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Category Archives: poesie e preghiere

 

a lei piacciono i tuffi

 

dentro Gesù

domani si tuffa felice

Matilde

nell’acqua bella

e viva e vera

dove nascono i mondi

sgorgano i cieli

tracima nell’esserci l’Essere

 

 

a lei piace l’immergersi

 

domani

subacquea d’infinito

Matilde

vedrà le prodigiose profonde caverne

di Dio

con Gesù parlerà l’intimità

bella del Padre

e l’amerà con Gesù del loro Amore

 

 

a lei piace l’acquea fluidità dei suoni

 

infante Matilde

prima dell’Umano

parlerà domani il Trinitario

lingua di Dio

e le sue parole mai più

saranno scontate

sempre fradice di stupore

diranno la dolcissima anima sua

 

sai, Matilde,

Gesù è la spiaggia

dove la terra e il mare

l’umano e il divino

fanno l’amore

si carezzano dell’onda

di ogni loro incontrarsi

 

su quella spiaggia

e di quella spiaggia

si ingravidò Maria

 

nella mattina felice

sia fatto”

disse e respirò di Dio

 

con Maria

su quella spiaggia domani

Matilde

bacerai i tempi e le epoche

saprai la continuità

conoscerai

come solo la donna conosce

 

domani la tua intimità

Matilde si tufferà

nelle intimità di Dio

dove il Padre e la Parola

l’uno dell’altro si in-amorano

con-fluiscono e vivono

 

l’anima tua

Matilde

sarà domani

la grande presenza di Dio

le sue sterminate grotte d’abisso

le sue cime inebriate d’infinito

le sue nebbie avvolgenti

la sue rugiade di mistero vicino

 

nel tuffo vedrai

Matilde

quanto è bello essere anima

quanto grande può essere il canto

e canterai le umide sante canzoni

che dicono l’uomo

e concepirai le amniosi e gli infiniti

e vivrai il dono

fino a esserlo

 

 

un giorno

Matilde

incontrerai un’anima

ti stupirai del suo stupore

ti innamorerai della sua carezza

che sfiorerà i tuffi

profondissimi della tua anima

inspirerai in te il suo stupore

ti ingraviderai del suo sguardo

e darai al mondo popoli nuovi

 

già quel tuo amore è qui

 

nel tuffo domani

Matilde

il tuo amore ti bacerà

e sarai già sua sposa

 

 

capisci, Matilde?

domani nel tuffo

sarai spiaggia e orizzonte

parola di Dio e con Dio

intimità di infinito

complicità di creazione

amore di ogni amore

innamoramento di ogni innamorarsi

stupore di ogni stupirsi

genesi di ogni creazione

vicinanza di ogni lontano

aprirsi di ogni nodo

abbraccio di ogni diversità

perdono di ogni paura

vita di ogni morte

inspirazione di ogni respiro

umanità di ogni umanità

umanità di Dio e divinità dell’uomo

 

grande il tuo tuffo

Matilde domani

 

in Gesù sarai anche tu

sorgente e ruscello

torrente e fiume

mare e oceano

cascata e galassia

immersione e salvezza

 

lasciati andare

immergiti in tutta la sua profondità

godine ogni attimo e ogni eternità

cantane ogni sillaba

annunciane ogni gioia

dinne ogni impercettibile goccia

vivine ogni fessura

inondati di ogni sua pioggia

brilla di ogni sua rifrazione

 

 

è felice Gesù

 

quando gli ho detto

che domani

dentro di lui

tu Matilde

ti tuffi

mi ha guardato

come se solo allora sapesse

quanto da sempre lui sa

e mi ha detto:

nell’attesa

porta un piccolo bacio

d’annuncio

a Matilde

e vedrai domani

che tuffo farà:

un tuffo perfetto

un tuffo di gioia

un tuffo … da dio

 

a lei – lo sai –

piacciono i tuffi”

E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso. 

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

Tre passi – il primo di Saffo di più di 2.500 anni fa, gli altri due di Fernando Pessoa del secolo scorso – tornano in questi giorni a interrogarmi sul rapporto tra scissione del Sé e grande poesia, fra spaesamento del Sé e arte. 

Voi che ne dite?

Eccoli qui:

non so che fare

al mio Sé sono due pensieri

SAFFO, framm. 51 (traduz. mia)

Io sono due, e entrambi distanti – fratelli siamesi non congiunti.”

FERNANDO PESSOA, Il libro dell’inquietitudine, 9, Newton, Roma, 7a ediz., p. 18(traduz. di Piero Ceccucci e Orietta Abbati)

Noi non ci realizziamo mai.

Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.”

FERNANDO PESSOA, Ibidem, 10

 

 

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

Troverai anche altri tre miei libri.

 

non ho mai visto l’eternità

e già la rimpiango

Un lettore mi chiede per email che libro stia leggendo. Non leggo mai un libro per volta. Ne ho sempre almeno una ventina sotto mano, che mi gusto passando dall’uno altro. Solo sulla tavolozza i singoli colori prendono anima, si incontrano, si provocano l’un l’altro, si mischiano, si ritrovano, si inventano in sfumature incredibili.

Attualmente ho ripreso in mano l’Antigone e il Filottete di Sofocle. Ero provocato dalla vicenda di due miei pazienti. Lì sto trovando risposte formidabili.

Mi sto gustando il De rerum, natura di Lucrezio. Mi entusiasma la sua abilità di dire filosofia in poesia, la sua disperazione, il suo bisogno di certezza e di entusiamo. Meraviglioso.

Non perdo giorno senza almeno un’occhiata dare al Don Chisciotte, al Gargantua e Pantaguel e all’Orlando Furioso. Come fa la gente a perdersi godurie del genere?

Qualche pagina al dì non mi faccio poi mancare né del De consolatione philosophiae del dolce Severino (Boezio) né del De Trinitate del mio immancabile Agostino

Ho ripreso da qualche giorno La fortezza vuota e Sopravvivere di Bruno Bettelheim. Ogni due o tre anni me lo vado a rimangiare. Idem per Paradosso e controparadosso della mia maestra Mara Selvini Palazzoli; era un po’ che non me lo rivedevo. Sempre un bellissimo ritrovarsi.

Travolgenti interroganti libri di questi giorni sono poi Alcune mie vite di Varlam Salamov, Per questo di Anna Politkovskaja. Grondano sangue e pregano libertà. Li sto leggendo insieme alla rilettura di Sommersi e Salvati di Primo Levi e di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque. Quanto prego leggendo questi libri! Quanto bisogno di salvezza e di redenzione!

La bellezza e l’inferno di Saviano ormai è quasi finito. Spunti forti e belle intuizioni dell’anima e dello spirito.

Istruttiva l’indagine sul folle mondo dei pellegrinaggi di Medjugorie e del Rinnovamento nello Spirito Santo mi è fornita da Cattolicesimo magico. Un’indagine etnografica, un intelligente libretto di Marco Marzano, che mi si dice insegni proprio qui all’università di Bergamo.

Anche se li avevo rivisti poco più di un paio d’anni fa, ho di nuovo aperto le pagine di Segnavia e di Sentieri interrotti di Heidegger. Mi piace il suo modo di procedere, di argomentare, di guardare le cose e il mondo.

Quel che è di Cesare è un interessante libro-intervista di Rosy Bindi. Mi piace quest’anima di donna e di politica. Forse non ce la meritiamo.

Sarà antipatico come persona, ma è davvero accattivante come stratega e storico. Sto parlando di Edward Luttwark di cui sto leggendo il chiarissimo La Grande Strategia dell’Impero Romano.

Mi sto poi godendo da qualche tempo i rapidi libretti che accompagnano i DVD di Invito al balletto, che la De Agostini sta pubblicando sul balletto classico. Un vero paradiso per gli occhi, le orecchie e l’anima.

Nè può mancare la poesia. Ora è il turno di Tutte le poesie di Garcia Lorca. Le accompagna la rilettura di Poemi Africani di Léopold Senghor, grande politico e enorme poeta della negritude.

Sto poi leggendo Memorie di un monaco di Bruno Vergano, uno scritto disincantato su una devastante esperienxza con i Memores Domini di CL.

Immancabile poi la lettura di don Primo Mazzolari: mi sto rileggendo La pieve sulll’argine. È una vera metafora della chiesa d’oggi e di chi ci vive.

Sempre aperta sulla mia scrivania poi ci stanno l’Odissea, la Divina Commedia e la Bibbia. Ora, per esempio, sono lì aperte all’incontro tra Odisseo e Nausicaa, al primo canto del Paradiso e al capitolo terzo del Qoelet.

 a chi per primo toccherà

 

(vorrei toccasse a me il dovere)

 

prenderà sette sassi

bianchi colore del latte

e segnerà il sentiero

che porta là

dove tutto è bello

e canto e danza

 

ogni mille dei nostri amori

un passo

ogni mille dei nostri amori

un sasso

tutti bianchi

colore del tuo abito da sposa

 

intento starò in attesa

a cantare i nostri respiri

contento di inspirare

come sempre amore

 

l’altro verrà presto

 

(e sarai tu tenera bambina

come sempre a seguirmi)

 

lesta la danza dei sassi

con i tuoi passi volerai 

 

ogni mille delle nostre albe

un passo

ogni mille delle nostre albe

un sasso

di colore bianco

come le luci che destano i giorni 

 

là dove il sentiero si compie

ci guarderemo ancora

e sarà come allora

 

si guarderanno

nude le nostre anime

 

dentro il tuo sorriso

sette saranno i cieli

di colore bianco e bello

come i nostri infiniti

e come Dio

 

Lui ogni eternità

parlerà con noi

e uno a uno

i sette sassi

bacerà

 

 

non so quest’anno come saranno

 

forse rossi di peccato e melograno
o azzurri abissali di marea e d’abbraccio
o giallo sfacciato di provocante limone
o verdi d’amore giocato sul prato

 

non so come saranno quest’anno

 

forse umidi di parto teneri cucccioli
forse prodigiosi forti danzanti destrieri
forse timide tremule tremanti gazzelle
forse aquile estreme alte in ebbra vertigine

 

come saranno quest’anno non so

 

di certo io so
che sempre venti
saranno quest’anno
i tuoi anni,
infinita stupenda anima dell’anima mia

 

 

 

Matilde

 

Matilde est née

il y a deux jours

 

je la tiens toute

dans ma main

de grand-père

 

ma main tenant le futur

le futur tenant ma main

 

 

A Rosi che mi fa allegro

Come mai farò a non essere allegro?

Mi sveglio la mattina

ed ho lì

accanto a me

il tuo sorriso,

il più bello

e simpatico.

Di giorno respiro le magie di fata

delle tue giornate.

Ogni ora poi ti sposo

ogni volta di più.

E la sera mi tuffo nel tuo abbraccio.

M’addormento per sognarti

e sogno di ritrovarti.

La morte sarà il risveglio

per parlare con te di Dio

e con Dio di te.

Come potrò mai non essere allegro?

 

 

L’essere umano è complesso, non complicato

Nel mio lavoro di terapeuta ogni giorno tocco con mano abissi di profondissima complessità. L’essere umano – mi trovo spesso a dire – non può non essere creatura divina. Se non lo fosse, sarebbe soltanto un banale, complicatissimo meccanismo di 60-70 chili d’acqua. Non saprebbe, come sa, di disperazione e di gioia, di noie sorde e di inquiete attese. Né le sue angosce sarebbero tanto assurde. Né saprebbe di paniche sorprendenti taciute speranze. Prima dell’uomo sono preghiera la sua disperazione illimitata, le sue paure urlanti, la sua infinita angoscia, la sua stessa stupefacente stupita stupidità, il suo tenerissimo timidissimo bisogno di affidarsi, la sua voglia così negata e ostinata di tenera dolce in-amorante spaesante carezza.

 

 

Preghiera al Padre

 

Restituirò a te, Padre,

ogni mia umanità,

riporrò me stesso

nel tuo gesto d’inizio,

nel tuo stupore di Parola e di Soffio.

Imploderò in te.

Finalmente godrò gli attimi

contemplati nell’eterna continuità,

finalmente vivrò le eternità

nella gioia brillante

degli attimi di un unico attimo.

 

Una solitudine nuova

oggi sbrana l’uomo:

più non si identifica l’individuo,

l’impotenza vive della identità,

l’angoscia inspira dello smarrito spaesarsi

dei mondi.

 

Nel tuo stupore riprenderò

il gioco saggio del simbolo

Rosi aspettando,

abbandonato in te

come bambino

in un sonno gustato.

 

io invece di questo stupore sono sicuro

 

anche se penso alle età

non ricordate

dell’infanzia

ho nella carne questo stupore

che a tutto guardava

spalancandosi

 

    già nell’utero

    – ne sono sicuro –

guardavo e intuivo

la luce

stupito

 

 

scritta a Neuchâtel alla Cafeteria della Cité Universitaire il 3 luglio 1972, dopo avere riletto Agostino, Confessiones, I VII 12.

 

poesia del clandestino

 

vorrei salire su un gommone

rischiare la morte in mezzo al mare

e potere vedere l’Italia

 

come la vedono loro

 

con i loro occhi spalancati

di chi fugge le paure

 

con i loro sguardi di attesa e futuro

di spregiudicata speranza

di fede disperata

 

con la ricchezza

di chi sa rischiare tutto

 

con la povertà

di chi non vuole nulla

perché attende tutto

 

vorrei tenermi in bocca l’Italia

come sanno fare i bambini

quando tengono in bocca il bello e il nuovo

 

vorrei gustarla con l’arguzia

della bocca curiosa

affamata di speranza e futuro

la bocca di un bambino

la bocca balbettante del clandestino

 

vorrei amarla con la loro disperazione

sognarla con il loro coraggio

 

vorrei desiderarla

come loro nelle loro utopie incarnate

sanno desiderare la vita

 

vorrei sposarla

con l’arte del distacco totale

lasciando i padri e le madri

come sanno fare le loro fami e le loro seti

 

con questa terra

vorrei concepire i miei figli

entrando nella vagina delle esclusioni

fecondandola del seme

di chi cerca sé stesso

facendola partorire di popoli nuovi

numerosi come le stelle del cielo

e i granelli di sabbia dei mari

 

sarà bello il giorno dello sbarco

il primo bacio

là sul confine delle onde

dove il tempo dell’attesa

si schiude e sa guardare le epoche

e pregare l’assoluto

 

 

 

vorrei che ci fossero ancora le montagne

quelle grandi e alte

sconosciute agli schiavi

ci salirei per essere uomo

 

vorrei che ci fossero ancora

le coscienze pulite

canterei con loro le canzoni più belle

quelle dove l’anima danza la gioia

e respira la grande speranza

 

vorrei che ci fossero ancora i sentieri

dove solitari camminano

gli innamorati

lì incontreremmo Dio

parleremmo con Lui

e anche Lui sarebbe felice

 

 

 

Questa poesiola venne scritta nel novembre ’71 in Svizzera romanda, cinque mesi dopo che conobbi Rosi. Venne musicata da un mio compagno di studi texano, Robert. Ne uscì una canzone, che a Rosi piacque molto.

 

je crois à la terre

qui s’étend dans nos coeurs

je crois à l’envie de revenir

je crois à tes mots silencieux

je crois à toi

en ton sourire

qui s’écrie au de là des eaux

à tes yeux qui prient

dans les arbres

à tes bras qui se lèvent

au-dessus des montagnes

oui je crois

et je me plie

à te regarder

 

 

tu Rosi conosci le piante

sussurri con loro i venti potenti

gli aliti sottili-inavvertiti

tu conosci i gatti e tutti i piccoli esseri

in cui da sempre vivono ritrosia e amore

 

tu delle ore assolate smarrite

devastate dall’ansia

conosci i silenzi e la gioia

 

tu conosci ogni piccolo linguaggio

ogni fiducia abbarbicata in fondo alla vita

tra le tue dita scivola eterno il discorso

 

sillaberemo un giorno

i sussurri delle piante

la protesta muta del gatto

 

 

vorrei essere stato cieco

oggi mi gusterei la luce dell’alba

il rosso dei tramonti

 

vorrei essere stato storpio

ora mi godrei la schiuma dell’onda

camminando là dove la spiaggia

fa l’amore con il mare

 

vorrei essere stato sordo

fra poco mi vibrerebbe l’anima

al sussurro delle fronde

 

vorrei essere stato

tutte le diversità dell’uomo

e tutte le unicità della creatura

Dio mi bacerebbe di ogni sua eternità

 

Giovedì Santo – In cena Domini 

e mentre cenava con loro

prese il pane e rese grazie

 

  

le dita, stasera, frantumavano

le essenze

e in-dicavano l’Altro

 

stasera, quando il paradosso

guarisce e redime l’assurdo

 

 

 

A Rosi incinta (di Monica, come poi si seppe) – Poesia per la festa della mamma

Mi piaci con questo tuo pancione

che ti cammina davanti

sicuro e pettegolo,

mi piacciono i suoi piccoli movimenti

di terremoto

e di mare.

È questo tuo ventre di attesa il tempo,

questa tua cupola di vita,

questa tua caverna di mistero,

questo tuo riempirti di gioia

e di pane caldo.

Vedrai i suoi occhi di stupore e scoperta,

i suoi piedini piccoli-gonfi,

i suoi sonni totali

e le poppate avide-torrenziali.

Ti troverai femmina nuova

nel vigore insospettato della madre-foresta

quando il latte doni

fresca di vita

e dolce nelle linee di grembo e di accoglienza.

Sei donna grande e tenera bambina,

sei dolce di una dolcezza nuova

dorata, quasi santa di sfumature,

dove la parola tace stupita e ascolta,

dove il gesto torna a decidere lo spazio

e l’amore il tempo.

Le mie mani ti carezzano il viso

nel tempio raccolto

delle dita.

agosto ’74

 

 

 

là dove ci si attende

incontrerò ancora mia mamma

 

torneremo insieme bambini

 

giocheremo a raccogliere

sulla riva del mare

sassi colorati lucidi di onde

 

saremo quel che siamo sempre stati

due piccoli bambini

che amano giocare

sui confini dei mondi

 

 

Preghiera per la festa della mamma

In morte di Colomba, mamma del mio amico Carlino

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non va in ansia per i suoi figli,

perché ha piena fiducia in loro e li stima.

E così ottiene due importanti risultati:

ha figli in gamba,

e lei vive serena fino all’età dei tramonti

lontani e profetici.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non teme di lasciare soli i suoi figli,

perché ha dato loro non legami soffocanti e dipendenze,

ma autonomia e autenticità.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli conoscono la verità che rende liberi,

e lei con gusto può raggiungere le nuove terre

e i cieli nuovi della Città celeste.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non dubita dei suoi figli né li controlla,

perché crede in loro e li incoraggia

nelle loro ricerche e nei loro cammini.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli sanno sperare al di là di ogni speranza,

anche quando gli altri disperano,

e, là dove finisce il sentiero,

lei può incontrare il volto sperato di Dio .

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non pretende che i suoi figli

si volgano indietro a consolarla,

perché sa quanto è bello darli al mondo e alla vita.

E così ottiene due importanti risultati:

gli occhi dei suoi figli portano consolazione

e amore al mondo intero,

e lei alla sera della vita vede il grande Consolatore.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Anche Dio, che è dolce, saggio e simpatico,

non va in ansia, non teme, non dubita, non pretende,

quando alla fine di questa vita

una creatura torna a Lui e gli chiede

di essere abbracciata e accolta nella gioia,

perché anche Dio ama essere abbracciato e accolto.

Per questo ha creato le mamme.

E così ha ottenuto due importanti risultati:

ha dato una mamma a ogni uomo,

e, attraverso lo Spirito Santo, in Gesù,

ha potuto avere una mamma anche Lui,

una mamma dolce, saggia e simpatica.

Proprio come la nostra

tenerissima Colomba.

 

gli anni compiva a maggio mia madre

 

attendevano le rose quel giorno

per potere poi

pure loro

fiorire

 

 

 

 A mia madre

E ancora ci rivedremo

io e la tua mano possente

(e pur così piccola e cara

e vanitosa d’anelli d’azzurro e d’oro)

e mi spingerai ancora nella vita

con la violenza di un parto ripetuto,

con la violenza della vita,

quando senti nel limite l’assoluto

quando senti come tu sola senti,

e sei tempio e sei annuncio.

 

Mi hai insegnato a non rinunciare mai,

a sentire la poesia nel vero, là dove i gabbiani

sanno, loro soli, volare

sulle acque livide, incredute,

sulle tenebre scure delle notti assolute.

Mi hai insegnato a portarmi dentro

le tensioni delle albe, quando la luce è faticosa

e s’apre a pena sulle giornate,

ma già lo stupore ha deciso e agito,

già i cammini sono indicati e già l’affetto è sicuro.

 

Sono tornato una sera a camminare

nel nostro paese dalle strade sole come sempre

e freddo ancora d’inverno;

ti ho risentita, lì, come una giovinetta,

che, con me, riscopriva il passato.

 

scritta nel 1981 a pochi mesi dalla morte

 

 

 

Nuvole sotto, nuvole sopra,

nuvole dentro, nuvole fuori,

nuvole sono, nuvole sei,

nuvola Dio, nuvola l’uomo.

 

Un cielo terso che senso ha?

 

 

 

 

Come saranno degli svizzeri i sogni?

 

Sapranno sognarli i sogni?

 

Sapranno dalle casse dei loro orologi,

dai buchi dei loro formaggi,

dai loro santi caveaux

sapranno, che dici?,

 

lanciarsi sulle nuvole, e squarciare gli spazi,

ed entrare nel sole

e dei simboli vivere il vibrante rinvio?

 

Forse umane sono le loro notti di lago,

 

quando là tra i boschi la Suisse aussi

qu’elle est belle! N’est-ce pas, monsieur l’Abbé?

 

 

 

esisteva un mago strano

conosceva le parole una a una

abitava le montagne

 

un giorno si innamorò

– lui l’incauto –

di un silenzio detto per caso

 

 

il tempo e lo spazio

l’uno nell’altro sono esplosi

e poi di nuovo implosi

e poi rapiti e da capo smarriti ed ancora stupiti

 

è stato oggi alle tre

 

quando l’anima di un tuo bacio

violenta

li ha obbligati al nome

e al senso

 

 

 

ho preso lo spazio e gli ho detto

“su, diventa piccola casa”

 

poi ho preso il tempo e gli ho detto

“su, fatti giorno e notte”

 

e nella piccola casa te ho portato

e giorno e notte ti ho donato

 

 

poi ho preso un poco di lago d’argento

poi una valle aperta e magica e bella

poi il tutto ho posto

in cima al monte che si specchia nel lago

 

lì ti ho portato una sera di luna

 

e lì nella piccola casa

lì nello spazio racchiuso

abbiamo baciato il tempo

e carezzato le storie

e dolcemente abbracciato le epoche

 

 

 

 L’ autobus si fermò.

Era in orario.

Salì un vecchio

ch’era in ritardo

con la vita.

Il tempo non capì più

che cosa dovesse fare.

 

Gracchia la rana, razzola il maiale,

anche l’asino si mette a scalpitare.