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Tag Archives: terapia della psicosi a Bergamo

Un mio amico, recentemente separatosi dalla moglie, mi chiede come debba comportarsi con il cognato Giovanni, cinquantenne e psicotico, che si è rifiutato di rispondergli al telefono (“Ho cercato di parlargli tempo fa, di avere un confronto con lui, ma si è fatto negare al telefono, una scena pazzesca, la madre faceva finta di chiamarlo al telefono, lo chiamava forte, lui era lì, poi mi sono sentito dire: “Non c’è, non lo trovo”. E’ scappato.”).

Ho risposto come segue.

Difficile capire come esattamente ragioni o pensi oggi Giovanni. Non dimenticare che la psicosi è non uno stato, ma un processo, per giunta un processo all’indietro, implosivo, nel quale il Sé è difensivamente sempre più risucchiato in sé stesso. Una paura difende e nasconde l’altra. Potrebbe non avere risposto al telefono semplicemente per paura di fronte a una comunicazione non prevedibile per lui. Da quando ti sei separato, tu per lui sei imprevedibile, l’imprevedibilità per essenza, estrema. Per una persona psicotica, ogni separazione incarna l’angoscia, è l’angoscia estrema (“angoscia di separazione”), del tutto invivibile: proprio per difendersi da questa angoscia il Sé si dissocia e precipita nella psicosi.

In quanto capace di separazione, tu sei diventato per lui una specie di UFO, con cui lui non sa più come comunicare. Lo terrorizza ogni possibilità di separazione,di distacco. Come fa a comunicare con te, se tu vivi l’esperienza che per lui è l’invivibile, l’impensabile, l’improponibile? Non può permettersi di avere in comune con te neppure una telefonata, soprattutto ora che tu sei per il suo Sé del tutto imprevedibile e, quindi, ingestibile. Per lui è possibile comunicare solo se e quando la comunicazione è prevedibile, quando sa che domanda ci sarà e che risposta ci sarà. Un discorso aperto, che possa snidare il Sé dalla propria “fortezza vuota”, come la chiamerebbe Bettelheim, è invivibile per lui. Se, come temo, la situazione è questa, Giovanni va lasciato tranquillo il più possibile, va rassicurato, gli vanno forniti schemi di domanda e risposta prevedibili, il più stereotipati possibile. Se si insiste con contatti per lui imprevedibili, potrebbe rispondere con paura aggressiva. In queste persone l’aggressività è sempre una risposta difensiva di fronte a una imprevedibilità vissuta come invasiva e destabilizzante.

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

Psicosi e ricorso a santoni, maghi, sensitivi ecc.

 

Prima di essere il problema di un individuo il processo psicotico è problema ed evento del sistema familiare e delle relazioni che lo costituiscono. Per usare un’immagine mutuata dal mondo dell’elettricità, il sovraccarico o la carenza di tensione, prima di essere un problema della singola lampadina, è un problema del circuito. Se voglio proteggere le lampadine, devo perciò intervenire subito sul circuito e garantirne il regolare funzionamento.

Ricordo come per questo sito la psicosi è non uno stato, ma un processo, che, come tale, può ulteriormente aggravarsi o regredire. Ciò vale per l’individuo e, a monte, per il sistema familiare e per il gioco relazionale che lo caratterizza. La regressione e il superamento del processo psicotico (cioè la sua “guarigione”) possono – a parere di chi scrive – essere correttamente ottenute soltanto grazie a un intervento di psicoterapia sistemica, che giunga all’individuo proprio a partire dal sistema. Altrimenti l’individuo finisce con il sottrarsi alla possibilità di essere aiutato.

Uno dei parametri diagnostici, forse il primo e più evidente, della gravità del processo psicotico in atto in un sistema è la negazione – da parte dell’intero sistema o di uno o più individui del sistema – di ogni richiesta d’aiuto o, più radicalmente ancora, di ogni necessità di riferimento a figure esterne al sistema e/o al suo bisogno di  vero cambiamento: o non ci si fa aiutare per nulla o – se ci si fa aiutare – si ricorre a terapeuti o a metodologie terapeutiche che non modificheranno in nulla l’equilibrio relazionale del sistema e che accetteranno come paziente soltanto la persona designata come problematica dalla famiglia, di fatto legittimando con ciò la patologia relazionale del sistema. Non a caso nella terminologia sistemica colui che la famiglia presenta come “il problema” è chiamato “capro espiatorio”.

Molto, troppo spesso il sistema interessato da giochi psicotici si rivolge anche a figure non competenti o non legalmente riconosciute, quali maghi, santoni, cartomanti, sensitivi e via dicendo. Non è raro, purtroppo, il caso in cui la famiglia e/o gli individui ricorrano a un uso patologico e patogeno della religione, vissuta in modo distorto e letta – sotto sotto – come fatto magico, superstizioso, isterico, permeato di un misticismo solo emotivo e con tratti quasi alllucinatorii. Anche qualora questi maghi o santoni siano in buona fede (cosa peraltro rarissima), il ricorso a essi quantomeno ritarda e rinvia nel tempo il ricorso a figure davvero competenti. Tale ritardo o rinvio è gravemente dannoso, proprio perché collude di fatto con il procedere e il radicarsi del processo psicotico.

 

Il disturbo psichico, la coppia e il sistema familiare

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

uno psicotico si può innamorare?

 

Se per “psicotico” si intende lo psicotico grave, quello che ha già subito pesanti scompensi, quello che vive un ritiro massiccio dalla realtà, quello che già presenta i cosiddetti “sintomi positivi” della psicosi, cioè il delirio e l’allucinazione (la loro permanenza per un periodo di sei mesi fa scattare la diagnosi di schizofrenia), allora occorre dire che non ci sono le condizioni dell’innamoramento.

Come può un Sé in difesa, tutto arroccato nell’evitamento di ogni incontro e confronto con l’alterità, diffidente di fronte a qualsiasi parola, paranoide davanti a ogni sguardo, come può in-amorarsi, cioè “entrare nell’amore”, “sprofondarsi nell’amore”, “lasciarsi andare all’amore”? La psicosi impedisce ogni lasciarsi andare, lo teme come il peggior nemico, impedisce che possa mai accadere, controlla ossessivamente ogni sua imprevista evenienza, rifugge da tutto ciò che comporti l’affidarsi, il mettersi nelle mani e nella iniziativa dell’altro. Un partner può essere accettato solo se è funzionale al sistema difensivo e paranoide dello psicotico, rafforzandolo ulteriormente. Ma, allora, questo non è amore. Questo – nel suo tragico estremo – sono Olindo Romano e Rosa Bazzi, i due coniugi di Erba che hanno fatto strage dei loro vicini di casa: l’un partner consolida e conferma la paranoia dell’altro; uniti sentono ancora di più gli altri come nemici, li avvertono e vivono come aggressione confusa, minacciosa, incontrollabile; alla fine li uccidono, così da impossessarsi magicamente di loro controllandoli per sempre. Quello di Olindo e Rosa non è amore. È folie à deux, “follia a due”, pazzia condivisa, alleanza necessaria di fronte alla minaccia panica, a ogni minaccia, a tutte le minacce. Non è amore; è rifugio nella fusione. È sistole fusionale che nega ogni diastole alla vita. Nulla più della fusione dà l’illusione dell’amore. Nulla più della fusione nega l’amore. La fusione nega la relazione. L’amore è relazione, è il suo danzare continuo, il suo inesauribile lasciarsi e riprendersi, fidarsi e affidarsi, vivere e lasciarsi vivere, identificare e lasciarsi identificare. Fusione invece è labbra troppo vicine perché possano parlare, occhi troppo appiccicati perché riescano a vedere, respiri troppo esproprianti perché permettano di emozionarsi e di vivere, identità troppo sovrapposte perché possano esistere. Relazione è lasciarsi dire nel gusto della parola giocata e rigiocata, è lasciarsi guardare guardando e riguardando; è anima d’emozione, sintonia con i respiri del mondo; è identità sempre nuova, riproposta, sempre d nuovo interrogata e provocata.

Certo, non sappiamo che cosa esattamente il lettore intendesse per “psicotico”, quando ha cliccato la domanda su Google. A modo suo, “psicotico” è anche ciascuno di noi, quando il suo Sé comincia a chiudersi un po’ troppo, a temere l’altro più che a desiderarne l’incontro, a evitare il confronto con gli altri più che a cercarlo e a viverlo come risorsa. Se tutto questo non riguarda le strutture profonde e arcaiche del Sé, ma è solo un processo di chiusura momentaneo, allora non solo lo “psicotico” può innamorarsi, ma è un bene, una fortuna che gli accada. Se tutto questo riguarda il Sé di un individuo che esca da un sistema familiare plastico e vivo, disposto ad accogliere, confermare e festeggiare l’innamorarsi, allora anche il più timido degli innamoramenti è evento non solo possibile, ma positivamente probabile.

Come si è già detto in questo sito, la psicosi è non uno stato, ma un processo di progressivo e difensivo ritiro dalla realtà e dal confronto con la alterità, processo che, prima di essere problema o patologia dell’individuo, è problema o patologia dell’intero sistema familiare o, per dirla con Mara Selvini Palazzoli, dei suoi “paradossi” e dei suoi “giochi psicotici”. La domanda del lettore, allora, ne presuppone altre ben più impegnative a monte: che sistema familiare c’è alle spalle dell’individuo che si innamora?, i sistemi familiari patogeni permettono l’amore?

Nel post di ieri ho parlato di neandertalizzazione della famiglia. Indicavo con ciò il tentativo ormai epidemico di bloccare la famiglia su se stessa, quasi fosse un uovo che, invece di aprirsi e lasciare uscire le nuove generazioni, si trincera nel proprio durissimo infrangibile guscio, come una matrioska familiare invalicabile, che non partorisce mai i figli. L’amore in queste famiglie e per queste famiglie diventa sempre più raro, difficile, spesso ha tragico o combattuto destino. Aumentano invece a dismisura le dinamiche incestuose, le violenze e gli abusi intrafamiliari. La sessualità si viene fissando o sulla polarita del progressivo disinnesco da ogni significativo vissuto emozionale e affettivo o sulla polarità dell’espressione “sporca”, “bestiale”, incapace di bastare a sé stessa: da un lato una sessualità asettica, di routine, “santa”, “pura”, apollinea, svuotata di passione; dall’altro una sessualità febbrile, ossessiva, da sballo, bacchica, orgiastica, caricata di frenesie mai capaci di vera intimità e continuità. La procreazione e la genitorialità tendenzialmente si riducono, diminuiscono; se ci sono, vengono comunque agite all’interno di dinamiche troppo spesso reattive o strumentali: come bisogno e autoaffermazione del genitore, come pretesto per esistere o per negare di esistere (identificandosi nel bimbo abortito, sotto sotto si abortisce sé stessi), come alternativa alla noia, come alibi della irresponsabilità, come lasciapassare “per scappare di casa” (o per illudersi di farlo), come omologazione (“perché lei sì e io no?”), come paura di non poterlo poi più fare (“se non lo faccio adesso, dopo i quaranta non lo posso più fare”). Meno ancora che all’amore, ben raramente ci si lascia andare alla genitorialità. La si teme, controlla, programma, decide, abortisce, procura, esige, adotta. Tutto pur di non viverla davvero.

Olindo e Rosa hanno come loro unici tragici figli da un lato la loro paura della realtà e della vita, dall’altro il bambino da loro ucciso che, nell’omicidio, hanno fatto proprio per sempre insieme alla maternità della sua mamma (per questo penso che il coinvolgimento di Rosa sia stato ancora più follemente condizionante e determinante di quello di Olindo). Chi uccide, tragicamente possiede per sempre, non importa se nella rozza rituale magia di un delirio.

 
 
 
 
 

 

 

 Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.

 

Leggo sull’ultimo numero di “National Geographic”: una delle ragioni che portò alla scomparsa dell’uomo di Neandertal e alla affermazione dell’Homo Sapiens fu la maggiore articolazione della vita sociale di quest’ultimo. “L’unità sociale tipica dei Neandertal aveva le dimensioni di una famiglia allargata. Invece, anche nei siti più antichi di H. Sapiens in Europa «si notano elementi che fanno pensare a popolazioni più ampie» (…). Già il solo fatto di vivere in gruppi più grandi ha delle ripercussioni sia a livello sociale che biologico. I gruppi più ampi richiedono una maggiore interazione sociale, il che rende il cervello più attivo durante l’infanzia e l’adolescenza, obbliga alla elaborazione di un linguaggio più sofisticato e, indirettamente, aumenta la durata media della vita dei componenti del gruppo”. Non solo, aggiungerei io. Aumenta anche la qualità relazionale del gruppo, la sua plasticità, cioè la sua capacità, disponibilità e voluttà a cambiare, a vivere equilibri relazionali sempre più sofisticati e piacevoli.

Come più volte ho detto in questo sito, secondo la psicologia sistemica, che per me e il mio lavoro clinico è riferimento fondamentale, il disagio e il disturbo mentali hanno la loro origine nella disfunzione delle relazioni del sistema familiare, cioè nella sua rigidità e incapacità a cambiare, a mettersi in discussione, a configurarsi in modelli e forme nuove, plastiche, capaci di incontrare, affrontare e integrare la novità.

Ebbene, se penso a molte delle nostre famiglie e al sistema relazionale che le caratterizza, mi viene da assimilarle a quanto “National Geographic” dice dell’uomo di Neandertal.

Genitori, figli, zii abitano sempre più insieme; l’hinterland di Bergamo, per esempio, è pieno di palazzine di 3-4-5 appartamenti tutti abitati da parenti di primo o secondo grado. Oltre ad abitare insieme, lavorano sempre più spesso insieme, magari proprio lì sotto casa o vicino a casa; l’unico ufficio di collocamento davvero funzionante pare proprio essere la famiglia allargata; l’assunzione è ormai sempre più di frequente un evento intra-familiare, quasi un fatto ereditario. Il week end poi lo si passa, anche quello, insieme alle famiglie d’origine, il sabato da una e la domenica dall’altra, in rituali tanto abituali e scontati, che, se per una volta, non si può o non si vuole andare dai suoi di lui o dai suoi di lei, ci si deve scusare, dichiarando il proprio rammarico. In pratica, si tende sempre più a chiudere tutta la vita all’interno dello spazio relazionale della famiglia allargata. Proprio come l’uomo di Neandertal.

Non so se e quanto l’estinzione dell’uomo di Neandertal fosse caratterizzata o accompagnata anche dal diffondersi di sempre più frequenti dinamiche psicotiche. Che questo fosse possibile o probabile, pare suggerirlo ancora l’articolo citato, quando ricorda il loro progressivo “ritirarsi in pochi rifugi prima di estinguersi”. Del resto la psicosi che altro è se non quel progressivo ritirarsi, escludendosi da ogni incontro e confronto con l’alterità, la diversità, la realtà. Prima che essere patologia dell’individuo, questo progressivo ritirarsi ed escludersi è patologia della famiglia.

Sono convinto che forse la ragione più vera, profonda, radicale della crisi sociale e, quindi, politica attuale stia in questa neandertalizzazione della famiglia. Di qui vengono la paura a incontrare la novità e la diversità; di quel viene l’appoggio ai decisionismi reali o presunti; di qui vengono il razzismo, l’intolleranza nei confronti del diverso e di ogni sua diversità. Di qui viene la caduta della capacità lavorativa, economica, imprenditoriale. Di qui vengono le esplosioni di violenza oltre che verso il diverso esterno anche verso chi sta in casa.

Quando diventa un rifugio in cui ritirarsi e difendersi, la casa coincide sempre più con l’angoscia dello spaesamento. Non a caso il termine tedesco tradotto con spaesamento, termine usato sia da Freud che da Heidegger, in quest’ultimo sta a indicare ciò che è “non domestico”, ma anche – paradossalmente – ciò che è domestico al massimo. La vera angoscia è quella che si vive nelle case, dentro le case, quella che è di casa.

In seduta mi capita spesso di fare una domanda: “che succederebbe se per qualche mese lasciassimo una stanza come questa al buio, con tutte le finestre, le tapparelle e la porta sempre chiuse?”. “Verrebbero la puzza e la muffa. L’umidità trionferebbe”, mi rispondono puntualmente. Al che non mi resta che concludere: “E perchè mai con le vostre famiglie voi fate proprio così?”.