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Tag Archives: sesso e intimità della coppia

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

Quanto è erotico parlare di prostituzione! E quanto è utile continuare a farlo!

 

Sia prima che dopo l’entrata in vigore della Legge Merlin (1958), che aboliva le “case di tolleranza” gestite dallo Stato, la discussione sulla prostituzione è uno degli argomenti che fanno più audience. E puntualmente il grande polverone produce il topolino di qualche provvedimento confuso, discutibile, mai del tutto definitivo. È come se, più che trovare risposte precise, interessasse la discussione in sé, il polverone appunto. Poi, guarda caso, puntualmente la discussione riemerge in coincidenza con momenti di grossa difficoltà politica e/o economica, quasi che non solo ai politici, ma anche e soprattutto ai cittadini facesse gioco dirottare l’attenzione altrui o propria su questo collaudatissimo binario morto.

A detta di alcuni giornali, il numero dei “clienti” delle prostitute e dei prostituti è di 9 milioni. Come facciano a fare tali censimenti non è chiaro, ma senz’altro il numero di chi si appassiona a discuterci sopra è molto, ma molto maggiore. Da un punto di vista psicologico mi pare essere questo il primo grosso fatto su cui riflettere. La non capacità e, più ancora, la non volontà di dare al problema della prostituzione una soluzione paiono direttamente proporzionali al bisogno di mantenere in vita la discussione sul problema, come se fosse questa il vero obiettivo da perseguire e raggiungere, il vero scopo da garantire. Si vede che per molti parlare di prostitute e prostituti è più interessante ancora di quanto l’andarci lo possa essere per i “clienti”. Sicuramente per molti la discussione è parecchio più erotica della pratica. In certa misura la sostituisce, magari sublimandone il desiderio represso o spostandolo su altri versanti, per esempio quello della “tutela dal degrado delle periferie” o quello “della liberazione dalla schiavitù e dal racket” (l’oggettività di questi problemi è indiscutibile, meno lo è la soggettività dell’interesse per essi, interesse suscitato e sollecitato solo o prevalentemente dal loro legame con la prostituzione).

Come ben sa chi mastica un po’ di psicologia, le sublimazioni e gli spostamenti sono dinamiche difensive nei confronti di ciò che sotto sotto si desidera, ma del quale non si sa e non si può fare esperienza se non, appunto, sublimando e spostando. Per molti discutere su come “salvare” o arrestare le prostitute è psicologicamente più facile e praticabile del frequentarle, come magari, più o meno inconsciamente, vorrebbero fare senza saperlo o poterlo (psicologicamente) fare. Per molti dichiarare con più o meno assoluta certezza che le prostitute (dei prostituti raramente si sente in proposito dire altrettanto) sono “schiave”, stimola l’eccitazione morale molto più e molto meglio che chiedersi come mai per molte persone prostituirsi o andare a prostitute e prostituti sia un bisogno (si vada per esempio a rivedere quel grande capolavoro che è Bella di giorno). Forse, più o meno inconsciamente, si teme che una analisi meno eccitata possa da un lato togliere l’eros – certo, garantito e protetto – della discussione, dall’altro rischiare di svelare qualcosa di sé che si preferisce lasciare nascosto, rimosso o negato.

Un mio aforisma di Frattaglie diceva: “la definizione e la fruizione della sessualità competono alla stato come le mutande competono agli scarafaggi”. Volevo dire che interrogarsi sulla sessualità solo in quanto cittadini (noi, in quanto cittadini, siamo lo stato) è assurdo: lo stato non deve né gestire case di tolleranza, né di fatto decidere che un poveraccio, che abbia una sessualità solo abbozzata e che non possa permettersi la prostituzione d’appartamento, sia condannato a regredire alla masturbazione. Non sto parlando di poveracci solo in termini di portafoglio; esistono poveracci di tutti i ceti e di tutte le classi.

Prima che cittadini noi siamo persone, prima di essere stato siamo società, gruppo sociale, coppia, famiglia. È qui che va posto e affrontato davvero il problema. Tutto il resto sta a valle. Nelle nostre famiglie troppo spesso la sessualità è tabù o, al contrario, è abuso o incesto. Nella nostre coppie di frequente la sessualità è mero sfogo, assenza e paura della intimità, a volte stupro legalizzato, a volte indifferenza data o subita, routine senza anima. Nei nostri gruppi sociali la sessualità è sempre più silenzio della comunicazione vera, eclissi dell’anima, paurosa pratica nascosta, doppia morale, moralismo ipocrita, performance da esibire, ossessione da subire, violenza sul bambino e sull’adolescente, azione che espropria. Nelle nostre società non di rado e tacitamente si accetta di usare la sessualità per ottenere (o sfruttare) posti di lavoro, successo, visibilità, potere: Allora, se le cose stanno così, limitarsi a discutere su che cosa devono fare parlamenti, ministri, consigli comunali, sindaci, carabinieri, poliziotti o vigili urbani è davvero una fuga, è davvero la risposta al bisogno di non vedere, di non crescere, di non amare, di non essere umani.