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Tag Archives: speranza

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

Luna, spazio, sfida, limite e speranza

A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.

Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.

L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.

È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.

Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).

La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.

La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.

Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.

La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.

Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.

 

solo se c’è un limite

e se il limite non è del tuttto insuperabile

è possibile la speranza