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Tag Archives: solstizi e prostituzione

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

Prostituzione sacra, riti di possessione, donna d’oggi e uomo bestia

 

In moltissime culture, soprattutto in quelle del passato e in quelle che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, la prostituta dipendeva e dipende non dalla autorità statale, ma da quella religiosa. In queste culture la prostituta difatti era ed è figura della dea femminile della fecondità e dell’amore, ne è la sacerdotessa, ne incarna la presenza, così che l’incontro con lei ha una formidabile valenza rituale e/o iniziatica.

Per queste culture, rapportarsi con la prostituta significava e significa attingere al potere stesso della dea madre, celebrarne la vivificante forza partecipandone, in una sorta di comunione erotica e sessuale. Per questo il rapporto con la prostituta avveniva ed avviene soprattutto in occasione di alcuni momenti dell’anno, in particolare nei due solstizi, e/o in coincidenza con importanti momenti della vita dei campi o della cacciagione.

Per questo il rapporto con la prostituta molto spesso era ed è uno degli eventi centrali del rito iniziatico del maschio. In questo contesto di festa religiosa e sociale, il ragazzo incontrava e incontra – nella prostituta – tutta la valenza sacra e potente del femminile: questo gli permette di accedere alla pienezza della identità virile adulta. Era ed è come se il ragazzo incontrasse nella prostituta la dea e nella dea la pienezza del genere femminile. Avendo così posseduto sessualmente il genere in tutta la sua sacra pienezza, il ragazzo diveniva e diviene maschio adulto, in grado di coniugarsi a pieno titolo con l’individualità femminile o fidanzandosi o sposandosi. Era ed è un passaggio cultuale di grande rilevanza sociale e psicologica: unitamente alle altre prove iniziatiche, dava identità al ragazzo, lo confermava a pieno titolo come adulto agli occhi sia della comunità sia di sé stesso, strutturandone in modo non irrilevante il Sé di genere, il Sé sociale e, dunque, l’autostima.

L’equivalente iniziatico femminile consisteva e consiste nella esperienza della cosiddetta esposizione al tempio o prostituzione sacra. La ragazza appena mestruata veniva e viene posta in un’area sacra, di pertinenza della dea e, dunque, della autorità religiosa; lì attende il giungere dello straniero e con lui si accoppia. Lo straniero è figura del dio maschile, così che la ragazza vive il rapporto sessuale come se fosse posseduta dal divino e da tutto il suo travolgente e fecondante potere. In tal modo la fanciulla struttura e conferma il proprio Sé di genere e, quindi, la propria autostima a partire da un messaggio formidabile e imperdibile: il mio potere femminile è tanto forte che dio stesso è venuto in me.

Da noi, oggi, questi eventi antropologici così rilevanti e capaci di agire in modo tanto formidabile sulla strutturazione e sulla conferma del Sé sono stati rimossi e/o negati. Qualcosa, qua è là, affiora, senza che ne sia riconosciuta la profondità di rinvio e di significato. Per esempio, la ragazzina che, come una posseduta, urla all’apparire del “divo” (o, come si chiama attualmente, della star), non esprime, in certo qual modo, quel bisogno di possessione totale e “divina”, al quale le culture sopraccitate rispondono con l’istituto della esposizione al tempio e della prostituzione sacra? La smania di potere sull’uomo adulto della Lolita di Nabokov e Kubrick non nasconde forse in sé quel bisogno di possessione divina a cui la nostra società e la nostra cultura non sanno più dare risposta? Molte delle ragazze, che provenienti dalla povertà, vengono a vendersi nelle periferie delle nostre città, non hanno forse in sé il bisogno di fare venire e di succhiare la divina ricchezza e il divino benessere dello straniero occidentale, così da esserne possedute?

Solo a partire dal tema antropologico della possessione e della prostituzione sacra, si può, a mio avviso, cominciare ad affrontare il tema della prostituzione. Che lo si voglia ammettere o meno, ogni fenomeno di prostituzione trattiene in sé un po’ di questi significati, fosse pure per negarli o per capovolgerli o per dissacrarli. Penso addirittura che ogni evento della sessualità debba fare i conti con quanto qui si è accennato. Se l’esperienza clinica non mi inganna, c’è per esempio nelle nostre donne un inappagato bisogno di possessione sessuale, che confuso e pervasivo emerge a mano a mano che la donna, avvicinandosi alla menopausa (grosso modo dai 35 in su), fa – più o meno inconsciamente – il bilancio della propria vita sessuale feconda. In molte di queste donne, peraltro madri e mogli adeguate, affiora il bisogno di essere possedute da maschi “bestia” (loro stesse usano questo temine), con il desiderio e/o la pratica di modalità d’attuazione, che non possono non ricordare i momenti più sfrenati dei riti di possessione o dei misteri dionisiaci (non a caso, Dioniso è un bestial caprone).

Da parte loro i maschi stanno al gioco. L’esperienza dell’incontro con la prostituta e/o con la donna in cerca di possessione li afferma in una identità di genere assai gratificante per individui, che, sempre meno in grado di affrontare e superare l’Edipo (cioè sempre meno in grado di lasciare la madre e di uscire dal territorio paterno), hanno bisogno di sentirsi maschi e adulti, almeno per dieci o, come suggeriva Paulo Coelho nel suo omonimo romanzo, per undici minuti.