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La personalità pedofila ha una strutturazione di personalità gravemente carente, a livello molto profondo, riguardante non l’orientamento sessuale, ma la costituzione, attivazione e strutturazione del Sé.

Il Sé della personalità pedofila può illudersi di ritrovare, contenere e amare sé stesso soltanto proiettandosi al di fuori di sé, in altro individuo rispetto a sé (di solito un bambino o una bambina), in una dinamica strutturalmente dissociativa.

La omosessualità o la eterosessualità sono invece orientamenti sessuali, non dinamiche né di per sé patologiche né di per sé dissociative. Ad affermarlo sono le massime autorità scientifiche, le istituzioni accademiche e cliniche ufficiali, riconosciute a livello internazionale. Chi asserisca il contrario, si pone fuori da quanto la comunità scientifica afferma da decenni.

Quanto al Sé sella personalità pedofila, si tratta di un Sé mai davvero amato dalla madre e/o dal padre, più o meno massicciamente rifiutato da lei e/o da lui, mai veramente contenuto, mai evoluto in una adeguata identificazione di sé. In tale condizioni il processo di identificazione del Sé non può fare altro che seguire i sentieri tragici della dissociazione e della proiezione.

Nel bambino o nella bambina amati, allora il Sé della personalità pedofila proietta, identifica e ama la parte dissociata di sé; si fa patologicamente madre e padre di sé stesso. Scambiandole per tensione e/o orgasmo erotici, la personalità pedofila in realtà persegue l’unità e la identificazione di un Sé dissociato, che si proietta e si identifica nel bambino o nella bambina amati; nella loro nudità e intimità proietta e tenta di identificare, raggiungere e integrare la propria irraggiungibile nudità e la propria irraggiungibile intimità.

Il tutto avviene all’interno di una dinamica strutturalmente compulsiva e delirante, dalla quale il Sé della personalità pedofila può essere improvvisamente distolto proprio dalla imprevista reazione della vittima. In questo caso, il Sé può essere così gravemente destabilizzato, da produrre comportamenti di assoluta violenza omicida.

È rarissimo tuttavia che tale estremo venga toccato. Non per questo si può di certo concludere che la pedofilia, anche qualora non sia omicida, non produca danni gravissimi; anzi, proprio l’apparente incolumità della vittima quasi sempre contribuisce a nascondere e coprire l’evento, impedendo in tale modo la constatazione del fatto e la precocità della terapia e producendo così un gravissimo danno ulteriore.

Il comportamento abituale del Sé dissociato è strutturalmente difensivo e paranoide: per questo il Sé della personalità pedofila ben difficilmente seleziona vittime che anche lontanamente possano lasciare prevedere reazioni non controllate o non controllabili, non previste o non prevedibili, non manipolate o non manipolabili; ben difficilmente si fida di vittime che non siano più che “sicure”. Di fatto, dunque, il Sé della personalità pedofila seleziona le proprie vittime soltanto all’interno di situazioni e – soprattutto – di ambienti vissuti come altamente rassicuranti, dove il rischio dell’imprevisto e dell’imprevedibile è tendenzialmente nullo; per questo gli ambiti abituali dell’azione pedofila sono soprattutto la casa familiare o, comunque, gli ambienti che il Sé sa di potere assolutamente controllare, assoggettare e dominare; per questo le vittime abituali sono persone senza alcun vero potere di resistenza, totalmente succubi e/o passive, del tutto sottoposte o assoggettate alla autorità di chi li sta abusando e violentando: per esempio un figlio o una figlia intimoriti; un bambino o una bambina isolati, tanto poco amati da accettare e subire qualsiasi parvenza di attenzione; un bambino o una bambina sottoposti a forti e indiscutibili vincoli di autorità e sottomissione familiare, affettiva, emotiva, morale, sociale, pedagogica, economica, religiosa; un bambino o una bambina incapaci di esprimersi, impossibilitati a farlo (come, per esempio, un bambino gravemente handicappato), comunque non creduti o non credibili qualora dicano o rivelino qualcosa.

Tutte queste considerazioni non possono non portare ad alcune considerazioni molto rilevanti. Se è vero che di per sé non c’è un rapporto diretto tra celibato e pedofilia, è altrettanto vero che – come si è detto – il Sé della personalità pedofila non agisce se non in ambienti che avverte e vive come totalmente sicuri. Per questo la presenza della sua azione è sempre segno che la famiglia, il luogo, l’ambiente, la struttura o l’istituzione, all’interno dei quali la pedofilia è praticata sono di fatto percepiti e percepibili dal Sé della personalità pedofila come sicuri e/o assolutamente non a rischio. Si tratta di ambienti familiari o di contesti ambientali nei quali la pedofilia è praticata in modo più o meno tacitamente accettato o tradizionalmente subito come abituale, di fatto non contestato. Non necessariamente si tratta di famiglie o di contesti ambientalii culturalmente o socialmente degradati; quasi sempre, invece si tratta di famiglie e di contesti ambientali caratterizzati da dinamiche incestuose per lo più coperte e non necessariamente consumate fiscamente. Spesso le dinamiche patologiche e disfunzionali che da generazioni caratterizzano tali famiglie e tali contesti ambientali subiscono, coprono, rimuovono o negano la stessa presenza del fenomeno, per cui la vittima delle attenzioni pedofile non soltanto non è tutelata, ma, qualora trovi la forza o la possibilità di dire quanto sta subendo, non viene neppure creduta e, purtroppo quasi sempre, viene accusata di inventarsi le cose e di essere – lei, la vittima – un folle, che colpevolmente accusa persone del tutto innocenti. Il che contribuisce, oltre che a isolare gravemente la vittima, a destabilizzarla sempre più, in una inaudita spirale di violenza psicologica, dalla quale è molto difficile potere uscire e non subire danni sempre più gravi.

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

Una carezza può essere abitata dallo stupore più emozionante e carico di creazione, ma può anche generare fastidio o dolore laceranti. Può portare ed essere gioia raccolta, inebriante piacere, vita totale, panico amore; ma anche morte o solitudine assolute.

La stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante fino alla esaltazione o devastante fino alla pietrificazione: dipende da quanta integra sia o possa essere la pelle di chi la riceve; da quanto questa persona abbia o non abbia attivato, costituito e strutturato il proprio Sé durante la relazione di gravidanza e di accudimento. È in questo periodo evolutivo che prende corpo il Sé, cioè il nucleo di fondo della personalità di un individuo. La pelle è prima la possibilità e poi la capacità del Sé di essere corpo nel mondo, comunicante con il mondo, aperto al mondo e all’alterità di tutti quegli incontri, che fanno e sono il mondo. Un Sé non bene attivato o non adeguatamente costituito e strutturato si presenterà come un corpo senza pelle o con la pelle ferita, squarciata, ustionata, che lascia il Sé in un urlo senza protezione. Allora anche la carezza più delicata e rispettosa, più tenera e stupita, più generosa e innamorata aggiungerà ferita a ferita, squarcio a squarcio, ustione a ustione, in una sofferenza drammatica e insopportabile.

Ma anche per un’altra ragione la stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante o devastante fino alla morte: dipende da quanto transitivo oppure intransitivo sia o possa essere il gesto di chi esprime e dà la carezza; da quanto questa persona sappia o possa arrivare alla alterità della persona amata. Se prima e più che intuire, sfiorare, toccare l’alterità dell’altro, la mano di chi carezza sente – soltanto o primariamente o prevalentemente – sé stessa, il proprio timore e tremore, la propria timidezza o inadeguatezza, oppure il proprio bisogno di possesso, la propria volontà di invadere ed espropriare, la propria necessità di esibire l’affetto o l’amore, di recitarli, mostrarli, senza mai poterli o saperli davvero vivere ed essere. Allora anche la carezza più espressiva e tecnicamente più ineccepibile rischia di non giungere e destinazione, di essere e restare gesto impotente, alibi d’amore, inganno di affetto e tenerezza, mero pretesto, comunicazione mai davvero attivata, che – sotto l’apparenza o l’illusione dell’incontro e del contatto – lascia nella solitudine la profondità del Sé sia di chi dà la carezza sia di chi la riceve.

Ci sono così carezze che danno corpo e carezze che prendono corpo, come se lo rubassero, lo bestemmiassero, lo devastassero, lo annullassero. Ci sono carezze che infondono anima e carezze che la spengono. Ci sono carezze che possono e sanno solleticare nel riso la pelle, incendiarla di piacere, inebriarla di passione, bagnarla di soavissimi orgasmi; e ci sono carezze che desertificano l’animo, assetano la pelle senza mai inumidirla di rugiada, affamano il cuore senza mai toglierlo e riscattarlo dalla nausea, in un gioco sadico e folle di promesse mai mantenute, di attese inesorabilmente mancate, di illusioni ossessivamente ripetute e sempre più alienanti.

Ci sono carezze più proprie dell’uomo e carezze più proprie della donna.

Le carezze di un uomo sanno o possono confermare e decidere quanto sia bella una donna, ma possono anche scavarne l’anima e lacerarne la carne. Ogni carezza di uomo sa o può confermare il Sé della donna , sa vestirlo di fecondità e spogliarlo nella identità e nella tenerezza; sa dargli bellezza, intensità, luce, acqua, vento, respiro, in un gioco, che, qualora sia libero e adulto, è il “tra” che apre il mondo all’essere e l’essere al mondo.

Le carezze di una donna sono un piccolo utero o una gravidanza ripetuta intensa, che può dare nome, corpo, vita al Sé dell’uomo, fino all’accoglienza che concepisce e al contenimento che partorisce. Ogni carezza di donna sa o può essere concepimento, gravidanza, parto, concepimento, accudimento, in un gioco che, qualora si liberi dall’infantilismo, può essere profondità d’amore, ricreante tenerezza dell’eros.

Quando è data con sapienza, la carezza di un uomo è azione di spazio e di utopia. Quella di una donna è evento di tempo e di creazione.

Quando è ricevuta, per l’uomo può essere inizio esplosivo o regressiva implosione, talora un addio o, un aborto subiti. Per la donna può essere prezioso vestito, incandescente identità, entusiasmo di speranza, sistole di fede e prodigio: oppure furto, scippo, rapina, stupro che espropria il corpo e sfratta l’anima, cancro che scava, estingue, uccide.

L’impotenza maschile viene di solito identificata e colta in modo del tutto riduttivo: come mero evento fisico, come mera impossibilità di penetrare fisicamente la femmina. Quasi sempre ci si dimentica che la disfunzione fisica è solo l’ultima espressione di un dramma molto più profondo e radicale, che nessun Viagra o farmaco e nessuna strategia comportamentale possono davvero risolvere.

In gioco, alla radice, ci sono l’impossibilità e/o l’incapacità a lasciarsi andare al femminile, la fuga difensiva di fronte al femminile vissuto o come troppo divorante o come troppo rifiutante e castrante. Si tratta di impossibilità e/o incapacità che hanno la loro radice nella profondità più inconscia del Sé; l’Io (che è la parte conscia del Sé) abitualmente dice e vive il contrario: contrariamente a quanto a fatti dice il Sé, l’Io afferma di volere e potere amare davvero la femmina, attribuendo così l’impotenza a fattori e disfunzioni fisici.

Come affermo nel mio ultimo libro La tenerezza dell’eros, un Sé troppo ferito non può senza un’efficace psicoterapia accedere a una piena e adeguata esperienza d’amore (e talora neppure la psicoterapia riesce a colmare ferite troppo devastanti). Se alle spalle – magari non ricordato, magari rimosso o negato, magari coperto dal mito di una madre idealizzata – c’è un accudimento materno o troppo divorante o troppo rifiutante e castrante (la carenza materna è sempre comunque espressione di una coppia genitoriale carente), quel maschio non riuscirà da adulto ad affidarsi al femminile, non saprà e – soprattutto – non potrà vivere la dolcissima avventura di tuffarsi nel magico e trasformante potere della femmina, affidandosi al suo abbraccio e penetrandone il mistero.

Una forma di impotenza maschile di solito ignorata del tutto o, comunque, sottovalutata (proprio a causa dell’ottica riduttiva che dice dell’impotenza come di mero evento fisico) è quella che chiamerei impotenza relazionale. È tipica di maschi, che, da un punto di vista comportamentale e funzionale, parrebbero proprio non avere problemi; anzi, spesso, sono considerati maschi molto efficienti e prestanti, in grado di esprimere una straordinaria attività sessuale. In realtà, a una attenta analisi clinica, essi rivelano una radicale impotenza a relazionarsi davvero con il femminile, così da raggiungere una vera intimità con la donna e con il suo mondo. Non a caso, di frequente, questi maschi presentano improvvise e apparentemente inspiegabili défaillances anche totali e perduranti.

Le personalità disturbate a livello del Sé (per esempio maschi con Disturbo Narcisistico di Personalità [DNP] o con Disturbo Asociale o Antisociale di Personalità [DAP]), molto di frequente coprono con una attività sessuale iperattiva e/o ossessiva e/o molto esibita e/o in apparenza molto disinibita e “trasgressiva” una radicale e massiccia paura della femmina, in particolare della femmina adulta e psicologicamente evoluta; o comunque, più o meno massicciamente, agiscono rapporti che, anche se da un punto di vista funzionale paiono adeguati, sono caratterizzati dalla freddezza relazionale, dalla distanza emotiva e affettiva, dalla assenza di autentica empatia (talora accompagnata da comportamenti sadici e/o umilianti), quasi che la donna fosse per loro soltanto un oggetto erotico, una cosa senza valore “da scopare e basta”, un pezzo di carne privo di anima e di sentimenti.

Per questo motivo, di solito, i DNP e i DAP si accoppiano con femmine molto infantili anagraficamente e/o psicologicamente, comunque con femmine da loro facilmente controllabili e/o manipolabili e/o condizionabili (dal denaro, dallo status, dal potere, dalla paura, dai sensi di colpa, dalla soggezione) e/o con tragiche storie alle spalle (per esempio storie di abusi subiti, di violenze, di abbandoni, di famiglie dissestate da malattie psichiche, da gravi dipendenze, da suicidi). In ogni caso non sanno intrattenere con la femmina relazioni veramente profonde, ricche di continuità e intimità, capaci di identificare i due partners in un Noi in continua e feconda evoluzione, a partire dal quale l’Io e e il Tu si identificano e si differenziano sempre meglio e in modo sempre più ricco e vero. Questi maschi sono perciò costretti a passare da una relazione all’altra, sempre nel segno di una radicale superficialità e impotenza relazionali.

Solo in apparenza fanno l’amore con una femmina; in realtà – usando la femmina – fanno, più o meno inconsciamente, l’amore con il proprio Sé ferito e malato, con la propria paura e con la propria impotenza. Non sentono la femmina, ma sé stessi, in una intransitiva impotenza di relazionarsi con l’alterità del femminile. Accoppiarsi con la femmina serve loro da copertura e da alibi, per non vedere il proprio Sé ferito e malato, molto spesso la propria sessualità infantile e preedipica, la propria inadeguatezza di maschi malati, talora la propria paura di una omosessualità rimossa o negata e comunque non ammessa e ancora di meno accettata (in questo caso presentano forti convinzioni e affermazioni omofobiche: l’omofobia li illude, esorcizza la loro paura di non essere ciò che sono).

Se poi la ferita del loro Sé è ancora più primordiale, tale da identificare una strutturazione di personalità con nodi dissociativi e/o paranoidi più o meno profondi e pervasivi, allora questi maschi possono presentare dinamiche relazionali particolari, che – anche qui – sotto un comportamento sessuale apparentemente “normale” nascondono una radicale impotenza a relazionarsi con la femmina, entrando davvero nel mondo femminile.

Per esempio, la presenza di nodi dissociativi li porta a una modalità relazionale fusionale, come se volessero fondersi con la donna, farsi tutt’uno con lei e in lei. Fusione non è, come taluno potrebbe credere, totale intimità o pienezza relazionale, ma, appunto, impotenza relazionale: nella fusione l’Io e il Tu non si affermano e si identificano l’uno di fronte all’altro, ma si perdono e si annullano l’uno nell’altro. Più che relazionarsi con la femmina, il maschio fusionale la invade, vi si annida con dinamiche sempre più regressive e – per lei – sempre più esproprianti e soffocanti. Più che penetrarla in quanto femmina adulta all’interno di una relazione adulta, regredisce in lei come se volesse, attraverso di lei, entrare in una madre mai avuta, in un contenimento mai davvero vissuto, in una accoglienza mai veramente ricevuta. Di solito la partner di questo maschio è di due tipi: 1) a propria volta essa presenta nodi dissociativi e tendenze fusionali, così che i due agiscono una relazione di mutua dipendenza fusionale, fino alla possibilità di una folie à deux, dalla quale non sanno né possono più uscire (Olindo Romano e Rosa Bazzi, gli assassini di Erba, possono rappresentare, all’estremo, questo tipo di coppia); 2) soprattutto all’inizio della loro relazione, essa addirittura legge e vive il comportamento e la ricerca fusionali del maschio come segno ed espressione di una positiva, intensa, passionale intimità; soltanto con il tempo si accorge della soffocante, controllante e infantile dipendenza del maschio e tende a liberarsene, spesso ottenendo risposte di insopportabile e anche pericoloso stalking.

C’è poi nel maschio (spesso dovuta alla presenza di nodi paranoidi nella strutturazione del suo Sé) quella impotenza a lasciarsi andare fino in fondo al femminile, che si esprime nella difficoltà o anche nella impossibilità a eiaculare nella femmina.

Nella eiaculazione il maschio lascia uscire il proprio seme, cioè la parte più profonda del proprio Sé, quella che, sconosciuta a lui stesso, giace nel profondo del suo inconscio e della sua anima. Lasciarla andare affidandosi al prodigioso oceano della femminilità, alle sue mille fantastiche maree è bellissima, formidabile esperienza d’amore, possibile solo con la femmina totale, meravigliosa che abita al fondo della donna amata.

Chi abbia tendenze paranoidi nei confronti della femmina e del femminile, avrà naturalmente una grande difficoltà ad amare davvero e quindi a lasciarsi veramente andare al femminile. Soffrirà così della difficoltà o della impossibilità a eiaculare nella femmina. Oppure – all’estremo opposto – eiaculerà sadicamente in essa, come se il seme venisse vissuto quale arma con cui colpire la femmina (quanto basso senso del proprio Sé e del proprio seme hanno questi maschi!), quale possibilità di un concepimento che, trattenendola come madre, sadicamente impedisca il distacco e il non controllo della femmina.

L’eiaculazione può dunque essere anche la prepotente, prevaricante e sadica affermazione del Sé del maschio, l’imposizione violenta del Sé alla femmina, o lo sfogo di un Sé tanto ferito e insopportabile da essere incontenibile. Ma tutto questo appartiene alla patologia del maschio del maschile, a una sua impotenza relazionale, di solito ben più profonda e grave di quella fisica.

* * *

L’incapacità di lasciarsi andare al femminile non significa necessariamente che si sia impotenti con tutte le donne o che si abbia difficoltà a eiaculare con tutte le donne. È abbastanza frequente il caso di maschi che siano impotenti o abbiano difficoltà a eiaculare con la propria femmina, ma non con le altre o con altre; o viceversa riescano a essere potenti e a eiaculare senza difficoltà soltanto con la propria femmina.

Quando ci sono in gioco le dinamiche più profonde del Sé, risultano facilmente decisivi gli aspetti transferali da un lato e le dinamiche reattive dall’altro. Spesso gli aspetti transferali e le dinamiche reattive si sovrappongono e si sommano tra loro, rendendo la situazione ancora più complessa e articolata. Aspetti transferali e dinamiche reattive riguardano tuttavia livelli di discorso diversi, per cui almeno sul piano logico possono essere distinti, analizzandoli separatamente.

Partiamo dagli aspetti transferali.

Se, per esempio, la femmina con la quale sta facendo l’amore rappresenta per l’inconscio del maschio la madre cattiva, esigente, castrante, divorante, che, quando egli era piccolo, rischiava di espropriarlo della libertà e della autonomia del Sé, allora il maschio si negherà a quella femmina o con la impotenza o con la difficoltà a eiaculare. Con le altre, invece, potrebbe non avere problemi o averne molto di meno.

In generale, si può ipotizzare che le difficoltà si presentano, se e quando la storia di quel maschio abbia dovuto fare i conti con una madre inadeguata, che su quelli del figlio abbia fatto prevalere – soprattutto durante la gravidanza e l’accudimento (cioè durante la fase evolutiva che vede l’attivazione, costituzione e strutturazione del Sé dell’individuo) – i propri bisogni psicologici, lasciando il figlio nella frustrazione o del non contenimento, o della non attenzione, o del non ascolto dei bisogni e delle scelte, o del non rispetto della autonomia, o della non legittimazione del piacere, o della non conferma delle iniziative, o della non accoglienza degli oggetti proposti (ogni bambino prende in mano oggetti o li accoglie nel proprio sguardo intenzionale; la madre adeguata considera ciò come la prima battuta di una interlocuzione che dà nome, storia, continuità, senso, significato sia all’oggetto sia al bambino che lo propone). Con storie di questo tipo alle spalle è facile dunque vivere la propria femmina come oggetto transferale della madre, facendole di fatto pagare colpe non sue. Solo una psicoterapia del profondo può entrare nel merito di difficoltà di questo tipo aiutando a risolverle, spesso con risultati del tutto soddisfacenti.

Veniamo ora alle dinamiche reattive.

Mi limito a un esempio, un caso preso dall’esperienza clinica: un marito, innamorato della moglie, ma frustrato dalla di lei dipendenza dal padre e dalle sorelle, la tradisce con una femmina, con la quale tuttavia ha grosse difficoltà di eiaculazione. Che è successo? La rabbia reattiva, che lo ha spinto al tradimento, non riesce ad attingere e a smentire la profondità dell’amore per la moglie. È come se con la propria difficoltà a eiaculare nell’altra femmina questo maschio volesse affermare l’insopprimibile amore per l’unica femmina nella quale riesca davvero a lasciarsi andare.

Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso

Con frequenza crescente e sempre più aspra, la cronaca ci parla di aggressioni, pestaggi, violenze, omicidi ai danni di omosessuali, extracomunitari, rom, barboni, prostitute e tutti coloro che sono in un modo o nell’altro diversi.

La dinamica psichica che sta alla base di tutti questi episodi si chiama “identificazione proiettiva”: si proietta sull’altra persona (il diverso) una parte rifiutata e negata del proprio Sé, così che – una volta proiettata e identificata in lui – possa in lui essere negata, violentata uccisa. È come se l’altra persona fosse lo schermo su cui proiettare, identificare, aggredire il fantasma dei propri mostri interni; è come se nell’altra persona si aggredisse, violentasse, uccidesse sé stessi, la parte più profonda e negata di sé, quella che non si vuole e non si può ammettere di essere. Non a caso, caratteristica comune di questi fatti è l’estremo coinvolgimento del persecutore nei confronti della vittima, la sua estrema violenza e furia o, all’opposto, la sua freddezza glaciale e la sua superficialità disarmante (“l’abbiamo fatto per noia”). Se alla base non ci fosse l’identificazione negata con la vittima, non ci sarebbe né l’estremo coinvolgimento, né l’estrema estraneità. Se l’altro fosse solo altro non ci sarebbe tanto fastidio, tanto trasporto, tanta violenza o, all’opposto, tanta e così totale assenza di empatia.

La parola “omofobia”, che letteralmente significa “paura dell’identico” e che di solito viene attribuita soltanto a chi aggredisce e colpisce gli omosessuali, in realtà potrebbe essere applicata a tutti i soggetti che usano violenza contro chi è diverso, proprio perché a livello profondo il diverso è sé stessi, la propria più profonda identità, quella di cui, appunto, si ha paura.

L’”identificazione proiettiva” è una dinamica psichica difensiva propria di persone che, nella strutturazione della loro psiche, presentano strutturazioni dissociate o nodi dissociativi profondi, spesso tanto profondi che solo l’occhio esperto del clinico può individuarli. Si tratta di personalità con grosse sofferenze mai affrontate, mai elaborate, mai risolte.

Facendoci da specchio, il diverso smuove la parte più profonda del nostro Sé, la provoca, la interroga, la mette in gioco. Se il nostro Sé ha vuoti profondi, ferite mai elaborate, carenze mai colmate, solitudini mai abbracciate, rifiuti o abbandoni mai superati, allora la presenza dell’altro può farli affiorare ed esplodere, proprio perché, nel rapporto con l’altra persona, viene rimesso in atto il rapporto con sé stessi, spesso improvvisamente e con la violenza di un corto circuito inarrestabile.

Come dicono sociologi e psicologi, siamo ormai da tempo nella società e nella cultura del narcisismo, dove la tipologia media delle personalità presenta tipologie di strutturazione estremamente delicate, sempre più fragili, con deficit di strutturazione psichica propri dell’area psicotica e dell’area borderline, dove appunto si annida e vive la dinamica della “identificazione proiettiva”. Di fronte a queste personalità sempre più fragili e destrutturate, la presenza stessa del diverso diventa insopportabile pro-vocazione (che letteralmente significa “richiamare davanti a sé”) di sé a sé stessi. È lì la tragica culla della omofobia e della violenza sul diverso, fenomeni che – facile e terribile previsione – aumenteranno a dismisura.

Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia in sé una non adeguata, affrontata, elaborata identità di genere, di fronte alla presenza della omosessualità o, più in generale, di una sessualità per lui non abituale e non affrontabile (per esempio quella della prostituta o quella degli handicappati) sarà smosso, messo in crisi; proverà vissuti di “fastidio”, “voltastomaco”, tanto più profondi e insopportabili, quanto più non risolta a livello profondo è la sua identità di genere, quanto più profondo, massiccio e urgente è il suo “bisogno” di sentirsi maschio o femmina. Fino alla possibilità della esplosione aggressiva violenta e anche omicida. Dopo una lunga incubazione dei vissuti (spesso nel segno, per esempio, dell’esibizione maschilistica o machista o della ricerca di conferme anche alla propria virilità, quali lunghe ore di palestra cure eccessive e ossessive al proprio corpo ecc.), a fare scattare la violenza è spesso una presenza del diverso vissuta come eccessiva esibizione, come orgoglio indebito, come provocazione intenzionale, come se il diverso con la sua sola presenza fosse lui a colpire, aggredire, offendere.

Altro caso. Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia dentro la profondità magari del tutto dimenticata o mai ammessa del proprio Sé un rifiuto subito o rischiato (per esempio la madre, più o meno inconsciamente, non lo voleva o avrebbe voluto abortirlo o abbandonarlo), di fronte alla presenza della diversità rifiutata o rifiutabile, quale può essere quella di un extracomunitario o di un rom o di un barbone o di un handicappato sarà smosso, messo in crisi e dopo i vissuti di “fastidio” e “voltastomaco”, potrà arrivare alla aggressione o alla violenza.

L’altro ci fa da specchio proprio con la sua diversità. È la grande risorsa dell’essere persone tra persone, creature tra creature. Ma può anche scatenare l’inferno, se l’incontro è tra persone tanto ferite e destrutturate da vedere nell’altro soltanto quell’inferno che hanno dentro di sé.

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.