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Tag Archives: terapia della coppia a bergamo

Rita1 non riusciva a rimanere incinta. Per anni si era sottoposta all’inseminazione artificiale, ma regolarmente aveva ogni volta perduto il bambino dopo pochi giorni, con grave frustrazione assommata alla lunga sequela di visite e visite e alla lacerante esperienza della laparotomia. Il marito di Rita, un uomo con un Sé poco confermato2 e una autostima non molto adeguata, intratteneva con la moglie una relazione giocata solo sulla paura di perderla e sul controllo, non tale cioè da avviare un dialogo che potesse aiutarli in funzione strutturante e identificativa e tale da dare profondità a entrambi. La struttura di personalità di Rita presentava, d’altro lato, una certa dose di rabbia isterica aggravata da alcuni nodi di area psicotica dovuti a forti carenze nella relazione con una madre3 non molto adeguata e incapace di contenere emotivamente e affettivamente la figlia.

Rita a livello inconscio profondo presentava una percezione del Sé corporeo come di un’unica vaga e indistinta cavità, percezione tale da darle, sempre a livello profondo e inconscio, la percezione di una altrettanto vaga e indistinta sovrapponibilità dei tre orifizi (bocca, vagina, ano), che fungevano d’accesso o d’uscita nei confronti di quell’unica cavità. Non a caso Rita parlava molto e a getto immediato e continuo, del tutto incapace di tenere un segreto, un’emozione; mangiava in fretta; defecava subito e spesso, vittima di una “colite cronica”; e, come si è detto, abortiva ripetutamente, a pochi giorni dal concepimento. Era come se l’unica vaga e indistinta cavità, che a livello profondo costituiva il suo Sé corporeo, non potesse contenere né segreti e parole, né feci, né frutti di concepimento; era come se da parte di tutti e tre gli orifizi fosse impossibile trattenere i contenuti.

Con questa donna i medici da una decina d’anni imperversavano fino, da ultimo, a giungere a prognosi del tutto negative e sconfortanti circa la possibilità di portare a termine una gravidanza, non vedendo, a mio parere, che la vera radice del problema di Rita era non medica o fisica, ma psicologica e relazionale.

Bastò infatti una psicoterapia di pochi mesi, che abituasse Rita a sapere tacere, unendo il gusto del silenzio a quello della parola (sapere tacere o anche soltanto sapere rinviare nel tempo una comunicazione fu per lei una enorme, decisiva conquista), avviandola a una più equilibrata e più consaputa gestione relazionale della sua bocca e della sua comunicazione verbale. Fondamentale fu per lei la prescrizione di non dire nulla ad alcuno del contenuto delle sedute, in particolare al marito, che, controllante, voleva sapere ogni cosa, e alla sorella, suo vero e proprio alter ego.

Rita scoprì il gusto di “tenersi dentro”4 qualcosa, tenendolo almeno per un po’ tutto per sé, senza buttarlo fuori subito; scoprì il gusto di potere elaborare dentro di sé le cose che “si teneva dentro”, di poterci ragionare su per una settimana intera prima di poterne riparlare con me in seduta. Questo le diede il gusto della propria intelligenza e della propria ragione e soprattutto le diede la percezione e il vissuto in un primo tempo della seduta terapeutica e in un secondo tempo di sé stessa come di una cavità definita, trasformante, piacevolmente elaborante, capace di “tenere dentro” e di “fare proprio”. Corollario non insignificante, il marito dovette, a sua volta, imparare a elaborare nuove tecniche relazionali con la moglie, cominciando a sostituire gli abituali interrogatori controllanti con approcci più rispettosi e più capaci di attenzione e ascolto, più mirati a cogliere le intenzioni di Rita che a carpirne le informazioni (in parallelo la psicoterapia lavorò sull’autostima del marito, così da portarlo a viversi come persona interessante, tale da non essere obbligato a controllare Rita, temendo di perderla). Dopo solo quattro o cinque sedute Rita cominciò, guarda caso, a mangiare con più gusto, sedendosi con calma a tavola e prendendo piacere dai cibi e dalla compagnia del marito; la colite poi quasi magicamente sparì del tutto, alla faccia della sua dichiarata “cronicità”. Cinque mesi dopo Rita era incinta, non più timorosa di perdere la gravidanza, ma piacevolmente presa da questa sua esperienza, curiosa di questo suo “tenere dentro”, come se si trattasse del suo primo vero concepimento e della sua prima vera gravidanza. Dopo nove mesi esatti dal concepimento è nata Giada, una bellissima bambina dagli occhi di cerbiatto.

1 È figlia primogenita, con una sorella di poco più giovane.

2 Si tratta di Vincenzo, un secondogenito concepito non molto volentieri dalla madre, quando il fratello primogenito non aveva ancora compiuto l’anno; pochi mesi dopo la nascita di Vincenzo, venne poi concepito il terzogenito. Come si può notare anche solo da questa rapida sequenza di concepimenti e di nascite, per Vincenzo non ci fu molta possibilità di essere oggetto della attenzione e dell’abbraccio materni: la madre appoggiava il biberon sul cuscino, così che Vincenzo doveva da solo arrangiarsi a succhiare senza che nessuno lo abbracciasse e sostenesse sia lui che il suo biberon.

3 La madre di Rita fu una bambina poco amata e guardata e, come spesso capita alle figlie poco amate e guardate, fu vittima di un abuso in età preadolescenziale, di cui nessuno si preoccupò e che solo la terapia in atto fece emergere dal buio dei ricordi; con entrambe le figlie ebbe scarsa capacità di contenimento e di empatia; non a caso, quando l’unica sorella di Rita da bimba venne a sua volta abusata, non ne parlò con il marito e si limitò a inviare la figlia solo un paio di volte da un sedicente psicologo, senza peraltro dirgli il perché gli inviava la figlia.

4 Giocai molto, nel corso della psicoterapia, sull’uso di questa espressione, rinforzandola spesso con gesti delle braccia e delle mani che contribuissero a dare l’idea visiva del contenere, dell’avvolgere; accompagnavo spesso la parola al disegno, facendo, come se fosse per caso, cerchi sul foglio che stava sul tavolo tra me e Rita, cerchi sempre più grandi e dalla circonferenza sempre bene marcata. Le parole, le espressioni e i gesti, se bene posti e riproposti, hanno un forte valore strutturante, sinesteticamente poi interrogano più livelli coscienziali e percettivi.

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.