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Tag Archives: terapia della coppia

Rita1 non riusciva a rimanere incinta. Per anni si era sottoposta all’inseminazione artificiale, ma regolarmente aveva ogni volta perduto il bambino dopo pochi giorni, con grave frustrazione assommata alla lunga sequela di visite e visite e alla lacerante esperienza della laparotomia. Il marito di Rita, un uomo con un Sé poco confermato2 e una autostima non molto adeguata, intratteneva con la moglie una relazione giocata solo sulla paura di perderla e sul controllo, non tale cioè da avviare un dialogo che potesse aiutarli in funzione strutturante e identificativa e tale da dare profondità a entrambi. La struttura di personalità di Rita presentava, d’altro lato, una certa dose di rabbia isterica aggravata da alcuni nodi di area psicotica dovuti a forti carenze nella relazione con una madre3 non molto adeguata e incapace di contenere emotivamente e affettivamente la figlia.

Rita a livello inconscio profondo presentava una percezione del Sé corporeo come di un’unica vaga e indistinta cavità, percezione tale da darle, sempre a livello profondo e inconscio, la percezione di una altrettanto vaga e indistinta sovrapponibilità dei tre orifizi (bocca, vagina, ano), che fungevano d’accesso o d’uscita nei confronti di quell’unica cavità. Non a caso Rita parlava molto e a getto immediato e continuo, del tutto incapace di tenere un segreto, un’emozione; mangiava in fretta; defecava subito e spesso, vittima di una “colite cronica”; e, come si è detto, abortiva ripetutamente, a pochi giorni dal concepimento. Era come se l’unica vaga e indistinta cavità, che a livello profondo costituiva il suo Sé corporeo, non potesse contenere né segreti e parole, né feci, né frutti di concepimento; era come se da parte di tutti e tre gli orifizi fosse impossibile trattenere i contenuti.

Con questa donna i medici da una decina d’anni imperversavano fino, da ultimo, a giungere a prognosi del tutto negative e sconfortanti circa la possibilità di portare a termine una gravidanza, non vedendo, a mio parere, che la vera radice del problema di Rita era non medica o fisica, ma psicologica e relazionale.

Bastò infatti una psicoterapia di pochi mesi, che abituasse Rita a sapere tacere, unendo il gusto del silenzio a quello della parola (sapere tacere o anche soltanto sapere rinviare nel tempo una comunicazione fu per lei una enorme, decisiva conquista), avviandola a una più equilibrata e più consaputa gestione relazionale della sua bocca e della sua comunicazione verbale. Fondamentale fu per lei la prescrizione di non dire nulla ad alcuno del contenuto delle sedute, in particolare al marito, che, controllante, voleva sapere ogni cosa, e alla sorella, suo vero e proprio alter ego.

Rita scoprì il gusto di “tenersi dentro”4 qualcosa, tenendolo almeno per un po’ tutto per sé, senza buttarlo fuori subito; scoprì il gusto di potere elaborare dentro di sé le cose che “si teneva dentro”, di poterci ragionare su per una settimana intera prima di poterne riparlare con me in seduta. Questo le diede il gusto della propria intelligenza e della propria ragione e soprattutto le diede la percezione e il vissuto in un primo tempo della seduta terapeutica e in un secondo tempo di sé stessa come di una cavità definita, trasformante, piacevolmente elaborante, capace di “tenere dentro” e di “fare proprio”. Corollario non insignificante, il marito dovette, a sua volta, imparare a elaborare nuove tecniche relazionali con la moglie, cominciando a sostituire gli abituali interrogatori controllanti con approcci più rispettosi e più capaci di attenzione e ascolto, più mirati a cogliere le intenzioni di Rita che a carpirne le informazioni (in parallelo la psicoterapia lavorò sull’autostima del marito, così da portarlo a viversi come persona interessante, tale da non essere obbligato a controllare Rita, temendo di perderla). Dopo solo quattro o cinque sedute Rita cominciò, guarda caso, a mangiare con più gusto, sedendosi con calma a tavola e prendendo piacere dai cibi e dalla compagnia del marito; la colite poi quasi magicamente sparì del tutto, alla faccia della sua dichiarata “cronicità”. Cinque mesi dopo Rita era incinta, non più timorosa di perdere la gravidanza, ma piacevolmente presa da questa sua esperienza, curiosa di questo suo “tenere dentro”, come se si trattasse del suo primo vero concepimento e della sua prima vera gravidanza. Dopo nove mesi esatti dal concepimento è nata Giada, una bellissima bambina dagli occhi di cerbiatto.

1 È figlia primogenita, con una sorella di poco più giovane.

2 Si tratta di Vincenzo, un secondogenito concepito non molto volentieri dalla madre, quando il fratello primogenito non aveva ancora compiuto l’anno; pochi mesi dopo la nascita di Vincenzo, venne poi concepito il terzogenito. Come si può notare anche solo da questa rapida sequenza di concepimenti e di nascite, per Vincenzo non ci fu molta possibilità di essere oggetto della attenzione e dell’abbraccio materni: la madre appoggiava il biberon sul cuscino, così che Vincenzo doveva da solo arrangiarsi a succhiare senza che nessuno lo abbracciasse e sostenesse sia lui che il suo biberon.

3 La madre di Rita fu una bambina poco amata e guardata e, come spesso capita alle figlie poco amate e guardate, fu vittima di un abuso in età preadolescenziale, di cui nessuno si preoccupò e che solo la terapia in atto fece emergere dal buio dei ricordi; con entrambe le figlie ebbe scarsa capacità di contenimento e di empatia; non a caso, quando l’unica sorella di Rita da bimba venne a sua volta abusata, non ne parlò con il marito e si limitò a inviare la figlia solo un paio di volte da un sedicente psicologo, senza peraltro dirgli il perché gli inviava la figlia.

4 Giocai molto, nel corso della psicoterapia, sull’uso di questa espressione, rinforzandola spesso con gesti delle braccia e delle mani che contribuissero a dare l’idea visiva del contenere, dell’avvolgere; accompagnavo spesso la parola al disegno, facendo, come se fosse per caso, cerchi sul foglio che stava sul tavolo tra me e Rita, cerchi sempre più grandi e dalla circonferenza sempre bene marcata. Le parole, le espressioni e i gesti, se bene posti e riproposti, hanno un forte valore strutturante, sinesteticamente poi interrogano più livelli coscienziali e percettivi.

La depressione della mamma e i diritti della figlia

In un suo commento a un mio post Lara mi scrive:

Ho 19 anni e mia madre soffre di depressione ricorrente da quando ne avevo sette.. Non accetta nessun aiuto e colpevolizza chi cerca di farlo. Credo che le cause siano varie (la morte di un parente, la disoccupazione o l’obesità,), ma quando mi ritrovo a pensare al peso di questo disagio mi sento precipitare inevitabilmente nell’egoismo e nell’apatia desiderando il sostegno e il conforto di una madre “normale”.. Anche per me c’è il desiderio di allontanarmi il più possibile sperando che mia madre non si possa frapporre come ostacolo tra me e la mia crescita o nella semplice vita quotidiana. E’ molto dura. Mi sento impotentente e nel mio egoismo talvolta mi ritrovo a temere di cadere nella medesima malattia.. Non sono nemmeno riscita a diplomarmi, tanto che sto pensando di iscrivermi a una scuola convitto per ‘cercare di finire gli studi in pace’.. Sono conscia sul fatto del libero arbitrio, ma sono molto confusa. Gradirei un consiglio … grazie”.

 

Cara Lara,

e se quello che tu chiami “egoismo” fosse il tuo sano e legittimo desiderio di sopravvivere o, meglio ancora, di vivere? Perché non diventi tu la mamma di te stessa? E il primo modo per essere mamma a te stessa sta nel dare te al mondo e alla vita. Pensa ai tuoi studi, al tuo diritto di innamorarti, di avere tutti i 19 anni che hai e che sei. Non è ora che tu pensi un po’ a te stessa, a volerti bene, a imparare l’arte della gioia? La depressione non curata di tua madre ti ha già privato, fin dai tuoi sette anni, della tua fanciullezza e di tutta la tua adolescenza. Non è ora che tu prenda in mano la tua vita? Non è ora che tu ti ribelli a questa cappa di tristezza e di non voglia di vivere che soffoca la tua casa e le vostre vite?

Mi pare che il vero “egoismo” semmai sia quello di tua madre e di quanti stanno al suo gioco, non accedendo – loro e tua madre – a una cura adeguata, che, lo ripeto per l’ennesima volta, consiste in una efficace terapia sistemica. Questo impedisce a te di aprirti al mondo, di scoprire tutto ciò che di bello e vero può esserci nella vita. Impedire al figlio di aprirsi al mondo mi pare proprio l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare una madre o, più in generale, un genitore.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare quelli dei figli. Questo vale per tua madre, ma vale anche per tuo padre che – a quanto si può pensare da quanto non dici – non c’è oppure non sa o non può o non vuole affrontare davvero il problema e soprattutto non libera te da questa situazione, sostenendo il tuo diritto di essere libera, di crescere, studiare, vivere, essere giovane. Non è che, per caso, ti devi sopportare anche lui, come se tu fossi la mamma di due bambini o come se fossi diventata tu la donna di casa? Sarebbe un tragico capovolgimento di ruoli.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare non solo quelli dei figli, ma ancora di più quelli dei nipoti e dei pronipoti. E questo vale soprattutto per te: se ti lasci condizionare dalla depressione non curata di tua madre, non potrai diventare madre con tutta la gioia e con quella pienezza d’amore che hai diritto di potere vivere.

Non rispettando i tuoi diritti di figlia, alla fine senza volerlo non rispettare i diritti dei tuoi figli e dei nipoti e pronipoti che potresti avere; finisci con il ripetere di fatto la logica di tua madre, che impedisce al futuro di sbocciare e vivere. Te lo dico da padre di tre figli e da prossimo (fra meno di due mesi) nonno.

Se io fossi in te, farei due cose: 1) a cominciare da mio padre consiglierei ai miei familiari una buona terapia sistemica (lo ripeto: la depressione, prima di essere problema e malattia di un individuo, è problema e malattia del sistema familiare); 2) me ne andrei, pensando alla mia vita e al futuro mio e dei miei figli, nipoti e pronipoti e lasciando – come dice il Vangelo – che “i morti seppelliscano i loro morti”.

Se ti lasci schiacciare dalla depressione di tua madre e dalla non volontà di superarla (non volontà sua, ma ancora di più di chi le sta intorno e la compatisce stando al suo gioco e subendone il ricatto psicologico), ne diventi complice. Se accetti la logica che un genitore abbia più diritti di un figlio, finirai in un modo o nell’altro con il ripetere tua madre, in una tragica catena che si trascina di generazione in generazione.

Forza, la vita ti aspetta. In bocca al lupo e tanti auguri per i tuoi studi.

 

 

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

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soltanto quando conosce l’arte di perdersi

la coppia può gustare il piacere di ritrovarsi

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

quando sono delicati

i panni sporchi si lavano in tintoria

 

Molto spesso chi non vuole la terapia familiare si appella al proverbio “i panni sporchi si lavano in casa”. Al che puntualmente rispondo con questo mio aforisma. Di solito le resistenze maggiori sono quelle dei padri, che non sanno accettare di mettersi in discussione e in crisi (positiva) come più facilmente sanno fare le madri, che hanno due grandi training naturali a loro vantaggio: il ciclo mestruale, che ogni 28 giorni le obbliga a fare i conti con loro stesse; la maternità che è  uno straordinario evento di trasformazione attiva e passiva. Contrapponendo al proverbio l’aforisma, comincio a strutturare la situazione e il problema:

1)      tolgo rilevanza all’aggettivo “sporchi”, che presuppone un giudizio morale negativo e indica qualcosa di cui doversi vergognare (come se avere problemi fosse una vergogna!);

2)      sostituisco “sporchi” con “delicati”, cioè preziosi e fragili insieme; suggerisco in tale modo un atteggiamento più attento, raffinato e rispettoso della complessità in gioco;

3)      nell’immagine della “tintoria” lascio intuire la necessità del ricorso a un luogo e a un servizio esterni alla casa, che non tolgono nulla alla integrità della casa, ma che offrono possibilità che la casa non ha.

Di solito l’aforisma ha la meglio sul proverbio.

Ricevo dietro appuntamento telefonico

Telefono 035-224 332

(con segreteria telefonica)

per terapia della famiglia,

terapia della coppia, terapia individuale,

terapia dell’ansia, terapia della dipendenza,

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terapia dei disturbi alimentari,

terapia delle psicosi, terapia della schizofrenia

 

Mi trovate a Bergamo

al numero 1/c

di Via Baracca

Di fronte al cancello di entrata c'è la Farmacia Reggiani.

Di fronte al cancello di entrata c

Coppia e soldi

 

Quando la coppia non è figlia di un vero rapporto d’amore, spesso il denaro viene usato come strumento di controllo. Quello dei due, che teme di perdere l’altro, usa il proprio potere finanziario come gabbia per imprigionare a sé il partner, per non lasciarlo fuggire. Di solito il controllore è lui e la controllata è lei (ma non mancano le eccezioni).

Molto di frequente questa è la tipologia del controllore: un maschio che in utero e sul fasciatoio ha ricevuto dalla madre poca accoglienza e/o attenzione, cosa questa che molto spesso viene negata o attenuata sia dal figlio che dalla madre. Quasi sempre questo maschio ha prima di sé un fratello (molto difficile che si tratti di una sorella), che – non importa se gratificandola o preoccupandola – ha focalizzato massicciamente su di sé l’attenzione della madre, la quale quindi vive con disagio, insofferenza o contrarietà l’arrivo del secondo maschio.

Questo maschio controllore, una volta che sia riuscito – non importa come – a fare coppia, avrà una tremenda paura non tanto di perdere, quanto di non possedere davvero la compagna. È come se, più o meno inconsciamente, ragionasse così: “come posso possedere una donna io che non ho mai neppure avuto l’attenzione e l’amore di mia madre?”, “come posso sentirmi amato, se non ho mai ricevuto amore?”, “come può una donna amare veramente uno come me, brutto e bestia come sono tutti i figli non amati?”. Chi ha letto o visto la fiaba Bella e la bestia, di sicuro trova riscontri tra questo tipo di maschio e il protagonista di quella fiaba: solo quando riuscirà a rischiare la perdita del controllo sulla donna e a  rischiare di liberarla da un amore-prigione, Bestia potrà essere amato davvero. Ma è un rischio che difficilmente questo tipo di maschio sa, può e vuole correre; solitamente preferisce avere non l’amore della donna, bensì il possesso. La ragione per cui il rischio della perdita è per lui impercorribile sta, oltre che nella propria radicale bassa autostima, in una visione del tutto svalutante delle donne (la donna come individuo per lui è un ufo indecifrabile), che “possono amare solo per denaro” e che “sotto sotto sono tutte o puttane o mantenute” (frasi che prima o poi puntualmente dice) e che quindi possono essere possedute solo mettendole in gabbie dorate e/o costringendole alla dipendenza finanziaria, misurando loro i soldi, esigendo il resoconto di ogni sia pure minima spesa, sindacando su ogni uscita di denaro. Spesso – tra l’altro – a fronte di una vita da asceta o da fachiro imposta alla moglie e ai “suoi” figli, il suo regime di vita è altamente lussuoso, di facciata e di prestigio, ricco di quei costosi status symbol con i quali cerca di compensare la propria profonda disistima (anche la donna sarà tendenzialmente vista come status symbol: appariscente, contesa, di buona famiglia). Ultima notazione: per lui l’eros vero sta, più che nel rapporto sessuale vero e proprio (non di rado bisessuale), nell’esercizio del potere finanziario e/o nella umiliazione della donna posseduta o – se si preferisce – nel possesso della donna umiliata. Non a caso sposano spesso donne che escano da separazioni, divorzi o comunque da situazioni che, per una certa morale, siano o possano essere criticabili e ascrivibili a scarsa dignità: prima o poi anche lui finirà con il dare ragione a questa stessa morale e affosserà la poveretta in un mondo di cacca.

 

quando si litiga,

non si torna dalla mamma

 

Quasi sempre, quando una coppia litiga, almeno uno dei due torna dalla propria mamma. Ebbene, non mi è mai capitato di sentire che ci fosse una mamma capace di dire al figlio o alla figlia: “questa non è più casa tua, torna a casa tua e affronta il problema con la persona con cui hai litigato. È a questa persona che devi rivolgerti, non a me”.

Quante separazioni e quanti divorzi potrebbero essere evitati! Quanta sofferenza in meno! Quante persone adulte in più! Quanto possono essere devastanti la sollecitudine e la comprensione materne! Come sarebbe bello che le madri cessassero di fare le madri e una volta per tutte partorissero i loro figli!

 

* * * * *

 

Il  tradimento è sempre un evento

della coppia e nella coppia

 

Anche se a tradire è uno solo dei due, il tradimento è sempre e comunque evento non solo nella coppia, ma soprattutto della coppia: è sempre il terminal di una dinamica relazionale della coppia.

Non a caso molti tradimenti sembrano fatti apposta per essere prima o poi scoperti. Telefonini squillanti lasciati “inavvertitamente” sul tavolo di casa, orecchini splendenti “dimenticati” sul sedile dell’auto, inequivocabili conti d’albergo “casualmente” lasciati nella tasca della giacca: altro non sono che segnali, che, più o meno inconsciamente, avvisano il partner di un tradimento, che in realtà sotto sotto è, per molti aspetti, soprattutto una provocazione o un sadico e inconscio richiamo dell’attenzione. Chi tradisce, sotto sotto “vuole” che l’altro scopra, si arrabbi, protesti, urli, si dichiari ferito. In certe coppie l’indifferenza disattenta del partner pesa e offende più della sua rabbia offesa.

In altri casi, specialmente quando a tradire è lui, il tradimento è la risposta più o meno inconscia a un abbandono o a una più o meno pesante messa da parte. Se una donna si butta a pesce nella maternità e nell’accudimento del figlio, può capitare che il partner si senta trascurato o perfino abbandonato, soprattutto se si tratta di una personalità fragile, con carenze affettive non affrontate e non risolte, con esperienze di rifiuti o abbandoni o disaffezioni alle spalle, con dinamiche edipiche non elaborate e non superate. Non a caso molti tradimenti avvengono proprio in coincidenza delle fasi più coinvolte della maternità: la gravidanza, lo svezzamento, l’accesso del figlio (soprattutto il primogenito maschio) alla scuola materna o alle elementari o alle medie o, ancora di più, alle superiori. In articolare l’inizio della pubertà del primogenito maschio o l’inizio del suo svincolo giovanile o la sua prima “seria” esperienza amorosa convogliano a tale punto l’attenzione materna, da fare sentire trascurato o abbandonato il padre. Ecco allora il suo tradimento. Per certi aspetti è la risposta a un tradimento subito: il padre si sente affettivamente ed emotivamente tradito dalla madre proprio con il figlio. Lo so che una lettura così è difficile da accettare e digerire per una cultura come la nostra tanto centrata sulla idealizzazione della maternità e sulla negazione delle dinamiche incestuose soprattutto tra madre e figlio. Ma so anche quanto questa idealizzazione copra e nasconda proprio gravi situazioni di incesto psicologico, che non producono nulla di buono. In questo caso paradossalmente il tradimento del padre con un’altra donna può essere l’evento possibile non peggiore: peggio sarebbe che il padre – come purtroppo accade non raramente – accedesse a chiusure più o meno inconsciamente suicidarie (quanti incidenti sono frutto di queste dinamiche?), a forme di dipendenza (non solo da sostanze) più o meno accentuate e riconoscibili come tali (non ultima la dipendenza eccessiva dal lavoro), a malattie più o meno invalidanti (che obblighino lei a tornare a prendersi cura di lui), a dinamiche a loro volta più o meno inconsciamente incestuose nel confronti della figlia.

Rilevante è poi il tradimento di uno o entrambi i coniugi in corrispondenza della fine della funzione genitoriale (quando tutti i figli se ne vanno), quando la coppia padre-madre può o deve tornare a essere esclusivamente la coppia lui-lei, come era all’inizio. Non tutte le coppie sanno o hanno la capacità psicologica di attuare questo passaggio, di tornare cioè a essere coppia di due innamorati che stano bene insieme, senza nessuno intorno. Molte coppie rispondono a questa difficoltà trattenendo più o meno inconsciamente i figli, situazione questa molta pericolosa, perché può essere causa di disturbi psichici dei figli o, quantomeno, di una loro ardua affermazione nella dimensione adulta (quanti trentenni o anche quarantenni vivono ancora con i genitori o dipendendo da loro!). Anche in questi casi – il lettore assentirà – il tradimento non è l’evento peggiore.

A modo suo, in tutte queste situazioni di grosso disagio di coppia, il tradimento può essere un tentativo inconscio di colmare un vuoto, di ristabilire un equilibrio. Di sicuro non è la soluzione migliore al disagio di coppia, ma di sicuro non è la peggiore; se letto e interpretato correttamente, può essere un sintomo interessante e un segnale prezioso: se poi, all’interno d una corretta psicoterapia, la coppia sa rispondere al richiamo di questo sintomo e alla sua provocazione di prezioso segnale, l’evento tradimento può portare a esiti di maggiore solidità della coppia, di più intensa profonda comunicazione e, perché no?, di maggiore felicità.

Nel tradimento gioca poi, quasi sempre, l’interferenza più o mano diretta della/e famiglia/e d’origine, ma di questo dirò in altri post.

 

la coppia si fonda non sul tradimento

ma sulla possibilità di tradire

 

In terapia mi capitano spesso copie in cui soprattutto lui non è in grado di conquistare una donna, spesso nemmeno di rivolgerle la parola e di invitarla a bere un caffè per scambiare quattro chiacchiere. Di solito queste coppie si formano per lo più su iniziativa di lei, che, per esempio, più o meno inconsciamente “usa” il matrimonio per scappare dalla famiglia d’origine o per no essere da meno delle amiche.

Quando è Giulietta a scendere dal balcone e non Romeo a salirvi, di solito ci sono guai in vista per quella coppia. Innanzitutto la donna perde uno dei piaceri e delle conferme più strutturanti per il suo narcisismo di genere: il piacere di essere conquistata e di vedere quanto si impegni e cresca per lei il suo conquistatore. In secondo luogo difficilmente, quando ne avrà bisogno (in particolare durante le fasi della maternità o durante i giorni premestruali o in menopausa) questa donna riceverà le giuste attenzioni dal proprio compagno, abituato come è a riceverle solo lui e non allenato da quel prodigioso training d’attenzione che è il corteggiamento.

Di solito i maschi che si fanno conquistare o sono deboli o hanno problemi. Si tratta molte volte di depressi, che non avendo adeguatamente elaborato il problematico rapporto con la madre, si aspettano sempre che una tenera mamma si accorga di loro e li prenda in braccio. Non mancano poi i disturbati a livello narcisistico, che da vere prime donne si aspettano di essere loro i corteggiati: non a caso – spesso – sotto l’esibizione di comportamenti propri di un maschilismo esaspèrato e ossessivo mostrano una debole e fragile identità di genere e una tragica incapacità a relazionarsi davvero con la donna e con la ricchezza del suo mondo.

La mia terapia con queste coppie segue abitualmente due linee strategiche:

1)       rafforzare lei, così che prende pieno possesso del proprio potere femminile e in tale modo riequilibri la simmetria di coppia;

2)       fare crescere lui. Nel caso lui sia depresso e timoroso, aiutandolo ad affrontare il femminile vincendo la propria paura del rifiuto; nel caso sia un narcisista, avviandolo alla straordinaria complessità del femminile e ad un nuovo modo di rapportarsi con la donna.

Prima della terapia queste coppie difficilmente si tradiscono davvero, proprio per l’incapacità a relazionarsi davvero sia del maschio con il femminile, sia della femmina con il maschile. Il buon esito della terapia, paradossalmente, si ha proprio quando sia lui che lei sono in grado, se vogliono, di avviare una vera relazione con un’altra persona. Ma, proprio allora, se davvero c’era tra loro amore, scoprono quanto è bello non tradirsi.