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Tag Archives: violenza sul diverso

Dopo il mio articolo di ieri (Ad Almenno San Salvatore, qui vicino a Bergamo, “educatrice maltratta bimbo disabile, arresti domiciliari”) un amico mi fa notare quanto avessi previsto episodi tipo quello dell’educatrice di Almenno San Salvatore (Bergamo) che ha usate gravi e ripetute violenze su un bambino disabile di nove anni impossibilitato a muoversi, parlare, difendersi. In effetti, alla fine di un mio articolo di settembre (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso) concludevo:

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

Purtroppo sono stato e resto facile profeta.

 

Riporto e poi commento qui il comunicato ANSA battuto da poco:

BERGAMO – Le telecamere a circuito chiuso della cooperativa, dove presta servizio come educatrice, l’hanno colta mentre maltrattava un bimbo di nove anni affetto da una grave malformazione genetica. Dopo la denuncia dei genitori, i carabinieri hanno installato un altro occhio elettronico nella stanza del bambino, e la telecamera ha ripreso la giovane donna mentre esercitava violenza nei confronti del piccolo paziente. Per questo, una ragazza bergamasca di 29 anni residente ad Almenno San Salvatore (Bergamo) è finita agli arresti domiciliari.

A smascherare l’educatrice sarebbe stata una telecamera lasciata inavvertitamente accesa mentre la donna si trovava da sola insieme al piccolo di nove anni, che a causa del suo handicap non è in grado di parlare, né di muoversi ed è costretto a vivere su un passeggino. Quando i genitori si sono accorti dei maltrattamenti, hanno presentato una denuncia ai militari dell’Arma. Nella stanza del piccolo è stata allora installata un’altra telecamera, che nei giorni successivi ha ripreso di nuovo la donna in atteggiamenti violenti nei confronti del giovanissimo paziente.

Il giudice per le indagini preliminari di Bergamo Giovanni Petillo ha emesso dunque un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che i carabinieri hanno eseguito nelle scorse ore”.

Almenno San Salvatore è qui a una manciata di chilometri da casa mia, per cui la notizia mi ha particolarmente sconvolto. So che non è corretto che la nostra reazione all’ingiustizia e alla violenza possa essere più o meno condizionata e dettata dalla vicinanza fisica, emotiva, affettiva o quant’altro. Come ricordava l’anima prodigiosa di don Primo Mazzolari, dovremmo sempre e comunque sentire il dovere e il diritto di protestare contro l’ingiustizia e la violenza, perché ogni ingiustizia e ogni violenza colpiscono e negano l’immagine del Padre che ogni uomo è o – più laicamente – la dignità umana

Ma il pensiero di quel bambino mi turba. Il mio vecchio amico spastico dalla nascita, che ogni tanto ascolto, come ben sanno i lettori di questo blog, mi ha subito telefonato e mi ha chiesto di dire quanto danno possa fare un’ingiustizia e una violenza di questo tipo su di un bambino, soprattutto se sono perpetrate da una persona che dovrebbe aprire il tuo cuore, la tua mente, la tua anima, la tua vita, la tua speranza. Mi ha detto la ferita terribile che procurano e quanti oceani e abissi bisogna poi affrontare per riuscire a elaborare ferite di queste tipo, con il rischio di naufragare a ogni pur lieve battito d’onda. Lui lo sa, perché gli è capitato di dovere subire tali ferite più volte nella vita, spesso proprio da educatori, insegnanti, medici, parenti, cioè proprio da quelle persone che più delle altre dovrebbero aprire alla vita, alla curiosità, al sapere, alla gioia e al diritto di vivere e di essere.

Mi prega di dire ai lettori di intervenire e farsi sentire il più possibile. Mi prega di gridare contro il dilettantismo ideologico e speculativo che troppo spesso informa e identifica l’azione sia di molte non meglio precisate “cooperative” sia di molti politici e amministratori che, a vario titolo e con varia motivazione, si servono di esse, spesso con spirito un po’ mafiosetto, di certo non sempre attento alle reali competenze, qualifiche e motivazioni dei cosiddetti “operatori”. Mi prega di denunciare quanto spesso dietro queste “cooperative” si nascondano logiche di mero accapparamento di posti, di bruto esercizio di potere da parte di gruppi più o meno vicini a partiti o a conventicole vicine ai partiti. Mi invita a ricordare come il vero scopo di molte di queste “cooperative” sia – più o meno dichiarato – quello di svuotare le istituzioni del loro compito, di privarle di senso, eliminando quella possibilità di garantire competenze e qualità di servizio che bene o male le istituzioni sanno comunque garantire, senz’altro più di quanto lo garantiscano molte di queste “cooperative” che facendo leva sulla difficoltà a trovare posti di lavoro assumono troppo spesso in modo sommario, sotto sotto ricattatorio, impedendo a chi ha davvero titoli e competenze di fare valere la propria voce al fine di offrire un vero servizio.

Non so che titolo e che competenza avesse questa non meglio precisata “educatrice” di 29 anni, né che titoli e che competenze avessero quelli che l’hanno selezionata e assunta e non controllata (e che forse senza la denuncia dei genitori e senza le telecamere l’avrebbero pure difesa; di certo non hanno adeguatamente verificato e controllato il suo operato), né che titoli e che competenze avessero gli amministratori o i politici che hanno permesso di lavorare a questa “cooperativa” e a questa “educatrice”.

Non so a che cosa servano gli “arresti domiciliari” ordinati dal giudice Giovanni Petillo, né che senso egli abbia o possa avere della violenza usata su un minore totalmente indifeso e totalmente impossibilitato a sottrarsi alla volenza. Per legge i “domiciliari” non vengono attribuiti (e si finisce perciò in galera) quando si verifica uno o più di questi tre punti: 1) il reato prefigurato è grave e può essere reiterato; 2) esiste il rischio di inquinamento delle prove; 3) c’è pericolo che l’indagato fugga. Se con il magistrato che ha concesso i “domiciliari” posso essere d’accordo sulla non esistenza dei punti 2) e 3), faccio invece molta fatica a pensare che non possa sussistere il punto 1). Chi usa violenza su una persona del tutto indifesa e per giunta dipendente all’interno di un rapporto tanto asimmetrico e carico di responsabilità e di valenze esistenziali, psicologiche, logiche, etiche e morali quale per sua natura è un rapporto di “educazione”, per giunta con un minore indifeso, ha in sé una tale carica di violenza che o è altamente problematico e come tale va urgentemente curato anche e soprattutto a partire dal magistrato, oppure è a elevato rischio di nuova violenza sociale, tale che non so come il magistrato possa escludere la possibilità della reiterazione della violenza. Ripeto, non capisco proprio perché il magistrato abbia concesso i “domiciliari”. Di certo la violenza non sarà ripetuta in quelle stanze o molto probabilmente non la sarà in quella “cooperativa”, ma di certo la violenza tornerà ad esprimersi da parte di chi è giunto a tanto. Che senso del reato ha il giudice Petillo? Avrebbe assegnato i “domiciliari” anche per uno stupro ripetuto su minore? Non sa che una tale violenza ha sulla psiche di un minore indifeso di nove anni lo stesso terribile peso di uno stupro ripetutu e forse molto, molto peggio?

Intanto il bimbo è lì con i propri piccoli nove anni e il proprio enorme fardello di violenza subìta. So benissimo che forse per lui poco muta se la “educatrice” è non ai “domiciliari”, bensì in una casa di cura o in carcere, ma di certo tutto muta primo per i suoi genitori, che hanno il diritto di vedere riconosciuta a pieno l’assoluta violenza subìta dal loro bambino e – in lui – da loro stessi; secondo per tutti quei bimbi che potrebbero anch’essi domani subire una tale ingiusta violenza; terzo per tutti noi che a causa di violenze siffatte ci troviamo a vivere in un mondo sempre più barbaro e vuoto, sempre più deprivato di diritto, di ricchezza, di speranza e di gioia.

Il mio vecchio amico spastico mi ha ritelefonato poco fa e mi ha detto di non badare se Almenno San Salvatore è qui vicino. Mi ha detto che di fronte all’ingiustizia e alla violenza si può e si deve comunque protestare e denunciare, perché, quando l’umanità e la giustizia, si allontanano siamo tutti ugualmente legittimati a denunciare la violenza, a protestare contro l’ingiustizia, a volere un mondo nostro e di tutti, più bello e più vero. Almenno San Salvatore non è soltanto qui vicino a Bergamo. È primo di tutto vicino all’umanità di tutti gli esseri umani e alla dignità del Padre.

Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso

Con frequenza crescente e sempre più aspra, la cronaca ci parla di aggressioni, pestaggi, violenze, omicidi ai danni di omosessuali, extracomunitari, rom, barboni, prostitute e tutti coloro che sono in un modo o nell’altro diversi.

La dinamica psichica che sta alla base di tutti questi episodi si chiama “identificazione proiettiva”: si proietta sull’altra persona (il diverso) una parte rifiutata e negata del proprio Sé, così che – una volta proiettata e identificata in lui – possa in lui essere negata, violentata uccisa. È come se l’altra persona fosse lo schermo su cui proiettare, identificare, aggredire il fantasma dei propri mostri interni; è come se nell’altra persona si aggredisse, violentasse, uccidesse sé stessi, la parte più profonda e negata di sé, quella che non si vuole e non si può ammettere di essere. Non a caso, caratteristica comune di questi fatti è l’estremo coinvolgimento del persecutore nei confronti della vittima, la sua estrema violenza e furia o, all’opposto, la sua freddezza glaciale e la sua superficialità disarmante (“l’abbiamo fatto per noia”). Se alla base non ci fosse l’identificazione negata con la vittima, non ci sarebbe né l’estremo coinvolgimento, né l’estrema estraneità. Se l’altro fosse solo altro non ci sarebbe tanto fastidio, tanto trasporto, tanta violenza o, all’opposto, tanta e così totale assenza di empatia.

La parola “omofobia”, che letteralmente significa “paura dell’identico” e che di solito viene attribuita soltanto a chi aggredisce e colpisce gli omosessuali, in realtà potrebbe essere applicata a tutti i soggetti che usano violenza contro chi è diverso, proprio perché a livello profondo il diverso è sé stessi, la propria più profonda identità, quella di cui, appunto, si ha paura.

L’”identificazione proiettiva” è una dinamica psichica difensiva propria di persone che, nella strutturazione della loro psiche, presentano strutturazioni dissociate o nodi dissociativi profondi, spesso tanto profondi che solo l’occhio esperto del clinico può individuarli. Si tratta di personalità con grosse sofferenze mai affrontate, mai elaborate, mai risolte.

Facendoci da specchio, il diverso smuove la parte più profonda del nostro Sé, la provoca, la interroga, la mette in gioco. Se il nostro Sé ha vuoti profondi, ferite mai elaborate, carenze mai colmate, solitudini mai abbracciate, rifiuti o abbandoni mai superati, allora la presenza dell’altro può farli affiorare ed esplodere, proprio perché, nel rapporto con l’altra persona, viene rimesso in atto il rapporto con sé stessi, spesso improvvisamente e con la violenza di un corto circuito inarrestabile.

Come dicono sociologi e psicologi, siamo ormai da tempo nella società e nella cultura del narcisismo, dove la tipologia media delle personalità presenta tipologie di strutturazione estremamente delicate, sempre più fragili, con deficit di strutturazione psichica propri dell’area psicotica e dell’area borderline, dove appunto si annida e vive la dinamica della “identificazione proiettiva”. Di fronte a queste personalità sempre più fragili e destrutturate, la presenza stessa del diverso diventa insopportabile pro-vocazione (che letteralmente significa “richiamare davanti a sé”) di sé a sé stessi. È lì la tragica culla della omofobia e della violenza sul diverso, fenomeni che – facile e terribile previsione – aumenteranno a dismisura.

Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia in sé una non adeguata, affrontata, elaborata identità di genere, di fronte alla presenza della omosessualità o, più in generale, di una sessualità per lui non abituale e non affrontabile (per esempio quella della prostituta o quella degli handicappati) sarà smosso, messo in crisi; proverà vissuti di “fastidio”, “voltastomaco”, tanto più profondi e insopportabili, quanto più non risolta a livello profondo è la sua identità di genere, quanto più profondo, massiccio e urgente è il suo “bisogno” di sentirsi maschio o femmina. Fino alla possibilità della esplosione aggressiva violenta e anche omicida. Dopo una lunga incubazione dei vissuti (spesso nel segno, per esempio, dell’esibizione maschilistica o machista o della ricerca di conferme anche alla propria virilità, quali lunghe ore di palestra cure eccessive e ossessive al proprio corpo ecc.), a fare scattare la violenza è spesso una presenza del diverso vissuta come eccessiva esibizione, come orgoglio indebito, come provocazione intenzionale, come se il diverso con la sua sola presenza fosse lui a colpire, aggredire, offendere.

Altro caso. Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia dentro la profondità magari del tutto dimenticata o mai ammessa del proprio Sé un rifiuto subito o rischiato (per esempio la madre, più o meno inconsciamente, non lo voleva o avrebbe voluto abortirlo o abbandonarlo), di fronte alla presenza della diversità rifiutata o rifiutabile, quale può essere quella di un extracomunitario o di un rom o di un barbone o di un handicappato sarà smosso, messo in crisi e dopo i vissuti di “fastidio” e “voltastomaco”, potrà arrivare alla aggressione o alla violenza.

L’altro ci fa da specchio proprio con la sua diversità. È la grande risorsa dell’essere persone tra persone, creature tra creature. Ma può anche scatenare l’inferno, se l’incontro è tra persone tanto ferite e destrutturate da vedere nell’altro soltanto quell’inferno che hanno dentro di sé.

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.