disabilità. Dopo un forte e commosso applauso Marco gli chiede se a Sipario ha trovato la fidanzata. Non lo dico perché sono cose personali. Voglio ringraziare tutti quelli che lavorano al ristorante e me stesso.

 

Nomita, timidissima nel suo bel golfino rosa che fa risaltare i  capelli corvini e la pelle d’ambra, dice quanto le piace il suo lavoro e siccome è cuoca vuole invitare tutti noi che siamo venuti oggi qui alla Nazione a cena da loro. Saluti da Nomita.

 

Impari il confronto dopo simili interventi che più di tante parole ci hanno  incarnato la realtà di questi nostri compagni di viaggio. Ma ci prova il direttore Mascambruno che sostanzialmente ribadisce concetti che i ragazzi ci hanno fatto vedere: la dignità, la serietà, la caparbietà, l’impegno, il saper e voler seguire un metodo, l’affermazione del merito, le contaminazioni che producono i buoni educatori.

A seguito di alcuni interventi di politici locali, la parola passa  al Prof. Lupoi dell’Università di Genova e presidente dell’Associazione Trust in Italia, e ad altri specialisti del tema che illustrano Il Trust come strumento giuridico per tutelare i più deboli quando i genitori o i parenti non ci saranno più. Anche qui, nonostante l’apparente tecnicismo del tema, l’attenzione è al massimo e l’argomento molto interessante, anche per il coinvolgimento evidente dei molti presenti. E poi il professor Lupoi fa un’affermazione intrigante e da approfondire: “ il Trust rende giuridica la Morale”.

Conclude da ultima, ma non ultima Stefania. Appassionata, battagliera dalla sensibilissima anima e  anima stessa dell’associazione di cui suo marito Marco è presidente. Si percepisce il magma che la fa ribollire e che vorrebbe esplodere, ma che viene tenuto a bada da un intervento apposta scritto per non andare a braccio ed arrabbiarsi. Tante sono le cose che spingerebbero a farlo. Tanto per cominciare la mancanza di visibilità per tutto ciò che riguarda il mondo dell’handicap (mondi paralleli …? ). Si continua parlando dell’esperienza del ristorante “I Ragazzi di Sipario” e di puntare sul fatto che Sipario debba dare emozione. Soprattutto in questo momento cruciale della nostra società. A Sipario i limiti esistono, e ci si rilassa. Serve principalmente a noi normodotati.

E qui Stefania si/ci interroga sul ruolo della famiglia del disabile, su chi l’aiuta dopo i 18 anni del figlio. Dice, noi ci siamo rimboccati le maniche, con entusiasmo e fiducia, ma non si trova la stessa fiducia nelle istituzioni (discorso a parte merita il MCL che ha offerto i locali del circolo per il ristorante). Ora abbiamo in organico 7 lavoratori con handicap. Hanno ritardo mentale, e qui sarebbe giusto fare il punto tra handicap fisico e handicap psichico; e ancora mette l’accento sul fatto che chi fa le leggi quasi mai sa, in quest’ambito, di che cosa sta trattando. I politici non conoscono i problemi specifici, manca assolutamente la comunicazione tra i fruitori di quelle leggi e chi le dovrebbe strutturare. I nostri ragazzi sono persone, mentre queste leggi sembra fatte dai politici con funzione auto-referenziale! Dai politici per i politici. Le leggi vigenti li mettono si al lavoro, c’è l’obbligo di assunzione per le aziende, ma soli, spaesati, li si obbliga all’esclusione.

La legge Biagi almeno prevedeva la possibilità di dare commesse a cooperative di tipo B in cui avrebbero potuto lavorare insieme. Fa un’enorme differenza per loro. Bisogna capire cosa è più adatto a loro. Non si può fare di tutta un’erba un fascio in situazioni così difficili e delicate.

I nostri ragazzi sì, hanno imparato, capito il senso civico, i nostri amministratori meno si direbbe!

Un grande caloroso applauso l’abbraccia nel finale del suo intervento.

I ragazzi cuochi e camerieri si sono già trasferiti da un po’ al piano di sopra : il cocktail è servito!

 

 

 

AFORISMI SULLA LIBERTA’

 

 

dolore e libertà hanno tra loro

legami profondi

  

 

se non pensi alla libertà

il dolore non ha senso

 

 

quando si ha paura delle parole

si finisce con l’essere schiavi dei fatti

 

 

solo chi ha paura di vivere

ha bisogno di controllare il mondo

 

 

l’unico modo di vivere la libertà

è conquistarla

 

 

chi scappa

non si allontana mai davvero

 

 

spesso chi è schiavo

non vuole essere né libero né liberato